Cafasso
L'allamano e il Cafasso PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Igino Tubaldo, IMC   
Venerdì 22 Aprile 2011 08:51

1. L’Allamano diventa erede dello spirito del Cafasso. La scoperta del Cafasso l’Allamano l’aveva iniziata quando era ancora chierico, in seminario. L’ha proseguita da giovane sacerdote, approfondendola maggiormente in seguito, soprattutto attraverso la partecipazione alla causa canonica di beatificazione, praticamente fino alla fine della sua vita. La scoperta del Cafasso, per l’Allamano non si è limitata ad un esercizio di conoscenza intellettuale, ma è stata una vera assunzione della spiritualità, conformandovi la propria vita.1

 

Come Rettore del Convitto, l’Allamano ha come ufficialmente ricevuto in eredità lo spirito del Cafasso, del quale era successore, ed ha cercato di trasmetterlo ai sacerdoti convittori. Sappiamo quanto bene ciò si sia realizzato.

 

A proposito, mi piace ricordare un emblematico dialogo tra un giovane sacerdote convittore, certo don G.B. Ressia, e l’Allamano. In occasione della ricognizione della salma del Cafasso al Santuario della Consolata, questo convittore, osservando da vicino l’Allamano, ha saputo cogliere l’intima e santa gioia, che gli traspariva sul volto e nei movimenti della persona. Mentre si accompagnava la salma al sepolcro, l’Allamano ha sussurrato a don Ressia: «Vedi che belle feste riceve il Venerabile». Il giovane sacerdote, senza troppo pensarci, ha commentato: «Da qui ad alcuni anni…faranno anche a Lei così»; e lo disse così forte che tutti i compagni si misero a ridere. Un altro convittore lo ha ripreso: «Hai osato dire questo al Sig. Rettore? Sembra che tu lo voglia far morire già ora». «No – è stata la risposta – ma solo che verrà un tempo che faranno anche a lui questa festa, questo onore». L’Allamano, però, divenne subito serio e disse al Ressia: «Non dire queste sciocchezze, non sai che per avere questi onori bisogna essere gran santi, come lo era don Cafasso, ed io non lo sono». E don Ressia di rimando: «E Lei è un santo sicuro”». Ma l’Allamano con insistenza: «Ti dico di non parlare così, che non va bene»2.

 

Qui voglio sottolineare che l’interesse per il Cafasso e il fatto di essergli succeduto come Rettore al Convitto ha condotto l’Allamano a farsi promotore della causa di beatificazione, avviandosi in un cammino molto impegnativo da tanti punti di vista, ma sicuramente arricchente per lui e per quanti hanno avuto la fortuna di essere da lui educati.

 

 

2. Il nipote è convinto della santità dello zio. L’Allamano, dunque, si è sinceramente convinto della santità dello zio don Cafasso. Come lui stesso ha deposto al processo di beatificazione: ne sentiva parlare con grande ammirazione dai parenti in casa, dai compaesani a Castelnuovo, dai sacerdoti più anziani quando era in seminario, prima come chierico e poi come direttore spirituale, e infine durante il ministero nel Convitto e al santuario della Consolata.

 

Convinto della santità dello zio, l’Allamano ha pensato che sarebbe stato un grande dono alla Chiesa di Torino e non solo, diffonderne la figura, la dottrina e la spiritualità. Quando era direttore spirituale in seminario, dietro consiglio di esimi sacerdoti, l’Allamano ha coraggiosamente incominciato a stendere una biografia del Cafasso, ma poi, per diverse ragioni, ha desistito. Aveva riempito 33 fogli, arrivando fino all’ingresso del Cafasso al Convitto. Lui stesso ha ammesso che la ragione principale che lo aveva convinto a non continuare era «il vedermi incapace di ben esprimere la stima e la venerazione che osservavo in quanti l’avevano conosciuto»3.

 

 

3. Iniziative dell’Allamano per far conoscere il Cafasso. Le iniziative intraprese dall’Allamano in favore della conoscenza del Cafasso sono state molte: dalla esumazione e ricomposizione della salma (1891), alla raccolta degli scritti ed all’edizione delle meditazioni e delle istruzioni (1892-1893), alle biografie scritte dal Can. G. Colombero (1895) e dal Teol. Robilant ed, in fine, alla traslazione della salma dal cimitero al Santuario della Consolata (1896). Il vero impegno è stato richiesto dal processo, iniziato il 16 febbraio 1895 presso il tribunale ecclesiastico di Torino e trasferito a Roma nel 18994.

 

Riguardo, in particolare, alle biografie del Cafasso, anche Don Bosco aveva promesso di scriverne una, che poi non ha realizzato, perché gli avevano portato via i documenti. Prima di morire, Don Bosco si è come giustificato con l’Allamano, incoraggiandolo a non desistere. Il Cafasso meritava una biografia subito. L’influenza di Don Bosco, ma soprattutto il sincero apprezzamento per il suo straordinario zio hanno convinto l’Allamano ad impegnarsi. Lo ha spiegato lui stesso: «Accolsi con riconoscenza il consiglio di D. Bosco […] e lo mandai ad effetto; ed ebbi davvero tante memorie che il Can. Colombero, Curato di S. Barbara, poté scrivere la prima vita del Cafasso»5. In effetti la biografia scritta dal Colombero uscì nel 1895, dopo complicate vicende. L’impronta della mano del Fondatore, assieme a quella del Camisassa, è evidente. Lo stesso autore, scrivendo all’Allamano, riconosce che il volume « è in gran parte opera sua»6.

 

E riguardo agli scritti del Cafasso, prima della biografia, erano state pubblicate le meditazioni, nel 1892 e, un anno dopo, le istruzioni che il Cafasso aveva tenuto durante gli esercizi spirituali al clero. Lo scopo di queste pubblicazioni è dichiarato nella prefazione al testo delle meditazioni, a firma dell’Allamano: «[…] Prive ora queste prediche del calore e della vita che traevano dall’accento e dal gesto del sacro oratore, esse non parranno più che una pallida figura di quelle mirabili Meditazioni, le quali […] scuotevano profondamente le stesse anime più fredde, e lasciavano un’impressione incancellabile in chi le udiva anche una sola volta»7.

 

Così concludeva: «Nutro fiducia d’aver fatto cosa gradita ed utile ai venerandi colleghi nel Sacerdozio […], e così di poter cooperare in qualche modo alla continuazione del bene fatto dal venerato mio zio nella sua missione provvidenziale a vantaggio del clero»8.

 

 

4. L’Allamano come educatore di missionari e missionarie. Come fondatore ed educatore, l’Allamano ha spontaneamente trasmesso ai suoi missionari e missionarie uno spirito che ormai faceva parte di se stesso, per cui possiamo affermare che nei nostri ambienti è molto radicata la spiritualità del Cafasso, però filtrata dall’Allamano.

 

Ad un attento esame, risulta che lo spirito del Cafasso è presente nell’Allamano più di quanto sembri a prima vista. Dopo Gesù e la Madonna, probabilmente il Cafasso è stato il modello che ha inciso più in profondità nell’identità dell’Allamano. Credo che questa affermazione risulterà evidente dalle meditazioni di questi giorni.

 

 

L’ALLAMANO È UN ALTRO DON CAFASSO

 

Per illustrare la somiglianza spirituale tra il Cafasso e l’Allamano, inizio dalla testimonianza di mons. G. Giorsino, che ha conosciuto il Fondatore: «Il Can. Allamano è un altro D. Cafasso» (In arch. Postulazione, Testimonianze, 1, B; per altre testimonianze cf. TUBALDO I., o. c., I, 542, n. 1).

 

Tra il Cafasso e l’Allamano c’è stato soltanto un incontro, che però ha lasciato un’impronta in entrambi. Per quanto riguarda i sentimenti del Cafasso verso il nipotino, abbiamo una sola testimonianza nella lettera della maestra Benedetta Savio, che aveva avuto il Cafasso come confessore e direttore spirituale. Così scriveva all’Allamano nel 1895: «Lei che ne è quel prezioso tralcio che me ne aveva parlato quella S. Anima del Suo Amato Zio D. Cafasso, ho bisogno d’una grazia, e la spero per mezzo anche di Lei, che ne porta un sì bel nome di S. Giuseppe come il suo S. Zio, che ne è anche un degnissimo Ministro» (Lett., II, 73; cgf. Anche la testimonianza di P. Sales, che così riporta le parole della Savio: «di lei mi parlava sovente quella santa anima del suo amato zio» (Processus Informativus, III, 301). Stando a queste parole entusiastiche della maestra, sembrerebbe che il Cafasso avesse presagito, in qualche modo, l’avvenire luminoso del nipote.

 

Non si sa altro del Cafasso, ma si conosce l’impressione riportata dall’Allamano nell’unico incontro avvenuto a Castelnuovo. Così lo descrive P. Sales nella biografia: «Nel 1925 il can. Allamano, recatosi a Castelnuovo, appunto per le solenni feste della beatificazione, volle ricordare e rivivere, fra i parenti superstiti, quella scena. Fattasi portare una sedia, la collocò nel luogo preciso dive, 68 anni prima, Don Cafasso s’era seduto a ricevere l’omaggio dei nipotini, e con voce commossa disse: “È qui che ebbi la sua benedizione”» (SALES L., o. c., 14).

 

Come elevatezza di vita sacerdotale, il Cafasso è un modello di prim’ordine. Oltre alle virtù eroiche, conosciamo il valore del ministero del Cafasso nell’insegnamento della teologia morale ai giovani sacerdoti, al Convitto; nelle frequenti predicazioni di esercizi spirituali al clero, a S. Ignazio; nell’esercizio del ministero al confessionale, al letto dei moribondi ed accanto ai condannati a morte (cf. Lett., I, 448).

 

L’Allamano ha compiuto molte, ma non tutte le attività pastorali che hanno reso famoso lo zio, ma ne ha condiviso in pieno lo spirito apostolico. Non è esagerazione affemare che lo spirito del Cafasso si è posato sull’Allamano. Lo ha riconosciuto lo stesso Sommo Pontefice Pio XI, che, nel commovente Breve indirizzato all’Allamano per il 50° di sacerdozio, ha scritto queste memorabili parole: «In te, infatti, […] pare abbia lasciato erede del suo spirito l’illustre zio Giuseppe Cafasso […]» (cf. SALES L., Il Servo di Dio Canonico Giuseppe Allamano…, p. 488).

 

I giovani sacerdoti, che hanno avuta la fortuna di avere l’Allamano come educatore al Convitto, si erano accorti che tra il Cafasso e il loro Rettore esisteva una buona intesa di vita. I principi morali e ascetici, i consigli pratici per la vita pastorale, gli atteggiamenti, ecc. del Cafasso, di cui sentivano continuamente celebrare le meraviglie e che veniva presentato come il modello per eccellenza dei sacerdoti, li vedevano in certo modo rispecchiati nelle parole e nello stile di vita del loro Rettore.

 

A proposito, mi piace ricordare un emblematico dialogo tra un giovane sacerdote convittore, certo don G.B. Ressia, e l’Allamano. In occasione della ricognizione della salma del Cafasso al Santuario della Consolata, questo convittore, osservando da vicino l’Allamano, ha saputo cogliere l’intima e santa gioia, che gli traspariva sul volto e nei movimenti della persona. Mentre si accompagnava la salma al sepolcro, l’Allamano ha sussurrato a don Ressia con intima soddisfazione: «Vedi che belle feste riceve il Venerabile». Il giovane sacerdote, senza troppo pensarci, ha commentato: «Da qui ad alcuni anni…faranno anche a Lei così»; e lo disse così forte che tutti i compagni si misero a ridere. Un altro convittore lo ha ripreso: «Hai osato dire questo al Sig. Rettore? Sembra che tu lo voglia far morire già ora». «No – è stata la risposta – ma solo che verrà un tempo che faranno anche a lui questa festa, questo onore». L’Allamano, però, divenne subito serio e disse al Ressia: «Non dire queste sciocchezze, non sai che per avere questi onori bisogna essere gran santi, come lo era don Cafasso, ed io non lo sono». E don Ressia di rimando: «E Lei è un santo sicuro”». Ma l’Allamano con insistenza: «Ti dico di non parlare così, che non va bene» (cf.. “Tesoriere”, 3, 1980, pp. 12-13, TUBALDO I, o.c., IV, 34 - 35).



L’Allamano stimava molto la santità dello zio, lo proponeva come modello ai sacerdoti ed ai suoi allievi, e soprattutto si impegnava ad imitarlo nella propria vita. Questo era evidente a tutti. Lui non si riteneva affatto al livello del Cafasso, ma gli altri sì!



Se leggiamo le lettere ricevute dall’Allamano in occasione del giubileo sacerdotale, troviamo che in diverse di esse c’è un cenno che allude a questa speciale comunione tra lui e il Cafasso. Sarebbe assurdo pensare che quanti gli hanno scritto si siano messi d’accordo prima. La verità è che tra il Cafasso e l’Allamano c’era davvero una forte somiglianza di spirito.



Per tutti riporto quanto scrissero due Cardinali. Anzitutto, il Card. Gaetano Bisleti, allora Prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi: «Nel giorno non lontano del 20 settembre, tutti noi ci riuniremo intorno al Suo Venerabile zio e gli faremo dolce violenza perché interceda per Lei grazie opportune: […] per Lei che ce lo fa ricordare nella sua santa vita sacerdotale» (Lett., IX/2, 157). Poi il Card. Camillo Laurenti, allora Prefetto della Congregazione dei Religiosi: «Erede dello spirito del Santo su Zio, Ella ha svolto il Suo grandioso lavoro nei santi nascondimenti dell’umiltà» (Lett., IX/2, 178; per i Card. Cf. Lett., IX/2, 181 per il Card. A. Vico; 189, per il Card. G. Bonzano).



Ci sia piacevole sentire ancora un delicato accostamento del Cafasso all’Allamano tramite la Consolata. Un ex allievo del Convitto, il teologo Carlo Milano, inviando all’Allamano le congratulazione per il 50°, assicura le sue preghiere all’altare della Consolata, «ove la S.V. Veneratissima ha effuso il Suo Cuore nella preghiera, ove Maria le ha ispirato l’opera mirabile dell’Istituto Missionario, parlando al Suo spirito come un tempo parlava a quello del Venerabile suo Zio Don Giuseppe Cafasso» (Lett., IX/2, 214 – 215).

 

Noi siamo fieri di questo accostamento tra i due “nostri” santi. Lo riteniamo vero ed un onore per entrambi. La Chiesa, elevandoli agli onori degli altari lo ha confermato, come lo stesso Santo Padre Giovanni Paolo II ha detto nell’omelia pronunciata in Piazza S. Pietro durante la solenne funzione della beatificazione: «Il Beato Giuseppe Allamano, succedendo a suo zio, S. Giuseppe Cafasso, nella direzione del Convitto ecclesiastico della Consolata, ne emulò l’amore verso i sacerdoti e la sollecitudine per la loro formazione spirituale, intellettuale e pastorale».

 

 

 

1 Cf. TUBALDO I., Giuseppe Allamano, Il suo tempo – La sua vita – Le sue opere, ed. Missioni Consolata, Torino 1982, I, 542.

2 cf. “Tesoriere”, 3, 1980, pp. 12-13, TUBALDO I, o.c., IV, 34 – 35; cf. Archivio Postulazione, cart. Testimonianze.

3 Cf. Arch. Postulazione; TUBALDO I., o.c., I, 90, n. 228.

4 Cf. TUBALDO I., o.c., II, 377-411.

5 Cf. TUBALDO I., o. c., I, p. 544.

6 Lett., I, 561.

7 Lett., I, 448 – 449.

8 Lett., I, 449.

 
San Giuseppe Cafasso – Udienza generale: 30 giugno 2010 PDF Stampa E-mail
Scritto da BENEDETTO XVI   
Venerdì 22 Aprile 2011 08:43

Papa-Ratzinger

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo da poco concluso l'Anno Sacerdotale: un tempo di grazia, che ha portato e porterà frutti preziosi alla Chiesa; un'opportunità per ricordare nella preghiera tutti coloro che hanno risposto a questa particolare vocazione. Ci hanno accompagnato in questo cammino, come modelli e intercessori, il Santo Curato d'Ars ed altre figure di santi sacerdoti, vere luci nella storia della Chiesa. Oggi, come ho annunciato mercoledì scorso, vorrei ricordarne un'altra, che spicca sul gruppo dei "Santi sociali" nella Torino dell'Ottocento: si tratta di san Giuseppe Cafasso.

Il suo ricordo appare doveroso perché proprio una settimana fa ricorreva il 150° anniversario della morte, avvenuta nel capoluogo piemontese il 23 giugno 1860, all'età di 49 anni. Inoltre, mi piace ricordare che il Papa Pio XI, il 1° novembre 1924, approvando i miracoli per la canonizzazione di san Giovanni Maria Vianney e pubblicando il decreto di autorizzazione per la beatificazione del Cafasso, accostò queste due figure di sacerdoti con le seguenti parole: "Non senza una speciale e benefica disposizione della Divina Bontà abbiamo assistito a questo sorgere sull'orizzonte della Chiesa cattolica di nuovi astri, il parroco d'Ars, ed il Venerabile Servo di Dio, Giuseppe Cafasso. Proprio queste due belle, care, provvidamente opportune figure ci si dovevano oggi presentare; piccola e umile, povera e semplice, ma altrettanto gloriosa la figura del parroco d'Ars, e l'altra bella, grande, complessa, ricca figura di sacerdote, maestro e formatore di sacerdoti, il Venerabile Giuseppe Cafasso". Si tratta di circostanze che ci offrono l'occasione per conoscere il messaggio, vivo e attuale, che emerge dalla vita di questo santo. Egli non fu parroco come il curato d'Ars, ma fu soprattutto formatore di parroci e preti diocesani, anzi di preti santi, tra i quali san Giovanni Bosco. Non fondò, come gli altri santi sacerdoti dell'Ottocento piemontese, istituti religiosi, perché la sua "fondazione" fu la "scuola di vita e di santità sacerdotale" che realizzò, con l'esempio e l'insegnamento, nel "Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi" a Torino.

Giuseppe Cafasso nasce a Castelnuovo d'Asti, lo stesso paese di san Giovanni Bosco, il 15 gennaio 1811. E' il terzo di quattro figli. L'ultima, la sorella Marianna, sarà la mamma del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Nasce nella Piemonte ottocentesca caratterizzata da gravi problemi sociali, ma anche da tanti Santi che si impegnavano a porvi rimedio. Essi erano legati tra loro da un amore totale a Cristo e da una profonda carità verso i più poveri: la grazia del Signore sa diffondere e moltiplicAare i semi di santità! Il Cafasso compì gli studi secondari e il biennio di filosofia nel Collegio di Chieri e, nel 1830, passò al Seminario teologico, dove, nel 1833, venne ordinato sacerdote. Quattro mesi più tardi fece il suo ingresso nel luogo che per lui resterà la fondamentale ed unica "tappa" della sua vita sacerdotale: il "Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi" a Torino. Entrato per perfezionarsi nella pastorale, qui egli mise a frutto le sue doti di direttore spirituale e il suo grande spirito di carità. Il Convitto, infatti, non era soltanto una scuola di teologia morale, dove i giovani preti, provenienti soprattutto dalla campagna, imparavano a confessare e a predicare, ma era anche una vera e propria scuola di vita sacerdotale, dove i presbiteri si formavano nella spiritualità di sant'Ignazio di Loyola e nella teologia morale e pastorale del grande Vescovo sant'Alfonso Maria de' Liguori. Il tipo di prete che il Cafasso incontrò al Convitto e che egli stesso contribuì a rafforzare - soprattutto come Rettore - era quello del vero pastore con una ricca vita interiore e un profondo zelo nella cura pastorale: fedele alla preghiera, impegnato nella predicazione, nella catechesi, dedito alla celebrazione dell'Eucarestia e al ministero della Confessione, secondo il modello incarnato da san Carlo Borromeo, da san Francesco di Sales e promosso dal Concilio di Trento. Una felice espressione di san Giovanni Bosco, sintetizza il senso del lavoro educativo in quella Comunità: "al Convitto si imparava ad essere preti".

San Giuseppe Cafasso cercò di realizzare questo modello nella formazione dei giovani sacerdoti, affinché, a loro volta, diventassero formatori di altri preti, religiosi e laici, secondo una speciale ed efficace catena. Dalla sua cattedra di teologia morale educava ad essere buoni confessori e direttori spirituali, preoccupati del vero bene spirituale della persona, animati da grande equilibrio nel far sentire la misericordia di Dio e, allo stesso tempo, un acuto e vivo senso del peccato. Tre erano le virtù principali del Cafasso docente, come ricorda san Giovanni Bosco: calma, accortezza e prudenza. Per lui la verifica dell'insegnamento trasmesso era costituita dal ministero della confessione, alla quale egli stesso dedicava molte ore della giornata; a lui accorrevano vescovi, sacerdoti, religiosi, laici eminenti e gente semplice: a tutti sapeva offrire il tempo necessario. Di molti, poi, che divennero santi e fondatori di istituti religiosi, egli fu sapiente consigliere spirituale. Il suo insegnamento non era mai astratto, basato soltanto sui libri che si utilizzavano in quel tempo, ma nasceva dall'esperienza viva della misericordia di Dio e dalla profonda conoscenza dell'animo umano acquisita nel lungo tempo trascorso in confessionale e nella direzione spirituale: la sua era una vera scuola di vita sacerdotale.

Il suo segreto era semplice: essere un uomo di Dio; fare, nelle piccole azioni quotidiane, "quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime". Amava in modo totale il Signore, era animato da una fede ben radicata, sostenuto da una profonda e prolungata preghiera, viveva una sincera carità verso tutti. Conosceva la teologia morale, ma conosceva altrettanto le situazioni e il cuore della gente, del cui bene si faceva carico, come il buon pastore. Quanti avevano la grazia di stargli vicino ne erano trasformati in altrettanti buoni pastori e in validi confessori. Indicava con chiarezza a tutti i sacerdoti la santità da raggiungere proprio nel ministero pastorale. Il beato don Clemente Marchisio, fondatore delle Figlie di san Giuseppe, affermava: "Entrai in Convitto essendo un gran birichino e un capo sventato, senza sapere cosa volesse dire essere prete, e ne uscii affatto diverso, pienamente compreso della dignità del sacerdote". Quanti sacerdoti furono da lui formati nel Convitto e poi seguiti spiritualmente! Tra questi - come ho già detto - emerge san Giovanni Bosco, che lo ebbe come direttore spirituale per ben 25 anni, dal 1835 al 1860: prima come chierico, poi come prete e infine come fondatore. Tutte le scelte fondamentali della vita di san Giovanni Bosco ebbero come consigliere e guida san Giuseppe Cafasso, ma in un modo ben preciso: il Cafasso non cercò mai di formare in don Bosco un discepolo "a sua immagine e somiglianza" e don Bosco non copiò il Cafasso; lo imitò certo nelle virtù umane e sacerdotali - definendolo "modello di vita sacerdotale" -, ma secondo le proprie personali attitudini e la propria peculiare vocazione; un segno della saggezza del maestro spirituale e dell'intelligenza del discepolo: il primo non si impose sul secondo, ma lo rispettò nella sua personalità e lo aiutò a leggere quale fosse la volontà di Dio su di lui. Cari amici, è questo un insegnamento prezioso per tutti coloro che sono impegnati nella formazione ed educazione delle giovani generazioni ed è anche un forte richiamo di quanto sia importante avere una guida spirituale nella propria vita, che aiuti a capire ciò che Dio vuole da noi. Con semplicità e profondità, il nostro Santo affermava: "Tutta la santità, la perfezione e il profitto di una persona sta nel fare perfettamente la volontà di Dio (...). Felici noi se giungessimo a versare così il nostro cuore dentro quello di Dio, unire talmente i nostri desideri, la nostra volontà alla sua da formare ed un cuore ed una volontà sola: volere quello che Dio vuole, volerlo in quel modo, in quel tempo, in quelle circostanze che vuole Lui e volere tutto ciò non per altro se non perché così vuole Iddio".

Ma un altro elemento caratterizza il ministero del nostro Santo: l'attenzione agli ultimi, in particolare ai carcerati, che nella Torino ottocentesca vivevano in luoghi disumani e disumanizzanti. Anche in questo delicato servizio, svolto per più di vent'anni, egli fu sempre il buon pastore, comprensivo e compassionevole: qualità percepita dai detenuti, che finivano per essere conquistati da quell'amore sincero, la cui origine era Dio stesso. La semplice presenza del Cafasso faceva del bene: rasserenava, toccava i cuori induriti dalle vicende della vita e soprattutto illuminava e scuoteva le coscienze indifferenti. Nei primi tempi del suo ministero in mezzo ai carcerati, egli ricorreva spesso alle grandi predicazioni che arrivavano a coinvolgere quasi tutta la popolazione carceraria. Con il passare del tempo, privilegiò la catechesi spicciola, fatta nei colloqui e negli incontri personali: rispettoso delle vicende di ciascuno, affrontava i grandi temi della vita cristiana, parlando della confidenza in Dio, dell'adesione alla Sua volontà, dell'utilità della preghiera e dei sacramenti, il cui punto di arrivo è la Confessione, l'incontro con Dio fattosi per noi misericordia infinita. I condannati a morte furono oggetto di specialissime cure umane e spirituali. Egli accompagnò al patibolo, dopo averli confessati ed aver amministrato loro l'Eucaristia, 57 condannati a morte. Li accompagnava con profondo amore fino all'ultimo respiro della loro esistenza terrena.

Morì il 23 giugno 1860, dopo una vita offerta interamente al Signore e consumata per il prossimo. Il mio Predecessore, il venerabile servo di Dio Papa Pio XII, il 9 aprile 1948, lo proclamò patrono delle carceri italiane e, con l'Esortazione Apostolica Menti nostrae, il 23 settembre 1950, lo propose come modello ai sacerdoti impegnati nella Confessione e nella direzione spirituale.

Cari fratelli e sorelle, san Giuseppe Cafasso sia un richiamo per tutti ad intensificare il cammino verso la perfezione della vita cristiana, la santità; in particolare, ricordi ai sacerdoti l'importanza di dedicare tempo al Sacramento della Riconciliazione e alla direzione spirituale, e a tutti l'attenzione che dobbiamo avere verso i più bisognosi. Ci aiuti l'intercessione della Beata Vergine Maria, di cui san Giuseppe Cafasso era devotissimo e che chiamava "la nostra cara Madre, la nostra consolazione, la nostra speranza".

Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Aprile 2011 08:51
 
L'ALLAMANO E IL CAFASSO IL NIPOTE “SPECCHO” DELLO ZIO PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Francesco Pavese, IMC   
Venerdì 22 Aprile 2011 08:40

Lo scrittore salesiano A. Pedrini, nel volume “Don bosco e i Fondatori suoi contemporanei”, dedica un capitolo all’Allamano, intitolandolo: “Un don Cafasso redivivo”.1 Questo titolo, molto indovinato, rispecchia bene il pensiero di quanti hanno avuto la fortuna di conoscere sia lo zio che il nipote. Facciamo volentieri nostra l’idea della rassomiglianza tra i due, per ambientare, in modo originale, le riflessioni che seguono e che sono state pubblicate sul “Da Casa Madre” durante l’anno 2005, affidato alla protezione di S. Giuseppe Cafasso.

 

In queste riflessioni, rifletteremo sulla persona del Cafasso, ma partendo dalla visuale dell’Allamano. Più che una presentazione diretta del Cafasso, dunque, sarà proposta una visione d’insieme dei due. Sarà dato molto spazio della riflessione a risentire l’Allamano, quando indica lo zio come modello di vita. Sarà un modo diverso di affrontare il tema, nella speranza che riesca interessante ed utile. Credo che a nessun figlio o figlia dell’Allamano dispiaccia riflettere sul Cafasso e sul Fondatore insieme, senza separarli. Se c’è uno che ha stimato il Cafasso è proprio l’Allamano e nessuno più di lui ci aiuta a conoscere il Cafasso.

 

 

SI RASSOMIGLIAVANO IN TUTTO

 

 

Ho intitolato questa prima riflessione: “Si rassomigliavano in tutto”. È un’affermazione che va spiegata, per non apparire drastica. Tra i due, di fatto, si nota una certa rassomiglianza fisica, ma soprattutto risulta evidente una grande e riconosciuta rassomiglianza morale e spirituale, a livello di vita di fede.

 

In questa pagina, soffermiamoci sulla somiglianza fisica. Non è una cosa straordinaria che i consanguinei abbiano lineamenti simili. Al dire di quanti li hanno conosciuti entrambi, l’Allamano richiamava abbastanza bene le sembianze dello zio materno. Certamente lo pensavano i suoi collaboratori al Santuario e al Convitto della Consolata. Sembra che lo pensasse l’Allamano stesso. Altrimenti, perché avrebbe accettato la proposta di posare di fronte ad uno scultore per fare un busto del Cafasso?

 

Sentiamo come il nostro P. F. Casadei racconta divertito questo fatto: «Di lui (dell’Allamano) esiste un busto di bronzo, di pregevole fattura, in dotazione all’ufficio del Superiore Generale. È opera dello scultore Luigi Calderini che per il santuario della Consolata scolpì anche le due statue di S. Massimo e del Beato Sebastiano Valfré, che ornano la facciata. È certo che per quel busto l’Allamano posò diverse volte, ma aveva accettato di farlo perché vittima di un innocente e fortunato tranello. Glielo avevano ordito i suoi collaboratori alla “Consolata”, pregandolo di posare davanti allo scultore che aveva il compito di studiare e tradurre in forma la fisionomia del Cafasso, in vista della sua beatificazione: la rassomiglianza dell’Allamano con lo zio sarebbe stata di valido aiuto all’artista. Ma quando, a lavoro inoltrato, poté dare uno sguardo furtivo al busto sbottò subito: “Ma questo sono io non mio zio”. E da quel giorno la soglia dello studio dello scultore non la varcò più. Ma ormai la trappola era scattata e la sua immagine più vera è adesso fusa per sempre nel bronzo». (In “Da Casa Madre, N. 2, 1990, pp. 8 – 9).



A questo punto, mi viene da ringraziare il Cafasso che è stato la causa per farci avere un busto del Fondatore, fatto dal vivo! E gli chiedo che ci aiuti, durante quest’anno, ad imprimere sempre più nel nostro spirito la fisionomia spirituale del suo santo nipote.

 

C’è un altro episodio, ma non storico, che si riferisce ancora alla rassomiglianza fisica tra i due. È stata la fantasia, ma soprattutto il cuore, del nostro P. A. Mattea ad inventarlo. Scrivendo sui quattro anni (1862 – 1866) che il Fondatore ha trascorso da ragazzo all’Oratorio Salesiano di Valdocco, P. Mattea immagina come sarebbe potuto avvenire il primo incontro tra Don Bosco e l’Allamano, suo nuovo allievo. Questo racconto immaginato è piaciuto, perché verosimile. Il Pedrini, che ho citato sopra, lo ha riportato nel suo volume su Don Bosco.

 

Leggiamolo dalla penna di P. Mattea: «Un pomeriggio della fine di ottobre del 1862, durante la ricreazione, Don Bosco notò un ragazzo sugli undici anni che se ne stava in disparte sotto i portici. Lo fissò attentamente, incredulo, e disse fra sé: “È una visione o realtà, questa?...Don Cafasso mi si presenta in mezzo ai ragazzi, lui stesso ragazzo?”. Si avvicina al giovinetto e l’interroga: “Chi sei tu?”. “Sono Giuseppe Allamano; vengo da Castelnuovo d’Asti e sono fratello di Natale”. Già è vero; adesso ricordo […]. Sai che sei somigliantissimo a don Cafasso? Tu sei anche suo nipote, vero?”. “Sì, signor don Bosco, ma l’ho visto una volta sola”» (in Giuseppe Allamano, Il Tesoriere della Consolata, N. 3, 1979, p. 14 [310], n. 10). Chissà se veramente Don bosco, che nutriva una profonda venerazione per il Cafasso, aveva veramente notato nell’Allamano qualcosa che richiamava lo zio! Non dico proprio fisicamente, ma nell’identità spirituale.

 

Sta di fatto che Don Bosco ha parlato con una certa confidenza e più volte del Cafasso all’Allamano. Lo avrebbe fatto se non avesse notato nell’Allamano qualche speciale legame con lo zio? Lo racconta il Fondatore durante il processo canonico per la beatificazione di Don bosco: «Aggiungo che Don Bosco, come mi riferì, si gloriava di essere stato l’ultimo a confessarsi da Don Cafasso, mentre questi, gravemente infermo, era prossimo a morire» (risposta alla domanda 61). E parlando del Cafasso agli allievi: «D. Bosco me lo diceva […] tutti i momenti: “Se io ho fatto qualche cosetta, lo devo a D. Cafasso”» (Conf. IMC, III, 536).

 

Domandiamoci: che significato può avere questa insistenza sulla rassomiglianza tra il Cafasso e l’Allamano, specialmente nei lineamenti del viso? Due santi dal cui volto appare evidente la consanguinità! Da questa semplice constatazione potremo partire per approfondire la nostra riflessione. Non è errato pensare che è stato lo Spirito a chiamarli ad una rassomiglianza più profonda, quella della identità sacerdotale ed apostolica. È toccato al nipote individuare e ripercorrere i passi dello zio. Pur rimanendo totalmente se stesso, dobbiamo riconoscere che ci è riuscito molto bene. Davvero il Cafasso e l’Allamano si rassomigliavano! Fisicamente lo hanno notato in molti. Moralmente lo hanno attestato tutti. Sulla loro rassomiglianza morale, di spirito, che è quella più importante, rifletteremo la prossima volta. Ma, per intanto, poniamo i loro due volti vicini, una accanto all’altro come li ha immaginati il pittore all’entrata della nuova chiesa parrocchiale di Castelnuovo, e contempliamoli.

 

 

 

L’ALLAMANO È UN ALTRO DON CAFASSO

 

Per illustrare la somiglianza spirituale tra il Cafasso e l’Allamano, inizio dalla testimonianza di mons. G. Giorsino, che ha conosciuto il Fondatore: «Il Can. Allamano è un altro D. Cafasso» (In arch. Postulazione, Testimonianze, 1, B; per altre testimonianze cf. TUBALDO I., o. c., I, 542, n. 1).

 

Tra il Cafasso e l’Allamano c’è stato soltanto un incontro, che però ha lasciato un’impronta in entrambi. Per quanto riguarda i sentimenti del Cafasso verso il nipotino, abbiamo una sola testimonianza nella lettera della maestra Benedetta Savio, che aveva avuto il Cafasso come confessore e direttore spirituale. Così scriveva all’Allamano nel 1895: «Lei che ne è quel prezioso tralcio che me ne aveva parlato quella S. Anima del Suo Amato Zio D. Cafasso, ho bisogno d’una grazia, e la spero per mezzo anche di Lei, che ne porta un sì bel nome di S. Giuseppe come il suo S. Zio, che ne è anche un degnissimo Ministro» (Lett., II, 73; cgf. Anche la testimonianza di P. Sales, che così riporta le parole della Savio: «di lei mi parlava sovente quella santa anima del suo amato zio»: Processus Informativus, III, 301)). Stando a queste parole entusiastiche della maestra, sembrerebbe che il Cafasso avesse presagito, in qualche modo, l’avvenire luminoso del nipote.

 

Non si sa altro del Cafasso, ma si conosce l’impressione riportata dall’Allamano nell’unico incontro avvenuto a Castelnuovo. Così lo descrive P. Sales nella biografia: «Nel 1925 il can. Allamano, recatosi a Castelnuovo, appunto per le solenni feste della beatificazione, volle ricordare e rivivere, fra i parenti superstiti, quella scena. Fattasi portare una sedia, la collocò nel luogo preciso dive, 68 anni prima, Don Cafasso s’era seduto a ricevere l’omaggio dei nipotini, e con voce commossa disse: “È qui che ebbi la sua benedizione”» (SALES L., o. c., 14).

 

Come elevatezza di vita sacerdotale, il Cafasso è un modello di prim’ordine. Oltre alle virtù eroiche, conosciamo il valore del ministero del Cafasso nell’insegnamento della teologia morale ai giovani sacerdoti, al Convitto; nelle frequenti predicazioni di esercizi spirituali al clero, a S. Ignazio; nell’esercizio del ministero al confessionale, al letto dei moribondi ed accanto ai condannati a morte (cf. Lett., I, 448).

 

L’Allamano ha compiuto molte, ma non tutte le attività pastorali che hanno reso famoso lo zio, ma ne ha condiviso in pieno lo spirito apostolico. Non è esagerazione affemare che lo spirito del Cafasso si è posato sull’Allamano. Lo ha riconosciuto lo stesso Sommo Pontefice Pio XI, che, nel commovente Breve indirizzato all’Allamano per il 50° di sacerdozio, ha scritto queste memorabili parole: «In te, infatti, […] pare abbia lasciato erede del suo spirito l’illustre zio Giuseppe Cafasso […]» (cf. SALES L., Il Servo di Dio Canonico Giuseppe Allamano…, p. 488).

 

I giovani sacerdoti, che hanno avuta la fortuna di avere l’Allamano come educatore al Convitto, si erano accorti che tra il Cafasso e il loro Rettore esisteva una buona intesa di vita. I principi morali e ascetici, i consigli pratici per la vita pastorale, gli atteggiamenti, ecc. del Cafasso, di cui sentivano continuamente celebrare le meraviglie e che veniva presentato come il modello per eccellenza dei sacerdoti, li vedevano in certo modo rispecchiati nelle parole e nello stile di vita del loro Rettore.

 

A proposito, mi piace ricordare un emblematico dialogo tra un giovane sacerdote convittore, certo don G.B. Ressia, e l’Allamano. In occasione della ricognizione della salma del Cafasso al Santuario della Consolata, questo convittore, osservando da vicino l’Allamano, ha saputo cogliere l’intima e santa gioia, che gli traspariva sul volto e nei movimenti della persona. Mentre si accompagnava la salma al sepolcro, l’Allamano ha sussurrato a don Ressia con intima soddisfazione: «Vedi che belle feste riceve il Venerabile». Il giovane sacerdote, senza troppo pensarci, ha commentato: «Da qui ad alcuni anni…faranno anche a Lei così»; e lo disse così forte che tutti i compagni si misero a ridere. Un altro convittore lo ha ripreso: «Hai osato dire questo al Sig. Rettore? Sembra che tu lo voglia far morire già ora». «No – è stata la risposta – ma solo che verrà un tempo che faranno anche a lui questa festa, questo onore». L’Allamano, però, divenne subito serio e disse al Ressia: «Non dire queste sciocchezze, non sai che per avere questi onori bisogna essere gran santi, come lo era don Cafasso, ed io non lo sono». E don Ressia di rimando: «E Lei è un santo sicuro”». Ma l’Allamano con insistenza: «Ti dico di non parlare così, che non va bene» (cf.. “Tesoriere”, 3, 1980, pp. 12-13, TUBALDO I, o.c., IV, 34 – 35; cf. Archivio Postulazione, cart. Testimonianze).



L’Allamano stimava molto la santità dello zio, lo proponeva come modello ai sacerdoti ed ai suoi allievi, e soprattutto si impegnava ad imitarlo nella propria vita. Questo era evidente a tutti. Lui non si riteneva affatto al livello del Cafasso, ma gli altri sì!



Se leggiamo le lettere ricevute dall’Allamano in occasione del giubileo sacerdotale, troviamo che in diverse di esse c’è un cenno che allude a questa speciale comunione tra lui e il Cafasso. Sarebbe assurdo pensare che quanti gli hanno scritto si siano messi d’accordo prima. La verità è che tra il Cafasso e l’Allamano c’era davvero una forte somiglianza di spirito.



Per tutti riporto quanto scrissero due Cardinali. Anzitutto, il Card. Gaetano Bisleti, allora Prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi: «Nel giorno non lontano del 20 settembre, tutti noi ci riuniremo intorno al Suo Venerabile zio e gli faremo dolce violenza perché interceda per Lei grazie opportune: […] per Lei che ce lo fa ricordare nella sua santa vita sacerdotale» (Lett., IX/2, 157). Poi il Card. Camillo Laurenti, allora Prefetto della Congregazione dei Religiosi: «Erede dello spirito del Santo su Zio, Ella ha svolto il Suo grandioso lavoro nei santi nascondimenti dell’umiltà» (Lett., IX/2, 178; per i Card. Cf. Lett., IX/2, 181 per il Card. A. Vico; 189, per il Card. G. Bonzano).



Ci sia piacevole sentire ancora un delicato accostamento del Cafasso all’Allamano tramite la Consolata. Un ex allievo del Convitto, il teologo Carlo Milano, inviando all’Allamano le congratulazione per il 50°, assicura le sue preghiere all’altare della Consolata, «ove la S.V. Veneratissima ha effuso il Suo Cuore nella preghiera, ove Maria le ha ispirato l’opera mirabile dell’Istituto Missionario, parlando al Suo spirito come un tempo parlava a quello del Venerabile suo Zio Don Giuseppe Cafasso» (Lett., IX/2, 214 – 215).

 

Noi siamo fieri di questo accostamento tra i due “nostri” santi. Lo riteniamo vero ed un onore per entrambi. La Chiesa, elevandoli agli onori degli altari lo ha confermato, come lo stesso Santo Padre Giovanni Paolo II ha detto nell’omelia pronunciata in Piazza S. Pietro durante la solenne funzione della beatificazione: «Il Beato Giuseppe Allamano, succedendo a suo zio, S. Giuseppe Cafasso, nella direzione del Convitto ecclesiastico della Consolata, ne emulò l’amore verso i sacerdoti e la sollecitudine per la loro formazione spirituale, intellettuale e pastorale».

 

 

 

 

IL CAFASSO DEVE ESSERE CONOSCIUTO

 

L’Allamano si è gradualmente convinto della santità dello zio don Cafasso. Come lui stesso ha deposto al processo di beatificazione: ne sentiva parlare con grande ammirazione dai parenti in casa, dai compaesani a Castelnuovo, dai sacerdoti più anziani quando era in seminario, prima come chierico e poi come direttore spirituale, e infine durante il ministero nel Convitto e al santuario della Consolata.

 

Convinto della santità dello zio, l’Allamano ha pensato che sarebbe stato un grande dono alla Chiesa di Torino e non solo, diffonderne la figura, la dottrina e la spiritualità. Quando era direttore spirituale in seminario, dietro consiglio di esimi sacerdoti, l’Allamano coraggiosamente ha incominciato a stendere una biografia del Cafasso, ma poi, per diverse ragioni, ha desistito. Aveva riempito 33 fogli, arrivando fino all’ingresso del Cafasso al Convitto. Lui stesso ha ammesso che la ragione principale che lo aveva convinto a non continuare era «il vedermi incapace di ben esprimere la stima e la venerazione che osservavo in quanti l’avevano conosciuto» (In TUBALDO I, o. c., I, p. 90, n. 228).

 

Anche Don Bosco aveva promesso di scrivere una biografia del Cafasso, che poi non ha realizzato, perché gli avevano portato via i documenti. Prima di morire, Don Bosco si è come giustificato con l’Allamano, incoraggiandolo a non desistere. Il Cafasso meritava una biografia subito. L’influenza di Don Bosco, ma soprattutto il sincero apprezzamento per il suo straordinario zio hanno convinto l’Allamano ad impegnarsi. Lo ha spiegato lui stesso: «Accolsi con riconoscenza il consiglio di D. Bosco […] e lo mandai ad effetto; ed ebbi davvero tante memorie che il Can. Colombero, Curato di S. Barbara, potè scrivere la prima vita del Cafasso» (In TUBALDO I., o. c., I, p. 544). In effetti la biografia scritta dal Colombero uscì nel 1895, dopo complicate vicende. L’impronta della mano del Fondatore, assieme a quella del Camisassa, è evidente. Lo stesso autore, scrivendo all’Allamano, riconosce che il volume « è in gran parte opera sua» (Lett., I, 561).

 

Ma prima della biografia, erano state pubblicate le meditazioni, nel 1892 e, un anno dopo, le istruzioni che il Cafasso aveva tenuto durante gli esercizi spirituali al clero. Lo scopo di queste pubblicazioni è dichiarato nella prefazione al testo delle meditazioni, a firma dell’Allamano: «[…] Prive ora queste prediche del calore e della vita che traevano dall’accento e dal gesto del sacro oratore, esse non parranno più che una pallida figura di quelle mirabili Meditazioni, le quali […] scuotevano profondamente le stesse anime più fredde, e lasciavano un’impressione incancellabile in chi le udiva anche una sola volta» (Lett., I, 448 – 449).

 

Così concludeva: «Nutro fiducia d’aver fatto cosa gradita ed utile ai venerandi colleghi nel Sacerdozio […], e così di poter cooperare in qualche modo alla continuazione del bene fatto dal venerato mio zio nella sua missione provvidenziale a vantaggio del clero» (Lett., I, 449).

 

Le reazioni a questo sforzo di far conoscere il Cafasso non sono tardate ad arrivare. È apparso presto evidente che l’impronta lasciata dal Cafasso era ancora molto viva. Persisteva, come si usa dire, una accertata “fama di santità”. Ed era una fama che meritava di essere ancora incrementata, perché non si limitasse ad una semplice ammirazione.

 

Sicuramente l’Allamano avrà gradito le numerose attestazioni di apprezzamento che ha ricevuto per le sue iniziative in favore della conoscenza del Cafasso. Possiamo dire, giacché lo conosciamo, che le ha gradite specialmente perché si è reso conto, per esperienza diretta, che fra i carismi che aveva ricevuto dallo Spirito, c’era anche quello di moltiplicare lo stile di santità sacerdotale propria del Cafasso. È come dire: collaborare perché la santità sacerdotale del Cafasso divenisse lo stile di vita soprattutto del clero. Anche su questo punto, zio e nipote si sono intesi bene ed hanno operato di comune accordo, uno dal Cielo e l’altro in terra!

 

Ecco qualcuno di questi ringraziamenti: «Hai fatto cosa non solo buona, ma ottima a stamparle: esse faranno al clero un gran bene. Se possiedi altri manoscritti di quel Sant’ Uomo, rendili pubblici; perché sarebbe un vero peccato che tesori così preziosi rimanessero nascosti»: don A. Fiore (Lett., I, 454).

 

«Nel leggerle parmi proprio di vedere quella bell’anima, ed udire la sua melliflua e fervida voce. Ella con averne procurata la stampa de’ suoi scritti ha ben meritato della Diocesi e del Clero»: teol. G. Moriondo (Lett., I, 456).

 

«Benché la memoria del compianto suo zio, Don Giuseppe Cafasso, durasse ancora viva e venerata presso il clero Piemontese che lo ebbe maestro di pietà e di sana dottrina morale, tuttavia la S. V. Ill.ma e Rev.ma ha fatto un insigne servizio […] pubblicando il mirabile volume»: Mons. F. G. Allaria (Lett. I, 459).

 

«Fra le tante e tante opere fatte dalla S. V. nel corso del suo santo ministero, io non dubito di affermare che questa, di dare alla stampa gli scritti del sempre compianto e immortale suo Zio, sia una delle più vantaggiose, specialmente per i tempi in cui viviamo»: P. I. Piattini (Lett., I, 463).

 

«Soddisfo ora al mio debito e ti ringrazio proprio di cuore e spero che quest’opera mi sarà utile, anzi mi sarà guida a pensare come il tuo santo Zio». Mons. G. B. Ressia (Lett., I, 473).

 

Concludo con il ringraziamento di don P. Matta, cugino dell’Allamano e nipote del Cafasso, che ci fa respirare un clima di famiglia: «Ti ringrazio pure del prezioso regalo: Meditazioni del nostro santo zio. Nel leggerle si rinnova in noi la stessa forte e salutare impressione, che si provava nel Santuario di Lanzo, quando uscivano dalla serafica bocca dell’autore. Questo lo sentii ripetere da molti. Mi rallegro pertanto con te del vantaggio arrecato al clero colla tua pubblicazione. Iddio secondi la tua pietosa e nobile impresa» (Lett., I, 483).

 

 

 

 

«COME PARENTE, NON DOVREI OCCUPARMENE

 

All’Allamano stava a cuore che il Cafasso venisse conosciuto non solo per la sodezza della dottrina ascetica e morale e per l’importanza delle sue numerose attività pastorali, ma soprattutto per la santità. Di qui si comprende il suo impegno per iniziare e accompagnare lo svolgimento della causa di beatificazione, prima a Torino e poi a Roma. Questa causa, a cominciare dal 1895, lo ha occupato moltissimo. Basta sfogliare i volumi della corrispondenza del Fondatore, per vedere quanti problemi abbia dovuto trattare per scritto con il Postulatore della causa presso la Congregazione dei Riti, come pure con i Cardinali, per le ponenze durante il processo, e con gli avvocati. Senza essere il postulatore, in pratica l’Allamano era il motore che faceva funzionare tutto, per cui ogni interessato si riferiva logicamente a lui.

 

Per approfondire la conoscenza della sintonia spirituale che si è formata tra zio e nipote, è utile capire il perché l’Allamano si sia avventurato in un impegno di cui non era facile prevedere la conclusione. È certo che, come lui stesso ha più volte spiegato, ha agito non a motivo della parentela, ma per un ideale più elevato: «Ho introdotto questo processo, posso dire, non tanto per affezione o parentela, quanto pel bene che può produrre l’esaltazione di questo uomo, affinché quelli che leggeranno le sue virtù, divengano bravi sacerdoti, bravi cristiani e voi bravi missionari» (Conf. IMC, I, 192).

 

Il Can. N. Baravalle, che conosceva molto bene l’Allamano, in una testimonianza extra-processuale, ha confermato questa motivazione: «Egli non si compiacque mai della parentela del Beato, e sovente durante la discussione della causa diceva: “Io, come parente, dovrei neppure accuparmene, e non è questo lo spirito che mi spinge; io lo faccio come Rettore del Convitto per cui essendo succeduto a Lui nell’insegnamento e nella direzione del Clero, è mio dovere segnalare al Clero le virtù e la santità del Cafasso» (Testimonianza, Arch. Della Postulazione).

 

Nel nostro ambiente erano chiare le vere motivazione che hanno mosso il Fondatore ad iniziare la causa. Così testimonia il P. D. Ferrero al processo: «Ricordo poi, che avendogli manifestato il nostro vivo desiderio della Beatificazione del Cafasso, anche perché era suo Zio, egli rispose: “Ah! Se fosse solo per il motivo che è congiunto mio, non avrei fatto tutto questo. È per la gloria di Dio» (Processus Informativus, IV, 479). E Sr. Francesca Giuseppina Tempo: «Parlando della beatificazione di suo zio Don Cafasso, diceva che si era interessato tanto, e tanto aveva lavorato e fatto pregare a questo scopo, anche perché fosse proposto a modello di virtù ai Sacerdoti che lavoravano per l bene delle anime» (Processus Informativus, I, 427). Il P. L. Sales attesta: «Quando gli si accennava la parentela sua col Cafasso, diceva: “che ciò lo umiliava, tanto se ne sentiva indegno”» (Processus Informativus, III, 457).

 

Anche la nipote Pia Clotilde ha rilasciato una testimonianza significativa: «Di ritorno da Roma, dopo la solenne beatificazione del Servo di Dio Giuseppe Cafasso, mi diceva confidenzialmente un giorno: “[…] Il Signore ha ispirato un Allamano ad iniziare questa causa: il l’ho seguita con fervore, ho lavorato, ho fatto volonterosamente tanti sacrifici. Nulla ho risparmiato per la gloria di Dio e per l’esaltazione del suo servo”» (in Arch. Postulazione, Testimonianze).

 

L’Allamano era conscio che il Cafasso poteva essere, non solo un modello di vita, ma anche un efficace intercessore presso Dio. Più di una volta ha invitato a rivolgersi a lui con la preghiera. La causa canonica, però, gli ha dato qualche preoccupazione, non tanto per provare l’eroicità della virtù, quanto per ottenere i due miracoli richiesti per giungere alla beatificazione. Non tutti i casi da lui proposti sono stati ritenuti degni di attenzione. L’Allamano invitava a pregare per ottenere grazie e miracoli per intercessione del Cafasso. Così scriveva a Sr. Giuseppina Battaglia, in convalescenza a casa, il 14 febbraio 1919: «Ti mando alcune reliquie e foglietti del nostro Venerabile per fargli fare tante grazie» (Lett., VIII, 294). Lui stesso agiva in prima persona. Tra tutti i casi, ne riporto uno abbastanza curioso, riferito dal Can. N. Baravalle durante il processo informativo. Si tratta della famiglia dell’avvocato Marchisio, la cui figliola era sordomuta: «Il Can. Allamano avrebbe desiderato per questa figliuola un miracolo per intercessione del Cafasso per la sua beatificazione. A questo scopo aveva invitato tutta la famiglia ad assistere alla ricognizione della salma del Cafasso. Quando invitò la famiglia suddetta ad avvicinarsi alle reliquie, il Servo di Dio era tutto assorto. Pose le sue mani con quelle della sordomuta sul teschio del Cafasso, invocando ardentemente il miracolo» (Processus Informativus, IV, 88). Per la guarigione di questa sordomuta l’Allamano ha anche fatto pregare, come risulta dalla lettera scritta al P. G. Gallea, superiore di casa madre, il 12 giugno 1919: «Da domani, incominciando la novena del nostro Venerabile, tutti i giorni fa recitare tre Pater, Ave gloria per la guarigione di una Sordo-Muta» (Lett., VIII, 390).

 

Per capire il vero pensiero del nostro Padre riguardo i miracoli, ascoltiamolo di ritorno da Roma, dopo la beatificazione dello zio. Racconta che i Cardinali, entusiasti del nuovo beato, gli avevano detto: «Ora tocca a voi farlo far santo, ottenendone i miracoli».Il suo commento fa capire che tra lui e il Cafasso c’era un’intesa ad un livello un po’ diverso: «Questo è un buon principio. E voi domandate grazie spirituali, queste piacciono più a lui e le fa più volentieri. Ma siccome queste non bastano domandate pure grazie materiali, soprattutto miracoli di chirurgia (si fa una novena, poi una seconda, una terza senza mai stancarsi). Soprattutto domandate vero spirito religioso» (Conf. IMC, III, 723).

 

Non si può concludere meglio queste riflessioni che rileggendo le delicate parole del Fondatore, con le quali termina la lettera circolare dell’11 maggio 1925, dopo la beatificazione del Cafasso: «Pregatelo anche per me affinché il Beato mi ottenga di finire la mia carriera e possa, a suo tempo, raggiungerlo nel bel Paradiso» (Lett., X, 285).

 

 

 

 

DUE INCONTRI SPECIALI

 

Il Cafasso e l’Allamano si sono certamente incontrati una volta sola, a Casteluovo, quando il fondatore aveva sei anni.. Tra di loro, però, si è creata gradatamente una comunione interiore, che è andata crescendo, fino a raggiungere un’intensità che noi riusciamo solamente ad intravedere.

 

A parte l’incontro di persona a Castelnuovo, mi piace evidenziare due altri incontri tra l’Allamano e il Cafasso, non più di persona, ma ugualmente molto intensi, che chiamerei speciali, per il loro significato spirituale. Li presento con le parole del Can. N. Baravalle, testimone diretto. Su di essi, ognuno può fare le riflessioni che ritiene più verosimili ed utili.

 

Un incontro speciale è stato sicuramente quello avvenuto poco prima della beatificazione del Cafasso, in occasione della composizione dei suoi resti mortali nella speciale teca che li contiene ancora oggi e davanti alla quale ci siamo inginocchiati più volte a pregare. Ecco la testimonianza processuale del Can. N. Baravalle, che era presente al fatto: «Si era alla vigilia della grande ed attesa festa della Beatificazione del Cafasso. Le sue reliquie erano state racchiuse in una bellissima maschera rivestita di preziosi indumenti sacerdotali, e si stava per farne il solenne trasporto dall’annesso Convitto al Santuario. A questa cerimonia […] la Chiesa dà la massima solennità, concedendo che le reliquie vengano accompagnate col baldacchino e con due incensieri. Presiedeva l’Arcivescovo, cui facevano pure corona parecchi Vescovi. Il Can. Allamano era il parente più prossimo del Beato, il promotore della Causa, il Superiore del Santuario e del Convitto, e si sarebbe atteso di veder procedere il Servo di Dio in tanta gloria rivestito delle divise canonicali, con posto distinto. Invece, il Servo di Dio venne con noi del Santuario dietro le sacre Reliquie, colla sola talare, portando la torcia accesa. Era sofferente, commosso ed esultante, ma nulla traspariva della sua santa esultanza. Si trascinava in modo così penoso, che ad un certo punto dovette appoggiarsi alla torcia che portava, ed io ero in pena che venisse meno. Giunto al Santuario, non ebbe posto distinto: si eclissò, e non ricomparve se non dopo la funzione per ringraziare le personalità intervenute alla funzione. Tale, del resto, era il suo proposito, di nascondersi sempre» (Processus Informativus, IV, 113 – 114). Certo, il Fondatore non aveva bisogno di nessun posto speciale. Il suo incontro con il Cafasso si realizzava ad un diverso livello, in un posto che nessun altro aveva ancora occupato.

 

Un altro incontro speciale tra zio e nipote avvenne nella basilica di S. Pietro, il 3 maggio 1925, giorno della beatificazione. Quello fu un incontro che, in un certo senso, pose definitivamente l’Allamano accanto al Cafasso e glorificò entrambi. Ecco alcuni tratti di una affettuosa testimonianza del Can. N. Baravalle, che si trovava con l’Allamano a Roma: «Il giorno della beatificazione fu per Lui una fatica immane per la sua salute precaria. Pure prese parte alla funzione del mattino e poi del pomeriggio come trasfigurato senza dimostrare stanchezza né fatica. I suoi occhi guardavano pieni di lacrime la gloria del Cafasso e poi si chinavano in ardente preghiera curandosi poco o nulla della folla e dei dignitari che presenziavano. […] Non è possibile descrivere la scena della presentazione ufficiale al Santo Padre […], (che) accolse con particolare effusione il Can. Allamano […]. Uscito il Santo Padre una turba enorme si accalcò non per vedere uno dei miracolati presenti, ma piuttosto per avvicinare il Nipote del Beato del quale i giornali aveva ripetutamente parlato. Trasportato da una marea e spinto in tutti i modi Egli sorrideva, benediceva e ringraziava per tante dimostrazioni alle quali non poteva sottrarsi. Nessuno ha goduto come Lui quella giornata […]. Il Can. Cappella che era con Lui a mensa coi Superiori maggiori dei Salesiani, era in grande apprensione per la salute del Rettore, perché si nutriva pochissimo e pareva vivere solamente di soddisfazioni spirituali» (Lett. X, 267 – 268).

 

In mezzo a quella solennità, dov’era veramente il cuore del nostro Padre? Lo confida lui stesso nella lettera circolare ai missionari e alle missionarie dell’11 maggio 1925: «Non è a dire che vi abbia ricordati tutti in quel solenne momento, in cui venne proclamato il Decreto Papale e venne scoperto il Santo Dipinto. Ho vivamente raccomandato al Beato il nostro Istituto, ed implorato per voi tutti le grazie necessarie ed utili alla vostra maggiore santificazione e per la conversone degli infedeli» (Lett. X, 284). In quel momento, nessuno si era accorto, ma il cuore del Fondatore era con i suoi figli e figlie, in Africa e in Italia.

 

Leggendo queste parole, dato che siamo nel mese della Madonna, mi viene spontaneo pensare ad un’altra lettera circolare, molto anteriore, scritta dal Fondatore ai missionari del Kenya, dopo le solenni celebrazioni del 1904 per l’ottavo centenario del ritrovamento dell’effigie della Consolata: «Se i chierici vostri confratelli furono giustamente orgogliosi di assumersi in quei giorni la rappresentanza di voi ai piedi della Consolata, io me ne feci un dovere specialissimo. Lasciai in certo modo da parte le altre mie attribuzioni per non ricordare che la mia qualità di padre di questa nuova Famiglia, e come tale vi presentai tutti e ciascuno di voi in particolare, a quella buona Madre, chiedendole instantantemente non tanto l’incremento materiale dell’Istituto, quanto la grazia che continuasse anzi crescesse in voi la volontà e l’impegno di santificare voi stessi, mentre zelate la conversione dei poveri infedeli» (Lett., IV, 226 – 227). Anche in quella solenne circostanza, nessuno certamente si era accorto di quella fuga spirituale dell’Allamano in Kenya. Alla Consolata ha chiesto la stessa grazia, che chiederà al Cafasso 20 anni dopo: che i suoi figli fossero missionari santi.

 

 

 

 

«IO HO L’IDEA DEL CAFASSO»

 

Indubbiamente S. Giuseppe Cafasso è stato uno dei modelli molto valorizzati dall’Allamano nella sua attività formativa, sia al Convitto che nell’Istituto. Certo, se prendiamo in esame la dottrina ascetica del Fondatore, contenuta nelle conferenze e nelle lettere, troviamo che il modello per eccellenza che addita è sempre Gesù. Difficile che parli di una virtù senza che spieghi subito come Gesù l’ha esercitata e proposta. Però, volendo stabilire una graduatoria non quantitativa, ma qualitativa dei modelli, direi che, dopo Gesù, si trova subito la Madonna e, dopo di lei, una serie di santi, tra i quali il Cafasso ha un posto di privilegio, che cresce col passare del tempo. Per noi è importante capire il perché di questo frequente ricorso del Fondatore allo zio.

 

Trovo una spiegazione plausibile in quella confidenza fatta dall’Allamano agli allievi, già nel lontano 1906, che è come una sintesi del suo ideale di vita sacerdotale: «I miei anni sono più pochi, ma fossero pur molti, voglio spenderli in fare il bene e farlo bene; io ho l’idea del Ven. D. Cafasso, che il bene bisogna farlo bene e non rumorosamente» (Conf. IMC, I, 116). Io ho l’idea del Cafasso: il Fondatore si rendeva conto di avere assimilato molti elementi della spiritualità del Cafasso. Nei mesi che verranno, proporrò dei confronti tra il pensiero del Cafasso e quello dell’Allamano su alcuni impegni fondamentali della vita cristiana. Credo che vi troveremo molta rispondenza, precisando, però, che il Fondatore ha una sua identità inconfondibile, che lo distingue da tutti i santi, compreso il Cafasso. Quando lui assume da un altro un punto di dottrina o uno suggerimento di vita, poco alla volta lo personalizza, tanto che poi è difficile stabilire ciò che appartiene alla fonte e ciò che è proprio dell’Allamano.

 

Che poi lo stesso Allamano, nella sua attività di educatore di sacerdoti, abbia valorizzato il Cafasso come modello, è largamente affermato dai testimoni. Riporto il pensiero di uno dei suoi più stretti collaboratori, il Can. G. Cappella, che così depone al processo: «Il Servo di Dio nella direzione del Convitto e nella formazione del Clero cercava di tener vivo in ogni modo lo spirito del Beato Cafasso, che verso il Convitto aveva tante benemerenze. […] Si richiamava sempre agli esempi del suo Beato Zio; ne ricordava le massime, da cui ne traeva le dovute applicazioni per la formazione dello spirito sacerdotale. Anche nelle conversazioni famigliari, sia coi Sacerdoti addetti al Santuario, e sia coi Convittori, soleva portare il discorso sulla vita e sulle opere del suo Santo Antecessore e congiunto. Anche a tavola sapeva portare il discorso sul Beato, tanto che io posso affermare di averne appresa tutta la vita dal suo racconto» (Processus Informativus, I, 198 - 199).

 

Gli stessi convittori si erano resi conto che il Cafasso veniva proposto dall’Allamano come un modello di prim’ordine. Afferma don A. Bertolo: «Nel convitto sotto il suo Rettorato aleggiava lo spirito del Beato Cafasso» (I, Processus Informativus, 112). Anche i convittori esterni avevano la stessa impressione. Attesta don G. Bechis: «Alla vigilia di Natale dell’anno 1905 ci accolse tutti noi esterni […] e mi ricordo che ai nostri auguri di Buon Natale Egli ci rispose, ringraziando non solo, ma raccomandandoci, sull’esempio del suo Beato Zio Cafasso, la devota celebrazione della S. Messa». E termina la testimonianza con questo giudizio lusinghiero: «Il Canonico Allamano era uno dei primi discepoli, non solo, del Beato suo Zio il Cafasso, ma anche uno di quei (sacerdoti) […], ove lo spirito del Beato Cafasso riviveva immutato e perfetto» (Arch. Postulazione, Testimonianze). Il P. Gallea afferma: «Nella sua mansione di Rettore del Convitto, cercò di far rivivere lo spirito ed il metodo del suo zio S. Giuseppe Cafasso» (Processus Informativus, III, p. 13).

 

Oltre al fatto che il Cafasso era per l’Allamano un modello elevato, ma anche facile da seguire per i sacerdoti, c’è un’altra ragione importante, secondo Mons. F. Perlo, che spiega il perché della sua insistenza sul Cafasso. Nella deposizione al processo, dopo aver affermato, in accordo con gli altri testimoni, che «Fu sua cura costante di conservare lo spirito del Beato Cafasso» (Processus Informativus, II, 611), Mons. F. Perlo continua: «aggiungo che l’opera per il Beato Cafasso da lui svolta aveva anche il compito di combattere e contrastare l’eresia giansenistica che tanto male aveva fatto nella vicina Francia, con minaccia di invadere il Piemonte» (Processus Informativus, II, 663). Credo che l’obiettivo dell’Allamano di tornare all’insegnamento della morale meno rigida di S. Alfonso, già insegnata dal Cafasso, si possa facilmente leggere tra le righe della lettera che ha scritto a Mons. Gastaldi, il 24 giugno 1882, per chiedere il ritorno del Convitto alla Consolata (cf. Lett., I, 140 – 145).

 

Nell’Istituto era accolto con favore il metodo del Fondatore di educare i suoi missionari, valorizzando lo spirito del Cafasso. Il P. G. Gallea, che è cresciuto in quel clima, ha affermato che per capire il concetto che l’Allamano aveva del sacerdozio e come intendeva educare i suoi missionari, «bisognerebbe leggere quello che S. Giuseppe Cafasso predicava negli esercizi spirituali al clero». Ed ecco come ha concluso: «Il Servo di Dio, pervaso totalmente dello spirito del suo Santo Zio, e, come lui, nato fatto per essere educatore del clero, sentiva profondamente la sua vocazione di dare origine ad una istituzione che facesse vivere in tutta la sua interezza l’ideale del Sacerdote, chiamato dal Cafasso: “raggio vivente della divinità su questa terra”» (Processus Informativus, III, 183).

 

Conferma di tutto ciò sono le parole del Fondatore, scritte dopo la beatificazione del Cafasso: «Egli è pure nostro speciale Protettore e come dite “vostro Zio”, e come tale lo dovete onorare ed imitare. […] Io penso con ciò di avervi procurato un gran mezzo di perfezione, e di avere in parte compiuta la mia Missione a vostro riguardo» (Lett., X, 284). Il Cafasso, per volontà dell’Allamano, è stato così dichiarato non solo protettore, ma anche modello dei Missionari e delle Missionarie della Consolata.

 

 

 

 

LE TRE VIRTÙ DELL’APOSTOLO

 

Le “tre virtù dell’uomo apostolico” del Cafasso sono diventate i “Tre ricordi ai partenti” per l’Allamano. Incominciamo da qui a confrontare zio e nipote su alcuni punti salienti della loro spiritualità.

 

Nella meditazione “Sopra la vita pubblica di Gesù Cristo” degli esercizi spirituali al clero, il Cafasso ad un certo punto afferma: «Se bramiamo cavar frutto dalle nostre fatiche [apostoliche], ecco le tre cose che ci sono indispensabili: 1. spirito di orazione, e di unione con Dio; 2. spirito di dolcezza, e mansuetudine; 3. spirito di totale e sincero disinteresse: queste sono le tre speciali virtù, che fece spiccare il nostro divin Redentore nel suo ministero» (L. CASTO (a cura), Giuseppe Cafasso, Esercizi spirituali al clero, Meditazioni, ed. Effetà, Cantalupa (To) 2003, p. 550). Più avanti riassume: «[…] lo che vuol dire, che l’uomo Apostolico deve essere Uomo di preghiera, tutto Carità, e che in tutte le sue azioni non abbia altro di mira che l’onore, e la gloria [di] Dio, e la salute delle anime» (ID, o.c., p. 564).

 

Il Fondatore si è trovato subito in sintonia con questa meditazione, perché gli era congeniale l’impostazione di fondo: dal modello per eccellenza che è Gesù scaturiscono le virtù proprie dell’apostolo. La forza dei suggerimenti sia del Cafasso che dell’Allamano deriva dal fatto che per entrambi il punto di partenza è la persona di Gesù, il modello per eccellenza. Il Fondatore ovviamente ha adattato le riflessioni del Cafasso alla realtà propria dei suoi missionari. Ecco il manoscritto della predica per la funzione di partenza di Don Morino, avvenuta al santuario di S. Ignazio il 6 settembre 1908: «Orbene N.S.G.C. nella sua Vita Apostolica esercitò a nostro esempio tre virtù principali, che sono come i caratteri dell’uomo apostolico. Lo dice il nostro Venerabile Cafasso, che lo predicò da questo altare [a S. Ignazio]. N.S.G.C. ebbe: lo spirito di preghiera, lo spirito di mansuetudine e lo spirito di distacco [il Cafasso dice: “disinteresse”] (V. Pred. Ven. Cafasso – Med. Vita pubblica)» (Conf. IMC, I, 264). Praticamente tutte le omelie o conferenze fatte in seguito, in occasione di partenze, sia di missionari che di suore, seguono questo stesso schema. È interessante notare come l’Allamano, quando poi sviluppa una ad una queste tre virtù, segua il filo di pensiero del Cafasso, adattandolo, però, alle esigenze della missione “ad gentes”.

 

La prima virtù dell’apostolo, dunque, è lo “spirito di preghiera”. Il Cafasso fa questo commento:«Ecco Signori miei qual deve essere in un uomo apostolico la grande preparazione […]: pregare prima di mettersi a lavorare, pregare mentre si lavora, pregare dopo aver lavorato: così fece il primo de’ Sacerdoti Cristo Gesù, così fecero gli Apostoli, così tutti gli uomini Apostolici, e così deve fare ogni Sacerdote, che voglia lavorare con zelo, e con frutto nella vigna del Signore» (ID., o.c., p. 551).

 

L’Allamano così spiega ai Padri Carlo Re e Giovanni Borello, partenti per il Kenya, lo spirito di preghiera: «Il primo ricordo adunque è questo: Siate uomini di orazione! Non avere mai paura di pregare troppo!...Io mi rallegro coi nostri missionari che tengon fermo sulle pratiche di pietà […]. Altrimenti, se non sarete uomini di orazione, sarete strumenti inetti della grazia di Dio…Intanto faremo del bene in quanto saremo uniti con N.S. […] Dunque, prima di tutto: spirito di orazione…Guai se vi dimenticherete di N. Signore» (Conf. IMC, III, 497). Ecco la conclusione: «Abbiamo bisogno di pregare e pregare molto, anche ed appunto perché siamo Missionari» (Conf. IMC, III, 722).

 

La seconda virtù dell’apostolo per il Cafasso è lo “spirito di dolcezza e di mansuetudine”. Così la commenta: «Oh se sapessimo quanto sia necessaria in noi questa virtù, e quanto importi; deduciamolo da questo: non si contentò il Signore di darci i luminosi esempi, sono pur tanti e patenti, ma pure non ne fu pago: ci ricordò d’imparare da lui ad essere mite, e mansueto; ma nemmeno questo bastò: nell’atto che mandò i suoi Apostoli e noi nella loro persona, ci fece avvertiti che non ci mandava come leoni a farci temere, a spaventare, a dominare, ma come tante pecorelle ed agnellini ad attirarci colla nostra dolcezza, e mansuetudine il cuore di tutti» (ID., o.c., 555).

 

Per l’Allamano: «L’esperienza prova che i nostri missionari in tanto fanno del bene in quanto sono mansueti; e qualche fatto d’ira accaduto ha allontanato gli indigeni, dicendo il missionario padre cattivo”» (Conf. IMC, II, 159). Il secondo ricordo che lasciava ai partenti, sulla scia del Cafasso, era precisamente: «lo spirito di mansuetudine, di carità, di pazienza» e commentava: «Ah, quanto è necessaria […]. Non se ne ha mai abbastanza. E quando dovremo avere questa mansuetudine? Sempre e con tutti […]. Allora il Signore benedirà le vostre fatiche!» (Conf. IMC, III, 497). Alla mansuetudine si può ricollegare anche la “delicatezza: «La nostra Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati» (Conf. IMC, III, 414).

 

Infine la terza virtù dell’apostolo per il Cafasso è lo “spirito di disinteresse”: «Finalmente il terzo esempio che ci lasciò il divin Redentore nella sua pubblica vita fu di un gran disinteresse: l’unica sua mira fu sempre quella di fare la volontà del suo Padre, di cercare unicamente il suo onore e la sua gloria. […] Oh! Se tutti noi, se tutti i sacerdoti fossero ripieni e guidati da questo spirito di distaccamento e di disinteresse, oh!, quanti disordini di meno, quanto bene di più si farebbe nel nostro Ministero» (ID., o.c., p. 558, 560).

 

Nel suo terzo ricordo ai partenti il Fondatore si distacca un po’ dal Cafasso. Pur insistendo anche lui sulla necessità di fare sempre la volontà di Dio, di agire unicamente per la sua gloria, all’inizio della missione dei suoi figli preferisce richiamare l’attenzione sul distacco, perché è convinto che il missionario deve essere un uomo “libero”: «Terzo ricordo: spirito di distacco…”Ma! Mi direte, che ci siamo distaccati dai parenti, da questa casa […] da tutti!…”, lo so! Ma fate ancora di più!…Distaccatevi anche da voi stessi, da tutte le comodità, e da tutte queste piccole miserie. Il signore penserà sempre a voi, come ha pensato allora agli Apostoli» (Conf. IMC, III, 498).

 

 

 

 

«DOMANDATE AL VENERABILE…»

 

Il valore della preghiera per un apostolo, assieme all’equilibrio tra azione e contemplazione, tra lavoro e preghiera, è stato un tema proposto con grande intensità dal Cafasso e dall’Allamano. Entrambi erano convinti che l’apostolato è valido solo se parte da una sincera comunione con Dio. La loro esperienza personale, poi, ne era una sicura conferma.

 

Il Cafasso ha trattato questo tema per i sacerdoti, durante gli esercizi spirituali, nella meditazione sulla «Vita pubblica di Gesù» Ad un certo punto, egli fa questa considerazione per chi dice che non ha tempo, né salute o voglia di pregare: « […] e non aveva da fare il Redentore, eppure che faceva: lasciava tutti, abbandonava ogni cosa, e si ritirava a solo per raccogliersi, e pregare, e con ciò species tibi datur…forma prescribitur [ti dà l’esempio] del come devi far tu» (ID. o.c., 566).

 

Il tema è ripreso, in maniera più ampia, nella istruzione sulla «Orazione» propria del sacerdote. Modello insuperabile è sempre Gesù: «Il divin Redentore, Capo e Maestro di tutti i sacerdoti, ogni qualvolta poteva godere qualche momento di respiro dalle continue sue fatiche, come leggiamo nel Vangelo, si ritirava e pregava». Più avanti, il Cafasso spiega «Che significa uomo di preghiera»: «Per dirlo brevemente ed in termini chiari, uomo di orazione vuol dire un uomo del mestiere. Come uomo d’armi, uomo di commercio, uomo di lettere, uomo di campagna, significa letteralmente e secondo tutti una persona dedicata, consacrata al maneggio delle armi, degli affari, allo studio delle lettere, alla coltura della campagna, così uomo d’orazione vuol dire un uomo che si è dato, che si è consacrato alla preghiera, e non soltanto di nome, ma che di essa fa la continua e giornaliera sua occupazione, i suoi pensieri dominanti, i suoi discorsi, le occupazioni sue tutte sono dirette alla preghiera. […] Osservatelo in casa, in chiesa, perfino nelle contrade, voi lo vedrete pregar continuamente: se studia, prega: se lavora, prega: se si diverte, prega: se mangia, se dorme, prega. Ma come può essere? È dunque sempre in ginocchio? – Non è necessario questo: egli prega, perché quel che fa, qualunque sia la cosa, lo fa con quel fine, cioè a dire per l’onore, per la gloria dl suo Dio; prega, perché di tanto in tanto si ricorda di Dio, pensa a Lui, si slancia verso di Lui, parla con Lui» (S. GIUSEPPE CAFASSO, Esercizi spirituali al Clero, ed. Paoline, Alba 1955, pp. 406 – 407).

 

L’Allamano è stato colpito da queste riflessioni, soprattutto dall’affermazione che la preghiera è il “mestiere” del sacerdote. Nella conferenza agli allievi del 21 novembre 1915, ha spiegato l’importanza della preghiera per il missionario proprio a partire da questa affermazione del Cafasso: «Specialmente è necessaria l'orazione ai sacerdoti ed ai missionarii. Essi devono essere uomini di preghiera, direi del mestiere, per sé e per le anime loro commesse (V. Ven. Cafasso, Istruz. sull'Oraz.)» (Conf. IMC, II, 415). Questo è il suo manoscritto, ma a viva voce la spiegazione è stata più incisiva: «Il nostro Ven. Cafasso del Sacerdote, e noi diciamo tanto più del Missionario, diceva che doveva essere un uomo di preghiera; le parole sono un po' materiali, ma come si dice: un uomo è del tal mestiere, così possiamo dire per esprimere la necessità che ha il Sacerdote di pregare» (Conf. IMC, II, 417).

 

Sempre nel contesto di questa conferenza, il Fondatore ha fatto un’affermazione molto forte sul rapporto tra preghiera e lavoro: «Il Ven. Cafasso diceva che aveva paura di chi lavorava troppo nel ministero» (Conf. IMC, II, 418). Basandosi sullo stesso suo manoscritto e nello stesso giorno, egli è stato addirittura più esplicito con le suore: «Il Ven. Cafasso diceva: Mi fan pena i sacerdoti che han troppo da lavorare... Se si prega di più, si lavora poi di più, si studierà più in fretta... Ma non dire: Chi lavora prega... Non è vero; cioè è giusto e falso: è giusto se fatto per obbedienza, perché è volontà di Dio. Per esempio, in cucina, quella che sta sotto mentre le altre sono in chiesa, lo fa per dovere, manda qualche aspirazione a Dio, si unisce alle altre: è preghiera. Ma quando si fa per capriccio... quando uno si carica di lavoro, per volontà propria, che alla sera si sente stanco e si lamenta di non aver potuto pregare, allora…Possibile che in quei casi ci sia uno zelo così discreto, così puro? […]. Il Ven. Cafasso diceva: Il mestiere delle persone consacrate a Dio è pregare. - Bisogna che siamo persone di orazione, che tutto quel che facciamo l'indirizziamo a Dio»ۚ (Conf. MC, I, 231).

 

Il modello più convincente di intensità nella preghiera e di equilibrio tra lavoro e preghiera, anche per l’Allamano, è Gesù. Seguendo quasi alla lettera lo sviluppo della meditazione del Cafasso sulla vita pubblica di Gesù, fa queste riflessioni: «N. Signore si preparò alla Sua Celeste missione colla preghiera nella casa di Nazaret e prossimamente con quaranta giorni nel deserto. Durante poi le sue fatiche apostoliche si ritirava di tanto in tanto a pregare, e vi passava anche le notti intiere: erat pernoctans in oratione Dei. E durante il lavoro apostolico sollevava sovente gli occhi e la mente al Suo Eterno Padre. Perché così fece Gesù, che essendo Dio era sempre unito al Padre, quindi non aveva bisogno di tali esterne dimostrazioni di preghiera? […] (V. Pred. cit.). Che pensare, che dire di quei missionari che credono di adempiere all'offizio di apostolo con girare, lavorare e fare molte cose e molto rumore, lasciando perciò o diminuendo gli esercizi di pietà colla scusa del molto lavoro? Gesù aveva più a fare che noi..., doveva in tre anni compiere la Sua missione ben più alta ed estesa della nostra, eppure si ritira e prega, e con ciò non teme di perdere tempo o sottrarlo al maggior bene delle anime per cui era venuto dal Cielo» (Conf. IMC, I, 265).

E per finire ascoltiamo questo interrogativo, un po’ provocatorio, che il Fondatore pone agli allievi: «Domandate al Venerabile se ha lasciato qualche volta il breviario, il rosario, la meditazione perché aveva molto da fare! Se non aveva tempo di giorno, faceva di notte. […] Insomma, è tanto facile scambiare le cose: prima di tutto fare santi noi, e poi prima pregare e poi fare del bene agli altri, e non lavorare, lavorare, lavorare solo» (Conf.- IMC, II, 608).

 

 

 

 

«CHI SALVERÀ PIÙ ANIME?»

 

L’interrogativo: “Chi salverà più anime” è del Cafasso e anche dell’Allamano. Il vocabolario è quello del loro tempo, ma il suo contenuto è evidente e più che mai valido. Così come suona, entrambi lo hanno pronunciato con convinzione: il Cafasso, durante la meditazione conclusiva degli esercizi spirituali ai sacerdoti; l’Allamano, in un allegro incontro con gli allievi a Rivoli.

 

Prima di ascoltare le loro parole, è conveniente ricordare che la spiritualità del Cafasso e quella dell’Allamano erano di tipo attivo. Essi erano apostoli in contatto con la gente, impegnati in molte e importanti opere, tanto da suscitare ammirazione, come lo stesso Fondatore ha dovuto riconoscere. Tuttavia, non si sono lasciati soverchiare dall’attivismo ed hanno saputo armonizzare, in modo spontaneo ed integrale, la contemplazione con l’azione, la preghiera con il lavoro.

 

È sintomatico che uno degli ultimi ricordi del Cafasso rilasciati ai sacerdoti al termine degli esercizi spirituali riguardi proprio l’impegno per la salvezza eterna dell’uomo. Ecco le sue parole: «E chi di noi, fratelli, siamo qui un certo numero, chi di noi salverà più anime, chi di noi in paradiso avrà una maggior corona d’anime da noi salvate, ecco finalmente l’ultimo pensiero con cui finiremo. Chi sarà? Né io, né voi al momento possiamo saperlo, ma il desiderio di salvarne molte, l’impegno di poter esser quel tale lo possiamo avere tutti […] Anime adunque, fratelli, anime, pel cielo. Datemi anime, o Signore andava ripetendo S. Francesco di Sales, anime o Signore, se volete che io provi un po’ di contento in questo mondo. […] Sia che preghi un Ecclesiastico, sia che studi, sia che lavori, questa deve essere la sua mira, il suo oggetto: anime e non altro» (ID., o.c., 715 – 716).

 

Il discorso sulla salvezza delle anime come obiettivo del ministero sacerdotale il Cafasso l’ha fatto anche in altri contesti. Ne riporto uno, desumendolo dall’istruzione intitolata «Conforti e consolazioni del sacerdote». Un consolazione per il sacerdote è lavorare per la gloria di Dio: «Il suo pensiero, la sua occupazione, il suo affare è questo: procurare, aumentare, dilatare la gloria del Signore sulla terra; strappare le anime dall’inferno e radunar gente per il Cielo; sforzarsi continuamente per risparmiar qualche offesa al suo Signore e far sì che vi sia qualche peccato di meno in questo mondo» (GIUSEPPE CAFASSO, o.c., 601). Ed ecco la conclusione: «Anime e peccati, ecco tutta la conclusione, tutto il termine del mio dire; anime e peccati, ecco i due anelli tra cui racchiudo quanto sono andato dicendo in questi giorni. Dammi anime, o Signore, diciamo con quell’apostolo di carità, S. Francesco di Sales, dammi anime da salvare. Dammi peccati da combattere, da sterminare» (ID., o.c., 608 – 609).

 

Sicuramente tra l’Allamano e lo zio si scorge una grande sintonia su questo terreno, addirittura nel modo di porgere i pensieri. Così pensava l’Allamano: «Il Ven. Cafasso: “Lavoriamo, diceva, ci riposeremo in Paradiso”: Le stimava Egli le anime! Aveva lo zelo che proviene dalla sete delle anime» (Conf. IMC, III, 661).

 

Come il Cafasso, anche il Fondatore rivolge la stessa domanda sulla salvezza delle anime, non ai sacerdoti, ma ad un bambino, secondo una curioso racconto di P. L. Sales alle suore. Ascoltiamolo: «Quando eravamo chierici, tutte le settimane facevamo la passeggiata a Rivoli, e giunti alla villa ci mettevamo seduti sulle panche a semicerchio intorno al Can. Allamano che ci intratteneva con pensieri spirituali. Era ricchissimo di pensieri. Quella volta, c’era anche la signora Rosanna, benefattrice dell’Istituto, e il Padre la fece sedere accanto a lui, e noi chierici tutti insieme. Questa signora aveva un bambino come quelli della vostra scuola materna, e il Can. Allamano gli dice: “Senti, fammi un po’ passare tutti e indicami quello che salverà più anime”» (cf. Spigolature...).

 

La dizione “salvare le anime”, sulla bocca del Fondatore, trova alcune variazioni efficaci, come: ”convertire le anime”, “santificare le anime”, “mandare in paradiso le anime”. Per l’lui si tratta ovviamente di «Salvare quelle anime che nessuno vuol salvare, a cui nessuno pensa», cioè le anime degli “infedeli” (Conf. IMC, III, 661).

 

Merita notare questa dimensione missionaria che il Fondatore ha saputo abitualmente imprimere alle sue parole, perché fa parte della sua identità più profonda di padre di missionari. Per esempio: «Solamente facendo voi santi e grandi santi, potrete ottenere il secondo fine del nostro Istituto: salvare, salvare molte anime infedeli» (Conf. IMC, I, 423); «L’Istituto confida molto nelle vocazioni di sacerdoti, (che) vedendo più che sufficiente il loro numero per la cura delle anime nei nostri paesi, pel desiderio di salvare maggiori anime, per cui si sono fatti sacerdoti, generosamente sacrificano […] una già acquistata posizione per correre a salvare tante anime che ancora giacciono nelle tenebre dell’infedeltà, per cui N.S. Gesù Cristo è pure morto» (Conf. IMC, II, 19). «Questo è lo scopo del sacerdote e del missionario: zelare la gloria di Dio colla salute delle anime» (Conf. IMC, III, 461).

 

In questo contesto è logico ricordare l’abbondante ricorso dell’Allamano alla celebre frase di S. Francesco di Sales, che pure il Cafasso conosce bene: “Dammi anime, togli il resto”, che gli serve per spiegare la necessità che un missionario senta la “sete delle anime”. Così esortava i Padri G. Aimo-Boot e G.B. Rolfo in partenza per le missioni, il 3 dicembre 1908, festa di S. Francesco Zaverio: «Ecco, miei cari, la sete che dovete avere di anime. Dite anche voi con un altro San Francesco: da mihi animas, coetera tolle: anime, Signore, e nient’altro» (Conf. IMC, .I, 279).

 

 

 

 

IL VERTICE DELL’INTESA

 

L’intesa che stiamo ammirando tra il Cafasso e l’Allamano riguarda in certo senso tutta la loro spiritualità, ma ha un vertice, che mi pare espresso dalle parole già riferite del Fondatore: «Io ho l’idea del Ven. D. Cafasso, che il bene bisogna farlo bene e non rumorosamente» (Conf. IMC, I, 116).

 

“Il bene fatto bene”, “fare bene il bene”, ecc., sono espressioni familiari nel nostro ambiente, che il Fondatore ha ereditato dallo zio, facendole proprie e proponendole a noi come la via maestra per raggiungere la santità missionaria.

 

Effettivamente, come costante della pedagogia del Cafasso c’è proprio la convinzione che la santità consiste nel vivere “bene” la realtà ordinaria di ogni giorno e non nel “fare cose straordinarie”. Basta leggere le meditazioni e le istruzioni che teneva durante gli esercizi spirituali per rendersi conto che il Cafasso proponeva questo tipo di cammino verso la santità, perché lo riteneva “concreto”, “facile” e “completo”. Non è fuori posto ritenere che il Cafasso, a sua volta, su questo punto fosse in sintonia con la spiritualità di S. Francesco di Sales.

 

C’è una meditazione del Cafasso, riservata all’ultimo giorno degli esercizi, intitolata “Sopra le occupazioni giornaliere”, che sostanzialmente tratta solo di questo tema. Merita rileggerne qualche brano, perché probabilmente essa è stata la principale fonte di ispirazione per il Fondatore: «Già noi dobbiamo essere santi […]; ma sapete voi chi intenda io per santo, e chi lo sia? Io intendo per santo, e lo è realmente quel sacerdote che si occupa in ministeri, in azioni proprie del suo stato, anche comuni, ed ordinarie; non solo si occupa, ma si preoccupa, e fa quanto può per farle bene: qual è la vita di un buon sacerdote, come passa i suoi giorni? Prega, celebra, studia, confessa, predica, istruisce, consola, consiglia, visita, si solleva, ecco la tela delle occupazioni di un buon sacerdote: niente di straordinario, niente di rumoroso, tutto comune, ordinario» (ID. o.c., 684). Questo testo è barrato dal Cafasso stesso, il che significa che forse non lo ha pronunciato, ma contiene il suo vero pensiero, espresso sotto tante angolature differenti, come risulta da tutta la meditazione.

 

Più avanti il Cafasso insiste sul suo pensiero: «Nemmeno poi è necessario che il sacerdote faccia nel suo stato opere grandi e strepitose per essere un vero e santo Ministro Evangelico: le opere grandi sono poche, e pochi sono chiamati a farle, ed è alle volte una grande e funesta illusione voler tendere a cose grandi e frattanto si trascurano le comuni, le ordinarie. […] Opere adunque di zelo, di gloria di Dio, e della salute delle anime, ma opere comuni, ordinarie; dico comuni non già che sien tali per loro natura, giacché la minima cosa divien massima quando sia diretta a quel fine, ma le chiamo comuni, per intendere quelle che giornalmente sono alla mano» (ID, o.c., p. 686).

 

Ed ecco la vera fonte d’ispirazione per il Cafasso, come sarà per l’Allamano: «Con ciò però non crediamo che basti per essere un vero sacerdote passare i nostri giorni in azioni tali, io direi che sarebbe il meno: il meglio anzi il tutto sta nel farle bene, di modo che di un sacerdote si possa dire a proporzione quello che dicevasi del figliuol di Dio. Marc. Cap. 7 che ha fatto bene tutte le cose» (ID., o.c., p. 687). Queste parole sono seguite da altre barrate, ma molto significative: «Da ciò veda ognuno quanto importi l’impegnarsi a far bene le cose comuni, e quanto ci debba esser consolante il sapere che la nostra santità, e perfezione ci sia tanto alle mani, ed in una cosa così facile, e domestica» (ibid.). Il Cafasso non si limita a queste affermazioni, ma prosegue ad indicare che cosa significhi fare “bene” le cose ordinarie: «Che cosa adunque si ricerca per farle bene? Io le riduco a due: 1. farle unicamente e puramente per Dio. 2. farle estremamente in un modo che sia degno di quel Dio, per cui le facciamo. Primieramente fare le nostre azioni tutte quante solo per Dio» (ID. o.c., p. 688).

 

A parte il linguaggio un po’ anteriore nello stile, non ci pare di risentire il Fondatore? Sappiamo che lui si ispirava a due serie di modelli: anzitutto al modello per eccellenza che è Gesù («Ha fatto bene ogni cosa»: Mc 7,37), assieme a Maria, nel mistero della Visitazione; poi anche a modelli umani, in particolare a S. Francesco di Sales e al Cafasso. Sentiamo l’Allamano stesso in due testi, che ritengo tra i più illuminanti:

 

Nella conferenza del 3 settembre 1916, tutta sul commento a Mc 7,37: «Nel S. Vangelo della Domenica passata, si racconta il miracolo di N. S.G.C, della guarigione di un sordo-muto. A questo fatto le turbe meravigliate..., esclamarono: bene omnia fecit—fece tutte le cose bene. Pare che come conseguenza dell'accaduto, dovessero dire: fece cose grandi, miracolose... No, ma: bene omnia fecit. Con queste tre parole fecero molto miglior elogio, affermando che Gesù non solo nelle cose straordinarie, ma anche nelle ordinarie e comuni faceva tutto bene. Vediamo come veramente N.S. in tutta la sua vita fece bene ogni cosa; per poi vedere se noi pure, imitandolo facciamo tutto bene» (Conf. IMC, II, 668).

 

E durante il ritiro mensile del 2 luglio precedente, festa della “Visitazione di Maria SS.”: «Lo scopo di S. Francesco di Sales era che (le sue suore) conducessero una vita ordinaria, non aspre penitenze, non digiuni…[…]. Voi dovete condurre una vita ordinaria come la Madonna; sarà stato quello di assistere S. Elisabetta, […], accompagnare S. Giuseppe, quando tornava guardare il bambino, quelle cose lì…in quei tre mesi, la Madonna ha fatto la vita ordinaria. Ha fatto tutto lo straordinario nell’ordinario. Come il nostro Venerabile si diceva che vivendo ordinariamente faceva le cose in modo straordinario. Così la Madonna, faceva come le nostre buone donne, che vanno ad aiutare le vicine, comperare, faceva quello che deve fare una buona donna in casa, come una buona serva. Perciò non faceva cose straordinarie, e S. Francesco non voleva che le sue suore facessero miracoli, ma solo bene le cose ordinarie» (Conf. IMC, II, 626).

 

 

 

 

HANNO PERCORSO LA STESSA STRADA

 

Che l’Allamano abbia comminato sulle orme dello zio, pur conservando una sua spiccata e riconoscibile personalità, credo che sia risultato evidente dalle riflessioni che ho proposto durante questi mesi. Stando alla documentazione, si deve riconoscere che zio e nipote si sono rassomigliati in tante virtù. Ovviamente è stato il nipote che, entusiasta della personalità spirituale dello zio, ne ha assunto e maturato convinzioni e atteggiamenti, evidenziando quanto gli era più congeniale interpretando i contenuti in senso missionario per i suoi figli e figlie. È impressionante come il Fondatore conoscesse bene il Cafasso e quante volte lo abbia nominato durante le conferenze, ripetendo il famoso ritornello: «Il Ven. Cafasso diceva…».

 

Ecco, schematicamente, qualche esempio di virtù o di atteggiamenti per i quali il nipote ha attinto dallo zio, proponendolo come modello sicuro.

 

Speranza e confidenza in Dio. Per l’Allamano il Cafasso è maestro di speranza e di confidenza in Dio: «Il nostro Venerabile aveva tanta speranza, sua caratteristica, da infonderla anche nelle anime disperate, come scrisse D. Bosco» (Conf. IMC, II, 337; cf. anche, II, 156 – 157; III, 188). Agli allievi, con evidente soddisfazione, fece questa confidenza circa il processo di beatificazione del Cafasso,: «Quando si trattava di rispondere alla domanda: quale fosse la sua virtù principale, s’imbrogliavano; tutto era principale, poi han detto che la principale era lo zelo per la salute delle anime. Altri dicevano che era la confidenza in Dio: infatti di confidenza ne aveva per sé e per gli altri» (Conf. IMC, III, 530). Il P. G. Gallea, nella deposizione processuale, afferma del Fondatore: «È indubitato che il Servo di Dio sia stato adorno della virtù della speranza soprannaturale nella quale cercò di riprodurre in sé lo zio S. Giuseppe Cafasso. […] E prendeva dal Cafasso le frasi più incisive ed atte a ravvivare la speranza e la piena fiducia nella misericordia di Dio» (Processus Informativus, III, 103).

 

Dono del consiglio. Ecco un’altra deposizione del P. G. Gallea: «Le doti che lo rendevano consigliere così ricercato sono, per quanto sperimentai io stesso, quelle stesse che possedeva San Guseppe Cafasso, e che il Robilant elenca come segue: “capiva subito la questione fino a fondo, e pare che piuttosto la intuisse; prontezza, brevità e chiarezza nel rispondere: parola eminentemente autorevole; risultati soddisfacenti nel seguire il suo consiglio”» (Processus Informativus, III, 143). È davvero sintomatico che per illustrare il dono del consiglio nell’Allamano il P. Gallea si limiti a riferire le parole che il Robilant aveva usato per il Cafasso!

 

Ministero della Confessione. Il Can. G. Cappella così depone: «Lo zelo che (l’Allamano) dimostrò per il ministero delle confessioni, conferma quanto egli aborrisse il peccato e si adoperasse per salvare il peccatore. Modellato alla scuola del Beato Cafasso, suo zio, […] il Servo di Dio si prestava molto volentieri a confessare. Ancora negli ultimi anni, non era mai che si lagnasse di dovere fare ripetutamente le scale quando fosse chiamato a confessare. [… Nel confessare era breve, preciso; […] praticava costantemente il metodo del B. Cafasso, per procurare maggior profitto delle anime, e maggior guadagno della gloria di Dio» (Processus Informativus, I, 265, 267).

 

Modestia e temperanza. Ancora la deposizione di P. G. Gallea: «Nel Servo di Dio rifulse pure la virtù della temperanza. Moderò il suo portamento esteriore in modo che una delle sue qualità caratteristiche consisteva in quella decenza e proprietà di portamento da riprodurre, anche in questo, molto da vicino la modestia dello zio, San Giuseppe Cafasso» (Processus Informatvus, III, p. 173).

Il Cafasso, all’inizio dell’istruzione sulla modestia, si pone questo quesito: «Quale deve essere esternamente un sacerdote, e che cosa ci vuole per formarlo? Egli deve essere un raggio, uno specchio della divinità. Quel Dio, che è invisibile ad occhio umano su questa terra, ha voluto in certo modo porgere agli uomini il conforto della sua presenza, affinché quasi rimirarlo, avvicinandosi a lui e parlargli; e perciò che fece? Scelse un uomo, lo separò dal resto degli altri, lo rivestì dei suoi poteri e lo elevò tant’alto da costituirlo suo ministro e rappresentante in terra» (S. GIUSEPPE CAFASSO, Esercizi spirituali al clero, cit., pp. 261 – 262).Questo principio l’Allamano lo ha trasferito al missionario. Così scrive al P. A. Dal Canton in Kenya: «Tu ben sai quale spirito io desideri dai nostri missionarii. Che siano ben fondati nello spirito di Fede, sicché operino per Dio e nella loro condotta rappresentino Dio stesso in faccia ai neri. Se puoi averla leggi la predica sulla modestia del nostro Venerabile» (Lett., VI, 421).

 

La Madonna vicina in punto di morte. Merita di essere ancora ricordato un aspetto legato alla nostra spiritualità mariana. Il Fondatore diceva: «Desideriamo che Maria SS venga ad assisterci in punto di morte. I Santi lo desideravano. Il Ven. Cafasso diceva: Ah se potessi averla accanto al letto di morte!... E l'ha avuta» (Conf. IMC, III, 169). Di fatto il Cafasso, nella meditazione sulla morte del giusto, rivolge questa implorazione alla Madonna: «Oh!...fosse un po’ vero, o cara Madre, che nelle mie agonie […] vi vedessi con questi miei occhi a comparire; oh che speranza mi darebbe un’occhiata di quei vostri occhi, una parola sola che sortisse da quelle labbra […]» (ID., o.c., 371). Ancora il Fondatore: «Se la Madonna mi dicesse: Vuoi sentirla la mia voce? – No, no, direi, la sentirò poi in Paradiso: Se vuol venire ad assistermi in punto di morte, bene; questo lo desidero» (Conf. MC, III, 405). Sr. Emerenziana Tealdi depone al processo: «Soleva il Servo di Dio ricordare che il Beato Cafasso era solito recitare un’Ave Maria per ottenere la grazia di vedere la Madonna in punto di morte; ci suggeriva di fare altrettanto per avere anche noi quella grazia segnalatissima» (Processus Informativus, II, 554 – 555).

 

Concludo con la testimonianza della nipote Pia Clotilde: «Ricordo le parole rivoltegli dal Card. Gamba poche ore prima della sua morte: “Canonico, la Consolata che ella ha servito per quarantatre anni, è sulla soglia del Paradiso che lo attende”. Ed egli sorrideva guardandone l’effigie» (Processus Informativus, II, 941, 929). .2

 

 

 

 

SPAZZATI VIA GLI ULTIMI AVANZI DEL GIANSENISMO

 

Il rapporto tra IL Cafasso e l’Allamano assume una colorazione speciale se teniamo conto che, fin da chierico, il nipote ha iniziato a scrivere una biografia dello zio, che però non ha terminato, interrompendola all’inizio del libro secondo. Le ragioni dell’interruzione sono state spiegate da lui stesso nella deposizione al processo canonico di beatificazione del Cafasso: «Se non ché per ragione delle mie molte occupazioni come Direttore Spirituale del Seminario Metropolitano, e poi Rettore della Consolata, dovetti sospendere quel lavoro. Un motivo anche di questa sospensione fu di non sentire in me quell’entusiasmo che osservava in quanti l’avevano conosciuto, verso il Servo di Dio» (cf. TUBALDO I., Giuseppe Allamano…, I, 90). In realtà, l’Allamano si rendeva conto di non essere uno scrittore dalla penna facile e, quindi, di non essere in grado di compiere un’opera proporzionata alla stima di cui era circondato lo zio.

 

Questo “pezzo” di biografia del Cafasso si suddivide in due libri. Il primo è così intitolato: «Dalla nascita al suo ingrasso nel Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d’Assisi in Torino». Il secondo, che non ha un titolo proprio, inizia subito con il capitolo 1°: «Giansenismo: - sua natura; - male che fece specialmente in Francia; ed in stretta forma nell’antico Piemonte; - S. Vincenza de’ Paoli lo combatté nascente, S. Alfonso è suscitato a spegnerlo». È interessante domandarsi: perché il Fondatore, volendo descrivere la personalità apostolica del Cafasso, prima di parlare di altri aspetti importanti, ha voluto mettere in luce, per prima cosa, il suo contributo decisivo a debellare il Giansenismo? Anche se non si è sentito in grado di descriverlo, perché proprio lì si è fermato, tuttavia sembra evidente che l’Allamano riteneva questo uno dei più grandi meriti del Cafasso. E, quando è toccato a lui insegnare la teologia morale nel Convitto, si è posto, senza titubanze, sulla stessa linea del Cafasso, rifiutando i trattati dell’Arcivescovo, che proponevano una morale più rigida.

 

 

Il Cafasso diede un gran colpo al Giansenismo. Per comprendere pienamente l’azione del Cafasso contro il rigorismo morale, è necessario tenere conto del suo insegnamento sulla speranza e confidenza in Dio. Come maestro di teologia morale, il Cafasso ha seguito la dottrina di S. Alfonso ed ha lottato con tutte le forze contro il Giansenismo. In pratica, in campo di giudizio morale, ha abbracciato la “benignità” e la “misericordia”, ripudiando la ”durezza” e la “rigidità”. Questa sua prerogativa è stata universalmente riconosciuta ed, effettivamente, è uno dei suoi meriti principali come maestro del clero e guida di coscienze. Uno dei testimoni al processo ha deposto che la speranza del Cafasso fu l’arma con cui «diede un gran colpo al Giansenismo» (L.N. DI ROBILANT, San Giuseppe Cafasso, Ed. Santuario della Consolata, Torino 1960, p. 74).

 

L’Abate L. N. Di Robilant, nella biografia, scritta su incarico dell’Allamano, ha un capitolo intero su questo argomento, intitolato: “Il Giansenismo” (L:N: DI ROBILANT, o.c., pp. 74 – 99). In esso, oltre alle testimonianze, riporta molte espressioni del Cafasso in difesa della “benignità” e contro il “rigorismo” morale. Ecco le parole stesse del Cafasso: «Queste anime il diavolo non le può vincere con gli allettamenti del mondo, e guarda di superarle con chiudere il loro cuore; […] l’uomo tanto fa quanto spera, la speranza è quella che dà la vita, e non è meraviglia, se si vive male quando si spera poco» (L:N: DI ROBILANT, o.c., p. 75).

 

 

L'Allamano ereditò lo spirito del Cafasso. Al Fondatore piaceva questo capitolo sul Giansenismo della biografia dello zio. Nel suo manoscritto per la conferenza sulla “Speranza” del 3 novembre 1912, annota: «La speranza e confidenza in Dio fu la caratteristica di D. Cafasso. Basta leggere il capo della di lui vita sul Giansenismo» (Conf. IMC, I, 455). E nello svolgimento è stato altrettanto preciso: «Così possiamo dire del Ven. Cafasso per la speranza e confidenza in Dio. Questa è la sua virtù specialissima, la sua virtù eroica. Rileggete quel capitolo della sua confidenza in Dio, dategli uno sguardo» (Conf. IMC, I, 557). Notiamo che il capitolo del Di Robilant sul “Giansenismo” per il Fondatore è diventato il capitolo sulla “Confidenza in Dio”.

 

Che cosa significhi questo atteggiamento del Cafasso lo ha spiegato il Fondatore alle suore, in un modo elementare, nella conferenza del 15 dicembre 1918 sulla “Speranza e confidenza in Dio”: «La caratteristica del Ven. Cafasso era la confidenza, perciò egli combatté molto il Giansenismo. Il Giansenismo era destinato a scoraggiare le anime. Allora si diceva: Andare alla Comunione? Ah! Guai a te; e se si facesse una confessione, una Comunione mal fatta? – E così con quelle paure, con quei timori, allontanavano la gente dai Sacramenti. Il nostro Venerabile era destinato a staccare le ultime tracce del Giansenismo in Piemonte» (Conf. MC, II, 442).

 

Anche con gli allievi missionari il Fondatore ha trattato questo aspetto nella conferenza del 22 agosto 1915 su “Fede – Speranza – Carità”: «Possiamo farci santi e non dobbiamo aver paura di sperare molto. Il carattere del Venerabile era la confidenza in Dio. E l’ho deposto anch’io nei processi. Il Signore voleva cancellare per mezzo suo gli ultimi avanzi del giansenismo e perciò lui aveva questa virtù e ne aveva tanta da infonderla anche negli altri, e l’infondeva anche nei disperati, e lui li faceva andare dritti in Paradiso» (Conf. MC, II, 339). Di questo influsso positivo del Cafasso si erano accorti anche a Roma. Il Fondatore, parlando alle suore, ha riportato il pensiero ammirato del Card. G. Van Rossum, Prefetto di Propaganda Fide: «Mi disse che Don Cafasso è il S. Alfonso del Piemonte» (Conf. MC, II, 539).

 

1 Il sac. Edoardo Bosia, nella deposizione al processo diocesano, afferma: «Il Servo di Dio non solo era insegnante di Teologia, ma fu pure direttore del Convitto, nella quale mansione conservò ed emulò lo spirito del Beato Cafasso, tanto che lo si chiamava Don Cafasso redivivo»: Processus Informativus, I, 71.

2 Processus Informativus, II, 941, 929.

 
DEPOSIZIONE DELL' ALLAMANO AL PROCESSO DEL CAFASSO PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Allamano   
Martedì 08 Febbraio 2011 09:28

L'ALLAMANO RACCONTA LA SANTITÀ DEL CAFASSO

DEPOSIZIONE AL PROCESSO CANONICO

 

0a1

 

Il tribunale ecclesiastico per il processo canonico di Don Giuseppe Cafasso, morto nel 1860, fu costituito a Torino dall'arcivescovo mons. Davide Riccardi il 16 febbraio 1895, dietro richiesta dell'Allamano.

Di questa causa l'Allamano fu l'iniziatore e il promotore. Venne pure chiamato a deporre come testimone, prima nel processo ordinario diocesano, dal febbraio al novembre 1897, e poi nel processo apostolico, nella primavera del 1907. La sua deposizione, che si fonda su un numero incredibile di testimonianze raccolte personalmente, è senza dubbio la più ricca ed importante che si possa leggere nei volumi del processo. Egli segue il tracciato dei 336 articoli (una specie di questionario) che compendiano la vita del Cafasso. Egli ne delinea la figura pacatamente nel corso di 39 sessioni.

Riportiamo qui la deposizione processuale dell'Allamano sullo zio, come è stata pubblicata dalla nostra rivista “Il Servo di Dio Giuseppe Allamano “tesoriere della Consolata”, negli anni 1985-1986.

 

 

 

I - « MI CHIAMO ALLAMANO GIUSEPPE »


Io mi chiamo Allamano Giuseppe del fu Giuseppe e della fu Marianna Cafasso, nato in Castelnuovo d'Asti nel giorno 20 [ !] gennajo 1851, Canonico onorario della Metropolitana di Torino, Rettore del Convitto Ecclesiastico e del Santuario della Consolata in Torino: di condizione agiato.

Ogni anno ho sempre adempito il precetto pasquale. Celebro la messa tutti i giorni, e mi confesso ordinariamente ogni otto giorni.

 

Nessuno mi istruì o a voce o in iscritto in ciò che avrò da deporre in questa Causa del Servo di Dio Giuseppe Cafasso. Ho letto la Vita di detto Servo stampata in Torino dalla Tipografia Canonica, essendone autore il Can.co Giacomo Colombero, e la Biografia del medesimo scritta da Don Giovanni Bosco fondatore dei Salesiani, e stampata nelle Letture Cattoliche nel 1860 dalla Tipografia Paravia in Torino. Nelle mie deposizioni non mi servo delle notizie che si trovano nella vita suddetta, ma dico cose che ho udito ed avute per iscritto dai testi, con cui ebbi relazione, e che citerò volta per volta. Io vidi una volta sola il Servo di Dio a Castelnuovo d'Asti avendo allora io poco più di seí anni, cioè nel 1857.

 

 

«NON POSSO NEGARE DI AVERE UNA CERTA AFFEZIONE ED ANCHE VENERAZIONE»

Fin dalla prima età, essendo in patria, al sentir parlare così bene, in casa e dai compaesani, del Servo di Dio, come di un sacerdote modello e caritatevole, lo ammirava; la quale ammirazione aumentò e crebbe quando trovatomi nell'Oratorio Salesiano di Torino per gli studii ginnasiali, lo udiva proposto per modello dall'esimio Don Bosco. In seguito, fatto chierico, pel contatto maggiore coi Sacerdoti della Diocesi si accresceva sempre più la mia stima verso il Servo di Dio. Fatto poi sacerdote nel 1873 per l'accresciuta comunicazione coi sacerdoti, massime del Convitto, dove andava per udire le conferenze, viemmaggiormente appresi a stimare il Servo di Dio. Esortato nel 1876 da Monsignor Galletti Vescovo d'Alba a raccogliere le memorie per una vita del Servo di Dio, come pure dal Padre Pellico della Compagnia di Gesù, e dal Can.co Bosso che fu poi Padre della Piccola Casa della Divina Provvidenza, defunti tutti tre, dall'ultimo dei quali ebbi pure un indice per comporre tale vita, mi diedi attorno a comporla come feci e la condussi fino al suo ingresso in Convitto. Questa fu riveduta dal Teologo Bertagna, ora Vescovo titolare di Cafarnao, vivente, che pure mi animava vivamente a quest'opera. Se non che per ragione delle mie molte occupazioni come Direttore Spirituale del Seminario Metropolitano di Torino, e poi Rettore della Consolata, dovetti sospendere quel lavoro. Un motivo anche di questa sospensione fu di non sentire in me quell'entusiasmo che osservava in altri e quindi il vedermi incapace di ben esprimere la stima e la venerazione che osservava in quanti l'avevano conosciuto, verso il Servo di Dio.

 

Qualche tempo prima di sua morte Don Bosco, da me interrogato perché non avesse adempito alla promessa, che aveva stampata sulla copertina d'un elogio funebre, egli rincrescente di non averlo potuto fare per le sue molte occupazioni, non senza qualche speranza di ancora farlo, mi esortava a comporre una circolare con vari quesiti e di spedirla ai molti conoscenti di don Cafasso che sopravvivevano, accertandomi che avrei potuto raccogliere tante notizie da comporre una bella vita.

 

Nel 1892, mi pare, spedii detta Circolare e ne ebbi molte risposte che consegnai al Can.co Colombero, il quale su quei documenti e sulle mie memorie compose la vita suddetta. Da quanto ho detto non posso negare di avere una certa affezione ed anche venerazione pel Servo di Dio. Desidero pure la sua Beatificazione pel gran bene che ne verrebbe al Clero principalmente, ed anche ai fedeli tutti, essendo stato esso, a mio parere, modello di ogni virtù sacerdotale e cristiana. Nessun motivo umano mi induce alle mie deposizioni, ma unicamente la gloria di Dio e il bene delle anime.

 

 

LA FAMIGLIA DI DON CAFASSO

0b2Dall'atto di nascita e battesimo che ho rilevato dai registri della Parrocchia di mio paese, e che presento ora in questo Processo, risulta che il Servo di Dio nacque in Castelnuovo d'Asti il giorno quindici gennajo dell'anno mille ottocento undici e fu battezzato nella parrocchia di S. Andrea Apostolo nel giorno seguente. I suoi genitori furono Cafasso Giovanni ed Orsola Beltramo coniugi. Egli ebbe un fratello per nome Pietro e tre sorelle per nome Maddalena, Francesca e Marianna.

Al Servo di Dio furono imposti i nomi di Giovanni Giuseppe. Io so il numero di tale famiglia perché eccettuata la sorella Maddalena li conobbi personalmente, essendo sopravvissuti al Servo di Dio. Io non conobbi i genitori del Servo di Dio, ma dalla mia famiglia e parenti e dalla gente del paese appresi, che essi erano contadini di modesto patrimonio, persone oneste, pie e caritatevoli. È prova della pietà del Padre, l'aver egli appartenuto all'antica Compagnia della Beata Vergine di Montariolo presso Sciolze dal 1818 fino alla morte nel 1848. Detta Compagnia era composta di 250 confratelli, parte ecclesiastici parte laici, di provata pietà. So questo dal Teologo Audisio attuale pievano di Sciolze, che ne esaminò i registri, e trovò che adempié sempre regolarmente l'obbligo suo, ed io lessi pure nel suo testamento che non lasciava altre messe da farsi celebrare avendone cinquecento da detta Compagnia. Da uno degli attuali Vicecurati di Castelnuovo d'Asti, che credo sia Don Bertagna, seppi che egli lesse i registri della Compagnia del Suffragio, e che vi trovò regolare l'iscrizione e l'adempimento degli obblighi annessi per conto del Padre di Don Cafasso: pel che in morte gli furono celebrate altre 100 messe, come portano gli Statuti della Compagnia. Dalla voce comune nel paese raccolsi che il detto padre di Don Cafasso era uomo semplice e retto ed assiduo alle funzioni di Chiesa.

Foto: Sorella del Cafasso e mamma dell'Allamano

Quanto alla madre del Servo di Dio il Sig. Chiardi Felice, coetaneo di Don Cafasso, e suo compatriota, defunto pochi anni fa, mi disse queste testuali parole: che la madre era donna virile, piena di carità verso i poveri, cercata e desiderata da tutti in ogni sorta di bisogni. Turco Giuseppe, pure di Castelnuovo, e coetaneo del Servo di Dio, defunto, Ostino Francesca e Cafasso Rosa, nipoti entrambi di Don Cafasso, viventi, mi attestano che la madre di Don Cafasso era molto portata per gli infermi, pei quali preparava certi rimedii e teneva sempre pronte candele, lenzuola e cuscini che portava essa stessa ai poveri, ne puliva e metteva in ordine la stanza per prepararli a ricevere il Santo Viatico. - Ciò mi dissero per aver visto. - Detto Turco Giuseppe aggiunsemi che tale era la stima che godeva presso il paese la detta madre del Servo di Dio, pell'ajutare spiritualmente i moribondi che un certo Filippa, un signore del paese, uomo poco di Chiesa, la fece chiamare per essere da lei assistito nel punto di morte; e mi disse pure che in tali circostanze la madre del Servo di Dio accorreva anche non chiamata.

 

Custodiva sì gelosamente la figliolanza che nella prima e sola volta che permise alla sua figlia Francesca di parlare col futuro sposo, stette continuamente seduta tra essi due. Questo mi attestò la figlia di detta Francesca, Matta Maria vivente, che lo seppe dalla sua madre. La voce comune nel paese, che dura ancora nei pochi vecchi che l'hanno conosciuta è che fu un modello di vera madre cristiana.

 

 

PRIMA FANCIULLEZZA

Dall'atto di cresima, che pure presento qui ai Rev.mi Sigg. Giudici, consta che Don Cafasso ricevette la santa Cresima nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista in Moncucco Torinese da Monsignor Alessandro d'Angennes allora Vescovo di Alessandria il sedici settembre dell'anno mille ottocento ventitre. Ignoro le particolarità, con cui il Servo di Dio abbia ricevuto detto Sacramento.

Il fu Don Allamano Giovanni mio Zio paterno che fu Prevosto di Passerano per 36 anni, di qualche anno maggiore del Servo di Dio, nativo di Castelnuovo d'Asti, che fu compagno al Servo di Dio in tutte le scuole fino a quella del Convitto inclusivamente, essendo sempre nello stesso corso, mi disse che vide il Servo di Dio essere di gracile complessione e di debole salute e sui tredici anni circa piegò un po' della persona verso sinistra, onde si temeva della sua vita; tuttavia non fu mai propriamente ammalato. Mi soggiunse che vide il Servo di Dio fin dalla più tenera età dimostrare indole molto vivace, che però sapeva ben dominare; vide che era dedito alla pietà e divozione; questo soggiungevami, è un fatto e non un'esagerazione come talora si dice dei fanciulli.

 

Aggiungevami ancora, che lo vedeva sempre al mattino andare per tempo a servir messa al Prevosto e Vicario Foraneo Sismonda, uomo di grande discernimento, del quale il Servo di Dio era il prediletto, per cui lo regalava di libri di devozione; vide che fin da fanciullo condusse vita ritiratissima andando solamente in Chiesa, in casa parrocchiale e da don Musso suo padrino; lo vide frequentare nessuno né alcuna casa, salutare i signori del paese, ma non mai trattenersi con alcuno.

Turco Giuseppe, sopramenzionato, mi disse che vide il Servo di Dio fin da fanciullo essere sempre cheto e raccolto, frequentare la Chiesa, servire la Santa Messa, assistere ai catechismi. Aggiunsemi, che essendo suo vicino di casa, sí trovava sovente con lui, che lo vide di edificazione ai suoi compagni, assiduo alla scuola e sì diligente da superare nello studio i compagni di età ed anche quelli di età maggiore.

 

Cafasso Pietro, fratello del Servo di Dio, mia madre Marianna, sorella del medesimo, entrambi defunti, Turco Rosa, vivente, ed altri ancora che non ricordo, mi narrarono aver visto il fanciullo Cafasso che collocatosi su una sedia o sul greppione della stalla predicava ripetendo con molta precisione le prediche udite in Chiesa e facevane anche delle sue; durando talvolta un'ora con piacere ed ammirazione degli invitati, che empivano la stalla, i quali per la brama di udirlo chiedevano quando avrebbero potuto ritornare. La memoria di tale fatto è tutt'ora viva nel paese e ne udii parlare da tanti.

 

Turco Rosa, già menzionata, mi raccontò che essendo vicina di casa vide il Servo di Dio invitare alla sera la famiglia, anche i servi a recitare il Santo Rosario, e nessuno si esimeva anche nel tempo della mietitura del grano, pel modo cortese ed affabile con cui li sollecitava. La medesima mi raccontò che seppe, non so come, che il Servo di Dio, avendo in casa un vaccaro balbuziente, a cui nessuno aveva potuto ancora far imparare le preghiere del Cristiano, privandosi anche in parte del riposo gliele insegnava parola per parola finché riuscì a fargliele imparare. Dalla medesima seppi che il Servo di Dio, vedendo sua madre comporre rimedi assai costosi per ammalati, la pregava così: mamma, fatemi il piacere, ai poveri dateli per amor di Dio. E così faceva la madre con gran consolazione del figliuolo.

 

La damigella Garneri, defunta, mi disse di aver udito, durante la sepoltura del Servo di Dio, da un Signore che essa non conobbe ma giudicò essere di Castelnuovo, che il Servo di Dio fino dall'età di sei anni era già un santetto e che già fin d'allora quando vedeva alcuno fra i suoi compagni venire fra loro a contesa, cercava di conciliarli, invitando l'uno a domandar perdono all'altro, soggiungendo: se non vi perdonate, nel dire il Pater Noster voi dimandate a Dio che vi castighi, e che quel Signore soggiunse che da fanciullo fino alla morte il Servo di Dio si conservò sempre uguale a se stesso. Non mi consta che il Servo di Dio sia stato a balia.

 

 

 

II - FREQUENTA LE SCUOLE A CASTELNUOVO

Turco Giuseppe, soprannominato, mi disse che si pensò dai parenti, subito che fu capace, di farlo studiare. E Don Allamano, già nominato, mi attestò che il Servo di Dio non lasciò mai di studiare per attendere ad altre cose, ma fatti i primi studii di italiano, fece scuola privata di sesta, quinta e quarta da Don Moglia, venerando sacerdote del paese, defunto. I due suddetti mi dissero questo perché compagni di scuola del Servo di Dio negli anni dell'adolescenza. Le dette scuole le fece in patria. Non sono informato con quale obbedienza e soggezione abbia il Servo di Dio frequentato le scuole. Nei documenti che presenterò durante questo Processo mi pare vi sia qualche cosa in proposito; al che mi riferisco.

 

0c3

 

A CHIERI PER LA SCUOLA DI LATINITÀ

Ho già detto sopra che il Servo di Dio fece le scuole elementari in patria sotto Don Moglia.

Circa ai 13 anni, come mi disse il citato Don Allamano, perché ognora compagno del Servo di Dio nelle varie scuole fino al Convitto, si portò a Chieri e per due anni attese alla terza latinità sotto il Padre Giusiana, Domenicano, celebre Professore, defunto; l'umanità e rettorica sotto il Padre Raviola, pure defunto. Il Sig. Chiardi Felice, defunto, mi disse: ci trovavamo assieme al Servo di Dio a Chieri in pensione presso un sarto di nome Cumino, defunto, che colla moglie abitava presso la Chiesa di S. Bernardino, ottimi cristiani; e mi aggiunse il medesimo, che il Servo di Dio lo spronava allo studio.

 

Don Allamano, già nominato, mi disse che il Servo di Dio facendo grammatica, ossia terza latinità, in Chieri, si portava ogni mattina per tempo alle funzioni dei Padri Domenicani nella Chiesa di San Domenico e nelle feste frequentava i catechismi dei Padri Gesuiti nella Chiesa di S. Antonio. Il medesimo mi raccontò che quando il Servo di Dio si presentò per la prima volta a questi catechismi, venne interrogato da quei Padri se fosse già promosso alla comunione per sempre, al che avendo il Servo di Dio risposto di no, detti Padri lo rimproverarono come di cosa che provenisse da sua colpa, ed egli piegò il capo e tacque. Ma ben presto quei Padri si disingannarono, ammirati del suo sapere e del suo contegno. Quanto alle funzioni di S. Domenico e ai catechismi, Don Allamano seppe ciò perché compagno continuo del Servo di Dio; quanto al fatto susseguente, Don Allamano mi disse che egli vi fu presente.

Io non sono informato come teste di audito da alcuno qual profitto il Servo di Dio abbia fatto nelle scuole accennate in questo Interrogatorio e quale sia stata la sua condotta sia verso i suoi maestri, sia verso i suoi compagni.

A questo punto, il teste Giuseppe Alla, mano produce due documenti, e cioè:

- l'atto di nascita e battesimo nella chiesa parrocchiale di Sant'Andrea in Castelnuovo d'Asti, il 16 gennaio 1811;

- l'atto di cresima nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista in Moncucco, il 16 dicembre 1823.

 

 

NON È ACCETTATO NEL SEMINARIO DI TORINO

Il citato più volte Don Allamano e per la causa di scienza ivi riferita, mi disse che il Servo di Dio, compiuta la rettorica, fece domanda di entrare quale chierico nel Seminario di Torino per studiarvi la filosofia, e non essendo stata accettata la sua domanda, per mancanza di posto e perché davasi la preferenza agli studenti venuti dal Seminario di Giaveno, per consiglio del Prevosto di Castelnuovo, Don Sismonda, si recò di nuovo a Chieri come secolare e studiò il primo anno di filosofia nel Collegio Civico sotto il Padre Sibilla, Domenicano. Lo stesso Don Allamano si trovò nelle medesime condizioni. Nel primo Luglio 1827, cioè terminato il primo anno di filosofia, il Servo di Dio vestì l'abito chiericale, come appare dall'atto rilasciato dalla Curia Arcivescovile dietro mia domanda e che porta la data 1° febbraio 1897 coll'inizio: Ex libris in hac Curia Archiepiscopali e che qui riproduco. (Il documento, riconosciuto e autenticato, viene allegato agli atti del processo).

 

 

A CASTELNUOVO E NEL SEMINARIO DI CHIERI

Lo stesso Don Allamano mi disse che entrambi si recarono poi a Chieri pel secondo corso di filosofia sotto lo stesso Padre Sibilla; che finito questo corso, per consiglio del Prevosto novello di Castelnuovo, Don Dassano, defunto, si fermarono in patria ed attesero ivi allo studio della teologia sotto la direzione dello stesso Prevosto; che terminati questi due anni scolastici sulla fine di ottobre dell'anno 1830 furono ammessi nel Seminario di Chieri, dove passarono tre anni scolastici, compiendo l'intero corso teologico sotto il Teologo Arduino, defunto, ed altri di cui non ricordo il nome. Inoltre io stesso vidi e consultai i registri delle confessioni del Seminario di Chieri, conservati nel Seminario Metropolitano di Torino; e vi riscontrai che realmente Don Allamano ed il Servo di Dio passarono i sopra indicati tre anni di teologia in Chieri.

 

Ho detto sopra che il Servo di Dio fece domanda di vestir l'abito ecclesiastico compiuta la rettorica; non seppi da alcuno quali segni di vocazione abbia dato in quell'epoca, né che abbia chiesto consiglio; sentii però a dire da parenti e conoscenti in patria, Don Allamano, mia madre, Turco Giuseppe, suddetti, ed altri, che l'aver il Servo di Dio vestito l'abito fu riguardato come la cosa più naturale in seguito alla sua buona condotta antecedente.

 

Riguardo alla filosofia mi disse Don Monsello, vivente, che un certo Don Chiais, compagno del Servo di Dio in filosofia, disse a lui, che Don Cafasso era dei più distinti in filosofia.

Quanto alla sacra teologia mi disse il citato Don Allamano che in tali studi il Servo di Dio si dimostrò amantissimo dello studio, che aveva molta memoria, ed ingegno più del comune, somma diligenza nello studiare e che fu sempre dei primi nella scuola, e che era amato da tutti.

Don Ropolo, di cui non so al presente il nome di battesimo, che dopo essere stato molti anni Vicecurato e beneficiato in Castelnuovo d'Asti fu poi Parroco a Mezzenile, defunto, mi disse che trovatosi egli nel Seminario di Chieri col Chierico Cafasso per due anni, il medesimo era il modello di tutti, distinto per pietà e per studio, tra circa ottanta compagni di Seminario. Don Monsello, compagno di corso, in questi tre anni, del Servo di Dio, mi disse pure che il medesimo era distinto per studio, e che, in occasione di una disputa in scuola, ordinata dal Professore, venne da questo esortato a non essere troppo arguto nelle sue argomentazioni.

 

Oltre ciò che ho già detto sulla pietà del Servo di Dio, aggiungo qui che il Canonico Gaude, Prevosto di Poirino, defunto, mi scrisse che aveva udito a dire in Cambiano che Don Dassano, Prevosto di Castelnuovo, nativo di Cambiano, ammirava le belle doti del Chierico Cafasso, le quali promettevano molto bene e che perciò lo aiutò nella sua carriera, con mezzi materiali. Lo stesso Don Dassano attestò in iscritto, che qui in originale rilascio come documento, che il Servo di Dio con ogni diligenza si comportò nelle vacanze dell'anno 1832 in ogni suo dovere da chierico, con piena sua compiacenza.

 

Il Síg. Don Siccardi, attuale Parroco di Provonda presso Giaveno, stato Vicecurato sotto il Teol. Arduino, che da Professore di Seminario a Chieri venne Prevosto e Canonico della Collegiata di Giaveno, mi disse che udì molte volte il suddetto Arduino lodare il Servo di Dio quale suo alunno in Chieri per lo studio.

 

Don Mansello, sopracitato, mi disse che il Professore Arduino suddetto, per la stima ed affetto che nutriva verso il Chierico Cafasso, si recò appositamente dalla campagna ove dimorava nel Seminario di Chieri per dare il suo voto fa vorevole per nominare il Chierico Cafasso ad uno dei tre Prefetti del Seminario. Don Ropolo, sopracitato e per la causa di scienza indicata, mi disse che il Chierico Cafasso era il più pacato dei compagni, che non prendeva parte ai divertimenti leciti ed onesti del Seminario, ma passeggiava con qualcuno e parlando di cose di studio e di pietà.

 

 

« PER DIVENIRE SOLO PRETE COME MIO PADRINO... »

Dai registri delle Confessioni del Seminario di Chieri sopraindicati, da me visti, mi consta che dopo avere nel principio del primo dei tre anni sopraindicati di Seminario in Chieri, provato due altri confessori, prese abitualmente per proprio il Canonico Maloria, il quale per giudizio datomi da Don Mansello era il più dotto dei Canonici di Chieri, e uomo di consiglio. Dal medesimo registro constatai che nei due primi dei detti anni si confessava non meno di ogni quindici giorni e spesso anche ogni otto, e nell'ultimo anno ogni otto giorni, eccettuate cinque volte, per motivo di sacre ordinazioni, e degli esercizi spirituali, nelle quali occasioni non si prendeva memoria delle confessioni. Notai ancora, nei detti registri, che tra i Chierici fu uno di quelli che si confessavano più sovente.

Don Allamano, già menzionato, mi disse che come compagno del Servo di Dio vide il medesimo nel primo anno di chiericato, studiando il secondo corso di filosofia in Chieri, a frequentare assiduamente la Parrocchia del Duomo per le funzioni, per le sacre cerimonie e vi faceva il catechismo, e la Congregazione del Collegio Civico predetto. Il medesimo Allamano mi raccontò che talora le funzioni della Parrocchia non terminando prima che incominciassero quelle della Congregazione, il Servo di Dio, sebbene accelerasse il passo, tuttavia vi arrivava in ritardo, del che in tali casi faceva le scuse al Prefetto della Congregazione, Don Marchisio, defunto, il quale non voleva sentire ragioni ed in fine del bimestre si rifiutò di sottoscrivergli l'admittatur. I professori (cioè il P. Sibilla, sovraccennato, ed altri che non mi disse) che molto amavano e stimavano il Servo di Dio, riferirono la cosa al Monsignor Colombano Chiaverotti, Arcivescovo di Torino d'allora, il quale per lettera riprese fortemente il prefetto: il quale prefetto, non so per quali motivi, venne anche destituito. Don Allamano non mi disse noi come avesse saputo tutto quest'ultimo fatto.

A questo punto, il testo esibisce al tribunale altri due documenti, cioè:

— una dichiarazione in dieci punti, rilasciata dalla Curia Arcivescovile di Torino il 1° febbraio 1897, dove sono segnate le tappe principali della vita di Don Cafasso a partire dalla sua nascita fino alla nomina a rettore del Convitto Ecclesiastico presso la chiesa di San Francesco d'Assisi in Torino, e ad amministratore del santuario di Sant'Ignazio sopra Lanzo, in data 6 dicembre 1848;

— l'attestato di buona condotta del prevosto di Castelnuovo, Bartolomeo Dassano, del 14 ottobre 1832.

 

Mia madre e mio zio Cafasso Pietro, defunti, ed altre persone del paese che non ricordo, mi attestano d'aver udito dal Servo di Dio appena fatto Chierico queste parole: per divenire solo prete come mio padrino non incomincio, e mi dicevano che con tali parole il Chierico Cafasso intendeva dire di non voler farsi solo sacerdote buono solo a dire la Messa ed il Breviario, come faceva detto padrino Don Musso, defunto, sacerdote alla buona, Cappellano della Confraternita del Nome di Gesù di Castelnuovo, che non mai si era abilitato alla Confessione e predicazione, perché di poco talento sebbene di buona condotta. Chiardi, già nominato, mi disse di aver visto che il Servo di Dio quando era Chierico viveva ritiratissimo ed il già detto Turco mi attestò che il Chierico Cafasso era veramente esemplare; mi soggiunse poi che ebbe dal medesimo in regalo due immaginette, una del Sacro Cuore di Gesù e l'altra del Sacro Cuore di Maria, che sempre conservò con amore e venerazione, perché regalo del Servo di Dio, né volle cedermele alle mie domande.

Don Allamano, sopradetto, mi disse che egli ed il Servo di Dio durante le vacanze d'ogni anno scolastico andavano a ripetizione dal Prevosto Don Dassano sopranominato, e che il Servo di Dio tutti i giorni nelle ore pomeridiane si recava a tener compagnia al predetto Don Musso, che l'aiutava a dire il Breviario, poi andava a far visita al SS. Sacramento, quindi si recava in casa parrocchiale a divertirsi cogli altri chierici, oppure insieme agli altri andava a passeggio. Non mi disse il modo come seppe queste cose, mi disse però che egli e gli altri chierici del paese erano uniti sempre assieme. Musso Paolo di Castelnuovo, vivente, mi scrisse che essendo egli in età di circa sette anni e trovatosi in casa di detto Don Musso, vide il chierico Cafasso a recitare il Breviario col Don Musso e rimase ammirato del buon contegno del Servo di Dio in quell'atto, e mi soggiunse che tale impressione gli si conservò sempre viva. Il medesimo mi aggiunse che il contegno del Chierico Cafasso metteva in certa soggezione il Clero del paese, come osservò egli stesso.

Cafasso Pietro, vivente, pronipote del Servo di Dio, mi disse di aver udito da sua nonna Anna Cafasso, cognata del Servo di Dio, il fatto seguente. Detta cognata accompagnava il fornaio che portava a casa la cesta del pane. Il Servo di Dio le veniva dietro e prendendo pane dalla cesta ne dava a quanti poveri incontrava. Di ciò accortasi la cognata un po' corrucciata esclamò: se fate così non resterà più pane. Ed il Servo di Dio a lei: lasciate, lasciate che Iddio ce ne darà cento volte tanto. So di certo dalla famiglia mia che il Servo di Dio viveva nella stessa casa con il fratello e quindi colla detta cognata.

Il Canonico Colombero, tuttora vivente, Curato di Santa Barbara, mi disse che avendo egli esaminato i registri dei Chierici del Seminario di Chieri, vi trovò che fu nominato Prefetto nell'ultimo anno di Teologia e che accanto al nome del Chierico Cafasso lesse l'appellativo di benemerito: nome che si dava assai di rado e solo ai chierici che si erano ben distinti in tutti i corsi per scienza e pietà.

 

 

TONSURA E ORDINI MINORI

Nel documento della Curia Arcivescovile che presentai nella seduta precedente mi consta che il Servo di Dio ricevette la Tonsura e Minori il 18 Settembre dell'anno 1830 in Torino da Monsignor Francesco Icheri di Malabaila, Vescovo consecrato di Casale.

Don Allamano e Don Ropolo, sopracitati, mi dissero che il Servo di Dio fu ordinato col patrimonio ecclesiastico costituito da un Beneficio semplice, detto Ghersi, del reddito annuo di lire seicento. Don Ropolo mi disse che egli seppe questo perché, essendovi annesse a quel Beneficio obbligazioni di Messe, quando Don Cafasso non poteva dir queste, le diceva egli stesso per incarico del Servo di Dio. Don Allamano non mi disse per qual ragione il Servo di Dio fosse provvisto di quel Beneficio. Don Monsello, vivente, mi disse di aver visto egli stesso il Servo di Dio nel Seminario di Chieri a recitare fin dal primo anno l'ufficio della Madonna, forse per motivo di detto Beneficio.

 

 

 

III - ORDINAZIONE SACERDOTALE

0d4Mi consta dal surriferito documento di Curia che il Servo di Dio fu promosso al Suddiaconato il 7 aprile 1832 da Monsignor Fransoni, Arcivescovo di Torino in Torino, ed al Diaconato il 23 marzo 1833 dallo stesso Monsignor Fransoni, Arcivescovo di Torino, in Torino, ed al Presbiterato il 21 settembre 1833 da Monsignor Giovanni Giuseppe Cavaleri, Vescovo di Bobbio, in Torino colle dispense dovute sopra gli interstizii e d'età.

Don Allamano, sopra nominato, mi disse che il Servo di Dio, in preparazione all'ordinazione della Messa, fece gli esercizi spirituali in privato presso il Canonico Cottino, Prevosto di Moncucco in Moncucco, per speciale permesso dei Superiori. Non mi disse come seppe questo. Mi aggiunse che vide il Servo di Dio a dire le prime Messe in Castelnuovo.

Fra gli scritti originali che tengo del Servo di Dio lessi le seguenti linee che possono dimostrare i sentimenti del Servo di Dio per le ordinazioni che ricevette: « Essendo per finire la mia missione, così scrive nell'esercizio mensile della buona morte, rendo e consegno al mio Dio quella grande vocazione di cui Egli ha voluto onorarmi. Io non ho termini quaggiù per ringraziarlo degnamente ed aspetto l'eternità ». Non sono informato come il Servo di Dio abbia esercitati i sacri Ordini ricevuti e specie come abbia detto la prima messa.

 

 

INCONTRO CON IL TEOLOGO LUIGI FORTUNATO GUALA

Don Allamano, suddetto, mi raccontò quanto segue: Ordinati sacerdoti, nello stesso anno, ma con diversità di pochi mesi, il Servo di Dio ed io, dovendo studiare la Morale Casuistica, verso la metà di novembre dell'anno medesimo 1833, andammo a Torino e prendemmo alloggio vicino alla Metropolitana in due camere procurateci dal Prevosto Don Dassano; ci facevamo portare il pranzo ogni giorno da una vicina locanda, ed alla sera ci facevamo noi stessi una minestra, ed il vino mandatoci dai nostri genitori ce lo portava dalla cantina un ragazzo, che in compenso veniva istruito da noi. Per l'assetto della camera la madre di Don Cafasso ci aveva procurato una donna che dopo poche volte licenziammo, non piacendoci il suo fare un po' troppo entrante. Andavamo al vicino Seminario Metropolitano frequentando le Conferenze morali del Canonico Fantolino. Ebbimo allora notizia che un Canonico della SS. Trinità (di cui non mi disse il nome) teneva pure Conferenze, e vi andammo più volte. Fu solo in quel punto che udimmo parlare delle Conferenze del Teologo Guala di recente fondate. Ci portammo una prima volta ad udirlo e ci piacque. Per mezzo del domestico del detto Teologo Guala (di cui non mi disse il nome) chiedemmo di parlare al detto Teologo per ottenere licenza di frequentare le sue Conferenze.

 

Il Guala in questo primo incontro, chiestoci il nome, manifestò di aver amicizia con un altro Cafasso, alla cui prima messa era intervenuto. Il Guala ci chiese dove abitassimo ed udita la nostra ingenua storia (che io ho esposto sopra), ne rise e ci disse che, se volevamo venire con lui nel suo Convitto, ci avrebbe accettati. Noi accogliemmo con gran piacere la proposta, e chiesti del quando, rispondemmo che anche quella stessa sera. Ne rise nuovamente il Guala, e ci accettò dicendo rincrescergli solo che, per allora, non aveva per loro che una stanza sola ed un solo letto. Pochi giorni dopo, essendosi resa disponibile un'altra camera ci fu assegnata anche questa, sicché ciascuno ebbe la propria camera.

Il giorno del nostro ingresso fu il 28 gennaio 1834 ed il Servo di Dio vi rimase per tutta la vita.

 

 

AL CONVITTO ECCLESIASTICO

Don Allamano, già più volte nominato, mi disse che il Servo di Dio, quando era con lui nell'alloggio comune vicino alla Metropolitana, dopo dette le orazioni della sera assieme, leggeva un capo della Sacra Scrittura e mi aggiunse che tale uso egli credeva che avesse già prima.

Dai registri del Convitto Ecclesiastico da me esaminati, trasportati dalla sede che aveva primitivamente, cioè dal Convento presso la Chiesa di S. Francesco d'Assisi, nel Convento della Consolata, dove è al presente, e di cui sono Rettore, consta che il Servo di Dio stette in Convitto come convittore i tre anni scolastici seguenti: dal 28 gennajo al giugno 1834; dal novembre 1834 al novembre 1835, eccetto un mese solo; e dal novembre 1835 al novembre 1836 senza interruzione. Dai medesimi registri mi consta che pagò sempre la pensione intiera di lire trenta mensili.

Il Canonico Bosso, poi Padre della Piccola Casa, defunto, mi scrisse che Don Cafasso entrato in Convitto condusse una vita tutta nascosta e di pietà, studiando profondamente la Morale Casuistica. Non mi disse il modo con cui seppe ciò.

 

Nel primo anno ebbe a compagno il Canonico Pelletta, vivente, e Don Allamano, defunto, sopradetto; nel secondo anno ebbe a compagno D. Bertolo Grato, Parroco attuale di Almese; nel terzo anno ebbe a compagno D. Gaia Luigi di Montà, defunto, ed il Teol. Golzio Fe lice, pure defunto, che fu poi il secondo do successore del Servo di Dio nel rettorato del Convitto. Tutto questo mi risulta dai registri succitati.

 

Il Canonico Pelletta mi attestò d'aver visto che il Servo di Dio era pio e molto mortificato, che, perché a lui vicino di studio, vedeva che si applicava seriamente allo studio, studiando il libro di testo allora adoperato in Convitto, che era la Teologia dell'Alasia e la Teologia Morale di S. Alfonso, e che prendeva note su fogli bianchi intercalati nel libro di testo. Mi aggiunse che egli ed il Servo di Dio, mandati dal Rettore Teologo Guala, andavano assieme a fare il catechismo nelle carceri della Città, nel quale atto lo osservò un po' sorridente, mentre ordinariamente era un po serio.

 

Don Allamano, suddetto, mi disse che vide che il Servo di Dio, mentre molti Convittori si facevano portare il caffè da un pubblico esercizio, prendeva solo pane.

Don Bertolo Grato, suddetto, mi disse quanto segue: Fin dagli anni del Convitto Don Cafasso era riguardato quale modello di virtù. Abitualmente raccolto in se stesso, era tutto dedito alla pietà ed allo studio, del quale si occupava con un compagno anche nel tempo di passeggio (e non mi disse il nome di questo compagno, perché non si ricordava più), osservava esattamente le regole, era parco e moderato nelle parole, rideva poco, aveva passo grave come ha un uomo serio e pensoso. Il suo volto era circondato da un'aria di bontà, che lo rendeva amabile ed ammirabile nell'aspetto, che non lo vide mai adirarsi; era sempre mansueto ed affabile con tutti, ma famigliare con nessuno; era da tutti cordialmente amato. Aggiunsemi che ricordava il suo speciale amore alle cose di Chiesa, la sua umiltà e la stima che indistintamente avevano di lui i Convittori come di un degno sacerdote. Lo stesso mi affermò essere andato col Servo di Dio nelle carceri a fare il catechismo.

 

Il Teologo Gaia Carlo, vivente, mi attestò che suo zio Don Gaia Luigi, suddetto, prevosto di Pocapaglia (Diocesi d'Alba), gli parlò molte volte con ammirazione e venerazione del Servo di Dio per la conoscenza che ebbe del medesimo quando gli fu compagno in Convitto, e morto il Servo di Dio, e vivendo egli parroco di Pocapaglia, ogni anno, finché visse, gli celebrava gratis un solenne funerale nella sua parrocchia per la buona memoria ed affezione che aveva per lui.

 

Don Momo Giuseppe, defunto, stato in Convitto per cinque anni dopo la morte del Servo di Dio, mi attestò che udì dal Teologo Golzio, Rettore, come Don Cafasso in qualità di Convittore, non solamente col Teologo Guala, ma ancora con tutti i compagni trattava con tale modesto contegno e parlava con tono sì umile e sommesso, da parere un religioso novizio, e che il Servo di Dio, essendo in refettorio accanto a Don Begliatti, assistente al tempo che il Servo di Dio faceva il terzo anno di Convitto, non avendo questi per quindici giorni rivolta una parola al Servo di Dio, esso Servo di Dio sempre si tacque, non tralasciando mai di levarsi la berretta di capo, con rispettoso inchino, al Don Begliatti, prima e dopo le refezioni.

 

Demolinis Carlo, domestico particolare del Teologo Guala in Convitto, morto poco fa, mi disse che vide il Teologo Guala a portare molto affetto al Servo di Dio come convittore e sentì il medesimo a dire del Servo di Dio: ho trovato un giovane che fa per me; se tutti fossero come lui andrebbero difilato in Paradiso; e che vide il Teologo Guala a far festeggiare da tutti i convittori lo splendido esame di confessione subìto dal Servo di Dio alla fine del terzo anno.

 

Dal documento rilasciato dalla Curia Arcivescovile, che presentai nella sessione 150a, consta che il Servo di Dio fu approvato per ricevere le confessioni e per l'ufficio di Vicecurato il giorno 27 giugno 1836, dopo subìto l'esame davanti ai Canonici della Metropolitana Perona e Zappata che lo dichiararono idoneo.

 

Don Giacomelli, vivente, mi disse che il Servo di Dio incominciò il ministero delle confessioni nella chiesa di S. Francesco d'Assisi, chiesa del Convitto, e nella festa dei SS. Pietro e Paolo di quell'anno 1836. Non mi disse come seppe ciò.

 

Nei tre anni che passò in Convitto, il Servo di Dio ebbe a Rettore il Teologo Guala, suddetto, che lo ricevette, e lo stesso come Capo di Conferenza Morale, ed a Ripetitori certi Don Marengo e Don Garabello, ora defunti, che allora avevano il titolo di prefetti. Ciò mi consta dai Registri del Convitto sopracitati.

 

 

INIZIA E CEDE A DON BOSCO L'OPERA DEI CATECHISMI

Il Servo di Dio, nel tempo che fu Ripetitore nel Convitto, catechizzava i ragazzi nella chiesa di S. Francesco come mi dissero Bargetto Giovanni e Felice Gaidano, viventi. Bargetto Giovanni, entrato in Convitto nel 1842 in qualità di garzone di cucina del Convitto e poi sacrestano della chiesa pubblica di S. Francesco, mi disse più volte che aveva visto tenersi i catechismi nella chiesa di S. Francesco e aveva visto il Servo di Dio a far il catechismo nella chiesa suddetta e propriamente nella cappella di S. Bonaventura; ed aveva pure visto che Don Bosco andava fuori di chiesa a raccogliere ragazzi e quindi, egli e Don Cafasso, fare il catechismo fino all'ora delle funzioni. Il Sig. Gaidano poi, entrato come domestico nel Convitto verso il 1850, mi assicurò d'aver udito, come voce comune in Convitto, che Don Cafasso, d'accordo col Teologo Guala, aveva preso a radunare ragazzi per catechizzarli nella retrosacrestia di S. Francesco; che ai medesimi regalava oggetti di vestiario, ecc. con denari ottenuti dal Teologo Guala. Mi disse ancora che in quell'opera si faceva aiutare da qualche convittore, fra cui Don Bosco, al quale poi rimise interamente l'opera quando, verso la fine del 1843, venne ammalato il Teologo Guala. Mi aggiunse che all'invito del Servo di Dio, Don Bosco oppose la difficoltà dei danari per i regali da farsi ai ragazzi; al che il Servo di Dio rispose: a questo penserò io. Mi conchiuse il Gaidano, che di tutto ciò si parlava fra loro domestici in Convitto come di cosa notoria.

 

Dietro queste affermazioni, parlando io con parecchi sacerdoti che venivano da me per riferirmi le loro attestazioni sul Servo di Dio, talora li interrogava sulle relazioni che passarono tra Don Cafasso e Don Bosco e mi sentiva rispondere che chi aveva incamminato Don Bosco e la sua Opera era Don Cafasso. Ricordo fra questi mio Zio Don Allamano, citato più volte, Don Allora Alessandro di Castelnuovo, defunto, Don Febbraro Stefano, Priore di Orbassano, defunto, Canonico Bosso, già menzionato, e Don Cocchis, defunto, fondatore degli Artigianelli di Torino. I tre primi come compaesani e quasi coetanei di Don Bosco, e gli altri due in Torino, in relazione con Don Cafasso e Don Bosco e Capi di Istituti.

 

Pubblicatasi dal Canonico Colombero la Vita del Servo di Dio nel 1895 ed iniziatosi il processo del medesimo, mi posi a far maggiori indagini per chiarire fatti e raccogliere nuove notizie. Ed in proposito dei catechismi interrogai di nuovo Bargetto e Gaidano, suddetti, separatamente, i quali mi risposero che erano fermi nel confermare quanto mi avevano già prima attestato quattro anni addietro.

 

Scrissi pure nel dicembre 1895 a Don Carena Biagio, attuale Vicecurato di Bra, ed al Teologo Peyretti Giuseppe d'Osasio, vivente, che furono in Convitto, il primo dal 1840 al 1843 ed il secondo dal 1840 al 1842, e mi risposero, il Don Carena che, per la sua avanzata età d'anni 76, si trovava assai privo di memoria, non si ricordava delle cose tutte di quel tempo ed in particolare riguardo alla mia speciale interrogazione sui catechismi, che gli pareva non si fosse accorto che si facessero detti catechismi né chi li facesse; ed il Teologo Peyretti che riguardo ai catechismi non sapeva neppure se si facessero, e che quindi non poteva dire da chi e da come.

 

Interrogai ancora Don Giacomelli, che fu convittore dal 1843 e 1845, e mi disse non ricordarsi d'aver visto Don Cafasso a fare il catechismo ai ragazzi in S. Francesco. Noto qui, che come mi disse Bargetto, i convittori erano proibiti di andare in sacrestia fuori delle ore delle funzioni, cioè la Santa Messa e Benedizione; che nell'andare al passeggio erano proibiti di passare, uscendo, per la porta della chiesa e della sacrestia, ma dovevano solo passare per la portineria. Noto ancora che se la deposizione dei testi che non videro a far il catechismo valesse, ne seguirebbe che neppure Don Bosco, convittore negli anni dei testi sopracitati, non avrebbe fatto anche lui catechismo in S. Francesco; il che è contrario a quanto unanimemente afferma la voce pubblica. Lessi poi nella Biografia del Servo di Dio, scritta da Don Bosco e che presenterò più tardi, che lo stesso Don Bosco confessa che Don Cafasso fu il primo catechista dell'Oratorio.

 

Dalla relazione scritta che mi pervenne da Don Savio Ascanio, Rettore attuale del Seminario di S. Gaetano, che sebbene di presente sia indebilitato di mente, quando mi scrisse la relazione era nel pieno possesso delle sue mentali facoltà, mi risultano varie cose intorno all'Oratorio di Bon Bosco ed all'opera prestatavi da Don Cafasso. Domando al Tribunale di poter presentare la detta relazione insieme ad altre, che in seguito dovrò citare in fine delle sessioni per gli interrogatorii cui sarò sottoposto, trovandosi in esse relazioni molte cose che non riguardano questo Interrogatorio.

 

 

 

IV - ALTRE RELAZIONI CON DON BOSCO

Don Momo Giuseppe, suddetto, mi scrisse di aver udito dal Teologo Borel, defunto, che Don Cafasso pagava al medesimo Teologo Borel, Rettore del Rifugio, la pensione per Don Bosco presso di lui, finché Don Bosco stesso non fu nominato cappellano del Rifugio, e che il Servo di Dio un giorno si portò al Rifugio per impedire a Don Bosco di partire da Torino, essendoché Don Bosco, ignaro del pagamento della sua pensione fatto da Don Cafasso e credendosi perciò di peso al Borel, non voleva più abusare della costui ospitalità e quindi voleva partire da Torino. Don Cafasso, il 29 maggio 1845, per ottenere l'appoggio del Conte Bosco di Ruffino scrisse alla Contessa sua consorte onde ottenere dalla Città di Torino che fosse nominato Don Bosco a Cappellano del cimitero e chiesa di S. Pietro in Vincoli. Questa lettera io la lessi e la tengo in mie mani.


0e5

 

Don Bosco, terminati i tre anni di Convitto, doveva uscirne per occuparsi come Vicecurato, e vari parroci lo desideravano: fra gli altri Don Giuseppe Comollo, Rettore di Cinzano, defunto, il quale lo aveva chiesto ad amministrare in sua vece questa parrocchia e ne aveva già avuto il consenso da Mons. Arcivescovo Fransoni; era pure chiesto come Vicecurato dal Parroco di Buttigliera d'Asti. Don Cafasso allora lo chiamò a sé e, fattegli presenti quelle domande, gli chiese il suo sentimento in proposito. Don Bosco rispose che propendeva ad occuparsi della gioventù, ma che si rimetteva alla sua decisione, sicuro di fare la volontà di Dio. Allora Don Cafasso lo mandò in vacanza dicendogli di tornare da lui dopo qualche settimana. So questo per averlo letto nella storia dei cinque lustri dell'Oratorio Salesiano scritta da Don Bonetti, stampata dalla Tip. Salesiana in Torino, cap. 4 pag. 289.

Tornato a Torino in Convitto, Don Cafasso gli procurò quella pensione presso il Teologo Borel, come dissi poco sopra.

 

La casa Pinardi, che fu la prima comperata per l'Oratorio Salesiano, situata in Valdocco, fu comprata da quattro insieme, cioè Don Bosco, Teol. Borel, Murialdo e Don Cafasso con istrumento del 19 febbraio 1851, rogato Notaio Turvano, al prezzo ivi scritto di lire ventottomila e cinquecento, delle quali ottomila cinquecento si obbligarono, come si accen , na in detto istrumento, tutti quattro per iscrittura privata verso certo Pinelli, le altre ventimila presero ad imprestito dall'Abate Antonio Rosmini, dandogli ipoteca sullo stabile, all'interesse del 4% colla mora di otto anni. Con altro istrumento 'del 26 gennaio 1853, l'obbligazione verso Rosmini fu assunta tutta da Don Cafasso e Don Bosco, la quale obbligazione fu poi estinta così: lire quindicimila furono pagate al Padre Bertetti, successore di Rosmini nell'Istituto della Carità, con atto 11 marzo 1859, dove è detto che Don Bosco paga con danaro comune al Sig. Don Cafasso. Io non lessi i citati istrumenti, ma ne ebbi le notizie suesposte dal Teologo Bertolone Giacomo, già Postulatore di questa Causa, che li lesse dietro mio incarico. Delle restanti cinquemila non sono stato informato. Dall'esame dei registri del Convitto mi risulta che Don Bosco, nei tre anni che dimorò in esso, godette di una speciale carità del Convitto. Il 1° anno il Convitto supplì alla sua pensione per lire settantadue; nel 2° per lire novantasei; e nel 3° per lire cento settantatre e sessanta centesimi. Penso per raccomandazione di Don Cafasso presso il Teologo Guala.

 

Don Bosco fu più volte udito a dire con espressione di profonda gratitudine: se io ho fatto qualche cosa di bene, lo debbo a questo degno ecclesiastico (Don Cafasso), nelle cui mani rimisi ogni mia deliberazione, ogni studio, ogni azione della mia vita. Queste parole ho lette nella menzionata storia di Don Bonetti (pag. 17) e le ho sentite da Mons. Appendini, Beneficiato a Villastellone, che le udì da Don Bosco medesimo.

 

Lessi nel testamento del Servo di Dio al N. 14 le seguenti parole: lascio al sacerdote Don Bosco Giovanni di Castelnuovo d'Asti e domiciliato in Torino quanto è di mia proprietà nel sito e fabbrica attigua all'Oratorio S. Francesco di Sales in questa Capitale, regione Valdocco, coll'aggiunta di lire cinquemila per una volta tanto. Condono al medesimo quanto fosse per essere debitore verso di me al mio decesso, lacerando perciò e rimettendogli ogni memoria in proposito.

Il Bargetto, sopracitato, mi espresse la sua indignazione perché, collocatasi una lapide nella sacrestia di S. Francesco, in essa non si fa memoria del Teologo Guala e di Don Cafasso. La lapide porta la seguente iscrizione che lessi: Qui addì 8 dicembre 1841 sacro all'Immacolata Concezione il sacerdote Giovanni Bosco dava principio alla pietosa missione a vantaggio della gioventù l'Unione Cattolica Operaia di Torino nel cinquantesimo anniversario a perpetua memoria questa lapide pose.

 

 

PREFETTO DELLE « CONFERENZE DI MORALE »

Nei registri del Convitto già sopra indicati lessi che Don Cafasso fu eletto Prefetto e Ripetitore fin dal 1° ottobre 1836, cioè poco prima dell'apertura dell'anno scolastico. Il Canonico Bosso, già più volte menzionato, mi scrisse che il Servo di Dio, carissimo al Teol. Guala, venne da lui eletto a Ripetitore. Divenuto dopo alcuni anni il Teol. Guala infermiccio, confidò pure a Don Cafasso la conferenza pubblica, nel quale ufficio il Servo di Dio apparve fornito di doni singolari onde il Teologo Guala inviava a lui tutte le sue pratiche col motto Ite ad Joseph. Non so come il Can.co Bosso abbia ciò saputo.

 

Don Garigliano Guglielmo, vivente, che dimorò in Convitto dal novembre 1842 al giugno 1846, mi scrisse che vide che il Teol. Guala, ammalatosi verso la fine del 1843, si fece supplire nella Conferenza della sera (cioè la pubblica) da Don Cafasso, continuando pure il Servo di Dio a far la ripetizione al mattino. Il Sig. Brogino Giuseppe, defunto, mi disse di aver udito più volte a dire, non so da chi, che il Teologo Guala si compiaceva di Don Cafasso. In prova di ciò lessi nel testamento del Teologo Guala del 21 giugno 1848 le seguenti parole: Istituisco e nomino in mio erede universale il Signor Sacerdote Don Giuseppe Cafasso... Istituisco una Cappellania all'Altare del Crocifisso coll'obbligo all'investito d'una messa mensile e dell'assistenza al confessionale quattro giorni ogni settimana. Nomino Cappellano di detto Beneficio (con diritto di eleggersi il successore) Don Giuseppe Cafasso, il quale pel conosciuto suo zelo, dottrina e pietà, dispenso dall'osservanza degli obblighi imposti, sapendo non aver esso bisogno di alcuno stimolo per conformarsi alla mia volontà.

 

Nel documento inserito nella sessione 150 sta scritto che il Servo di Dio fu nominato 1° Rettore della Chiesa di S. Francesco d'Assisi in Torino e della Congregazione degli Artisti con Decreto Arcivescovile del 6 dicembre 1848, nel qual Decreto è detto che egli è commendato religiosa benignitate, animarum zelo, doctrina, sacerdotali gravitate et aedificante conversatione; 2° fu eletto Rettore del Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi in Torino con altro Decreto del 6 dicembre 1848, nel quale è lodata fides, probitas, dottrina, prudentia et zelus del Servo di Dio; 3° che fu deputato Amministratore del Santuario di S. Ignazio presso Lanzo Torinese con altro decreto arcivescovile del 6 dicembre 1848. In tutti e tre i Decreti io lessi la qualifica attribuita al Servo di Dio di Esaminatore Prosinodale.

 

 

L'INSEGNAMENTO

DELLA TEOLOGIA MORALE

In proposito all'insegnamento come Ripetitore e come Capo di Conferenze, dico in prima le notizie che ho potuto ricavare a voce parlando con alcuni suoi alunni e poi addurrò relazioni scritte che ebbi da altri alunni di lui.

 

Don Cocchis, già nominato, mi disse che Don Cafasso era un uomo d'ingegno e nutrito di forti studi e che fu egli, che veramente fece conoscere le dottrine di Sant'Alfonso. Come ciò abbia saputo io non so precisamente dirlo, perché non so positivamente che abbia frequentato la conferenza del Servo di Dio.

 

Il Canonico Martini, vivente, che mi disse essere intervenuto alle Conferenze del Servo di Dio, mi attestò che alle medesime accorrevano sacerdoti giovani e vecchi da non potersi talora contenere nel gran salone. Prudentissimo, non parlava mai di politica, era chiaro e sempre pronto alle nostre domande.

 

Don Sassi Giuseppe, convittore dal 1839 al 1841, come lessi nei Registri del Convitto, defunto, mi fece scrivere dal Teol. Ferrero Michele, vivente, che vide il Servo di Dio nella Conferenza che proposto un caso di morale interrogava alcuni Convittori a scioglierlo. Siccome i casi non erano tanto facili, gli scolari qualche volta facevano tali confusioni da non più capirsi alcuna cosa, e le risoluzioni venivano diverse e anche opposte. Sottentrava poi egli con parola calma e franca e distinte le questioni appartenenti al caso, le scioglieva una ad una secondo i principii tanto chiaramente che tutti ne rimanevano stupefatti, e potevano facilissimamente ricordare le soluzioni. Don Berardi Pietro, defunto, allievo delle Conferenze del Servo di Dio, non ricordo in quali anni, mi scrisse che il Servo di Dio nel fare le conferenza era sempre di animo pacato, tranquillo, benigno, condiscendente alle obbiezioni e rispondeva con tale chiarezza di idee da far meraviglia.

 

Mons. Appendini, già nominato altra volta, mi fece scrivere dal prevosto di Villastellone Teol. Aghemo Giovanni, vivente, per impotenza di scrivere egli stesso, che Don Cafasso con una virtù che resisteva a tutte prove, con calma prodigiosa, con un'accortezza e prudenza ammirabili, con una pietà esimia e ad un tempo facile e modesta, fece scomparire affatto quell'acrimonia che in alcuni probabilioristi ancora rimaneva contro i Liguoristi, e cooperò efficacemente a formare un clero dotto ed esemplare. — Egli non fu convittore, né so io come il medesimo abbia ciò saputo, so solo che era molto in relazione coi Superiori del Convitto come egli stesso mi disse.

 

Dalla voce unanime degli allievi del Servo di Dio che interpellai so che il libro di testo dell'insegnamento durante la vita del Servo di Dio era la Teologia Morale del Teologo Alasia, in quattro volumi. Tengo del Servo di Dio detto testo legato in undici volumi con fogli bianchi intercalati ad ogni foglio stampato. Su questi fogli bianchi il Servo di Dio scrisse molte note ed appunti ricavati dai migliori autori di morale, cioè S. Alfonso, Suarez, De Lugo, Lessio, Salmanticesi, Sporer, Reuter, Billuart, Tournely, Sanchez, Vasquez che egli cita ivi ecc. So questo perché conosco che la scrittura è proprio quella del Servo di Dio. lo che esaminai e studiai questi scritti di lui, trovai che il Servo di Dio ricavò dai sopradetti autori il meglio e ciò che era più pratico in essi, seguendo in ciò l'uso praticato da S. Alfonso nella sua Teologia Morale, conchiudendo sempre con norme pratiche secondo i diversi stati dei penitenti. — Dalla diversità di inchiostro e dal diverso modo di scrivere rilevai che questo lavoro incominciato da Convittore, come mi attestò il Canonico Pelletta, fu proseguito fino ai suoi ultimi anni.

 

Da questi scritti il Servo di Dio trasse un Compendio della Morale tutta, che passò sotto il nome di Trattatelli di Don Cafasso che gli allievi copiavano a gara. Sentii a dire, non ricordo più da chi, che il Servo di Dio, invitato a stampare detti Trattatelli, disse che l'avrebbe fatto se avesse ancora avuto tre mesi a sua disposizione.

 

Da una lettera scritta dal Servo di Dio al Teologo Eusebio Lebole, defunto, che posseggo, del 14 ottobre 1844, rilevo che il Servo di Dio spedì al medesimo le parti dei Trattatelli r de praeceptis Decalogi et Ecclesiae; 2° de Contractibus in genere et specie; 3° de Virtutibus Theologicis; soggiungendo che il trattato de Iustitia etIlure doveva ancora formarlo secondo le nuove leggi, e che non gli era ancora stato possibile comporre i Trattati de Matrimonio e de Simonia.

 

Nelle Conferenze Don Cafasso dal 1847 al 1860 dettava casi di Morale, in media circa 25 all'anno, dei quali io posseggo in originale N. 290. So questo perché posseggo i manoscritti originali del Servo di Dio. Non so poi quanti casi abbia dettati negli anni precedenti perché non ne ho gli originali. Tuttavia dalle copie, che posseggo, deduco che ne dettava anche negli anni precedenti ed in pari numero annuale. Dalla voce unanime dei Convittori da me consultati, allievi del Servo di Dio, mi consta che il medesimo usava, ogni sera se non erro, nella Conferenza pubblica far proporre una confessione pratica, a cui designava uno a far da confessore, conchiudendo poi egli col sciogliere le difficoltà proposte, e sopra tutto, come mi disse il Can.co Roetti allievo pure di lui, dava norme pratiche a saper prendere e dirigere le persone secondo i diversi stati e qualità loro particolari. Lo stesso Can.co Roetti mi disse che il Servo di Dio parlava colla massima delicatezza della materia de sexto, però quanto era necessario per formare idonei Confessori, dicendo che studiata questa materia secondo il debito, indicato dalla prudenza di Don Cafasso, si sarebbero risparmiate in confessionale molte domande imprudenti e con poche interrogazioni avrebbero i confessori capito il necessario per l'integrità.

 

La dottrina morale insegnata dal Servo di Dio fu precisamente quella di S. Alfonso de' Liguori, seguita però non materialmente, ma nello spirito secondo il sistema del medesimo santo. Ciò mi risulta dalla lettura dei suoi manoscritti che conservo.

 

Nelle relazioni che addurrò in seguito si trova un qualche cenno più o men lungo dell'insegnamento di Morale fatto dal Servo di Dio. Rilevo dai manoscritti del Servo di Dio originali, che posseggo, che egli dal 1845 al 1860 dettò tredici casi per concorso a parrocchie dell'Arcidiocesi, e quindi da quell'epoca era Esaminatore Prosinodale.

 

 

SUPPLISCE IL GUALA NELLA DIREZIONE

Il Servo di Dio fu Rettore del Convitto dall'anno 1848, come risulta dal documento presentato. Però per motivo di malattia del Teologo Guala, a cominciare dalla fine del 1843, come suppliva il Guala nella Conferenza pubblica così l'aiutava ed anche suppliva nella direzione del Convitto e della Chiesa. Provo ciò 1° da ciò che mi scrisse Don Garigliano, soprannominato, il quale fu presente nei 4 anni scolastici che dimorò in Convitto. Egli mi scrisse che durante i suoi studi nel Convitto potè conoscere il Servo di Dio quale sacerdote esemplare, sempre uguale a se stesso, pieno di umiltà, molto pio e zelante della gloria di Dio. Desideroso io, soggiunge, di essere collocato quale cappellano presso qualche famiglia, fui consigliato da Don Cafasso a rimanere in Convitto come feci e durante le vacanze mi mandava a frequenti passeggiate ed in fine mi regalò una discreta somma di danaro. Il medesimo Don Cafasso nella primavera del 1845 mi mandò a celebrare messa dalle Forzate. Io poi ammirai, continua il medesimo, nel Servo di Dio una grande prudenza nel dar consigli, seguendo i quali mi trovava sempre soddisfatto, buona volontà, santi propositi e ottime disposizioni nell'educazione dei Convittori. Provo 2° da due lettere del 1844 dirette al Teologo Lebole, defunto, scritte dal Servo di Dio, nelle quali dice di accettarlo in Convitto; queste lettere sono nelle mie mani. 3° dal Conte Saverio Provana di Collegno, vivente, il quale mi scrisse che il Teologo Guala verso il 1844, non potendo più attendere al Confessionale, indirizzò lui a Don Cafasso e che così fecero pure suo padre ed i suoi congiunti e continuando a confessarsi dal Servo di Dio fino alla morte del medesimo.

 

Seppi dal Teologo Boccardo Luigi, uno dei Superiori attuali del Convitto, a cui parlò il Canonico Delbosco Lorenzo, defunto, il quale fu Convittore, come vidi nei registri, nell'anno scolastico 184647, che Don Cafasso in quell'anno per prima cosa insegnò ai Convittori di far bene il segno della Croce; e che il Servo di Dio non voleva che a tavola i Convittori si dessero vicendevolmente vivande o vino.

 

Inoltre per quanto il Servo di Dio fece nella sua qualità di supplente nel reggere il Convitto sino alla morte del Guala, produco le relazioni di Don Sassi Giuseppe, defunto, Convittore negli anni 1839-40 e 1840-41; Canonico Barbiè Felice, defunto, Convittore nell'anno 184041; Don Bosio Antonio, defunto, parroco di Levone, Convittore negli anni 1844-45 e 1845-46.

 

 

 

V - RETTORE DEL CONVITTO ECCLESIASTICO

0f6Fatto rettore del Convitto alla morte del Teologo Guala, il Servo di Dio si regolò nel seguente modo. Mons. Bertagna, vivente, mi disse che il Servo di Dio durante le vacanze faceva uno studio speciale sul Regolamento del Convitto e vi introduceva talora qualche piccola variazione di qualche piccola parola o simili. E mi soggiunse che i Convittori sapevano tale cosa, per cui ritornati in Convitto ansiosi si portavano a verificare i fatti cambiamenti. Ciò vide egli stesso, perché uno dei Superiori del Convitto al tempo di Don Cafasso.

 

Che durante il Rettorato del Servo di Dio vigesse la disciplina in Convitto mi consta da una lettera del Teologo Golzio, defunto, secondo successore del Servo di Dio, diretta al Vicario Capitolare Can. Zappata nell'anno 1870, lettera, che conservo, nella quale dice di non esservi più quel fondo di studio, di disciplina, di interno andamento e regolarità come ai tempi del Teologo Guala e di Don Cafasso, che avevano cotanto innalzata la considerazione di questa Casa.

 

Don Allamano, già soprannominato, mi disse che il Servo di Dio era rigoroso nell'osservanza della disciplina, e che licenziò qualche convittore che aveva risposto malamente al comando di un superiore. Come ciò abbia saputo non so. Il Canonico Roetti, defunto, Teologo Collegiato, Professore di Teologia in Seminario, Provicario Generale, Padre della Piccola Casa, Canonico della Metropolitana, mi disse che trovandosi in Convitto ed alle conferenze vide che il Servo di Dio si serviva delle conferenze per dare avvisi ed ammonimenti a loro Convittori per formarli nello spirito ecclesiastico e buoni e zelanti sacerdoti. Mi risulta dalla Biografia del Servo di Dio scritta da Don Bosco, che presenterò, che il Servo di Dio dava ai Convittori esempio di regolarità a tutte le pratiche del Convitto.

 

Il Canonico Colombero, vivente, che fu Convittore per un anno, se ben ricordo nel 1858, mi disse che il Servo di Dio faceva studio speciale dei Convittori, della loro indole ecc. e mi portò per esempio se stesso, il quale, come timido, credeva di non essere stato conosciuto dal Servo di Dio, ma invece ebbe prova in seguito di essere stato bene conosciuto dal Servo di Dio. Da un manoscritto del Servo di Dio, che tengo presso di me, mi risulta che per infondere nel Convittori amore, attaccamento e sommissione alla Santa Sede faceva leggere in Refettorio dall'anno 1849 al 1860 le Vite dei Sommi Pontefici Innocenzo III e Gregorio VII, il viaggio di Pio VII del Cardinal Pacca, la storia di Bonifacio VIII, la vita di S. Pio V, la storia delle avversità di Pio VI, tutte opere di autori schiettamente Cattolici, eccetto l'Hurter, che benché protestate, ha difeso egregiamente il Papa Innocenzo III, e per vari anni di seguito la Storia Universale della Chiesa Cattolica dell'Abate Rohrbacher, del quale, secondo che mi attestò Don Rolando Prevosto di Pessinetto, allora Convittore, di cui non ricordo il nome, di aver udito dal Servo di Dio l'espressione: se tale autore non avesse fatto altro che scrivere questa storia, per ciò solo doveva avere un gran premio in Paradiso. In aggiunta al detto sin qui circa il Rettorato del Servo di Dio produco le relazioni scritte di Don Martino, defunto Prevosto di Piscine, che fu Convittore nel 1848-49 e 1849-50; Don Prato, Parroco defunto di S. Giovanni di Savigliano, Convittore nel 1854-55; Don Tonietto, Prevosto defunto di Monasterolo di Savigliano, Convittore nel 1854-55 e 1855-56; Don Baravalle Ferdinando, Parroco defunto di Mathi Canavese, Convittore nel 1856-57 e 1857-58.

 

 

RETTORE DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

Venendo a parlare del Servo di Dio come Rettore della Chiesa di S. Francesco d'Assisi, so dal Signor Bargetto, sacrestano di detta Chiesa sotto il Servo di Dio, che Don Cafasso poneva mente a quanto si faceva in Chiesa e voleva che gli altari fossero ben puliti, sicché, ogni volta che ritornava dal confessionale passando in sacrestia, il Bargetto si aspettava di udire qualche osservazione intorno al decoro della Chiesa. Il medesimo Bargetto mi aggiunse che nelle solenni Quarantore Don Cafasso veniva a vedere l'apparato, che egli stava preparando, e se vedeva che c'era ancor posto per candele, gli ordinava di aggiungerne quanto più potesse. Lo stesso mi attestò che il Servo di Dio gli espresse l'idea di far abbellire la Chiesa, e seppe, credo da Monsignor Galletti primo successore di Don Cafasso, che il Servo di Dio aveva lasciato una somma a questo scopo; che se ben ricordo, era di lire cinquemila.

 

Il Canonico Gaude, defunto, già nominato, mi scrisse che, essendo egli confessore nella Chiesa di S. Francesco nel 1855, soleva porre il fazzoletto bianco pendente sul davanti della porticina del confessionale, il Servo di Dio per correggerlo gli disse sorridendo: fa asciugare il bucato? Premetto che la Chiesa di S. Francesco non essendo parrocchia non [vi] si predicava regolarmente come nelle parrocchie. Tuttavia so dal Bargetto suddetto che il Servo di Dio vi predicò l'annuale forse nel 1846, e che vi predicava in mancanza di qualche predicatore invitato, per novene e simili. Ciò vide perché sacrestano. Mi raccontò ancora che una volta lo vide ascendere in pulpito dopo pochi minuti di preghiera, essendo mancato il predicatore all'ultimo momento, nella novena del SS. Natale. Che il Servo di Dio predicasse in S. Francesco mi risulta pure da varie prediche manoscrittte del Servo di Dio che conservo, contenenti accenni, da cui si rileva che furono fatte in detta Chiesa. Non so con qual successo né con qual profitto degli uditori: solo udii dallo stesso Bargetto che la suddetta predica della novena del Santo Natale piacque tanto che don Cafasso fu pregato da varie persone di continuar lui la novena. Non so come Bargetto abbia saputo questo.

 

 

DON CAFASSO CONFESSORE. LUNGO ELENCO DI PENITENTI

Ho già riportato sopra le parole del Teologo Guala, dove nominando il Servo di Dio al Beneficio del Crocifisso, a cui aveva annesso principalmente l'obbligo di confessare, lo dispensò da quest'obbligo sapendo non aver esso bisogno di alcun stimolo per conformarsi alla sua volontà. Questo prova già la sua diligenza al Confessionale.

 

Inoltre questa sua diligenza viene confermata da quanto scrisse Don Bosco nella citata Biografia del Servo di Dio, e dalla relazione di mons. Galletti che presento.

La Damigella Garneri Maria, defunta, che fu penitente del Servo di Dio dal 1854 fino alla morte di lui, mi disse che il Servo di Dio non era lungo nel confessare, che aveva poche parole, ma queste bastavano a persuadere e tranquillizzare, a togliere tutti i dubbi e tutte le pene. La medesima mi aggiunse che, di tante tribolazioni spirituali che essa aveva, non ne sentì più il peso dalla prima volta che si confessò dal Servo di Dio fino alla morte di lui, e lo sentì nuovamente dopo questa. Mi disse ancora che il Servo di Dio per lo più in penitenza dava atti di amor di Dio, e conchiuse con dirmi che quel confessionario nessuno dovrebbe più usarlo, ma dovrebbe custodirsi come una Reliquia, dacché è veramente di un santo.

 

Mi dissero essi stessi che si confessarono dal Servo di Dio il Conte e Generale Incisa Beccaria Belbo Luigi, vivente; il Cav.re Michelangelo d'Agliano, vivente; il Commendatore Vezzosi, vivente; la signora Clerico, vivente; Don Bosco, fondatore dei Salesiani, defunto, il quale mi disse di essere stato l'ultimo a confessarsi dal Servo di Dio già ammalato dell'ultima infermità; il Barone Feliciano Ricci des Ferres, defunto; la Marchesa Maria Fassati, vivente, i quali tutti me ne parlavano come di un espertissimo direttore di coscienza, di cui erano soddisfattissimi; ed in particolare la signora Clerico mi disse che il Servo di Dio l'animava alla confidenza in Dio in mezzo alle sue tribolazioni, dicendole che anche per lei c'era un posto in Paradiso; il barone Ricci mi disse che dopo la morte del Servo di Dio, lamentandosi con Don Bosco di tal perdita, ebbe da lui questa risposta che un direttore simile non l'avrebbe più trova to in sua vita.

 

Inoltre seppi dal Teol. Giuganino Bartolomeo, vivente, che il Marchese Cusani, vivente, gli disse essere stato solito a confessarsi dal Servo di Dio e che ne era entusiasmato; seppi pure dalla Giacinta Malerba, defunta, cameriera della Contessa Sabina Ricardi Casassa, che questa le disse che si confessava da Don Cafasso, e che ne era contenta e che la tranquillizzava mirabilmente. La stessa cosa si legge nell'attestazione, già presentata da me, scritta da Monsignor Galletti. Nella vita della Marchesa Giulia Falletti di Barolo, stampata dalla Tipografia Speirani, composta dal Canonico Lanza Giovanni, Professore, leggo quanto segue: Don Cafasso era [confessore] ordinario della Marchesa (di Barolo).

 

Il Conte Ottavio Bosco di Rullino, vivente, mi disse che sua madre e sua sorella, la quale fu poi Suora della Visitazione in Torino, tutte due defunte, si confessavano dal Servo di Dio e mi aggiunse per iscritto, che le medesime avevano una fiducia illimitata e ben giusta in ogni sua parola, e che fu da esse molto rimpianto.

 

Genolino Clara, in religione Suor Brigida, defunta, che fu poi Superiora delle Carmelite in Cavoretto, e delle Taidine, entrambe istituzioni del Venerabile Cottolengo, si confessava da Don Cafasso e fu dal medesimo indirizzata alla Piccola Casa, come essa stessa mi disse.

Le sorelle Bellingeri Irene e Maria, viventi, mi dissero che si confessavano dal Servo di Dio e della sua direzione erano molto soddisfatte.

 

La Damigella Bosio Angela, vivente, mi disse che si confessava pure dal Servo di Dio, e la sapeva tranquillare nelle sue pene spirituali.

 

Il Canonico Giordano, illustre predicatore di Torino, e uomo stimato per la sua santità, defunto, si confessava dal Servo di Dio, come rilevo dall'espressione usata da lui in una sua predica negli esercizi spirituali al Clero, stampata dalla Tipografia degli Artigianelli di Torino, col titolo: Esercizi spirituali al Clero, dove chiama il Servo di Dio suo padre e sé suo povero figlio spirituale. E mi pare che il Can.co Nasi, vivente, mi abbia detto che il Can.co Giordano era effettivamente penitente di Don Cafasso. Aggiungo ai nomi dei penitenti del Servo di Dio ancora i seguenti.

Il Commendatore Crodara-Visconti Giacinto, vivente, mi disse che si confessava dal Servo di Dio e ne ha tuttora la stima come di un santo. La Damigella Garneri Maria, defunta, mi disse che si confessava dal Servo di Dio, a ciò invitata dal fratello Chierico, e mi narrò che la dirigeva così bene nelle cose anche piccole, da farle venire un gran desiderio del Paradiso; e con una corona particolare con grani scorrevoli le faceva contare le piccole mortificazioni, talora fino a 50 al giorno.

 

Don Tarizzo Giuseppe, Pievano attuale di Rivara, mi disse che si confessava dal Servo di Dio, e che gli inspirava sentimenti di vero spirito ecclesiastico e di amore alla Santa Sede. Dal Sig. Bargetto, più volte citato, seppi che egli vide il Servo di Dio a confessare abitualmente nel confessionale secondo di sinistra di chi entra in Chiesa di S. Francesco, e che tenne tale confessionale sino alla morte, sebbene fosse esortato a prenderne un altro più vicino alla sacrestia e quindi più comodo, e che volle tenere il primo per dare maggior comodità ad ogni sorta di gente per venire a confessarsi, massime ai più restii a confessarsi. Il medesimo mi disse anche che vide il Servo di Dio a confessare molti uomini nella sua camera specialmente di sera e verso notte. Così mi dissero che si confessarono in camera del Servo di Dio il Cavaliere Michelangelo d'Agliano, il Commendatore Vezzosi, il Commendator Cordara ed altri che non ricordo.

 

Certa Bolla Angelina, abitante ora in Sardegna, vivente, mi scrisse che un giovane di ventisei anni, dato alla vanità del mondo, venuto in fin di vita desiderava di avere Don Cafasso ad assisterlo nelle sue agonie. Chiamato il Servo di Dio dalla famiglia, colla sua affabilità vi andò e vi stette per varie ore fino alla morte, aiutandolo con tanta carità a morir rassegnato. Non mi scrisse chi fosse questo giovane né come seppe il fatto che lo riguarda.

 

 

 

VI - CONTINUA L'ELENCO DEI PENITENTI

0g7La Damigella Orsi Carolina, vivente nel Convitto delle Vedove e Nubili in Torino, mi raccontò che vide il servo di Dio andare colà dal Convitto per confessare certa Gerbino, di lui penitente, inferma; e che quando non poteva assolutamente andare, egli vi mandava il Teologo Golzio. Detta Gerbino ora è defunta.

 

Suor Rosa delle Giuseppine, maestra nel Monastero delle Orfane di Torino, mi raccontò che certa Maggia Giuseppa, orfanella, defunta, ivi ricoverata, era talmente affetta da pene e scrupoli che per farla comunicare a Pasqua ed a tempo ben inoltrato, si esigeva sempre tutta l'autorità di un confessore speciale. Un anno per consiglio di Monsignor Ceretti venne pregato Don Cafasso, il quale la confessò in poco tempo, mentre con altri era necessario gran tempo, ed aspettò l'indomani a far la Santa Comunione, che poi fece senza essere trascinata, come le altre volte, senza nuovamente riconciliarsi: due fatti questi che furono tenuti come straordinari nella Comunità, e che non successero mai né prima né dopo d'allora, e attribuiti allo spirito del Servo di Dio. La detta Suora seppe ciò, come mi disse, dalle orfane anziane, compagne della Maggia, e delle quali alcune sopravvivono ancora.

 

Certo Giaccardi Giovanni, sacrestano della chiesa della SS. Trinità in Torino, defunto, mi raccontò di aver sentito a dire, non so da chi, che il Servo di Dio si portò da un signore in città, sotto la parrocchia di S. Agostino, perché aveva rifiutato altri confessori e che pressato da quel della famiglia a confessarsi perché molto ammalato, si indispettiva maggiormente. Arrivato Don Cafasso colle sue belle maniere e sante industrie lo indusse a confessarsi e comunicarsi.

 

La Marchesa Ceva di Nocito, vivente, mi scrisse che il Servo di Dio chiamato a confessare un'ammalata che non voleva sapere di sacramenti, questa rispose alle sue esortazioni con gettargli addosso il campanello. Allora il Servo di Dio si ritirò a pregare in un angolo della stanza, poscia con crocifisso in mano si presentò alla medesima dicendole: se essa vuol dannarsi, il Signore vuol salvarla. E tanto disse che la vinse e convertì. Non mi scrisse come essa abbia saputo questo fatto né chi sia stata quell'ammalata.

 

Il Canonico Bosso, già nominato, mi raccontò che alla vigilia della Comunione degli ammalati nell'Ospedale Cottolengo, non potendosi confessar tutti dai preti della Casa, vide che si chiamava dai Superiori anche Don Cafasso a confessare, il quale in breve tempo con comune soddisfazione ne confessava molti. Onde mi aggiunse che il Canonico Galletti, allora Prete della Piccola Casa, stupito di ciò, si propose di voler egli pure studiare la morale di Don Cafasso.

 

Nella relazione di Don Savio, che presentai, sta scritto che nella Piccola Casa quando vi erano dei peccatori ostinati, infermi, chiamavano Don Cafasso per confessarli, ed egli accorreva volentieri e riusciva sempre a convertirli. Lessi in una relazione scritta di pugno dal Servo di Dio, che conservo, e che egli scrisse per il Bollettino intitolato Sacro Cuore di Maria, che il Servo di Dio riuscì a convertire coll'intercessione della Madonna una giovane rotta ai vizi, e da questi ridotta in fin di vita e che era disperata e ricusava assolutamente i sacramenti.

 

 

MAESTRO DI PREDICAZIONE

Il Servo di Dio per molti anni fece scuola di predicazione agli allievi del Convitto, cioè dal 1840 almeno, fino alla sua morte, con qualche breve interruzione che dirò. Ciò provo 1° coll'attestazione del Can.co Barbiè Felice, che già ho presentato; 2° con alcune parole scrittemi da Don Balladore Antonio, vivente, Prevosto di Beinasco, Convittore negli anni 1843-44 e 1844-45; 3° da ciò che mi disse Monsignor Bertagna.

 

Il Can.co Barbiè nella detta relazione scrive dell'anno 1840 che il Servo di Dio quasi ogni quindici giorni, abbreviando di qualche minuto la sua conferenza privata, dettava una traccia su qualche argomento pratico e più specialmente su gli evangelii, massime di S. Giovanni che diceva il Checco del Signore ed il più sublime. Questi lavori si consegnavano in proprie mani a Don Cafasso, il quale li leggeva in privato, li annotava in margine e li restituiva a chi ne era l'autore. Era però solito dire: nel comporre siano chiari e discendano alla pratica, usando sempre che si può esempii, perché questi restando a mente degli uditori loro fanno ricordare le massime udite nelle prediche.

Don Balladore mi scrisse che il Servo di Dio, nel tempo che egli fu convittore, faceva scrivere prediche due volte al mese, le quali poi restituiva.

 

Mons. Bertagna mi disse, che nell'anno 1850-51 dettava Don Cafasso le tracce di predicazione e presiedeva alla lettura dei lavori; che fatta leggere una parte dell'assunto e fatte alcune osservazioni, era solito, sotto forma di dare una norma, di stendere tutta la parte e così successivamente i vari punti. Il medesimo mi aggiunse che dal 1851-52 sino a gran parte del 1855 Don Cafasso affidò quest'ultimo all'Avvocato Don Destefanis, ma che il pensiero di Don Cafasso era la base sopra cui questi lavorava. Venuto a morte l'Avvocato Destefanis, il lavoro fu ripreso da Don Cafasso, il quale in seguito lo affidò a Mons. Bertagna stesso per due anni, non ricorda più quali, ed in questi due anni Mons. Bertagna pigliava a voce la traccia dal Servo di Dio e, messa in iscritto l'idea come sapeva, la presentava di nuovo a Don Cafasso per l'ultima mano. Mons. Bertagna conchiuse, che dopo due anni la cosa ritornò a Don Cafasso. Mi aggiunse che gli alunni dovevano presentare il loro scritto al prefetto, il quale doveva leggerli tutti e farvi quelle annotazioni che avesse stimato; poi di regola il giorno fissato chiamava due o più spesso tre convittori a leggere, estraendoli a sorte. Mons. Bertagna mi disse questo perché vi fu presente come alunno e come superiore del Convitto in quasi tutti gli anni sopraccennati dal 1850 al 1860.

 

Conservo presso di me cinquantacinque traccie manoscritte del Servo di Dio, dettate dal 1847 al 1858; per la più parte riguardano i Santi Vangeli. Le regole che il Servo di Dio dava ai Convittori per la predicazione si trovano nell'ammirabile istruzione fatta per gli esercizi spirituali pei sacerdoti, di cui io tengo l'originale, la quale, cosa singolare! contiene gli stessi punti e lo stesso ordine che si ammirano nell'Istruzione data dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari pei predicatori di questi ultimi anni, eccettuato un solo punto, che riguarda il far polemiche o conferenze inopportune, che il Servo di Dio non tratta per iscritto, ma che i suoi allievi l'udirono svolgere a voce, come mi attestarono il Canonico Colombero ed altri che non ho presenti.

 

 

INDOLE DI DON CAFASSO

Quanto all'indole del Servo di Dio ho le seguenti cose a deporre. Già ho deposto sopra, che Don Allamano conobbe il Servo di Dio come d'indole molto vivace, che però sapeva ben moderare. Don Monsello, già nominato, mi attestò che come compagno di Seminario non vide mai il Servo di Dio maliconico, sebbene fosse un po' sofferente, che non lo vide mai adirarsi né dimostrare scoraggiamento od angustia di spirito; che teneva sempre gli occhi tranquilli e lo sguardo né troppo alto né troppo basso.

 

Don Perotti, Prevosto attuale di Riva di Chieri, che fu convittore nei tre anni 1854-55, 1855-56, 1856-57, mi scrisse: io credo che Don Cafasso avesse sortito da natura un naturale molto sensibile e pronto, eppure il modo dignitoso ed insieme piacevole e caricatevole con cui trattava i Convittori, la pazienza con cui si diffondeva a spiegare le questioni più delicate affinché tutti si facessero idee ben chiare, il rispondere senza lasciar trapelare un po' d'impazienza ad obbiezioni già lungamente sciolte, ed egli non risparmiare le parole, anzi metterne fuori un mare, ricorrere a vari casi per sempre meglio spiegar le questioni e, non bastando ancora, continuare inalterabile senza un po' d'acrimonia o di mordente naturale, ma con tutta dolcezza rispondere e ripetere le cose già dette e ridette senza lasciar nemmeno intravedere in sé la pena che si destava in tutti che l'ascoltavano [il periodo resta sospeso]. Questa virtù di carità e dolcezza instancabile in Don Cafasso, secondo me, sa di eroismo e non si acquista che con lungo esercizio di far violenza a se stesso. A che se si aggiunge la longanime assistenza al confessionale a tutti nota e poi incontrarlo qualche volta ad ora tarda a scendere le scale del Convitto, stanco, spossato di forze, fermarsi talora per prendere lena ed ascendere e tuttavia sempre di buon umore, con aria ridente, sempre eguale a se stesso trattare tutti colla solita sua dolcezza, allora si è persuasi che si tratta di una virtù e santità non comune. Onde tutti, anche quelli che allora sapevano di liberalismo, erano bene impressionati dal Convitto ed affezionati a Don Cafasso.

 

Di questo dominio che dimostrava sopra se stesso il Servo di Dio, parla Don Bosco nella biografia di lui; e la Marchesa Maria Fassati, vivente, la quale mi scrisse che ammirava nel Servo di Dio la sua imperturbabilità e soavità di modi nelle lunghe e noiose udienze, che dava ad ogni sorta di persone, trattando egualmente i ricchi ed i poveri, ed ascoltando collo stesso interessamento e bontà anche quelle persone, che a lui sovente si portavano per cose di poco rilievo, da rendersi noiose.

 

 

 

VII – CONTINUA L'ELENCO

Don Bosio Antonio, defunto, di cui ho già presentato la relazione, dice in questa, che la persona di Don Cafasso presentava un misto di serio e di sereno nel medesimo tempo; la serietà lo faceva rispettare; la serenità, effetto di sua virtù, specialmente della sua dolcezza, ispirava confidenza. Sempre eguale, e nessuno poteva accorgersi quando fosse contento o crucciato. Don Prato, già citato, defunto, nella presentata relazione scrive: sulla sua fisonomia, nel suo sguardo di luce speciale, direi, ispirato, traspariva alcun che di straordinario, che ispirava il massimo rispetto colla confidenza più illimitata. Era tutto a tutti senza dimostrare mai nausea o stanchezza anche nei suoi piccoli incomodi. Sempre d'umore eguale con un fare ilare ed amichevole anche in difficili circostanze, non si lasciava vincere da soverchia tristezza, ma tutto componeva in bel modo a gloria di Dio e bene delle anime.


0h8

 

Don Ribotta Nicolao, vivente, che fu convittore negli anni 1846-47 e 1847-48, mi scrisse che la schiettezza della verità e della giustizia, l'aria gioviale, buona, semplice, amica, rivelavano in lui il possesso della grazia, che pareva dell'innocenza battesimale, e lo rendevano caro a quanti lo conoscevano.

 

Certa Falchero Angela, d'anni 91, vivente, vedova di Giuseppe Falchero, affittavolo della cascina Rombelli, già di proprietà di Don Cafasso per eredità del Guala, mi disse che vide il Servo di Dio essere veramente sincero, ciò che aveva in bocca aveva in cuore, e ciò che aveva in cuore aveva in bocca: che amava molto la nostra bonarietà e sorrideva al racconto minuto ed alla buona delle nostre cose di famiglia. Don Baravalle, sopranominato, di cui ho presentato la attestazione, in essa scrive: l'esterno di Don Cafasso era sempre composto e grave e dimostrava apertamente il suo interno raccoglimento e si può con molta certezza affermare che il suo spirito era continuamente unito con Dio.

 

 

RITRATTO DI DON CAFASSO

Don Baravalle, sopranominato, di cui ho presentato la attestazione, in essa scrive: l'esterno di Don Cafasso era sempre composto e grave e dimostrava apertamente il suo interno raccoglimento, e si può con molta certezza affermare che il suo spirito era continuamente unito con Dio.

Sentii da Don Allamano, sopranominato, Don Traversa, Curato di S. Massimo, vivente Monsignor Bertagna, Can.co Roetti, Sig. Bargetto a dirmi che il Servo di Dio era di statura meno che mediocre, di complessione mingherlina, che aveva la spalla destra alquanto sollevata con relativa depressione della sinistra, lo stomaco alquanto sollevato, magro e pallido in volto, i capelli copiosi di color castagno scuro, naso un po' aquilino, fronte ordinaria, occhi neri e vivacissimi da non potersi resistere al loro sguardo, bocca ordinaria e mento ordinario, orecchie piccole, mani piccole e scarne, capelli sempre composti ma non coltivati.

 

 

DON CAFASSO PREDICATORE

Il Servo di Dio predicò in Castelnuovo d'Asti essendo ancor Diacono, per la prima messa del compagno Don Alla-mano già citato, come questi mi disse. Certo Rossatto Francesco, Michelotto Carlo di Cafasse presso Lanzo, credo viventi, mi dissero che nel 1842 il Servo di Dio andò a predicare la Missione di nove giorni con un certo Don Geni-nani, defunto, nel loro paese di Cafasse; che videro il Servo di Dio essere stato tenuto da tutti come un santo e che ricordano ancora l'effetto straordinario prodotto nel paese dalle di lui prediche, massime da quelle dell'inferno e del paradiso: quella li atterrì molto, questa molto li consolò. Detto Rossatto mi aggiunse d'aver visto che essendovi gravi disordini fra varie famiglie, la vigilia della comunione generale il Servo di Dio indusse tutte le famiglie a domandarsi vicendevolmente perdono delle offese e dei cattivi esempi dati; il che fu fatto con pianto generale e con commozione da non potersi esprimere.

 

Nello stesso anno 1842, o l'anno dopo, Don Ropolo, defunto, già nominato, e Don Savio, vivente, già nominato pure, mi dissero di sapere da persone del paese, delle quali non mi dissero i nomi, che il Servo di Dio andò a predicare la Missione di due settimane in Castelnuovo d'Asti col Teologo Borel, defunto, aggiungendomi che la Missione produsse grandi frutti e innumerevole concorso ai confessionali; dal che, mi disse Don Savio, crebbe ognor più nel paese il buon concetto che si aveva già di Don Cafasso.

 

Seppi da Suor Eufrosina della Carità (delle suore Bigie), vivente, da cinquant'anni addetta all'Ergastolo delle donne in Torino, che vide il Servo di Dio venire quivi a dettare gli esercizi spirituali alle donne ivi rinchiuse e fare le istruzioni in dialetto; ciò nell'anno del Giubileo concesso dal Papa, che essa crede sia il 1846; e che lo vide pure altra volta a dettarvi i santi esercizi nel 1854. Mi aggiunse che il Servo di Dio vi operò molto bene e convertì varie di quelle persone perdute, le quali si posero sulla buona via e vi durarono ed anzi alcune abbracciarono lo stato religioso; non mi disse in quale Istituto.

 

Che abbia predicato a donne carcerate o simili, lo rilevo da quattro prediche, che conservo manoscritte del Servo di Dio, nelle quali accenna a persone di tal genere, perché loro augura che siano presto rimesse in libertà.

 

La Baronessa Bianco, vivente, mi attestò di aver assistito nel 1860, dietro esortazione del suo confessore, Canonico Giordano, defunto, agli esercizi spirituali dettati da Don Cafasso nell'Istituto del Soccorso in Torino, Istituto femminile di educazione. Mi aggiunse che ne provò grande soddisfazione e che ricorda tuttora la consolazione provata per la predica sulla morte, per cui confessatasi dal Servo di Dio, ella, che molto temeva il morire, ebbe dal Servo di Dio assicurazione che in quel punto estremo i suoi timori sarebbero spariti. Di che essa si tiene sicura sulla parola del Servo di Dio.

 

Suor Serafina, Superiora del Monastero delle Adoratrici del SS. Sacramento, volgarmente dette Sacramentine, mi disse di sapere da Suor Veronica dello stesso Istituto, nel secolo Solaro della Margherita, ambedue viventi, che il Servo di Dio predicò gli esercizi a parecchie suore unite in preparazione alla vestizione o professione delle medesime, e che infine a detta suora lasciò per iscritto una memoria di pensieri e proponimenti spirituali, memoria che io conservo, datami dalla Superiora predetta.

 

Da una predica manoscritta sulla professione religiosa, che io conservo, del Servo di Dio, mi risulta che Don Cafasso predicò in chiesa pubblica in occasione della vestizione di qualche suora.

Dalla sopranominata Falchero Angela seppi che essa udì dal Servo di Dio essere egli andato a predicare al Cottolengo; e ciò le disse perché essa aveva smarrite due camicie, nel bucato, che il Servo di Dio disse rincrescergli la perdita, perché non sue ma del Cottolengo, che gliele aveva imprestate in occasione che ivi aveva predicato.

 

Anche Don Bosco parla nella citata biografia della predicazione che il Servo di Dio fece nei suoi primi anni di Superiore del Convitto, cioè dopo il 1837.

 

 

GLI ESERCIZI SPIRITUALI

Don Cafasso si applicò particolarmente nel dettare gli esercizi spirituali al Clero che, come scrive Don Bosco nella citata biografia, pareva la porzione dell'umana società in modo speciale a lui affidata.

 

A questo fine fin dal 1835, essendo tuttora convittore, il Servo di Dio, prendeva note delle istruzioni e delle meditazioni, che sentiva negli esercizi al santuario di S. Ignazio, dei quali appunti conservo gli originali stessi, scritti dal Servo di Dio per dieci anni. Circa questo tempo compose pure quattro quaderni di testi tolti dalla Sacra Scrittura e dai Santi Padri in ordine alla predicazione, come appare dalla stessa forma di scrittura. Dopo aver scritto nel 1840 la Missione pel popolo, come appare da alcune espressioni che lessi nei manoscritti di essa, che conservo, compose una prima serie di meditazioni per gli ecclesiastici, dal 20 ottobre 1842 all'8 aprile 1844, da farsi per otto giorni con tre prediche al giorno, come per alcuni anni si usò fare al santuario di S. Ignazio. Più tardi compose altra serie o meglo due altre serie di meditazioni agli ecclesiastici, che sono piuttosto una correzione e bella copia della prima serie. Più tardi ancora scrisse le istruzioni per gli esercizi spirituali ai sacerdoti. Tutti questi manoscritti io conservo, eccetto alcune prediche, che non rinvenni, e da essi ho veduto con quanta cura si preparò al ministero della predicazione.

 

Nella prima predica delle meditazioni, cioè sul fine dell'uomo, si leggono le seguenti parole: « per comando che mi fu fatto incomincio questa predicazione ».

 

Don Giacomelli mi disse che Don Cafasso predicò per la prima volta la predicazione delle meditazioni in S. Ignazio nell'anno 1844, mi pare perché fu presente. Continuò tutti gli anni, o quasi tutti, a predicare colà le meditazioni fino all'anno della sua morte, ad eccezione di qualcuno degli ultimi anni, nei quali fece le istruzioni invece delle meditazioni. Ciò seppi dal Canonico Roetti, da Don Giacomelli e da vari altri, di cui non ricordo il nome. E quanto alle meditazioni risulta da questo fatto, che la camera propria a darsi al predicatore delle meditazioni, perché fu occupata tante volte da Don Cafasso, venne comunemente chiamata la camera di Don Cafasso.

 

 

 

VIII - PREDICATORE DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI

0i9Conservo nelle memorie del convitto due soli elenchi degli esercitandi sacerdoti, che sono quello del 1846 e del 1847, nei quali leggo quale predicatore delle meditazioni Don Cafasso. Questi elenchi sono scirtti da Don Strumia, defunto, economo del Santuario.

Don Cerva, vivente, Prevosto di Casalgrasso, mi disse di aver udito Don Cafasso a predicare le istruzini al clero in S. Ignazio nel 1858.

 

Una sola lista pervenne nelle mie mani degli esercitandi secolari di S. Ignazio, che conservo, ed è del 1846, nella quale è notato che predicò il Servo di Dio le istruzioni. Da vari esercitandi secolari, dei quali non ricordo i nomi, udii a dire che essi intervennero agli esercizi in diversi anni, dettati dal Servo di Dio.

 

Un sacerdote del Santuario di Graglia (Biella), del quale non so il nome, vivente, mi disse che il Servo di Dio predicò in quel Santuario gli esercizi spirituali al Clero e mi aggiunse che fra i sacerdoti Biellesi era tuttora viva la memoria di quella fruttuosa predicazione, secondo che sentì da quei sacerdoti che intervennero.

 

Monsignor Ighina, attuale vicario Capitolare di Mondovì, e Don Aragno Carlo, Priore di Magliano Alpi (Mondovì), mi scrissero che il servo di Dio dettò gli esercizi spirituali al Clero nel Seminario di Mondovì. Questi aggiunse le seguenti parole: Non solo lo udii come apostolico predicatore, ma profittai del suo sacro ministero nel sacramento della Penitenza; nell'uno e nell'altro ufficio con tutti i molti sacerdoti partecipanti ammirai la soda e pratica dottrina da lui esposta e la sua santità che traspariva dalla sua illuminata, pronta, vivace ed incisiva parola, che penetrava fin nell'intimo del nostro cuore e lo muoveva e quasi trascinava a Dio. Come confessore poi egli mi pareva ispirato ed impareggiabile, amoroso padre, dotto maestro, savio consigliere, tenerissimo amico, versava su tutte le piaghe l'olio del Samaritano et sanabat omnes. Unanimemente tutti entusiasmati esclamavamo: Don Cafasso ha con lui lo spirito di Gesù Cristo.

 

In una lettera del Servo di Dio scritta a Don Burdino nel 1855, che conservo, lessi che ritornava allora dal dettare gli esercizi spirituali al Clero di Cussanio (Fossano).

Don Sciolli Rocco, ex parroco di Salmour, vivente, mi disse che udì don Cafasso a predicare gli esercizi spirituali di dieci giorni in Cussanio nel 1855, ed udì il Vicario Capitolare.

Mons. Abrate, nell'annunziare i predicatori, a dire che aveva invitato due sacerdoti celebri, uno per santità, zelo e dottrina, alludendo a Don Cafasso, l'altro per soda scienza e per altre virtù e doti, alludendo al Padre Stub Barnabita.

 

Don Giacomelli mi disse che il Servo di Dio predicò pure esercizi al Clero in Susa, e ciò seppe perché lo incontrò in Avigliana mentre da Susa faceva ritorno a Torino.

Mons. Bertagna, Don Buzzani, viventi, Don Ropolo, defunto, mi dissero che il Servo di Dio predicò gli esercizi al Clero nel Santuario della Madonna dei Fiori in Bra negli ultimi anni di sua vita.

Il Canonico Giuseppe Cerutti, arcidiacono della Cattedrale d'Asti, defunto, mi scrisse queste parole: per tanti anni frequentai gli esercizi spirituali nel Santuario di S. Ignazio e quasi sempre sentii Don Cafasso a predicare con mia grande soddisfazione e meraviglia.

 

Mons. Bertagna mi disse che il Professore Can. Marengo, ritornato dagli esercizi spirituali dettati dal Servo di Dio a S. Ignazio nei primi anni di sua predicazione, gli disse che era così penetrato dall'efficacia della parola di Don Cafasso, che ne discorreva cogli amici con vero trasporto, e andava dicendo: quest'uomo dominerà tutto il Clero.

 

Il Canonico Giordano, defunto, nella predica d'introduzione agli esercizi spirituali al Clero, stampati nella tipografia degli Artigianelli nel 1878, pagina 24, dopo ricordato gli autori di cui si servirebbe nella predicazione, il Beato Leonardo, Sant'Alfonso, il Bellecio, scrive: e soprattutto quell'uomo, che ci predicava pochi anni fa, Don Cafasso, quell'uomo che venero come un santo e tenterò di seguire come maestro. E nella predica sulla morte, ricordato il Servo di Dio, soggiunge: lascia al tuo povero figliolo, che almeno una volta pronunciai il tuo nome da quest'altare ove tu spargesti tanti sudori, e tanta pace versasti nei poveri nostri cuori.

 

Mi sta presente la sua meditazione sulla morte del giusto: egli ne parlava con un accento di convinzione e sapeva ragionarne con modo affatto suo; mí ricordo che tutti noi ervamo silenziosi a divorare le lacrime che ci cadevano, ed egli a farci coraggio (pagina 147). Il Canonico Berteu, vivente, mi disse che incontrati una volta per Torino a Canonico Ortalda ed il Canonico Giordano, defunti, avendo l'uno dato all'altro la notizia che predicherebbe in quell'anno gli esercizi a S. Ignazio Don Cafasso, li udì dire: dunque allora andiamo a farli. Noto qui che a S. Ignazio si davano due mute di esercizi al Clero per alcuni anni, ed i sacerdoti erano ansiosi di sapere in quale predicasse il Servo di Dio.

 

Il Canonico Allaria, attuale Vicario generale della Diocesi di Alba, mi scrisse le seguenti parole: Le riminescenze di quella predicazione (di Don Cafasso) sono tuttora così fresche, soavi, intime che non di rado ci avviene di incontrarci con alcuni dei suoi antichi allievi, i quali ne riportano a memoria con vivo entusiasmo e salutare compunzione i punti più salienti e piangono di aver così presto perduto un maestro di sì preclari ed incomparabili meriti. Don Carena Biagio, vivente, mi scrisse: so che dettò moltissime volte ed in varie Diocesi gli esercizi spirituali, specialmente ai sacerdoti, e so di scienza propria ed anche per relazione altrui che il suo dire era così facile, ordinato, persuasivo e pieno d'unzione, che era ascoltato volentier da tutti, parroci, canonici e vescovi.

Si vedeva che la sua predicazione era frutto della preghiera e dello studio, cose che raccomandava tanto ai sacerdoti nel predicare come nel confessare: apriva tanto il cuore alla confidenza. Il Padre Stub, Barnabita, defunto, nel 1860 dettando gli esercizi a S. Ignazio, parlando della scienza e dello zelo sacerdotale, fece tale elogio di Don Cafasso da commuovere tutti. Ciò seppi da Don Ropolo che fu presente, e mi aggiunse che in fine degli esercizi si celebrò un solenne funerale in suffragio di lui morto poco prima.

 

 

APOSTOLO DEI CARCERATI

Ho già detto sopra che Don Cafasso come convittore andava a fare il catechismo ai carcerati; cosa che pure mi attestarono il Canonico Borsarelli, defunto, assiduo confessore anch'egli nelle carceri, ed il Sig. Bargetto, già nominato. Divenuto prefetto e ripetitore in Convitto, si dedicò con tutte le forze a lavorare nelle carceri, istruendo e confessando. Don Sassi Giuseppe, defunto, Convittore nel 1839-'40 e 1840-'41, mi scrisse che i carcerati erano i prediletti del Servo di Dio, e che traeva profitto da tutte le occasioni per soddisfare all'ardente desiderio di beneficarli anche materialmente.

 

Il medesimo mi raccontò che una sera dopo cena, essendo noi Convittori attorno al Rettore, Teologo Guala, a Don Cafasso e a Don Begliati, il Servo di Dio, preparatosi il terreno, fece cadere il discorso sui poveri carcerati, e diceva: Oggi li ho visitati tutti e non c'è male, ma ne trovai uno con un appetito formidabile poiché l'aria è fresca eccellentemente. Trovavasi un altro con un paio di calzoni sottili, che batteva precipitosamente la solfa coi denti. Tutti ridevano, ma Don Begliati economo, serio serio disse: mano alla borsa, signor Rettore! Don Cafasso sapeva rispondere soavemente e con grazia da ridestare l'universale ilarità. Intanto il Teologo Guala conchiudeva dicendo a Don Cafasso: fate pure, fate pure. Così Don Cafasso otteneva maggiori soccorsi pei carcerati.

 

Nei registri della Compagnia della Misericordia, consultati dal Teologo Gaia, che mi riferì quanto dico, si legge che il Servo di Dio vi si inscrisse come confratello nel 1842. Il signor Brognino Giuseppe, defunto, mi disse le cose seguenti: Don Cafasso fu il primo a' miei ricordi che si occupasse in modo speciale delle prigioni. Egli apparteneva alla Compagnia della Misericordia, la quale era costituita da trecento Confratelli, di cui otto soltanto erano scelti annualmente per visitare le carceri, e sovvenire ai prigionieri, nei loro bisogni sì spirituali che temporali. Io ebbi la fortuna di essere nel numero di costoro, essendo io pure confratello di questo pio sodalizio, perciò ho potuto conoscere da vicino la carità di Don Cafasso verso quei poveri disgraziati. Egli era solito a dirci che i prigionieri bisognava trattarli il meglio possibile e non mai riferire contro di loro lagnanze all'Avvocato Generale per farli castigare come avevamo diritto, poiché, soggiungeva egli, sono già troppo maltrattati dai custodi. Ricordo tuttora che il primo avvertimento datomi da Don Cafasso quando venni ammesso a tale ufficio fu questo, di pensare che i prigionieri fossero tutti galantuomini e di trattarli come tali e di non mai offendermi per quanto venissi da loro ingiuriato. Le prigioni in Torino erano quattro: le Torri, Via San Domenico, il Correctionnel ed il Senato. Don Cafasso quantunque potesse aiutare i prigionieri coi denari della Misericordia, tuttavia li soccorreva sempre del proprio.

 

 

 

IX - PANE E VINO PER I CARCERATI

Don Cafasso faceva distribuire sovente ai carcerati pane fresco per sostituirlo al duro delle prigioni. Aveva poi cure specialissime per i prigionieri ammalati, a loro assegnava la minestra ed ordinava ai custodi di contentarli in ciò che si poteva, soddisfacendo poi il tutto di propria borsa. Alle volte consegnava ai prigionieri somme di denaro non solo per loro ma anche per le rispettive famiglie. Le sue minute offerte non erano mai inferiori ai 20 centesimi; tabacco poi ne dava a profusione.

Non fece mai castigare alcuno, che anzi, quando veniva da loro oltraggiato, cercava sempre di scusarli e continuava a soccorrerli. Quelli che uscivano di prigione venivano anche dopo da lui aiutati ed impiegati.


0l10

 

Egli conduceva pure seco per fare il catechismo altri sacerdoti, consegnando loro somme e tabacco da distribuire. È inutile dire che uscendo dalle carceri dovevano spogliarsi completamente. Ho udito dire che una sera fu chiuso in prigione e lasciato colà tutta la notte, e ciò non a caso, ma a bella posta, per un po' di dispetto dell'Avvocato Generale. Tutto questo mi disse il predetto Brogino, il quale fu confermato per tanti anni uno degli otto visitatori. Non mi disse poi se il Servo di Dio andasse come uno degli otto, oppure se, come sacerdote della Misericordia, avesse libero adito alle carceri. Il sig. Tamietti Giovanni, vivente, che per sei anni fu prigioniero nelle carceri del Senato ed ora ottimo cristiano, mi disse che rapito dalla tanta carità di Don Cafasso mentre era ateo e incredulo, si fece credente e decise di abbandonarsi totalmente nelle braccia del Servo di Dio per rimediare un tantino ai tanti scandali dati, e fatta famigliarità col Servo di Dio, gli divenne suo confidente e financo suo consigliere in cose minime, come nel consegnare il tabacco che regalava perchè lo distribuisse imparzialmente, stanteché il Tamietti non usava tabacco; come pure nel condurre al Servo di Dio per confessarsi i prigionieri. Don Cafasso lo avvertiva della sua venuta, ed il Tamietti gli accaparrava i penitenti ed egli si confessava sempre l'ultimo per non dar sospetto.

 

Detto Tamietti mi disse ancora le seguenti cose. Don Cafasso visitava tutte le carceri di Torino, tanto degli uomini, quanto delle donne, ma particolare-mente si occupava delle carceri del Senato, dove erano i carcerati in numero di circa cinquecento. Don Cafasso nell'apparire in un « colloquio », (così si chiamava un gran camerone contenente una cinquantina di prigionieri) lo si vedeva ilare, in gioia, faceto, e diceva: qui mi trovo nel mio elemento: qui non ho più alcun fastidio, una sola cosa desidererei, cioè di avere una camera anche per me per starci dì e notte coi miei amici. egli era sinceramente amato da tutti, e gli stessi più perversi ne parlavano con entusiasmo. Quando entrava nel cortile, dove da tutti i piani poteva essere veduto, era come una scintilla elettrica che accendeva una baraonda di gioia, una giovialità ed una, dirò così, ondata spingeva tutti a lui acclamando: Don Cafasso!

 

 

DON CAFASSO!

Don Cafasso mandava pure i suoi con vittori per insegnare il catechismo, assegnando a ciascuno un « colloquio ». Don Cafasso faceva distribuire pane a tutti i carcerati, due « michette » a testa, giungeva sempre all'improvviso dopo mezzogiorno, e presentantosi ad un « colloquio », domandava: quanti siete? Siamo quarantacinque. — Bene, soggiungeva, novanta « michette ». Oltre questi soccorsi eravi pure la parte degli sbirri, che era del doppio degli altri. Una volta, nel forte dell'estate, che eravi un gran languore, dietro il mio consiglio, in luogo di pane, distribuì un quartino di vino a testa. — Fin qui il Tamietti, nelle carceri chiamato per soprannome il ravveduto. A proposito del vino, ricordo che Rossotto Antonio, massaro delle Cascine di Rivalba, di proprietà del Servo di Dio, mi disse che per l'ordine di Don Cafasso, qualche volta condusse alle carceri del Correctionnel del vino dalle cascine suddette.

 

Il Canonico Borsarelli, defunto, Canonico della Metropolitana di Torino, che frequentava pure le carceri, mi disse che l'entrare del Servo di Dio nelle carceri era una festa.

Don Giolitti Giuseppe, attuale pievano vicario foraneo di S. Catterina di Vigone, che fu convittore nell'anno 1856-'57, mi scrisse che in quell'anno i carcerati che egli andava come convittore a catechizzare, parlavano con entusiasmo di ammirazione e di affetto del Servo di Dio onde ne restava altamente meravigliato e non dimenticò mai tali lodi.

 

 

« SONO UN MEZZO UOMO »

Don Bosco, testimonio pure di presenza, perché frequentò pur egli le carceri dietro impulso del Servo di Dio, come mi disse il Teologo Borel, nella Biografia già citata, parla lungamente del bene operato da Don Cafasso nelle carceri; e di questo parlano pure quasi tutte le relazioni, sia già presentate, sia che presenterò.

 

Lo studio che faceva il Servo di Dio per ridurre i prigionieri sulla buona via appare dai fatti seguenti.

i° Don Mussino, vivente, cappellano di Val della Torre, mi scrisse che nel 1847 essendo in carcere una donna, il Servo di Dio si informò da un sacerdote del paese della medesima sulle particolarità della disgraziata, ed andato poi a trovarla nelle carceri, la chiamò col soprannome usato in quel paese; e così si fece strada nel suo cuore che convertì prima che fosse trasportata a Pallanza a scontare la pena a cui era stata condannata.

Don Mussino non mi disse come abbia saputo questo fatto.

 

2° Don Ribotta, cappellano in Cavour, pure vivente, mi scrisse che mentre il servo di Dio un giorno si tratteneva dolcemente a conversare con molti detenuti, uno solo, burbero, se ne stava in un agolo vomitando bestemmie. Il Servo di Dio, lasciando tutti gli altri, si avvicinò a colui e, dicendolo uomo di molto spirito e degno di ragionare a tu per tu di cose superiori alla capacità degli altri, lo ragionò e convertì. Non mi scrisse il Ribotta come ciò abbia saputo. Don Grassino, attuale parroco di Scalenghe, disse al Teologo Gaia, che me lo riferì, che essendo convittore per tre anni (dal 1847 al 1850) venne mandato dal Servo di Dio nelle prigioni, ed una volta si portò via pidocchi, sicché giunto a casa dovette cambiarsi completamente. Affrettatosi al primo incontro a ciò raccontare al Servo di Dio, questi sorridendo gli rispose: li tenga in conto, sono bocconi del prete. Il Canonico Don Motta Giacomo, attuale prevosto di Trana, mi scrisse che una volta avendo il Servo di Dio invitato un carcerato a confessarsi, questi presolo per la gola gli disse di essere capace di strangolarlo. Al che il Servo di Dio rispose, che certamente poteva ciò fare su di lui, che era solo un mezzo uomo, ma che tuttavia egli coll'aiuto di Dio, che era più forte, sperava di farlo arrendere agli inviti della grazia; e finì per ridurlo a conversione. Non mi scrisse come abbia saputo questo fatto.

Monsignor Galletti, nella relazione presentata, dice che don Cafasso a S. Ignazio gli raccontò le grandi consolazioni provate fra i detenuti nelle carceri Senatorie e Correzionali.

 

Don Giolitti, sopraddetto, scrissemi che il Servo di Dio godeva talmente la stima e la confidenza dei carcerati, che gli confidavano anche i loro segreti: come quando, d'accordo, i carcerati, d'un « colloquio », a fabbricarsi grimaldelli coi ferri da calze, coi quali lavoravano, erano già riusciti ad aprirsi tutte le porte meno l'ultima. Quando venuto Don Cafasso a vederli, gli dissero che un'altra volta non li avrebbe più trovati, mostrandogli i grimaldelli. Invece quanto ritornò, li ritrovò tutti in carcere, eccetto uno, e temendo che pensassero che egli avesse tradito la loro confidenza, li interrogò del come, e seppe che uno di essi, perché trasportato altrove, aveva denunziata la trama. Don Giolitti mi scrisse che cio' seppe dallo stesso Don Cafasso.

 

Don Allamano, più volte citato, mi raccontò, senza dirmi come lo seppe, che una notte d'inverno Don Cafasso venne chiamato per andare a confessare un soldato ammalato fuori cinta di Torino. Ritornando in vettura, fu fermato da alcuni assassini, i quali si affacciarono coi lumi alla carrozza. Chi accompagnava il Servo di Dio voleva reagire e sparare l'arma da fuoco che aveva, ma don Cafasso gli trattenne il braccio dicendo: no, di me non importa, ma di essi, poverini, che ne sarà? Quelli, riconosciuta la voce di Don Cafasso, dissero: Vada avanti tranquillo, Don Cafasso, nessuno gli recherà molestia, e così fu libero.

 

Cafasso Pietro, fratello del Servo di Dio, mi raccontò che, conducendo egli il Servo di Dio da Castelnuovo a Villa-nova d'Asti in carrozza, giunti presso i boschi di Riva di Chieri, furono affrontati da due malandrini, che chiesero loro i danari. Don Cafasso, che era avvolto nel mantello, si scoperse e si fece riconoscere da uno di essi, di cui aveva fatto conoscenza nelle carceri; il quale riconosciuto il Servo di Dio, si gettò in ginocchio e domandò perdono_ Don Cafasso lo ammonì paternamente e gli diede l'elemosina. Questo malandrino mi raccontò pure egli stesso il fatto, ed io noto che si convertì e perseverò nel bene, come io lo vidi in paese.

 

 

 

X - PER I CONDANNATI A MORTE

0m11Nel testamento del Servo di Dio, al n. 10, lessi: Lascio la limosina di lire una per caduno dei prigionieri che si troveranno nelle carceri di questa città, dette cioè del Senato, Cittadella, Correzionale, delle Forzate, e delle Torri. La distribuzione sarà fatta dentro il mese dopo il mio decesso dal mio erede o da persona dal medesimo designata. Il Tamietti, sopracitato, mi disse ancora che trovandosi in carcere con lui due protestanti, Don Cafasso li convertì, ed usciti di carcere i medesimi, uno lo fece entrare al Catecumenato di Torino, l'altro lo raccomandò al Catecumenato di Pinerolo.

 

Don Ellena Secondo, Prevosto di Bussano, vivente, ed il Can. Gaude, defunto, Prevosto di Poirino, mi scrissero la stessa cosa, che cioè la missione di Don Cafasso intorno ai condannati a morte ebbe principio da un giustiziato che morì impenitente. Il quale fatto, Don Ellena dice essere avvenuto in un paese del Canavesano, nel 1839, alla quale esecuzione il servo di Dio fu presente ed accompagnava i sacerdoti che assistettero l'infelice; e ciò dice d'aver sentito narrare da persone di quei paesi. Il Can. Gaude scrissemi di aver udito ciò dallo stesso Servo di Dio, che simile fatto era succeduto in Torino, essendo egli, il Servo di Dio, assente dalla città di Torino. Tutti e due poi concordano nel dire che, addolorato per tale fatto, il Servo di Dio andò a prostrarsi davanti al SS. Sacramento e consacrò tutto se stesso a Dio per l'assistenza dei condannati a morte, alla condizione che il Signore gli facesse la grazia che nessuno da lui assistito rifiutasse di convertirsi. Don Ellena non mi scrisse come abbia saputo questo.

 

Il Can. Gaude invece mi scrisse di aver udito questo dallo stesso Don Cafasso. L'evento provò che il Servo di Dio fu esaudito nella sua preghiera, poiché Don Bosco scrive nella già citata biografia (pag. 84) che niuno poté mai resistere alla presenza, alle parole, alla carità di Don Cafasso. Il medesimo Don Bosco aggiunge che il Servo di Dio, si consolava in cuor suo ed, a maggior gloria di Dio, andava coi suoi amici dicendo che dei condannati, in questa capitale ed altrove da lui assistiti negli ultimi momenti, nemmeno uno fosse morto senza che avesse lasciate fondate speranze di eterna salvezza. Ciò mi fu confermato dal Can. Bosso e dal Teologo Gallo, che me lo scrissero, e dal sig. Brogino, che mi disse la cosa essere assolutamente certa; noto come il Brogino, defunto, fu per tanti anni, fino alla morte di Don Cafasso, uno dei cosiddetti compagnoni della forca, cioè un confratello dei destinati dalla Compagnia della Misericordia ad assistere i condannati all'estremo supplizio.

 

Quanti abbia assistito di condannati il Servo di Dio non saprei in modo certo. Nei registri della Compagnia della Misericordia, che consultai dal 1840 al 1860, sono notate cinquatadue esecuzioni capitali in Torino; fra cui non son comprese le esecuzioni fatte nei paesi delle provincie e neppure le fucilazioni militari. Don Garino, attuale Prevosto di Romano Canavese, mi scrisse che il Servo di Dio andò colà ad assistere due condannati per omicidio, Raggia Antonio e Vaio Antonio il 2 gennaio 1853, e mi soggiunse che essendo riuscite vane le cure dei sacerdoti mandati da Monsignor Moreno, Vescovo di Ivrea, fu invitato Don Cafasso, il quale li indusse a morire rassegnati e riconciliati con Dio coi sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, come dice aver letto nei registri della sua parrocchia. Soggiunge pure che vivono tuttora alcuni suoi parrocchiani, che ricordano l'andata colà del Servo di Dio e che, dalla bocca d'un sacerdote del paese, diverse volte udì narrare le sante industrie che il Servo di Dio usava e suggeriva di usare per indurre i due condannati a convertirsi, lasciando in tutti coloro che l'avvicinarono l'impressione di un santo.

 

Il Sig. Bargetto, già nominato, mi disse che una volta il Servo di Dio andò ad assistere un condannato a morte a Vercelli. — Mons. Appendini, defunto, Don Martino, defunto (nella relazione di quest'ultimo, che ho presentata), mi scrissero che il Servo di Dio assistette alla fucilazione del Generale Ramorino. — Don Ferraris Giuseppe, di cui presento la relazione, cappellano in Cumiana, defunto, mi scrisse alcune particolarità sull'assistenza di Don Cafasso alla fucilazione del Generale Ramorino. Di ciò parlano pure altre relazioni già presentate.

Falchero Angela, già nominata, mi disse che essa fu presente a cinque esecuzioni in Torino, fra cui a quella della banda Artusio, e mi disse di sempre aver visto sul carro accanto ai condannati Don Cafasso.

 

Don Camossetti, attuale Vicario Foraneo di Ciriè, mi disse di aver visto, essendo ragazzo, il Servo di Dio ad accompagnare sul carro dei condannati presso la Basilica Magistrale in Torino, e d'aver udito da uno dei presenti a dire: quel sacerdote gobbo là, sì che è un santo!

Bargetto sunnominato, Don Bosio, parroco di Levone, già nominato, Don Prato, parroco di S. Giovanni di Savigliano, e Don Savio, mi scrissero che Don Cafasso assistette alla esecuzione di certo Mottino, detto il Bersagliere, nativo di Candia Canavese, l'undici dicembre 1854.

 

 

UN INCARICO PER IL PARADISO

Don Bosco, nella citata biografia a pag. 84, scrive che Don Cafasso fu un vero eroe per guadagnare al cielo questi infelici e ne descrive le industrie per convertirli e disporli alla morte. — Il Can. Roetti, già nominato, Don Ellena Secondo, Prevosto di Busano, Don Rolando Domenico, vivente, Prevosto di Pessinetto, mi scrissero che il Servo di Dio usava cura speciale, per non solamente fare loro ricevere i santi Sacramenti, ma ancora per farli rassegnare ed accettare la morte in pena dei loro peccati e financo per fare la volontà di Dio e dargli gusto; il che secondo Sant'Alfonso è un atto di virtù il più perfetto: nullus actus perfectior est. Soggiungono i medesimi che il Servo di Dio era così persuaso di ciò, che talora ritornando fra i Convittori esclamava con giubilo: un'anima di più in Paradiso!

 

Don Bosco scrive pure nella citata biografia: era rarità di Don Cafasso di ispirare grande confidenza in chi pareva disperato; egli aveva il modo di cangiare la disperazione in viva speranza ed infiammato amor di Dio, sicché non di rado i pazienti montavano con gioia la scala fatale e ridendo accoglievano il colpo fatale; a segno che un carnefice ebbe ad esclamare: alla presenza di Don Cafasso la morte non è più morte, ma una gioia, un conforto, un piacere.

 

Tamietti, suddetto, così racconta, scrivendomi come testimone di veduta per tutto il fatto, eccettuata l'esecuzione fuori carcere: Un giorno Don Cafasso venne alle carceri e contro il suo solito, sebbene si sforzasse di essere ilare, si capiva che aveva nel cuore una pena, ed era che desiderava di confessare uno che egli già sapeva durante il processo che sarebbe certamente condannato a morte, ed ancor non lo conosceva. Ma ecco che io glielo presento uno dei primi a confessarsi. Dopo la confessione, lo vidi con un'aria così allegra e contenta che non poteva stare senza esclamare: oh quanta consolazione si gode a confessarsi! Qual anima santa egli è mai questo Don Cafasso!

Io non posso esprimere la pace e la gioia di che mi sento inondato.

Pochi giorni dopo ritornato Don Cafasso, costui si confessò di nuovo e, contento ancor più di prima, esclamò: oh quanto io era stupido a non confessarmi! Non istupisco più che il nostro amico qui (alludendo a me) che si confessa sia così allegro e tranquillo. Pochi giorni dopo è giudicato ed è condannato a morte. Don Cafasso va a trovarlo in Confortatorio, e lo trova tutto allegro, e si sente dire da lui stesso la notizia fatale. Dopo averlo confessato gli dice ancora: Sentite, io a venire ad assistere i condannati ci vengo per niente, ma se vi domando un piacere me lo negherete? - E qual piacere posso mai farvi io nel punto in cui mi trovo? - Il piacere è questo: appena sarete morto, voi andrete subito in Paradiso e tosto ... - Come, subito in Paradiso? nemmeno in Purgatorio? - Non ci andrete, ma di volo in Paradiso, e colà giunto andate subito a ringraziare la Madonna. - Come, la Madonna prima del Signore? - Sì, sì, prima del Signore. - Ma il Signore potrebbe offendersi. - No, non si offende. - Ebbene, se si offende, io gli dirò che fu Don Cafasso che me lo domandò. - Sì, e là che sarete vi inginocchierete ai suoi piedi, la ringrazierete e le direte che prepari un posto anche per me. Me lo fate questo piacere? - Ve lo prometto. Al mattino poi, ricevuta la Comunione da Don Cafasso, il condannato ringraziò me (Tamietti) e per memoria cambiò il rosario che aveva al collo col mio. Venuta l'ora, salì sul carro e dato uno sguardo alla gran turba che lo guardava, disse a Don Cafasso: Lo crede, che tra tanta gente che mi guarda, il più tranquillo son io? - E Don Cafasso disse poi che, tastatogli il polso, glielo trovò tranquillo, come mi disse dopo. Giunti alla forca e saliti due gradini si volta indietro dicendo a Don Cafasso: adesso vado a fare la sua commissione alla Madonna; vede che non mi dimentico. E qui finì. Il Conte Cibrario nella sua storia di Torino stampata nel 1846 (vol. II, lib. V, cap. I) secondo che io lessi, riferisce lo stesso fatto nelle principali sue particolarità, e dice in nota averlo udito dalla bocca stessa di Don Cafasso che assisteva detto giustiziando.

 

Il Canonico Roetti mi scrisse che la vigilia dell'esecuzione udì Don Cafasso a raccomandare ai Convittori, tra cui si trovava, i condannati a morte, perché pregassero per loro.

Il Canonico Gaude, già nominato, mi scrisse che Don Cafasso raccomandava alle preghiere dei Convittori e dei penitenti i condannati a morte, e che egli nel memento della S. Messa ne faceva speciale menzione. Non mi scrisse come seppe ciò.

 

Il Sig. Bargetto mi disse che dopo la mezzanotte precedente qualche esecuzione, Don Cafasso accompagnato da un domestico si portava alle carceri, e il Brogino sopra citato mi disse di essere andato a prenderlo al Convitto, come confratello della Misericordia ed averlo accompagnato alle carceri. Detto Brogino mi aggiunse che vide Don Cafasso a celebrare nel confortatorio, a comunicare il paziende prodigandogli le ultime consolazioni della fede, che dopo la S. Messa mentre il paziente veniva subito legato innanzi all'altare dal carnefice, che prima gli domandava perdono di dover fare questo suo ufficio, Don Cafasso cercava di distrarre il condannato con santi pensieri, in modo che questi fosse meno impressionato di ciò che si operava sulla sua persona, e così lo intratteneva alla sua partenza.

 

Il Brogino mi soggiunse di non aver mai visto il Servo di Dio a svenire nell'assistere i condannati a morte, come vide succedere ad altri sacerdoti: ma sempre forte sapeva anche infondere coraggio in altri sacerdoti e noi altri confratelli della misericordia. Ci diceva che non pensassimo a ciò che si operava, ma al delitto commesso o, piuttosto, al gaudio che i poveretti fra breve gusterebbero in Paradiso.

 

La Damigella Garneri Maria, defunta, mi disse di aver visto il Servo di Dio, che, terminato il supplizio, accompagnava i confratelli fino alla chiesa della Misericordia, e lì si fermava sino alla fine della Messa che si celebrava in tale occasione. Uscendo il Servo di Dio dalla chiesa, una turba di poveri lo aspettava, cui egli dava elemosina. Il Canonico Bianco Spirito, vivente, mi scrisse che seppe dal Canonico Negri di Carmagnola, vivente, che mentre il Negri predicava nel paese della Vezza d'Alba nel 1855, il Servo di Dio aveva scritto una lettera consolatoria ai parenti di un giustiziato oriundo di quel paese, assistito da lui; nella quale lettera il Servo di Dio assicurava i parenti che l'infelice aveva fatto una buona morte.

 

 

 

XI - OPERARE AL SANTUARIO DI SANT' IGNAZIO

0n128Il Servo di Dio fu pure rettore ed amministratore del santuario di Sant'Ignazio, secondo l'atto già inserito. In questa qualità, lessi nei registri del santuario (che conservo come rettore del santuario stesso) che a supplire alle spese occorrenti per il santuario (cioè per la chiesa, il fabbricato, e la strada da Lanzo) egli impiegò del suo lire ventimila duecento sessantacinque. Per altro diede il denaro ad imprestito senza interesse all'amministrazione del santuario, con approvazione dell'autorità ecclesiastica. Il Servo di Dio nel testamento condonò detta somma, mettendo la clausola che continuasse la destinazione del santuario per gli esercizi spirituali e le solite funzioni della chiesa: in difetto di ciò che l'erede (il Cottolengo) potesse e dovesse esigere il rimborso dell'intera somma.

 

Parte della somma suddetta impiegò, come vidi in quei registri, nel fare la gradinata esterna in pietra lavorata, in sostituzione di rozzi gradini; nell'aumentare il fabbricato della casa, a levante e ponente, delle due parti laterali alla chiesa, colle celle sottostanti; nell'ampliare e sollevare di un piano la casa così detta del cappellano; nel fare le gradinate interne della casa coi cancelli in ferro. Nella chiesa poi, che decorò con finto marmo e riquadrature, eresse l'altare della Madonna sotto il titolo di Refugium Peccatorum e provvide un bell'apparato di candelieri e piramidi per le feste. Sovratutto poi ne spese nella compra di terreni e lavori occorrenti pel compimento della strada.

 

Predicò sovente egli stesso gli esercizi spirituali, come già ho detto sopra, e procurò sempre che vi fossero altri dotti e pii predicatori, come il Canonico Giordano, il prof. Carlo Ferri e religiosi della Compagnia di Gesù, della Congregazione della Missione, e degli Oblati di Maria Vergine.

Presiedeva egli stesso, per quanto poteva, a tutte le mute degli esercizi e come lessi in varie relazioni, che ho già presentate, quasi tutti, sacerdoti e secolari, si confessavano da lui.

 

La cura speciale che aveva poi pel buon andamento degli esercizi appare dalla relazione, che presento, del defunto barone Feliciano Ricci des Ferres, che vi intervenne molte volte, secondo che egli stesso mi disse. La stessa cosa appare da una noterella scritta di mano del Servo di Dio sovra l'orario che si teneva appeso alla porta della chiesa, nella quale raccomanda in modo speciale di dire adagio, e colle pause all'asterisco, il divino ufficio; noterelle che lessi io stesso nel cartello-orario, che conservo.

 

 

CONSIGLIERE DI VESCOVI E SACERDOTI

Il Canonico Elia Giovanni Antonio, curato attuale della Metropolitana di Torino, e Don Savio, già sopra nominato, mi scrissero che Monsignor Fransoni si consigliava da Don Cafasso; e Don Savio aggiunge che, cacciato Monsignor Fransoni in esilio, disse al suo vicario generale Mons. Fissore queste parole: s'intende che farete molto capitale di Don Cafasso. Don Savio dice di aver ciò saputo da un insigne ecclesiastico, di cui non mi disse il nome. Il Canonico Elia non mi scrisse come seppe ciò che mi mise in carta. Don Buzzani, vivente, prete della Piccola Casa della Divina Provvidenza, mi disse di aver udito da Mons. Gianotti, vescovo di Saluzzo, che vari vescovi, e lui in particolare, avevano perduto alla morte di Don Cafasso un caro consigliere, a cui ricorrendo sapevano sempre di ricevere risposte tali da restarne soddisfatti.

 

Presento qui la attestazione scrittami dal Canonico Roetti, già nominato, che contiene molte cose riguardo il ministero di consigliere esercitato dal Servo di Dio.

Il Canonico Bosso, già menzionato, scrissemi che andavano da Don Cafasso per consigli i vicari Ravina e Fissore, il clero dell'archidiocesi e diocesi limitrofe, perché il Servo di Dio aveva il dono del consiglio in modo superlativo. Non mi aggiunge come abbia saputo queste cose.

Il Teol. Roberto Murialdo, detto volgarmente il Santo, defunto, mi disse che al Servo di Dio ricorrevano volentieri i preti, certi di trovare consiglio e conforto, e non mi disse come abbia ciò saputo. Il Canonico Giuseppe Cerutti della cattedrale di Asti, defunto, mi scrisse queste cose: fui professore di teologia, fui parroco, fui canonico penitenziere della cattedrale, e in tutti questi cinquanta e più anni del mio ministero sono più volte ricorso a Don Cafasso per consiglio, e sempre ne fui edificato e diretto secondo lo spirito del Signore. Una volta che non ho per mia disgrazia seguito pienamente i suoi suggerimenti ebbi a pentirmene e piangere.

 

Il Canonico Maderni, arciprete attuale di Domodossola, mi scrisse le seguenti parole: tanti consigli avuti da Don Cafasso mi furono, e ne ringrazio Dio, guida e conforto nei miei dubbi e nelle mie fatiche.

 

Don Carlo Bernardi, prevosto attuale di Lombardore, mi scrisse le seguenti cose: Don Cafasso era l'uomo dei consulti, cui ricorrevano da ogni parte. Nel dar consigli e nel rischiarare i dubbi egli dopo aver avuto la santa pazienza di lasciar dire e sentire tutto, dava, in poche parole sì ma chiare, il suo parere e scioglieva le difficoltà con tale precisione e brevità, che non solo se ne restava pienamente convinti e tranquillizzati, ma si trovava nella sua parola una guida sicura che toglieva ogni pena. Non mi disse come seppe queste cose per riguardo ad altri, ma mi scrisse che ne fece egli stesso per suo conto esperienza più volte.

 

Il Canonico Giovanni Battista Rolando, attuale prevosto e vicario foraneo di Revello (Saluzzo), mi disse come egli indeciso sulla sua vocazione al sacerdozio venne a Torino per consigliarsi da Don Cafasso, che era riputato il consigliere di tutto il Piemonte. Il Servo di Dio dopo poche domande lo accertò della sua vocazione, sicché ritornato tranquillo a Saluzzo e riferita la cosa a Mons. Gianotti, questi si dimostrò molto contento della sua an data a Don Cafasso, e della decisione datagli da lui.

La marchesa Giulia di Barolo Suor Elisabetta dell'Istituto di Sant'Anna, vivente e molto avanzata in età, mi scrisse che udì la marchesa di Barolo a dire, che chi aveva bisogno di consiglio andasse da Don Cafasso.

 

Il Canonico Giovanni Lanza, già menzionato, nella citata vita della marchesa di Barolo, a p. 149 scrive che Don Cafasso fu le tante volte consigliere e distributore delle elemosine della marchesa.

Il medesimo Canonico Lanza nella stessa Vita scrive che una mattina la marchesa ricevette una lettera che le notificava di entrare in possesso di una cospicua somma da volgere a scopo di beneficenza, ed interrogò Don Ponte suo cappellano, defunto, che ne dovesse fare. Don Ponte rispose che ci avrebbe pensato e si sarebbe consigliato. Andò infatti da Don Cafasso (suo consigliere, come egli stesso mi disse di averlo avuto) e consigliatosi col medesimo, la stessa sera propose alla marchesa l'erezione di una casa ove ricettare una schiera di preti secolari, i quali, stando agli ordini dell'Arcivescovo, si recassero a dar missioni, a supplire parroci e viceparroci ammalati. La marchesa esclamò a questa proposta: eccellente idea! Dispose subito di trecentomila lire a questo fine e dié l'incarico a Don Ponte di cercare il sito adatto all'esecuzione. Se non che insorsero varie difficoltà; tuttavia la marchesa non cessava dal sollecitare, persuasa del gran vantaggio spirituale che ne sarebbe derivato. Questo pare sia succeduto poco prima della morte del Servo di Dio. Nel 1862 si eresse a tal fine la chiesa di Santa Giulia con annesso fabbricato per uso di un convitto di sei sacerdoti, per mantenimento dei quali assegnò la rendita annua di lire dodicimila, come lessi nel testamento della marchesa.

 

La marchesa Maria Fassati, vivente, già accennata, mi scrisse che i pareri di Don Cafasso erano miti, ma decisivi ed autorevoli. Egli trovava i modi più concilianti senza concedere mai un attimo oltre il dovere.

 

La medesima mi disse il fatto seguente. Nel 1860, epoca dell'invasione delle Romagne, un nobile giovane che non mi nominò, si trovava impiegato alla corte del Re Vittorio Emanuele, dal quale era particolarmente amato. La sua posizione era al medesimo giovane cara e vantaggiosissima, perché ristretto di fortuna. Il suo dovere l'obbligava a seguire il Re nel viaggio che faceva a Bologna, ma la sua coscienza pareva non glielo permettesse. Partecipò la sua pena e perplessità ad una persona amica (che non mi disse chi fosse) la quale lo esortò a chieder consiglio a Don Cafasso. Egli già aveva chiesto consiglio ad altri, cioè al Signor Durando, Superiore dei Preti della Missione, defunto, senza aver trovato una vera decisione, ed il suo cuore retto e leale non poteva riposare su di una mezza misura. Egli andò da Don Cafasso, il quale, sentitolo, gli rivolse queste parole: è disposto a fare questo sacrificio per amore di Dio? e risposto di sì, malgrado che ne sentisse tutta la pena, Don Cafasso gli disse di dare le sue dimissioni. Ciò che egli fece e, fatta Pasqua, si ritirò in campagna. Ciò seppe la marchesa dallo stesso giovane. Don Balladore, attuale parroco di Bei-nasco, mi scrisse quanto segue: quando il Governo' sardo si impadronì delle Legazioni si voleva obbligare i parroci a cantare il Te Deum. Interrogato Don Cafasso se non ci fosse qualche lecito arzigogolo per esimersi con garbo da tale vessazione, il Servo di Dio disse: e che altro si può fare che dire un no rotondo? E rispondendoglisi che faceva caldo a rispondere così, il Servo di Dio riprese: caldo o freddo, non c'è altro da dire. Non mi aggiunse come seppe questo fatto.

 

Il conte Ottavio Bosco di Ruffino, di Torino, già nominato, mi scrisse le parole seguenti: mi è rimasta viva impressione della grande franchezza con cui più volte il Servo di Dio mi ha dato dei consigli, che mi furono sempre utilissimi.

 

Don Francesco Vaschetti, mi scrisse di aver udito da Don Bosco, quando circa il 1857 si trovava studente nell'Oratorio Salesiano, quanto segue. Personaggi del Governo — ci raccontò Don Bosco una sera a noi giovani radunati attorno a lui dopo la cena — mi esortano a costituire ente morale riconosciuto dal Governo quest'Oratorio, promettendomi danari e protezione. Vi esorto a pregare e a far la santa Comunione per conoscere la volontà di Dio in proposito; intanto andrò dal mio confessore Don Cafasso per averne consiglio. Il terzo giorno ci disse: Don Cafasso, dopo aver sentito che abbiamo pregato, mi disse: no, Don Bosco, non deve inceppare le mire della Provvidenza di Dio, ma deve conservarsi le mani libere per fare tutto quel bene, che il Signore si aspetta dall'Oratorio. Convinto esser questa un'ispirazione di Dio, un consiglio da santo, ci continuò a dire Don Bosco, sono tutto consolato, poiché se non avrò tanto l'appoggio del Governo, avrò tanto più l'appoggio della Divina Provvidenza.

 

 

 

XII - CONSIGLIERE

Il giornale L'Armonia del 26 giugno 1860, stampato a Torino, di cui posseggo una copia manoscritta rispondente al giorno suddetto, e che presenterò, scrive: tanto nella Capitale, quanto fuori il Don Cafasso era il « vir consiliorum », come sta scritto di Sant'Antonino. Si sa che, sia nel clero e sia nel laicato, chiunque avesse bisogno di un consiglio, di una direzione per regolare le partite della propria coscienza, ovvero per non inciampare nel maneggio dei più spinosi affari, ricorreva come a sicura fonte a Don Cafasso.


15

 

Il Campanile, altro giornale cattolico di Torino, del 25 giugno 1860, che pure posseggo, scrive:cominciando dai Vescovi e passando per tutti gli ordini, fino a quelli che il mondo considera come minimi, tutti trovano in lui (Don Cafasso) quella parola, che per essere scevra da ogni impeto umano, rivestiva la divina impronta della verità, che si attagliava a tutte le miserie sociali.

 

Presento ancora, in proposito dell'ufficio di consigliere di Don Cafasso, la relazione che l'attuale madre Superiora Ignazia Losa di Ternengo, del monastero della Visitazione di Torino, scrisse ricavandola in gran parte dalle circolari per la morte di alcune religiose e, in parte, da dichiarazioni orali, che essa Superiora ebbe da suore, al presente quasi tutte viventi, cioè: Suor Maria Celestina Turletti, Suor Maria Cristina Gaia, Suor Maria Gaetana Borbonese, Suor Bianca Margherita Adami.

Delle lettere del Servo di Dio, di cui posseggo una settantina, la massima parte furono da lui scritte per dare consigli.

 

 

FEDELE SERVO DEL SIGNORE

Che abbia adempiuto in tutto il tempo di sua vita esattamente i Comandamenti di Dio e della Chiesa e le obbligazioni del proprio stato, non che quelle dei suoi uffici, resta provato da quanto ho già finora deposto.

 

Inoltre Don Bosco, già nominato, nella biografia del Servo di Dio già citata, a pag. 67 scrive le seguenti cose: Ogni parola, ogni pensiero, ogni opera di Don Cafasso, dalla più tenera età sino all'ultimo istante di vita, fu una costante pratica dei suoi doveri verso Dio, verso gli uomini, verso se stesso. Il medesimo Don Bosco prese per testo dell'orazione funebre, che recitò in San Francesco per il Servo di Dio, le parole della S. Scrittura: operatus est bonum et rectum et verum in universa cultura ministerii domus Dei, e su questo testo svolse tutta l'orazione sua.

Don Bosio, prevosto di Levone, defunto, nella già presentata relazione scritta al Can. Colombero, che me la rimise, dice: impegno continuo e studio di Don Cafasso fu di far cessare il peccato, amare Dio ed il prossimo e così salvare le anime.

 

Don Ribotta Nicola, già nominato, mi scrisse: Don Cafasso faceva tutto il bene possibile all'unico fine di condurre gli uomini a Dio.

 

Don Carena Biagio, vivente, mi scrisse: non ho mai scorto in Don Cafasso il minimo difetto, anzi l'ho sempre ammirato in tutte le sue parole, in tutte le sue azioni veramente esemplare e santo.

Don Matta Pietro, nipote del servo di Dio, defunto, mi scrisse: non ebbi mai a notare in lui alcun neo.

 

Don Rolando Domenico, già nominato, mi scrisse: l'ho studiato sotto ogni aspetto con tutta l'attenzione, ma non potei rilevare in lui imperfezione di sorta.

Il Teologo Gallo Giorgio, vivente, che dimorò in Convitto nel 1844-'45 e nel 1845-'46, mi scrisse:in tutto questo tempo io affermo con tutta sincerità che sono stato veramente edificato dalla condotta veramente esemplarissima di Don Giuseppe Cafasso, e che non vidi mai un'azione qualunque, né udii da lui una parola che non convenisse ad un santo sacerdote e fui testimone oculare delle più belle virtù.

 

Don Bosco, già nominato, scrisse al Can. Colombero: mentre generalmente la convivenza fa diminuire la stima, che prima si aveva di una persona, pei difetti che colla convivenza vengono a scoprirsi, invece chi stimava per fama Don Cafasso prima di convivere con lui, dopo vari anni di sua convivenza gli accresceva la stima.

 

Don Bosco nella citata biografia (pag. 72) scrive: Ho interrogato parenti, amici, compagni di scuola ed altri personaggi che ebbero lunga conoscenza di lui, e tutti concordano in asserire, che nei 49 anni di vita, loro non fu mai dato di notare un gesto, uno sguardo, una parola od una sola facezia meno dicevole ad un giovane virtuoso, ad un chierico esemplare, ad un santo sacerdote.

 

 

DUE OBIEZIONI MOSSE AL SERVO DI DIO

In vita mia due sole cose udii addossare al Servo di Dio; cioè la che egli abbia aiutato il suo fratello ad arricchirsi; 2d che abbia danneggiato il Convitto col non lasciarlo erede.

 

1° La prima cosa udii da certo Marchisio Giuseppe di Castelnuovo d'Asti, defunto. Chiestogli io il perché del suo asserto, mi rispose che egli credeva il Servo di Dio avesse aiutato suo fratello Pietro, defunto, a fabbricarsi la nuova casa che si fece in Castelnuovo, e ciò arguiva dal fatto, che durante i lavori di quella casa vedeva spesso a presenziare quei lavori il beneficiato Don Ropolo, defunto, che tutti sapevano essere in Castelnuovo il dispensiere delle limosine del Servo di Dio. Interrogai allora Don Ropolo stesso, il quale mi rispose che non ebbe mai un soldo da Don Cafasso per quella fabbrica, né per fratello Pietro. E vero, mi soggiunse, che io visitavo quei lavori, ma questo facevo solo per passatempo e perché era amico della famiglia, e conchiuse dicendomi che per quanto ne sapeva lui, don Cafasso non c'entrò menomamente in tali lavori.

 

Che non volesse arricchire il fratello, appare dal fatto che, sebbene questi si offrisse ad aiutarlo come espertissimo nell'amministrazione delle varie cascine, egli non lo volle mai lasciare entrare, come mi disse il Sig. Bargetto; non ricordo come abbia ciò saputo, ma parmi dicesse di averlo sentito dallo stesso Pietro. Tutto ciò che fece a favore del fratello fu di lasciargli godere, finché visse, i suoi pochi beni di famiglia, dei quali poi lo lasciò erede in morte, coll'obbligo però di pagare lire cinquecento a ciascuna delle sue sorelle, come io lessi nel suo testamento. L'entità di questi beni, a norma dell'inventario, che feci consultare, ascendeva a lire quattromila. È vero che Cafasso Pietro accumulò un discreto patrimonio, così da diventare da semplice particolaretto uno dei migliori possidenti campagnoli del paese. Ma ciò provenne, come udii sempre a dire nella mia famiglia e nel paese, dall'aver egli sposato una figlia unica e ricca, dalla sua rara capacità nell'amministrare le sue sostanze, dalle annate assai favorevoli ai vignaiuoli che vi furono allora, per cui molti nel mio paese, produttori e negozianti di vino, come lui, arricchirono. La stessa mia madre, rimasta vedova con cinque figliuoli in tenera età, poté col nostro mediocre patrimonio avviare agli studi tre di noi, e tuttavia accrebbe la nostra sostanza di circa 12.000 lire; e ciò senza che Don Cafasso, che pure le voleva tanto bene, l'abbia mai aiutata di denaro, come essa stessa mi disse. Mons. Rossi, attuale vescovo di Pinerolo, già Prevosto di Castelnuovo, scrisse al Can. Colombero la lettera che io tengo, nella quale leggo che dal fatto della frequenza di Don Ropolo in casa Cafasso. durante la fabbricazione della sua nuova casa, taluno credette che vi andasse per pagare quei lavori coi denari di Don Cafasso, ma che egli non crede che il fratello si sia fatto ricco coi denari di Don Cafasso.

 

Don Matta Pietro, nipote del Servo di Dio, già direttore degli studi all'Istituto delle Rosine in Torino, come mi disse più volte mia madre, non fu aiutato negli studi dallo zio Don Cafasso, per cui la madre del Matta dovette fare gravi sacrifici, fino a vendere il suo oro da sposa. Lo stesso Don Matta mi scrisse che, fatto sacerdote, esimendosi di entrare in Convitto come desiderava lo zio, ma volendo continuare la sua dimora nel Collegio dei Barnabiti a Moncalieri, col pretesto delle sue strette condizioni economiche, lo zio gli rispose che cuori amorevoli e riguardi alle povere finanze ne avrebbe pure trovati in Convitto.

 

2° La seconda cosa lessi nella Storia della Chiesa in Piemonte (vol. IV, p. 6) stampata in Torino per opera del Teologo Chiuso, ed è che Don Cafasso abbia concorso a far decadere il Convitto dalla sua floridezza, col non lasciarlo erede.

 

Premetto che Don Cafasso fece il testamento quattro anni prima di morire. cioè il 10 ottobre 1856, e lo presentò al Magistrato d'Appello il 20 dello stesso mese, come vidi nella copia che posseggo; né più vi fece mutazione. Lo fece adunque con piena serietà di giudizio. In esso non toccò menomamente i beni del Convitto, perché questo, come ente morale, li possedeva in proprio. Condona però al medesimo le somme spese del suo per pareggiare i conti annuali, cioè, come lessi nei registri del Convitto, la somma totale di lire ventimilacinquecentosessantasette. Dispone poi dei suoi pochi beni di famiglia a favore del fratello e delle sorelle. E, fatti vari legati, tutto il resto lascia al Canonico Anglesio, Padre della Piccola Casa (Cottolengo), un patrimonio ascendente alla somma di mezzo milione, se è a credersi alla voce comune. Perché non abbia lasciato questi beni al Convitto, non mi consta che l'abbia detto. Noto solo che con ciò non fece alcun torto al Convitto, trattandosi di beni che a questo non appartenevano.

 

Gli erano pervenuti dall'eredità lasciata al Teol. Guala dalla Contessa Rombelli, e, come in vita, ne spese sempre i proventi in opere di carità, così lasciò in morte a quella meravigliosa Opera di carità che è il Cottolengo. In ciò avrebbe secondato l'intenzione del Teol. Guala perché, come mi disse Bargetto sopracitato, avendo Don Begliatti una volta avanzata qualche osservazione sulla tanta carità che faceva Don Cafasso fuori del Convitto, il Servo di Dio gli rispose senz'altro che in ciò operava conforme all'intenzione del Teol. Guala.

 

Aggiungo che il Convitto non ne aveva assoluta necessità, potendo andare innanzi colle sue rendite, le pensioni dei Convittori, e l'indennità che la chiesa di S. Francesco doveva pagargli pel servizio che i Superiori e i Convittori le prestavano coll'officiarla. Tuttavia Mons. Bertagna mi disse che Don Cafasso, morendo, raccomandò a voce al suo erede il Convitto pel caso che ne avesse bisogno, e che in principio, realmente, ne dava. Non mi disse poi Mons. Bertagna da chi seppe quella raccomandazione.

 

In tutto ciò non si vede come abbia causato la decadenza del Convitto. Forse il timore di sollecitare le voglie del fisco, che allora andava incamerando i beni dei religiosi, fu motivo per cui non lasciò al Convitto, come ente morale. Forse lo spinse a ciò fare il riflesso che i nemici della morale di S. Alfonso, i quali tenevano tuttora importanti posti nell'Archidiocesi, avrebbero più volentieri tentato di porsi a capo di un'Opera, che fosse molto ricca, e così deviavasi l'andamento.

Questo timore il Servo di Dio l'aveva certamente, perché nel testamento pose la clausola mercé cui se il Convitto avesse cambiato spirito, il suo erede avrebbe avuto diritto ed obbligo di esigere tutti i debiti del Convitto verso Don Cafasso, debiti che aveva condonati.

Presento qui la copia del testamento del Servo di Dio. Aggiungo ancora che Cafasso Giuseppe, figlio di Pietro e quindi nipote del Servo di Dio, vivente, mi scrisse che essendo andato a trovare lo zio nella sua ultima malattia, questi gli disse: la roba che è a Castelnuovo è per i parenti, al resto non ci pensate, è roba dei poveri e deve andare ai poveri.

 

 

 

XIII - «MI RESTITUISCONO I NÓCCIOLI»

0p14Il Servo di Dio fu a parte della persecuzione mossa contro il convitto dai liberali, e dai seguaci della morale rigoristica. Egli colla sua mitezza e moderazione - come scrive Don Bosco nella citata biografia, ed il Prof. Carlo Ferrero nel periodo l'Apologista (1860, N° 37) - riuscì ad introdurre il vero spirito della Morale Cattolica. Non ho particolari in proposito.

 

Ebbe a sopportare molestie ed insulti nel ministero esercitato nelle carceri, 1° quando - come mi disse Sebastiano Berti, vivente, domestico del Convitto e presente all'atto - avendo il Servo di Dio regalato ai carcerati un canestro di ciliege, alcuni carcerati si divertirono a gettargli in faccia i nòccioli, ed egli tranquillo e sorridente diceva al domestico Berti, che ne era indignato: Vedi mi restituicono i nòccioli; lasciali un pò, non hanno altri divertimenti, poveretti! Mi pare dal modo con cui raccontò la cosa il Berti, che i carcerati non facevano ciò per isfregio, ma piutosto per la loro grossolanità e per la famigliarità con cui il Servo di Dio li trattava.

2° Quando fu preso pel collo da un carcerato, come già ho deposto più sopra.

3° Quando fu chiuso in carcere, come pure già dissi.

4° Quando - come mi scrisse il Canonico Gaude, dicendomi d'averlo udito dallo stesso Servo di Dio - trovandosi nel Confortatorio, un condannato che, legato al muro, furibondo malediceva tutti e ingiuriava anche il Servo di Dio, egli, inginocchiato in un angolo pregava e rispondeva alle ingiurie, dicendogli: Non vi faccio male; lasciate che preghi per voi il Signore. Il condannato continuando ad arrabbiarsi, il Servo di Dio raddoppiava il fervore della preghiera, poi rivoltosi al medesimo, gli parlò così: Ditemi un po', l'avete ancora vostra madre? Avutane risposta affermativa, Don Cafasso soggiunse: Che direbbe vostra madre, se vi vedesse a fare così? Qual disgusto per lei, già disgraziata di avere un figlio che muore sul patibolo senza aver ricevuto i sacramenti! A questi ed altri riflessi si acquietò si diede per vinto, ricevette i sacramenti e fece una buona morte. Il Canonico Barbiè, nella relazione che già ho presentato, narra che nel 1841 un tale fingendosi convertito e, avendo concertata col Servo di Dio l'ora in cui doveva venire a confessarlo, lo attese mentre passava sotto la finestra e gli gettò addosso un liquido ributtante. Ma egli, senza perdere la calma, si presentò a lui egualmente e lo confessò.

 

Suor Paola, Vicaria dell'Istituto delle Maddalene di Torino, molto avanzata di età ed ora inferma, mi scrisse il 28 dicembre 1894 quanto segue: Sono passati 46 anni dal giorno in cui assistei a un atto brutale fatto al Reverendo Don Cafasso e lo ricordo tuttora con dolorosa commozione. Mi recavo ad accompagnare alcuni bambini all'asilo, quando, giunta in via dell'Ospedale, vidi un gruppo di giovani che, dall'aspetto e dal vestito, mi parevano studenti, i quali stavano affollati attorno a un sacerdote (era Don Cafasso) e lo caricavano d'ingiurie e vituperi. Uno di essi gli diede un ceffone gettandogli in aria il cappello, un altro lo gettò a terra presso il canaletto d'acqua che scorreva in mezzo alla strada, ed altri con pugni e urtoni gli facevano mettere la faccia nell'acqua. Il restante di quella ciurmaglia sghignazzava e applaudiva quell'azione nefanda verso un ministro di Dio. Il povero sacerdote tentava invano di rialzarsi da terra dove l'avevano gettato, perché appena lo vedevano sollevato sulle ginocchia lo spingevano nuovamente nell'acqua. Era una scena da strappare le lacrime, e chi sa fino a quando sarebbe durata se non arrivava un signore, il quale, con gesti autorevoli e con parole di giusto sdegno, rimproverò quei giovinastri di quell'atto nefando verso una persona così rispettabile, e che aveva fatto loro nessun male, e li obbligò alla fuga. La povera vittima, rimasta sola, si alzò con calma, andò a prendersi il cappello, che gli avevano gettato dalla parte opposta della strada, e come meglio potè riprese il suo cammino senza dare il minimo segno di sdegno o di risentimento.

 

Patì pure nella perquisizione fatta al Servo di Dio nella sua camera del Convitto sotto il ministro Farini, come mi disse il Padre Bosso della Piccola Casa, che mi soggiunse essere stata causa occasionale della sua morte. Di questa perquisizione scrissero i giornali che presento, cioè l'Armonia (1860 - 9 e 26 giugno) in manoscritto, ed il Campanile (1860 - 25 giugno) e la Civiltà Cattolica (quaderno 1° luglio 1860). Questa prova dal Servo di Dio fu sostenuta con fortezza cristiana, come consta:

 

1° Da ciò che mi disse la Damigella Lorenzina Mazé de La Roche, vivente, cioè d'aver udito dalla nonna Margherita Volpato vedova Gastaldi a narrare che intimata la perquisizione a Don Cafasso mentre stava confessando in chiesa, egli diede le chiavi delle camere e, senza scomporsi, continuò a confessare come se nient'altro l'interessasse. Non mi disse come la Volpato abbia ciò saputo.

2° Da Don Giacomelli, vivente, il quale mi disse aver udito il Servo di Dio a rispondere sorridendo a una signora che lo compativa per la patita persecuzione: Un prete da forca, come son'io, non se la prende per queste cose.

Posseggo un libro delle Rubriche Missalis Romani, nel quale il Servo di Dio scrisse il Memento dei vivi e dei morti per proprio uso, nel quale, tra le altre preghiere, c'è pure quella per i suoi nemici.

 

 

LA FEDE DI DON CAFASSO – PREGHIERA

Il Canonico Bosso, già nominato, mi scrisse che la fede del Servo di Dio fu ferma, profonda, universale, e le sue opere erano tutte animate dalla fede. Di ciò in parte fu testimone ed in parte seppe da altri, di cui non mi disse il nome.

 

Don Claudio Milano, vivente, già nominato, mi scrisse che la vita del Servo di Dio fu una vita di fede la più viva, tanto nei detti quanto nei fatti.

Il Servo di Dio ringraziava il Signore ogni giorno di averlo creato e fatto cristiano, perché, come ho già detto, fin da fanciullo recitava le preghiere, e, fatto sacerdote ed entrato in Convitto, lo ringraziava inoltre di essere stato chiamato al Sacerdozio, perché sino alla morte recitava abitualmente le orazioni dei Convittori, le quali orazioni contengono questi sentimenti. Che andasse a recitare le orazioni in comune, lo so dal Canonico Barbiè, defunto, da Don Siccardi, vivente, da Don Martino, già nominato, defunto, convittore nel tempo del Servo di Dio. Nel giorno del ritiro mensile che, per attestazione di Don Bosco, stampata nella citata biografia, soleva fare una volta al mese, egli recitava una preghiera da sé composta, che posseggo in originale, nella quale si legge: Rendo grazie infinite a quel buon Dio, che per tratto di sua pura e speciale misericordia, ha voluto nel mio nascere chiamarmi alla fede e portarmi qual figlio, tutto che immeritevole, nelle braccia della Santa Chiesa Cattolica. Rinnovo in oggi quelle promesse e proteste che un giorno al sacro fonte si fecero per me. Piango e detesto quanto nella mia vita non vi fu conforme. Condanno e rigetto tutto ciò che nei miei giorni fosse stato mancante d'ubbidienza e rispetto alla Santa Romana Chiesa. Oggi e per sempre protesto di voler vivere e morire nella comunione più stretta di questa madre... e quando il Signore chiamerà il sacrificio della mia vita, intendo d'unirlo a quello che hanno fatto tanti confessori della fede, ed esalare l'ultimo mio spirito in omaggio e sostegno della nostra fede santissima. Il suo amore alla S. Chiesa ed alle Autorità Ecclesiastiche appare da questo che, nel Memento che Don Cafasso si scrisse per suo uso e che io conservo, mette per prima cosa in quello dei vivi: Commendo Tibi Sanctam Romanam Ecclesiam omnesque necessitates

Praelatorum et sacerdotum, ed in quello dei morti: memento animarum omnium Praelatorum et Sacerdotum. Monsignor Gastaldi, Arcivescovo di Torino, defunto, mi disse (non però come ciò seppe) nell'agosto del 1880, che Don Cafasso aveva fatto tanto bene, anzi prodigi, perché era uomo di orazione.

 

Mons. Galletti, Vescovo di Alba, defunto, nel 1867 in tempo di esercizi spirituali al suo Clero, insegnando il modo di dire il Breviario, distribuì a ciascuno dei sacerdoti un foglietto stampato colà, cui pose in titolo: Noterelle sulle intenzioni della S. M. di Don Giuseppe Cafasso per le ore canoniche, e continuò a distribuirlo per più anni, e ne teneva egli stesso una copia come segnacolo in ciascuna delle quattro parti del Breviario. Tutto ciò mi scrisse il Canonico Allaria, segretario di Mons. Galletti. Ed io ebbi da un sacerdote della diocesi d'Alba uno di questi foglietti, nel quale leggo:

Mattutino, pei presenti bisogni di Santa Chiesa.

Lodi, per la conversione di qualche peccatore.

Prima, in suffragio di qualche anima purgante.

Terza, per ottenere una grande purità d'intenzione.

Sesta, per ottenere una profonda umiltà.

Nona, per ottenere la virtù della purità.

Vespro, per fare una buona morte. Compieta, per il perdono del purgatorio.

Don Bosco, nella citata biografia, scrive che il Servo di Dio faceva ogni giorno la visita al SS. Sacramento. Il Servo di Dio, in una predica manoscritta che conservo, parlando della visita al SS. Sacramento, la chiama fra le pie pratiche della giornata del sacerdote, l'azione più grande, più santa e più esemplare pel popolo: pratica di Paradiso.

Il Canonico Barbiè, già nominato, nella relazione già presentata, parla molto bene della preparazione, della celebrazione, e del ringraziamento che faceva il Servo di Dio alla S. Messa.

Il Canonico Bosso mi disse che vide il Servo di Dio dopo la celebrazione della S. Messa, che sembrava trasformato e raggiante nel volto ed in lui si scorgeva alcunché di sovrumano e di celestiale.

 

Don Momo, defunto, già nominato, mi scrisse che l'angelico abituale raccoglimento di Don Cafasso nelle funzioni del sacro ministero faceva pensare che ci vedesse proprio la sacrosanta Umanità di Gesù Cristo, e si sentisse compenetrato, assorbito, fra gli splendori di lui.

 

Il Servo di Dio fu divoto della Passione di N. S. Gesù Cristo.

Questo consta:

1 ° dall'impegno che poneva nella funzione detta della Corda Pia, che consisteva nella pratica della Via Crucis solenne in tutti i venerdì di quaresima nella chiesa di San Francesco, come mi dissero di aver veduto Don Giacomelli ed il Sig. Bargetto.

2° Da ciò che scrisse Don Tonietto, già nominato nella presentata relazione, nella quale dice che era voce comune tra loro convittori, che per attendere alla preghiera si mettesse a letto a notte molto inoltrata, la quale passava anche intiera ai piedi del Crocifisso quando doveva accompagnare qualche disgraziato all'estremo supplizio.

3° Dalle prediche composte sulla Passione del Signore, che io conservo nel loro originale, da riuscire una completa meditazione su tutta la Passione del Signore.

4° Da una predica del Servo di Dio su San Giuseppe, di cui pure conservo il manoscritto, nella quale si leggono queste parole: Prendiamo il bel costume di baciare di tanto in tanto il Croci

fisso; raccomando ben di cuore questa pratica di fede, affinché Dio ci faccia la grazia di poterlo baciare, e non sia la prima volta, sulla fine dei nostri giorni.

5° Da Sebastiano Berti, il quale mi disse d'aver visto il Servo di Dio a digiunare ogni venerdì, e in tal giorno a prendere il caffè senza zucchero nel dopo pranzo; di che, avendo egli fatto osservazione al Servo di Dio, questi rispose: A Gesù in croce non fu dato che fiele.



Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Febbraio 2011 09:43
 
<< Inizio < Prec. 1 2 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 2
RocketTheme Joomla Templates