1965 ALLAMANO

 

L'avv. Luigi Chiesa, giornalista di Torino all'inizio del secolo scorso, ebbe alcune occasioni per incontrare l'Allamano. La più famosa fu la prima, quando, appena diciottenne, fu inviato come cronista dal direttore del giornale “Italia Reale - Corriere Nazionale”, il 3 maggio 1902, ad assistere e descrivere la cerimonia di partenza dei primi quattro Missionari della Consolata. Rimase affascinato della figura dell'Allamano.

Ebbe un'altra importante occasione di incontrare l'Allamano, nel 1904, al termine della grandiosa processione a conclusione delle celebrazioni centenarie del ritrovamento dell'icona della Consolata da parte del cieco di Briançon. Anche allora ammirò l'Allamano per la sua delicatezza e generosità. L'ultimo incontro lo ebbe alla stazione di Porta Nuova, nel 1925, quando l'Allamano partiva per Roma per partecipare alla beatificazione dello zio Giuseppe Cafasso.

Questo giornalista rimase sempre simpatizzante dell'Istituto. Prese parte e fece una relazione della consacrazione episcopale di mons. Filippo Perlo avvenuta nel santuario della Consolata il 23 ottobre 1909.

Il 16 febbraio 1965, ai chierici del seminario teologico tenne una simpatica commemorazione dell'Allamano, che qui riportiamo, raccontando i suoi incontri giovanili con lui.

 

[Il 3 maggio 1902, inviato dal direttore del mio giornale] Mi ci trovai con mezz'ora di anticipo. La chiesetta evidentemente adattata da salone, aveva un bell'altare tutto infiorato per l'occasione, sul quale troneggiava un bel quadro di Maria Consolatrice. In sacrestia trovai un sacerdote che stava istruendo sei o sette chierici sulle cerimonie che dovevano aver luogo.

Un po' sbarazzino come devono essere i giornalisti, mi presento: « E' lei il canonico Allamano? » e gli esposi il motivo della mia -venuta. Fu meravigliato che l'Avv. Scala non -fosse venuto lui personalmente. Mi diede i -nomi dei quattro partenti: Don Filippo Perlo, .Don Tommaso Gays, e i due coadiutori Celeste Lusso e Luigi Falda.

Chiesi i nomi dei sacerdoti che avrebbero assistito il Cardinale. Rispose che non occorreva dirlo, ma alle mie insistenze si arrese: « Scrivi: canonico Giacomo Camisassa, poi scrivi: Allamano. — Il nome? — Giuseppe, una scrivi solo Allamano. — Pensai: che persona modesta! Il direttore mi aveva detto che il canonico Camisassa era solo vice- rettore. Qualsiasi altro mi avrebbe detto: scrivi prima il nome del superiore. Questa considerazione continuò a venirmi in mente in seguito ogni volta che mi presentavo per qual che servizio giornalistico e che mi sentivo dire: Lei è giornalista? Scriva anche il mio nome, sono io che faccio questo e quell'altro, e dicevo: Come era invece modesto quell'uomo veramente grande!

Alle sedici precise entrò il card. Agostino Richelmy, accompagnato dal suo cerimoniere Teol. Carlo Franco e dal prosegretario canonico Angelo Jacomuzzi, e s'inginocchiò in presbiterio. Vestiti gli abiti pontificali, e seduto sul faldistorio, benedisse i quattro crocifissi e li impose ai parenti. Poi cominciò il discorso, prendendo lo spunto dalla festa del giorno: « La Chiesa ricorda oggi l'invenzione del-' la S. Croce fatta da S. Elena. Voi dovete portare questa croce che è simbolo della nostra fede e della nostra speranza.

Porterete la cro- ce materiale, cioè i sacrifici che dovrete affrontare; ma anche la croce spirituale dalla quale trarrete la forza... Avrete anche l'aiuto della Madonna Consolata... ». Dopo la funzione passai un momento in sacristia a porgere gli auguri al Teol. Perlo, ripromettendomi di incontrarci altre volte.] Infatti ci rivedemmo nel 1909 quando fu con-; sacrato vescovo, Vicario Apostolico di Nyeri, nel Santuario della Consolata, ed io ne scrissi la cronaca per il Momento.

Il mio servizio sulla partenza dei primi 4 missionari occupò una bella mezza colonna nell'edizione del 4 maggio 1902 dell'Italia Reale e del Corriere Nazionale.

Avevo assistito allora alla prima parte di un miracolo: Quei 4 missionari che partendo lasciarono vuota la casa madre perchè i compagni perdettero il coraggio, sono ora diventati quel bel numero di membri dell'Istituto che rilevo dal prontuario del personale: 6 vescovi, 645 sacerdoti, 204 chierici professi, 142 coadiutori; un totale di oltre 1000, al quale si dovrebbero aggiungere le quasi 3.000 suore missionarie.

Il mio secondo incontro con il Servo di Dio Giuseppe Allamano avvenne nel 1904 in occasione delle grandi feste centenarie della Consolata. Per opera del Servo di Dio, il santuario era stato ingrandito e trasformato in una vera reggia: abbondanza di ori, di marmi preziosi e lucenti, di stucchi dorati: una meraviglia.

Le grandi manifestazioni che furono organizzate per l'occasione ebbero il culmine nella solenne processione che ebbe luogo il pomeriggio della domenica 17 giugno. Tutta la redazione dell'Italia Reale fu mobilitata per l'occasione. L'Avv. Scala prese parte alla processione portando la torcia; tutti noi fummo appostati lungo il percorso della processione per la quale, per la prima volta, le autorità permisero di percorrere via della Consolata, via Garibaldi, via Milano e Porta Palazzo (mentre prima il percorso si limitava a vicolo Maria Adelaide, via delle Orfane, via Corte d'Appello, via Bellezia, via S. Chiara).

Io ero appostato in via Milano tra la Basilica Mauriziana e piazza Emanuele Filiberto (ora della Repubblica). A giungere là, la processione impiegò un'ora e mezzo. Precedevano le

« Figlie di Maria » e le altre Compagnie, poi il Clero e le congregazioni religiose. I chierici e i sacerdoti erano tanti che non li potei contare: erano venuti anche dalle altre diocesi. 1 parroci in mozzetta erano circa 300. Passarono a file di otto, cantando ininterrottamente l'Ave Maris Stella, alla quale faceva coro entusiasta la folla assiepata sul percorso. Ai parroci seguivano 62 o 63 Vescovi con piviale, mitra e pastorale.

Precedeva il quadro della Consolata incocoronata il corteo dei Cardinali con il lungo strascico, ed occupavano tutta via Milano.

Veniva primo il nostro arcivescovo card. A. Richelmy. Seguivano: il card. Ernesto Callegari vescovo di Padova, il card. G. Boschi arcivescovo di Ferrara, il card. Domenico Svampa arcivescovo di Bologna, il card. Andrea Ferrari di Milano, infine il Legato del Papa card. Vincenzo Vannutelli, dalla statura di corazziere, che avanzava benedicendo. Il popolo era in delirio. Quante grida di Viva il Papa ho sentito!

Ad un tratto che succede? Vedo che il cardinal Callegari esce dal corteo seguito dal suo segretario. La folla fu per un momento sconcertata, poi tornò a guardare lo spettacolo. Io mi faccio avanti e offro il mio aiuto. « Sua Eminenza non si sente bene: ha bisogno di prendere un cordiale ». La vicina chiesa di S. Domenico e il convento erano chiusi, perchè tutti i frati erano in processione. Li accompagnai ad un caffè situato sull'angolo. Il padrone e il cameriere che erano sulla porta, aprirono con orgoglio al Cardinale, che lasciandosi cadere su di una sedia disse: « Ora son seduto! Mi sentivo proprio mancare. Accettò un cordiale, un cordiale qualunque. Gli fu offerto un caffè con Fernet. Il segretario non volle nulla, ed allora gli feci io compagnia prendendo anch'io un caffè.

Mi offrii di andare alla Consolata a chiedere una vettura per portarlo in arcivescovado o, come disse di preferire, alla Consolata.

Facendomi largo per via S. Chiara e vicolo Maria Adelaide, attraverso il cortile e la sa. cristia, entrai in chiesa, e nel presbiterio trovai il canonico Allamano che stava disponendo il Clero che rientrava dalla processione, e gli esposi la situazione. Mi mandò in piazza da*Don Capella. In cortile c'erano tre landau con cui erano venuti i sei cardinali, ma essi non avrebbero potuto passare per quelle viuzze. Presi una delle carrozze su cui erano venuti i vescovi, e andammo a prendere il cardinale: io trovai posto sul seggiolino vicino al cocchiere.

Giunti alla Consolata, trovammo il canonico Allamano ad attenderci. Aiutò premurosamente il cardinale a scendere, chiese sue notizie, e a sua richiesta lo accompagnò in un coretto a ricevere la benedizione pontificale impartita dal cardinale Legato.

Nell'accomiatarmi il can. Allamano mi lasciò in mano due monete d'argento da una lira. In moneta attuale equivarrebbero a 1400 lire: una gratifica non indifferente, di cui non feci parola nè al direttore nè ai miei colleghi. L'incidente del malore del cardinale fu menzionata nella relazione pubblicata dal giornale ».

Più tardi, quando l'Avv. Chiesa era già passato alla redazione del Momento, ebbe modo di partecipare ad un ricevimento offerto dal Barone Romano Gianotti a Monsignor Giacomo Della Chiesa, sostituto della Segreteria di Stato, testé nominato da Pio X arcivescovo di Bologna. Notò la sua piccola statura, e si edificò perché non volle essere chiamato con il titolo di Eccellenza, col pretesto che non era ancora consacrato: « Guarda l'umiltà di questi grandi uomini! ». Prese l'appuntamento per servirgli la Messa alla Consolata il mattino seguente, ma uno dei sagrestani lo prevenne.

« Finita la Messa tornai in sacrestia. Mentre 1' arcivescovo eletto faceva il ringraziamento, vidi entrare il canonico Allamano e gli dissi: « Sa che c'è un arcivescovo? ». Non era stato informato da Don Cappella. Mi chiese di fare la presentazione. Dissi: « Il Rettore della Consolata fondatore dell'Istituto delle Missioni ». Si scambiarono i convenevoli, e poi il Rettore lo accompagnò in Convitto per offrirgli il caffè. Chiesi a Don Cappella di vedere nel registro come il prelato avesse firmato: Sacerdote Giacomo Della Chiesa.

Il giorno in cui il card. Giacomo Della Chiesa fu eletto Papa Benedetto XV, ottenni di accompagnare in udienza particolare il nostro Card. Richelmy. Mi riconobbe. Udii quando il nuovo Papa chiese notizie del canonico Allamano e del suo Istituto.

L'ultima occasione in cui incontrai il Servo di Dio fu nel maggio 1925, quando alla Stazione di Porta Nuova lo ossequiai, mentre partiva per Roma per prendere parte alla cerimonia della beatificazione dello zio San Giuseppe Cafasso. Mi chiese: «Nora vieni tu? ». Risposi: « Non è toccato a me; parteciperò alle solenni celebrazioni che seguiranno qui a Torino ».