Nel numero precedente di
questa rivista, abbiamo pubblicato un articolo intitolato «Il cuore del Rettore è tenero», che il p.
Mario Barbero ha scritto con la collaborazione di alcune coppie di sposi del Movimento “Marriage Encounter”.
Vogliamo ora completare quella riflessione sull’affettività dell’Allamano, attingendo dalle sue lettere
scritte ai missionari in Africa. Ai suoi figli lontani l’Allamano ha scritto parole di una forte intensità
paterna, che hanno ottenuto un ritorno altrettanto intenso. I santi sono persone forti, decise, ma non “dure”.
Più uno vive in cordiale comunione di fede con Dio e più è delicato e fine con le persone.
L’Allamano, nelle sue lettere, illustra a meraviglia questa affermazione.
Iniziamo con queste parole
indirizzate dall’Allamano al p. Umberto Costa, che aveva nominato assistente degli allievi missionari in casa madre
e che collaborava con lui per la loro formazione: «Ed ora prego il Signore di benedire i miei cari missionari, la
mia principale speranza e consolazione. Tutti corrispondessero alla grande grazia della loro vocazione». Questa
breve espressione inquadra esattamente quanto intendiamo proporre: il cuore dell’Allamano è colmo di umana
tenerezza per i suoi figli, che chiama «i miei cari missionari». Ma questa tenerezza non è disgiunta,
anzi è rafforzata da una grande fede nel valore soprannaturale della loro vocazione missionaria. Guardiamolo questo
cuore, perché più lo conosciamo, anche nella sua profonda umanità, e più ci attira verso
l’ideale missionario.
AI FIGLI LONTANI
Rileggiamo solo qualche espressione dalle
lettere spedite in Africa. Partiamo da questi saluti con i quali concludeva i suoi scritti: «Tante e tante cose a
tutti i miei missionari, pei quali soli ormai vivo su questa terra»; «Dica tante cose a tutti, assicurandoli
che prego per loro e vivo solo per loro».
In occasione delle solenni celebrazioni centenarie del giugno
1904, durante le quali venivano inaugurati i grandiosi restauri del santuario della Consolata, ecco come l’Allamano
concludeva la relazione spedita al gruppo di missionari in Kenya: «Se i chierici vostri confratelli furono
giustamente orgogliosi di assumersi in quei giorni la rappresentanza di voi ai piedi della Consolata, io me ne feci un
dovere specialissimo. Lasciai in certo modo da parte le altre mie attribuzioni, per non ricordare che la mia
qualità di padre di questa nuova famiglia, e come tale vi presentai tutti insieme, e ciascuno di voi in
particolare, a questa buona Madre chiedendole con insistenza, non tanto l’incremento materiale dell’Istituto,
quanto la grazia che continuasse anzi crescesse in voi la volontà e l’impegno di santificare voi stessi,
mentre zelate la conversione dei non cristiani».
Per valutare il senso di queste parole, si pensi che
l’Allamano, assieme al can. G. Camisassa, era stato l’artefice dei restauri e, in certo senso, era la persona
“più significativa” in quella celebrazione, nonostante la presenza di cardinali, vescovi e
autorità civili ed ecclesiastiche. Lui, però, pur essendo totalmente presente vicino alla “sua”
Consolata, ha saputo estraniarsi dalla sua posizione centrale, che pure gli spettava di diritto, per volare con il
pensiero e l’affetto ai suoi figli lontani. Possiamo dire che, in quel momento, l’Allamano era presente
contemporaneamente nel santuario e in Kenya. Si noti, inoltre, il contenuto della preghiera alla Consolata, che assumeva
il significato di auspicio per i missionari: alla Vergine affidava non tanto lo sviluppo materiale dell’Istituto,
quanto la volontà e l’impegno dei suoi figli per un rinnovato cammino di santità. Era lui che, davanti
alla Consolata, li rappresentava tutti insieme, come pure uno ad uno.
Questa abilità di rapportarsi sia
con il gruppo che con i singoli, la vediamo espressa anche i questa sua risposta ad una lettera, che i missionari del
Kenya, dopo un corso di esercizi spirituali, gli avevano inviato firmandola tutti quanti: «[…] e leggendo ad
uno ad uno i vostri nomi mi pareva di avere ciascuno a me davanti come quando eravate a Torino. Deposi i vostri nomi ai
piedi della nostra Patrona, la Consolata».
Sono insuperabili, per contenuto di fede e di affetto
paterno, le lettere ad uno dei figli prediletti, il fratello coadiutore Benedetto Falda, partito per l’Africa molto
giovane e impegnato come responsabile di una segheria, appena avviata nel cuore della foresta, con l’incarico di
confezionare le diverse parti per le prime case prefabbricate in legno, come pure i carri da trasporto e tutto il mobilio.
In esse si scorge non solo l’arte educativa del Fondatore, ma pure la sua comprensione per il difficile compito
affidato a questo giovane missionario, obbligato a vivere isolato. Ecco alcuni passaggi: «La tua figura svelta e
schietta mi viene sovente alla mente, e nella mia camera sovente mi pare di vederti entrare , e parlarci alla buona.
Potessi rivederti!… Ma ti vedo e ti parlo nel Signore e presso l’altare della cara Consolata, alla quale ti
raccomando per la perseveranza nella grande grazia che hai ricevuto»; «Ben sovente penso al mio caro
Benedetto, e vorrei averlo nuovamente al mio fianco in mia camera per sentirlo parlare sempre animoso ed allegro.
[…] So bene che pel tuo cuore sensibile è facile la nostalgia ed un po’ di melanconia, ed hai bisogno
di qualche parola di incoraggiamento cordiale. Quando è così, pensa a me, ed immaginati di sentire da me un
coraggio in Domino e quanto ti direi. […]». Infine, ecco una delicatezza quasi materna: «Desidero che
non ti affatichi troppo nel lavoro, e sudato ti ripari bene dall’aria e dall’umidità; insomma voglio
che ti usi i dovuti riguardi per la salute».
E I FIGLI?
Dalle lettere dei missionari,
specialmente di quelli che erano in Africa, si comprende come anch’essi vivessero lo stesso clima di intesa umana e
spirituale con l’Allamano. E non temevano di mancargli di rispetto manifestandogli i loro filiali sentimenti di
stima e di affetto. Stralciamo qualche frase dalle lettere che alcuni missionari hanno indirizzato al Fondatore, al
termine del loro ritiro annuale, nel giugno del 1925. Non potendo lasciare le missioni incustodite, essi si erano divisi
in due gruppi.
Così si esprime il primo gruppo: «Radunati ai piedi del Sacro Cuore (cui era
dedicata la chiesa della missione) per i santi spirituali esercizi, i padri del basso Kikuyu godono rivolgere il loro
pensiero al loro amatissimo Padre e Superiore Generale. Memori delle care usanze di casa madre, esce spontaneo sul labbro
di ognuno il sospiro: Oh! Se potessimo avere il Sig. Rettore fra noi. Eppure noi lo ricordiamo ancora tanto quando –
trenta chierichetti in tutto – le stavamo attorno in conversazione famigliare…».
Ed ecco
come si esprime il secondo gruppo: «Prima di lasciare la fiorita Nyeri (sede centrale), prima di tornare alle cure
dei nostri greggi, i Padri del secondo turno di santi spirituali esercizi vengono ad attestare alla signoria vostra la
loro profonda venerazione, a prestare al Padre amato i loro filiali ossequi, ad assicurarla del nostro rinnovato proposito
di farci santi. […]. Partiamo con in cuore fermo proponimento di attendere seriamente a noi stessi, e di tener
presente alla nostra mente quell’ “attende tibi” (cura te stesso), che in tempi passati Ella già
c’inculcava».
Non solo queste lettere quasi ufficiali rispecchiavano il bel clima che si viveva
nell’Istituto quando il Fondatore era vivo, ma anche quelle personali dei singoli missionari. Riportiamo brani di
due lettere dal Kenya. La prima è del p. Giovanni Battista Rolfo: «Cosa avrà detto la signoria vostra
illustrissima in non veder alcun mio scritto da lungo tempo? […]. Non ho scritto ad altri, ma, vostra signoria la
preferisco per tutte le ragioni. Parecchie volte avevo determinato di rompere il mio silenzio, ma intervenendo altre
faccende, queste procrastinarono il mio proposito. Sovente m’avevo come presente vostra signoria e dicevo fra me: se
fosse realmente vicino, come penso, le direi questo e quello che non faccio per scritto, le conterei le mie faccende, la
storia di 20 anni […], le quali cose solleverebbero un momento il mio buon padre e gli farebbero vivere la vita del
suo figlio».
La seconda lettera è del p. Enrico Manfredi, inviata da Meru il primo dicembre 1925,
mentre stava per cambiare missione: «[…] Voglia ricordare sovente nelle sue preghiere l’infirma mundi
(l’infimo del mondo), affinché il buon Dio mi faccia un buon missionario e raccomandi fin d’ora il
gregge che mi sarà affidato. Ed ora che la festa a tutti cara s’avvicina, auguro a vostra signoria
reverendissima ottime feste natalizie e buon capodanno, di più grandi consolazioni da tutti i suoi figli presenti e
lontani, che rallegrino la sua veneranda età e più ancora il suo cuore di Padre. Mi farebbe oltremodo
piacere un suo scritto, posso sperarlo? E’ incalcolabile il bene ed il coraggio che m’infonderebbe!».
Ecco la conclusione di queste brevi riflessioni: se questo era il clima dei primi tempi, non è affatto
esagerato se pure noi facciamo il possibile per riviverlo adesso, in piena sintonia con il Fondatore. Ciò vale sia
per i Missionari e le Missionarie della Consolata, che per i loro amici e per quanti apprezzano e seguono la
spiritualità dell’Allamano.