UNA “CARA FIGLIA” DELL’ALLAMANO: SUOR IRENE
STEFANI
Il 19 giugno 1911 segna il primo incontro tra la serva di Dio Irene Stefani e il beato Giuseppe
Allamano. Lei, suora Missionaria della Consolata, Lui, sacerdote diocesano, rettore del Santuario della Consola-ta e
fondatore dell’Istitu-to Missioni Consolata: due vite diverse, ma unite da un profondo ideale spirituale: spendere
la vita per Dio e per la Missione. In questa riflessione offriamo alcuni spunti tratti dall’itinerario spirituale di
suor Irene guidato dall’Allamano.
Era il 19 giugno 1911, vigilia della festa della Madonna Consolata. La
ventenne Mercede Stefani (questo è il nome di battesimo di suor Irene) lasciava per sempre Anfo, suo bellissimo
paese natale, situato sulla riva del lago d’Idro nella provincia di Brescia. Accompagnata da papà Giovanni,
stimato organista della parrocchia, e dal parroco don Francesco Capitanio, si recava a Torino per farsi Missionaria della
Consolata.
Come è nata la sua vocazione missionaria? All’età di tredici anni Mercede aveva
confidato alla mamma il desiderio di farsi suora, ma c’era da finire la scuola, e non solo. Due anni dopo, la
signora Annunciata che aveva accolto il grande segreto di figlia, muore, lasciando il marito con sei figli. Mercede
diventa una buona educatrice per le sorelle e il fratello più piccolo. Non tralascia però di ascoltare
quella voce interiore del Signore che la chiamava e che l’aspettava.
Ogni anno, Mercede fa gli esercizi
spirituali a Brescia dalle Suore Canossiane, che la invitano ad entrare nella loro Congregazione. Mercede però ha
già scelto: vuole essere Missionaria della Consolata. A gettare il seme della vocazione missionaria sono stati
certamente don Andrea Polizzari, suo direttore spirituale fino all’età di 15 anni, successivamente don
Francesco e la maestra delle elementari, Domenica Polizzari, sorella del parroco: tutti e tre propagatori dello spirito e
dell’azione missionaria nel paese. Ci furono anche due eventi, che lasciarono un’impressione profonda e
decisiva nella giovane Mercede: il primo, nel 1905, la funzione di partenza per l’Africa di don Angelo Bellani; e il
secondo, nel gennaio del 1911, il saluto del compaesano Bartolomeo Liberini, che si recava Torino per farsi coadiutore fra
i Missionari della Consolata. A Torino, i tre viaggiatori: don Francesco, Giovanni Stefani e la figlia Mercede, sono
stati accolti dal can. Giuseppe Allamano. Sappiamo dalla cronaca della rivista “La Consolata” che il 19
giugno, «la pioggia, caduta a dirotto e incessante per tutta la giornata, impedì la sempre ammirata
illuminazione del santuario-basilica». Mentre il giorno 20, festa della Consolata fu un giorno «splendido di
serenità». Il periodico accenna che nella tradizionale processione presero parte «le novelle suore
Missionarie della Consolata», fondate appena da un anno, il 29 gennaio 1910. Possiamo intravedere tra la folla
dei fedeli anche il papà di Mercede, che all’indomani ritornerà ad Anfo con il quadro della Consolata
donatogli dallo stesso Fondatore. Sul retro del quadro si legge ancora questa annotazione scritta da Giovanni Stefani:
«Memoria rilasciatami dal Canonico Rettore della Consolata in Torino il giorno 21 giugno 1911 nel consegnare mia
figlia Mercede nell’Istituto Missionario della Consolata alla vita religiosa».
La palazzina detta
“Consolatina”, in Corso Duca di Genova, era la prima sede dell’Istituto delle Suore Missionarie della
Consolata. In questa casa la giovane Mercede inizia la formazione alla vita religiosa missionaria. Del suo arrivo il
Fondatore scriveva al can. Camisassa, che nel 1911 era in Kenya, in visita alle Missioni: «Alla Consolatina le cose
procedono bene e presto la casa sarà piena. Al presente sono 20; dopo Pasqua verranno altre, una di
Brescia…già accettammo…. Vado ogni settimana a trovarle e parlai anche da sole. Si dimostrano tutte
veramente felici… Le nostre Suore bisogna formarle bene e ci vuole tempo». Il 28 gennaio 1912, Mercede
è ammessa alla vestizione. L’Allamano presiede la celebrazione della benedizione dell’abito religioso
e, come si usava allora, dell’imposizione del nuovo nome: «Ti chiamerai suor Irene».
L’Allamano si recava dalle suore ogni settimana e anche di più, per incontrare le sue figlie e infondere in
esse il carisma ricevuto per la fondazione dell’Istituto. Egli comunica tale spirito nei colloqui personali, nelle
omelie in occasioni di speciali funzioni liturgiche, nelle numerose e regolari conferenze tenute alla comunità. Di
queste conferenze suor Irene prendeva appunti personali, li trascriveva nei suoi taccuini, li rileggeva, li meditava, li
viveva. Le bastarono come sicuri punti di riferimento e guida fino alla fine della vita. Ecco alcuni esempi:
«Vi voglio semplici come colombe»; «Io dico a voi: fate come le colombe; dovendo per necessità
trattare e fare cose anche umilianti e basse, sappiate poi sbattere le vostre ali e sollevarvi alto, ossia abbiate sempre
lo spirito in cielo… Come si può mai far stare in una bottiglia d’acqua una bottiglia di vino? Si
toglie l’acqua e si mette il vino. Benissimo: vuotiamo il nostro cuore da tutti gli amori mondani e riempiamolo di
amor di Dio». «La missionaria deve essere donna d’anima, ossia non deve che cercare lo spirituale in
tutto, dovendo occuparsi di tutto e in tutto. Parli, predichi pure la missionaria, ma la sua parola sia semplice come la
parola di Dio, eterna come la verità, breve come viene dall’alto e che duri come
l’eternità»; «Vi voglio sciolte, libere della vera libertà di spirito».
Il 29 gennaio 1914, quarto anniversario della fondazione dell’Istituto e festa di san Francesco di Sales, suor
Irene consacrò la vita a Dio e alla missione con i voti religiosi. In questa occasione, il Fondatore, riferendosi
al santo Protettore dell’Istituto, disse: «Lo pregheremo; ma soprattutto ci vuole l’imitazione. Egli
diceva: “Se una sola fibra del mio cuore non vibrasse per Dio, io la schianterei a forza”. Vi pare, è
così che si formano i santi. Quanto amore! Oh, che quando un cuore ama davvero il Signore è forte,
eroico».
Suor Irene trascorse ancora alcuni mesi a Torino per la preparazione immediata alla partenza.
Anche in questo periodo, annotava nel cuore e nei taccuini le parole dell’amato Padre Fondatore, tra cui spiccano le
seguenti: «Non abbiate paura di mostrarvi singolari quando si tratta della santa osservanza»; «Siate
umili nelle parole, nelle opere, negli affetti»; «Se sarete ubbidienti e vere umili, sarete la mia
consolazione»; «Figliole mie, siate anime di preghiera, di meditazione e sarete felici»; «Amate
senza fine. Siate certe che in amor di Dio non andrete mai in esagerazione». Poco prima della partenza per
l’Africa, avvenuta il 28 dicembre 1914, suor Irene sintetizzava così le ultime raccomandazioni del Fondatore:
«Ci raccomandò di essere umili, vere ubbidienti, di praticare bene la santa Povertà, di non essere
gelose». E tra gli scritti personali di suor Irene, ci sono parole che costituiscono la sintesi personalizzata della
formazione ricevuta dal Fondatore: «Spirito di carità operosa, di pietà e di dolcezza. Ecco
tutto». Le ultime due parole, sottolineate dalla serva di Dio, confermano quanto le stava in cuore impegnarsi
davvero in questo progetto, riuscendovi di fatto a realizzarlo.
Con la partenza per la missione cessa il
contatto diretto di suor Irene con il Fondatore, ma cresce l’affetto filiale verso “Padre” che da
lontano la segue e la sostiene. In data 20 febbraio 1918 suor Irene scrive una lunga lettera al Fondatore in cui racconta
la sua esperienza missionaria e, in modo particolare, il servizio negli ospedali di guerra per i “Carriers”, o
portatori africani, nell’Africa Orientale Britannica e Tedesca. Nella lettera ci sono parole di gratitudine verso il
Fondatore che ha saputo prevedere e preparare le sue figlie alla non facile vita missionaria.
La serva di Dio
scrive tra l’altro: «Oh, sì che in questi frangenti, mi dicevo essere giunte per me le ore nere, che
Lei, Veneratissimo Padre ci prediceva così! Ricordando i suoi insegnamenti seguivo pure gli esempi della brava Sr.
Cristina, unendo alle preghiere qualche sacrificio ed entrambe pratichiamo sempre il consiglio datoci dal Reverendo Padre
Panelatti: “Ricordiamoci sempre che il nostro Veneratissimo Padre Fondatore, a Torino, è un vero Missionario
di tutto il mondo, e non della sola Africa, com’Egli diceva, non dimentichiamoci dunque d’unire la nostra
intenzione ed opera all’intensa ed efficace intenzione ed opera Sua: vi troveremo l’aiuto potente”.
Difatti in realtà ne constatiamo i salutari effetti, specie nella conversione di Anime ostinate. Ed in seguito a
sì grandi vittorie sempre dopo il “Deo gratias” spontaneo, anzi vivissimo, sgorga il sentitissimo
nostro grazie, a Lei Ven.mo Padre, che per il paterno suo amore, anche sì lontano, di continuo efficacemente ci
assiste».
Stesso tono di gratitudine e di affetto filiale emerge dalla lettera di suor Irene al
Fondatore scritta nei primi mesi del 1919, dopo il rientro nelle missioni del Kenya dagli ospedali militari:
«Amatissimo Padre, in ogni istante di questa mia vita dovrei pure rendere a Lei inni di riconoscenza per il tutto
ciò che Lei con amore più che paterno fa incessantemente per me benché minima delle Sue
figliole». Suor Irene ringrazia per essere ammessa alla rinnovazione dei voti religiosi e per le Conferenze mandate
dalle consorelle di Casa Madre a Torino. Ecco come si esprime la Serva di Dio: «Fui richiamata al Mathari (centro
delle prime missioni) per la grazia incomparabile di fare 10 giorni di Esercizi Spirituali ed è proprio in questo
sacro ritiro che ebbi l’avventura di sentire le sue preziose conferenze, che Lei tiene là a queste
avventurate Figlie, le quali, da vere e buone Consorelle vengono partecipando pure a noi che tanto ne siamo ansiose
sì preziosa manna, con il graditissimo e benefico Diario che ci inviano. Mi sembra di ritornare ai tempi beati che
trascorsi costì, a godere della preziosa sua compagnia e mi sento come infondere nuova energia e ben praticare
quanto ci va additando».
L’Allamano non poteva rispondere sempre alle lettere delle singole suore,
ma inviava le circolari a tutto il gruppo. In esse ogni sorella poteva trovare la risposta indirizzata come a se stessa.
Senz’altro suor Irene trovò la sua risposta nella circolare alle missionarie del Kenya del 20 ottobre 1920:
«Mie Carissime, con la doppia partenza di consorelle, aspettate certamente una parola di risposta alle varie vostre
lettere inviatemi nei passati anni… Non potendo per ora scrivere a ciascuna in particolare, rispondo a tutte in
generale; ed ognuna ritenga questa mia come a sé indirizzata. Lodo il vostro lavoro di Apostolato nel Vicariato e
altrove durante la guerra. Il Signore benedì le vostre fatiche con la salvezza di tante anime. Siano grazie a Dio
ed alla nostra SS. Consolata, che vi accompagnò e vi protesse in tutto… Mie care figlie, non dimenticate mai
il fine per cui siete entrate nell’Istituto e veniste nelle Missioni, e i proponimenti che faceste in Casa Madre
prima di partire… Chi vi scrive è un padre affettuoso che vi desidera specialmente obbedienti di cuore e di
mente, ripiene di carità nelle opere, parole e nei pensieri, e zelanti operaie in ogni cosa».
Tra
i santi c’è una misteriosa intesa che sfugge a chi non entra nel loro spirito: un’intesa che fa sentire
il tocco dello Spirito di Dio nelle parole umane. Tale intesa esiste tra lo spirito del Beato Allamano e lo spirito della
Serva di Dio suor Irene. Le parole del Padre lei le voleva avere come “stampate” nel proprio cuore. Lei stessa
si esprime in questi termini ringraziando una consorella per averle mandato in Africa le Conferenze del Fondatore:
«Solleciti le giungano i vivi miei ringraziamenti che vorrei fossero adeguati al regalo graditissimo fattomi in
recapitarmi il benefico suo scritto con la preziosa conferenza del Veneratissimo nostro Padre. Ah, beneficio incomparabile
e sì opportuno! La lessi e rilessi, la meditai e riponendola fra i cari ricordi dell’Amatissimo Padre ne
supplicava il buon Dio che me la stampasse in cuore». Suor Irene è proprio la “cara figlia
dell’Allamano” che seppe incarnare il suo spirito nella vita religiosa missionaria; una figlia affezionata a
chi chiamava “Amatissimo Padre”, perché le indicava il cammino della vera santità, fondata
sull’amore “sviscerato” per Dio e per ogni persona.
Tale amore spingeva suor Irene alle
azioni più impensate come quella di cercare un moribondo tra i cadaveri gettati sulla spiaggia per amministrargli
il battesimo; di strisciare sulla terra fangosa per entrare nella povera capanna di un vecchio per parlargli di Dio; di
percorrere nel buio della notte i sentieri della foresta per salvare una vita; di avvicinarsi a un appestato per dargli
l’ultimo conforto richiesto, senza badare al pericolo per la propria vita. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma
una cosa è certa: la Serva di Dio è martire della carità i. Infatti, nell’ultimo atto della
carità contrae la malattia che la porta alla morte nel giro di pochi giorni. Era il 31 ottobre 1930 quando la sua
giovane vita si spegneva. «Oh, quando un cuore ama davvero il Signore, è forte, eroico! Ecco tutto»,
direbbe ancora oggi suor Irene, indicando a ciascuno di noi la via dell’amore come l’unica che conduce alla
salvezza.