PARLANO I TESTIMONI A cura di p. Antonio Bellagamba, Vice
Superiore Generale
Facendo seguito all’articolo del numero precedente della rivista, riportiamo altre
testimonianze sulla fama di santità di cui era circondato il beato Giuseppe Allamano, già mentre era in
vita. Questa volta ci soffermiamo nella famiglia della Consolata per sentire come il Fondatore sia stato apprezzato dai
suoi primi figli e figlie, che hanno avuto il privilegio di averlo conosciuto ed essere stati formati da lui. Tra tante,
abbiamo scelto le testimonianze di tre Missionarie e di tre Missionari della Consolata.
PARLANO
LE MISSIONARIE
Sr. Francesca Giuseppina Tempo (1893-1966), professa nell’Istituto delle suore
Missionarie della Consolata, fino al mese di marzo 1926, poi passata all’Ordine della Visitazione nel Monastero di
Torino. Assistette l’Allamano durante l’ultima malattia: «La sua morte segnò per tutti un grande
dolore. Il Prof. Battistini alla sera del 15, dopo che il Servo di Dio ebbe ricevuto il Santo Viatico, notando che entrava
in agonia, disse: ‘Speravo ancora… quanto perdiamo!…’ e gli vennero le lacrime agli occhi. […] Fin da quando era ancora in vita, il Servo di Dio era circondato da grande fama di virtù e di
santità. Ne era prova il grande concorso di persone che venivano da lui per richiederlo di consiglio. […]
Ricordo che, nella ricorrenza della beatificazione di Don Cafasso, essendo stato presentato il Servo di Dio al Santo Padre
quale nipote del Beato, il Santo Padre Pio XI esclamò: ‘E chi non conosce il Can. Allamano?’.
[…] Durante la sua ultima malattia, dopo il consulto tenuto dal Prof. Battistini col Prof. Mattirolo, questi avendo
constatato come l’ammalato fosse logoro, e non desse più che pochissime speranze, si sentì dire dal
Prof. Battistini: ‘Ma tu non sai cosa voglia dire perdere quest’uomo! Dobbiamo fare l’impossibile per
salvarlo!’. Questa fama di virtù e santità del Servo di Dio, dopo la sua morte, nonché
scomparire, si accrebbe sempre più e perdura tuttora. Tutte le persone che me ne parlano si dimostrano convinte
della sua santità. Le stesse mie consorelle della Visitazione che lo hanno conosciuto, continuano a parlarne con
venerazione».
Sr. Chiara Strapazzon (1890-1955), assistente delle postulanti e poi maestra delle novizie,
quindi Superiora dell’Istituto, mentre era in vita il Fondatore. In seguito, missionaria in Tanzania per 5 anni e
poi richiamata per coprire la carica di consigliera generale: «Posso attestare di aver sempre ritenuto il Servo di
Dio come un Santo. L’impressione che ebbi di lui nei primi incontri, andò sempre più via via
rafforzandosi e confermandosi. Lo stesso giudizio sentii esprimere dai Missionari, dalle Suore e da quanti lo conobbero.
Molti congiunti delle Suore dicevano: ‘È proprio un Santo!’ Il Sig. Vice Rettore Can. Camisassa ci
esortava a far tesoro degli insegnamenti del Servo di Dio, e - come ho già riferito - diceva: ‘Fate tutto
come dice il Padre, perché è un Santo… Sapete quale è la sua caratteristica? La purità
d’intenzione…’. Parlando di lui, sempre gli si riempivano gli occhi di lacrime. […] I Rev.
Missionari che avevano modo di tagliare i capelli al Servo di Dio, li conservavano come preziosa reliquia. La sua
fama di santità era così diffusa che molti andavano da lui per consiglio, raccomandazioni ed aiuto, anche in
caso di particolari bisogni e malattie, per chiedere la benedizione della Consolata, ritenuta di speciale efficacia.
[…] Ricordo ancora che d’estate, andando in campagna, incontravamo dei parroci che ci chiedevano che Suore
fossimo. Rispondendo noi ‘Missionarie della Consolata’ esclamavano: ‘Oh! Le figlie del Can. Allamano,
quel Santo sacerdote!’. Oppure: ‘Ho conosciuto il Can. Allamano – Quello sì che era un Santo!
’».
Sr. Maria degli Angeli Vassallo (1884-1974), per 6 anni superiora della Casa Madre, al tempo
del Fondatore e da lui molto stimata. Missionaria in Kenya, Superiora Generale per 13 anni e, infine, Vicaria Generale:
«Avevo già ottima impressione di lui fin dalla mia infanzia, perché dalla mia famiglia e da tutta la
mia parentela era stimato come vero uomo di Dio, e dotato per eccellenza del dono del consiglio. Questa ottima impressione
si confermò ancor maggiormente in me nei numerosi rapporti che per ragione della mia carica ebbi con lui. Sentii
pure parlare del Servo di Dio da molte persone, e posso attestare che nella grandissima maggioranza parlavano con
ammirazione e stima delle virtù del Servo di Dio. Nutro viva devozione al Servo di Dio, che prego ogni giorno. […] Fin da quando il Servo di Dio era in vita, era circondato da larga fama di virtù e santità.
Egli stesso ci diceva il 1° dicembre 1918: “ma guardate: fuggiamo la stima del mondo, e questa ci cade
addosso”. […] Questa fama di virtù e di santità non solo si è conservata dopo la sua
morte, ma è andata continuamente aumentando».
PARLANO I MISSIONARI
Mons. Filippo Perlo (1873-1948), uno dei primi quattro missionari partiti per il Kenya nel 1902, poi primo Vicario
Apostolico di Nyeri, in Kenya, ed infine successore dell’Allamano come Superiore Generale dell’Istituto:
«La scomparsa del Servo di Dio suscitò un immenso cordoglio nella città di Torino, e da ogni parte si
sentiva ripetere: “È morto un santo!”. Il Servo di Dio fu sempre considerato un uomo veramente
superiore, non solo dagli estranei, in modo speciale dal clero, ma anche da quelli che per ragioni di ufficio lo
avvicinavano quotidianamente. Si può dire che un uomo come il Servo di Dio difficilmente si incontra nella storia
di una Diocesi, e forse nel corso di un secolo. Fu veramente un uomo provvidenziale per la formazione del clero Torinese e
se questo gode una meritata fama lo deve al binomio Beato Cafasso e Can. Allamano. Si può dire che dal lato
religioso, nella Storia del Piemonte e di Torino hanno caratterizzato il loro secolo. È da notare che alla
morte del Can. Allamano, lo stesso Cardinale giudicava quasi impossibile trovargli un degno successore […]. Per
cui, l’Autorità Diocesana si sentì obbligata, […] a dividere la duplice carica che copriva il
Servo di Dio, nominando un Rettore del Convitto Ecclesiasti-co, e un Rettore del Santuario. Particolarmente nel
Clero, non escluso quello giovane, che non ebbe la fortuna di conoscerlo, il nome del Servo di Dio è ricordato con
venerazione e benedizione, appunto per la profonda traccia che egli lasciò nella formazione del Clero, a cui viene
ancora presentato come modello da seguire. […] Anche nell’ambiente ecclesiastico romano la sua memoria
è vivissima, tanto che i Missionari della Consolata vengono chiamati: “quelli dell’Allamano” come
i Francescani sono chiamati quelli di S. Francesco e i Domenicani quelli di S. Domenico».
P. Lorenzo
Sales (1889-1972), maestro dei novizi, in Kenya per 6 anni, poi animatore missionario in Italia. Scrittore forbito, dal
Fondatore fu nominato redattore della rivista ‘La Consolata’. Fu il primo biografo dell’Allamano.
Curò, inoltre, l’opera in due volumi dal titolo: ‘La dottrina spirituale del Servo di Dio Can. Giuseppe
Allamano’, che raccoglie, sintetizzandole e ordinandole per temi, le conferenze domenicali ai missionari e alle
missionarie: «In questi contatti quotidiani (per la redazione della rivista), riscontrai una perfezione altissima e
continua, tanto che potei sempre affermare ai miei confratelli di non aver mai scorto in lui il minimo difetto, o la
più piccola manchevolezza. Ammiravo specialmente l’alta spiritualità che traspariva da ogni suo atto,
e da ogni sua parola. Portato da questa ammirazione decisi di raccogliere memorie e della sua persona e della sua vita
[…]. Approfittai specialmente del suo Giubileo Sacerdotale, che accadde nel 1923, colla scusa che si voleva
dedicare all’avvenimento un numero speciale del periodico della Consolata; lo avvicinai per una ventina di sedute,
cercando di aver notizie dettagliate della sua vita. Mi fu così possibile raccogliere il primo materiale di cui mi
servii per scrivere la Biografia del Servo di Dio. Il Can. Giacomo Camisassa, che visse quaranta anni a fianco del
Servo di Dio, soleva dire: “Non è da meno di suo zio, e di tanti altri santi di cui leggiamo la vita”.
[…] Potrei continuare con moltissime altre testimonianze, tutte comprovanti la fama di santità di cui era
circondato durante la sua vita. […] Tale fama di santità attirò sempre a lui molte persone, non solo
per avere i suoi consigli, ma anche per raccomandarsi alle sue preghiere, certe della loro particolare efficacia presso
Dio e la SS. Vergine della Consolata. Non poche asseriscono di aver ottenuto per mezzo delle sue preghiere speciali
favori. […] Io personalmente lo prego ogni giorno, e mi risulta che, si può dire, tutti i miei confratelli
lo invocano per le loro necessità».
Fr. Benedetto Falda (1882-1969), missionario coadiutore,
esperto meccanico, uno dei beniamini dell’Allamano, mandato in Kenya nel 1903, dove rimase 37 anni. In seguito
curò l’officina in casa madre, a Torino, dove era da tutti ritenuto il pioniere dei Fratelli Coadiutori
Missionari della Consolata: «Conobbi il Servo di Dio nel 1902, quando mi recai a salutare mio fratello Luigi - pure
coadiutore nel nostro Istituto - il quale partiva alla prima spedizione dei Missionari della Consolata, dalla Stazione di
Porta Nuova di questa città. Allora io avevo vent’anni, e siccome io piangevo nel vedere partire mio
fratello, il Servo di Dio gli disse: “Digli che venga anche lui nel nostro Istituto”. Io allora non avevo
alcuna intenzione; ma sei mesi dopo avendo visto le fotografie inviate da Monsignor Perlo, e udendo che aveva bisogno di
meccanici, entrai nell’Istituto. […] Quando lo vidi la prima volta mi fece l’impressione che fosse
un ottimo sacerdote, per quanto io in quel tempo non fossi soverchiamente favorevole ai sacerdoti. In seguito questa mia
impressione si confermò sempre più nei contatti che ebbi con lui e nella corrispondenza personale.
[…] Nutro venerazione e mi raccomando alla sua intercessione specialmente in questi tempi.