P. GAUDENZIO
BARLASSINA UN MISSIONARIO DI “PRIMA CLASSE”
Tra i primi collaboratori dell’Allamano, il
p. Gaudenzio Barlassina occupa un posto di rilievo. L’Allamano ha concepito presto progetti di responsabilità
per questo suo figlio, il quale lo ha ricambiato con un impegno missionario coerente e fedele e con un affetto interiore
molto intenso, quasi una venerazione.
Nato a Torino il 22 giugno 1880, Gaudenzio Barlassina seguì come
allievo esterno i corsi del seminario diocesano. Il 6 luglio 1903, già diacono, entrò nell’Istituto.
Il 17 settembre emise il giuramento missionario per cinque anni e, due giorni dopo, fu ordinato sacerdote. Il 24 dicembre
1903, partì per il Kenya, dove esercitò diversi ministeri, distinguendosi specialmente nell’educazione
dei giovani catechisti e dei figli dei capi. Nel 1913 fu designato primo Prefetto Apostolico del Kaffa (Etiopia). Nel
1933, a conclusione della Visita Apostolica, la Santa Sede lo chiamò alla direzione dell’Istituto, in
qualità di Superiore Generale, secondo successore dell’Allama-no, servizio che svolse fino al 1949. Fu quindi
Procuratore dell’Istituto presso la Santa Sede, a Roma. Morì santamente a Torino il 27 aprile 1966. Data
la ricca personalità del Barlassina e gli incarichi di grande responsabilità svolti con saggezza e,
soprattutto, il suo attaccamento al Fondatore e all’Istituto, può essere utile esaminare da vicino il
rapporto che si è instaurato tra l’Allamano e questo suo figlio speciale.
L’ALLAMANO STIMA E SI FIDA DEL P. BARLASSINA
L’Allamano ha espresso più volte la propria stima per quel giovane sacerdote che era
entrato con entusiasmo nel nuovo Istituto, quando era ancora diacono. Ecco come lo presenta al p. Filippo Perlo, allora
Superiore del piccolo gruppo dei missionari in Kenya, il 23 dicembre 1903: «Don Barlassina è soggetto di
prima classe in tutto, equilibrato, che l’aiuterà molto. In qualsiasi posto farà bene, ma mi pare
indicato a coltivare il seminario dei catechisti. Se Vostra Signoria ne abbisogna a Limuru (che fungeva da procura per le
missioni), lo fermi qui anche come capo di tale opera. La gioventù negli oratori di Torino fu il suo ideale, e
faceva molto bene».
Più tardi, volendo affiancare un aiutante a Mons. Filippo Perlo, nominato nel
frattempo Vicario Apostolico, specialmente per la cura spirituale dei missionari, l’Allamano pensò al
Barlassina. Temendo, probabilmente dietro informazioni ricevute, che il candidato, personalmente ineccepibile, potesse
essere troppo tollerante verso gli altri, ecco come si esprimeva con il confondatore Canonico Giacomo Camisassa, che stava
visitando le missioni del Kenya: «Se non mi sbaglio […] io preferirei p. Barlassina, se non fosse come
segretario (del Vescovo Mons. Perlo). Ma vostra Signoria vedrà meglio se indovino, temendo che il medesimo sia
buono per sé, ma debole per gli altri. Prego la Ss. Consolata di illuminarla e di aiutarla a riuscire in qualche
cosa». Questo progetto non andò in porto, non perché nell’Allamano fosse diminuita la stima
verso il Barlassina, piuttosto perché lo ha proposto per un altro ufficio molto più importante.
SCELTO PER REALIZZARE UN SOGNO
Essendo stata offerta all’Istituto una missione in
Etiopia, si trattava di nominare il primo Prefetto Apostolico, che doveva reggerla a svilupparla come rappresentante del
Papa. L’Etiopia era stata il primo sogno dell’Allamano, che si era proposto di continuare l’opera del
grande missionario cappuccino Guglielmo Massaja. Come responsabile per iniziare questa missione, così significativa
per lui e per l’Istituto, all’Allamano venne subito in mente il nome del p. Barlassina, che propose a
Propaganda Fide come il candidato più idoneo: «[…] io ritengo, per la Prefettura del Kaffa, assai
preferibile il Padre Barlassina soprattutto per la mitezza e bontà di carattere - e della stessa presenza - che
spero gioverà a conciliargli la benevolenza degli Abissini».
Rispondendo ad un apposito
questionario, ecco alcuni giudizi più in particolare: «Mostrò molta prudenza e pratica nel trattare
gli indigeni, per cui mandato dal suo Vicario Apostolico Mons. Perlo in missione speciale presso i Capi Kikuiu,
riuscì a vincere la loro diffidenza e riluttanza che avevano a mandar i loro figli al Collegio di Fort Hall, aperto
appositamente per educare i figli dei Capi. È di costituzione sana e abbastanza robusto: di carattere mite e
spirito conciliante. È paziente, assiduo nei lavori di missione e perseverante […]. È puntuale negli
esercizi di pietà, osservante delle Sacre Cerimonie, come delle Regole di Comunità. Il suo contegno è
edificante, e dal suo aspetto traspare la mitezza e bontà del suo animo». Emerge bene da queste parole come
l’Allamano stimasse questo suo missionario e quali speranze ponesse in lui. Nella realtà, considerando la
lunga vita e i numerosi incarichi svolti dal p. Barlassina, dobbiamo riconoscere come il Fondatore non si sia sbagliato
nel giudicarlo.
Che l’Allamano, oltre che apprezzare, volesse bene a questo suo figlio missionario lo
dimostra anche la libertà con cui lo trattava. Nei loro rapporti non si nota nessun formalismo, ma solo rispetto,
chiarezza e verità. Quando riteneva opportuno, l’Allamano non dubitava di richiamarlo, nonostante svolgesse
un compito ecclesiastico a nome del Santo Padre come Prefetto Apostolico, perché sapeva che era sincero ed
obbediente. Credo che si debba ammirare, per esempio, la schiettezza paterna con cui l’Allamano muove un dolce
rimprovero al Barlassina, in una lettera del 1918: «Mi scrivi che ti senti ispirato in quel che fai, e quasi ti
appelli al tribunale di Dio. Mio caro, la via sicura della volontà di Dio è l’obbedienza […].
In ogni caso non avrai mai da pentirti di aver anche ritardato un progresso non voluto dai Superiori. Sta a cuore anche a
noi il progredire, ma con prudenza e secondo le direttive di Pro-paganda». Questa limpidezza nei mutui rapporti
è stata la base della loro intesa, che nel Barlassina è durata anche dopo la morte dell’Allamano.
BARLASSINA FIGLIO E DISCEPOLO FEDELE DELL’ALLAMANO
Il pensiero globale del
Barlassina sull’Allamano risulta chiaro dall’inizio della sua deposizione al processo di beatificazione,
mentre era Superiore Generale: «L’impressione che ebbi in questo primo incontro (con l’Allamano), fu una
piena conferma dell’opinione di uomo veramente superiore, e di uomo di Dio, che già mi ero formato
[…]. Dopo poi il mio ingresso nell’Istituto, avvenuto nel Luglio 1903, […] la mia opinione non solo si
confermò maggiormente in me, ma andò continuamente crescendo, non solo per quella impressione esterna che ne
avevo ricevuto, ma per la conoscenza più intima che potei avere del Servo di Dio, il quale mi si rivelava quale era
davvero, uomo di alta intelligenza, di profondissima pietà, di zelo ardentissimo, e determinato unicamente dal
desiderio della maggior gloria di Dio».
Conserviamo la prima lettera che p. Barlassina scrisse
all’Allamano il 4 settembre 1904 da Nyeri, alcuni mesi dopo il suo arrivo in Kenya. Da essa emerge chiaro lo spirito
missionario del Barlassina, come pure il suo atteggiamento nei confronti con l’Allamano: «Mi fu graditissima
la sua lettera (andata perduta), e le prometto di cuore che mi farò primo studio di interpretare ogni cosa secondo
la volontà dei Superiori per fare l’obbedienza, sapendo di indovinare soltanto con questa». Dopo aver
dato notizie del suo lavoro, conclude: «Se Lei sapesse ch’io manchi in qualche cosa, o nello scrivere a casa
od altro, riceverò volentieri qualsiasi avvertenza non intendendo mancare. Ringrazio delle Sue benedizioni e nelle
stesse sempre confido».
Il primo atto che p. Barlassina compì come Superiore Generale, proprio
perché era stato nominato direttamente dalla Santa Sede in un momento delicato per l’Istituto, fu di
riconfermare, a nome suo e di tutti i confratelli, la piena adesione al Fondatore. Nella prima lettera circolare del 30
giugno 1933, dopo aver affermato che l’Istituto «deve immortalare il nome di Giuseppe Allamano, umile quanto
fervente Servo di Dio», continua: «Soltanto condotti dallo Spirito Santo […] noi potremo pervenire a
vedere il nostro Istituto rinnovato nello spirito del primo fervore, quale aveva profuso abbondante il Venerato Fondatore
nei nostri cuori». E nella seconda lettera circolare scritta l’8 settembre successivo, continua nella stessa
direzione: «Lungi da me l’idea di portarvi qualche cosa di nuovo, una mia impronta, un’aggiunta! Tutti
gli insegnamenti, le direttive, le raccomandazioni ripetuteci dal nostro Padre Fondatore ed i suoi scritti specialmente,
saranno quella Regola fissa dalla quale noi potremo mai derogare e non ci allontaneremo né punto né
poco».
Coloro che hanno conosciuto P. Barlassina più da vicino sono concordi nel testimoniare
questa sua piena sintonia con il Fondatore, non solo nello svolgere il proprio compito di Superiore Generale, ma anche
nella vita personale. Io ho avuto il privilegio di stare con lui prima come studente a Roma, dal 1952 al 1958 e, in
seguito, come segretario e aiutante, per altri sette anni. Vedendolo, ho capito che cosa significa, per un missionario
della Consolata della prima ora, essere stato formato dal Fondatore e viverne lo spirito. Il Fondatore era il modello che
P. Barlassina ci additava in modo vivace e convincente nei ritiri spirituali, che guidava personalmente ogni mese. Noi
vedevamo che incarnava nella propria vita il suo insegnamento. Non credo che sia eccessivo affermare che il p. Barlassina
è stato uno di quei missionari in cui meglio si è rispecchiato il volto dell’Allamano. La
conclusione ce la offre lo stesso P. Barlassina nella testimonianza già ricordata durante il processo canonico:
«Nutro viva devozione al Servo di Dio, che prego ogni giorno, onde mi ottenga dal Signore la grazia insigne di
conservare - quale suo successore - quello spirito che egli con tanta e così alta saggezza impresse
nell’Istituto da lui fondato, onde continui e perseveri nelle sue sante finalità».