C’è una curiosa e originale auto-definizione del-l’Allamano,
che è diventata quasi uno slogan nel nostro Istituto e che, in passato, era addirittura il titolo di questa
rivista. L’Allamano, più di una volta si è auto-definito “segretario” e “te-
soriere” della Consolata. Ovviamente questi sono termini che vanno presi in senso analogico, perché il
tono con cui sono stati pronunciati è decisamente familiare. Esprimono, però, una convinzione
dell’Allamano stesso, che cerchiamo di capire, perché tutto ciò che riguarda il nostro Fonda-tore, in
certo senso, riguarda non solo noi, ma anche quanti ne seguono la spiritualità.
Che cosa
l’Allamano intendesse con queste parole lo possiamo arguire: anzitutto dal suo pensiero sulla Madonna e poi anche
dal contesto nel quale si è espresso parlando sia ai missionari che alla gente. IL PENSIERO MARIANO DEL BEATO
ALLAMANO Non c’è dubbio che l’Allamano abbia vissuto un’intensa spiritualità mariana.
Sapeva partecipare interiormente a tutti i misteri riguardanti Maria e ogni sua festa, anche la più popolare,
diventava motivo di riflessione e di incoraggiamento per impegnarsi nel bene. Si veda, come esempio, queste parole
pronunciate, con disarmante semplicità, alle suore missionarie, quando era già un uomo molto maturo, in
prossimità dei 70 anni: «Domani incomincia la novena della Natività (della Madonna) poi quella del
nome di Maria; poi quella dell’Addolorata, poi quella della Mer-cede che è la Madonna degli schiavi,
perciò un po’ nostra. Tutte in questo mese; però la più solenne è quella della
Natività (8 settembre) perché è l’anniversario della sua nascita».
La
dottrina che sta alla base della sua pedagogia, però, se la desumiamo dalle conferenze spirituali fatte ai
missionari e alle missionarie, risente molto della sua esperienza al Santuario della Consolata. L’Al-lamano,
parlando della Madonna, ha spesso valorizzato la liturgia della festa della Con-solata, e in particolare la colletta della
Messa, nella quale si leggono queste parole: «Signore Gesù Cristo, che nella tua ineffabile provvidenza hai
disposto che ricevessimo ogni cosa per mezzo di Maria, tua SS. Madre, concedici benigno (ecc.)».
L’Allamano ha illustrato diverse volte le parole di questa orazione, richiamandosi anche alla mariologia di S.
Bernardo: «La Madonna, dice S. Bernardo, è un acquedotto e una fontana. Una fontana perché tutte le
grazie ci vengono di lì. Omnia nos habere voluisti per Mariam (hai voluto che ricevessimo ogni cosa per mezzo di
Maria). Così abbiamo nell’oremus (della Consolata). […] E poi un acquedotto perché tutto deve
passare di lì. La Madonna è questo canale che porta a noi la grazia di Dio». In altra occasione,
parlando dello stesso argomento, si esprime con termini simili: «[…] ciò che può per
onnipotenza il Signore lo può con la preghiera la Madonna. Non che la Madonna sia onnipotente per se stessa, ma per
volontà di Dio, come c’è nell’oremus della Consolata: hai voluto che ricevessimo tutto per mezzo
di Maria. Nessuna grazia il Signore ha voluto che venisse a noi, se non per mezzo di Maria, essa è tesoriera e
dispensatrice». Ecco, per la prima volta, il termine “tesoriere”, ma riferito alla Madonna. Secondo
l’Allamano, Maria è “tesoriera”, in quanto ha l’incarico, per esplicita volontà di
Dio, di dispensare le grazie ai fedeli.
Immaginare di avere un rapporto privilegiato di collaborazione con
Maria, quasi prolungando questa sua funzione di dispensare i favori di Dio, è sicuramente un atto di grande
coraggio da parte dell’Allamano. Dobbiamo, però, riconoscere che egli lo ha compiuto, dichiarando di essere
il “tesoriere”, non di Dio, ma della Consolata. La sua attiva e prolungata presenza di primo responsabile al
Santuario, forse corroborata dall’esperienza personale di grazie ricevute dietro sue preghiere, probabilmente lo
avrà indotto a convincersi che tra la Consolata e lui si erano come create un’intesa e una collaborazione
speciali. Difatti, risulta che egli usava questi termini quando era già abbastanza avanzato in età e
non da giovane. Si noti, però, che l’Allamano per lo più faceva precedere al titolo di
“tesoriere” quello di “segretario”, forse proprio per precisare questa sua funzione di totale
subordine. In pratica, pensava di aiutare la Consolata a concedere i favori alla gente, prendendo nota delle varie
necessità. Per essere completi, aggiungiamo che l’Allamano ha riferito a sé un altro termine per
qualificare il suo rapporto con la Consolata, cioè quello di “proprietario” del titolo. In questo caso,
però, è evidente che l’Allamano ha solo voluto precisare il suo diritto di responsabile giuridico del
Santuario a nome dell’arcivescovo di Torino.
IN QUALE CONTESTO L’ALLAMANO SI È ESPRESSO
Propongo tre situazioni che ci possono chiarire che cosa l’Allamano intendesse con questi coraggiosi termini
di “segretario” e “tesoriere” della Consolata applicati a sé, come pure che cosa questo suo
atteggiamento possa significare per noi, oggi.
La prima risale al 1920. Commentando le Costituzioni alle
Missionarie della Consolata, egli spiega il titolo dell’Istituto con queste parole: «Prima di tutto sono io
che ho diritto di dare all’Istituto questo titolo, perché sono io che ho il potere alla Consolata; sono io il
segretario, il tesoriere. E poi l’Arcivescovo che ce l’ha dato; e lo teniamo ben caro». - E conclude:
«Per voi quando si parla della Madonna si sottintende sempre la Consolata». Il contesto, come si vede,
è piuttosto giuridico e coinvolge l’identità mariana dell’Istituto. L’autenticità
del titolo proviene dalla sua autorità, confermata da quella dell’arcivescovo.
Una seconda
situazione risale al 1922. Durante la novena della Consolata, l’Allamano chiedeva alle suore che pregassero la
Madonna per due intenzioni, che in quel periodo gli stavano a cuore: perché la Santa Sede approvasse il miracolo
per la beatificazione del Cafasso e, inoltre, perché approvasse definitivamente le Costituzioni
dell’Istituto. Ecco le sue parole, che sembrano quasi uno sfogo a motivo del ritardo che gli pareva di notare:
«Pregate la Madonna che ci faccia questo regalo. Del resto non perderemo la pace per quello se la Madonna non crede
di darcelo. In sostanza io son qui (al Santuario) tesoriere, segretario, e dovrei avere il diritto di prendere le grazie
principali ed invece…Tutti vengono a dire: Io ho ricevuto questa grazia…; io ho avuto questa… Ed io?
Io registro sempre… Ma pregate che il Signore faccia la sua santa volontà: è poi tutto lì,
vedete!». Come appare evidente, è un santo che si confida alle sue figlie, preoccupato sì, ma
totalmente affidato alla volontà di Dio.
Infine, la terza situazione la riscontriamo due anni dopo, ed
è registrata in un notiziario intitolato: Alle sorelle d’oltre mare. Filo d’oro tra la culla e il
campo, che le suore inviavano regolarmente alle consorelle in missione. La discussione sul miracolo del Cafasso, a Roma,
aveva avuto esito favorevole. Nel notiziario, al N. 3 del 1924, si legge: «19 febbraio. Giornata eucaristica alla
Consolata per il Ven. Cafasso. Tutti gli allievi e allieve di Casa Madre portano il loro contributo di preghiere fiduciosi
di vedere presto innalzato agli onori degli altari il caro Venerabile. L’amatissimo Padre (Allamano) lo troviamo
così sollevato e lieto…Ci dice di averli già fatti lui i patti con la Madonna: “Tutte le
preghiere – le ho detto – che oggi i Missionari e le Missionarie faranno per Don Cafasso, rivolgetele a loro e
fateli santi, subito…incominciando dagli ultimi entrati…, e credo che la Madonna avrà fatto
così…io sono il Suo Segretario…il suo tesoriere ed ho il diritto di essere ascoltato prima degli
altri”. E noi ci siamo presentate alla Madonna sicure che la sua benedizione feconderà i nostri sforzi
costanti per corrispondere ai grandi desideri dell’amato Padre». Questa volta, il suo rapporto privilegiato
con la Madonna lo valorizza in favore della qualità dei suoi figli e figlie che, in realtà, sono quanto di
più prezioso egli abbia.
CHE COSA PUÒ SIGNIFICARE PER NOI, OGGI?
Questa auto-
definizione dell’Allamano, che abbiamo riportato e spiegato con un certo riserbo, proprio perché ci è
sempre parsa un po’ particolare, forse ci può far giungere a questa conclusione molto semplice: noi
Missionari e Missionarie della Consolata abbiamo l’esperienza della continua ed efficace intercessione del nostro
Padre Fondatore presso Dio e la SS. Consolata. Il suo benevolo aiuto ci era stato assicurato da lui stesso, quando ci
aveva detto: «Per voi dal Paradiso farò più di quanto ho fatto sulla terra». Il primo biografo
dell’Allamano, il nostro confratello P. Lorenzo Sales IMC, che lo conobbe bene e da vicino, afferma che questo
titolo d’onore gli è stato conferito «dal popolo, a significare la missione ch’egli compì
quaggiù e che ora continua dal cielo».
Questa non è stata solo la nostra esperienza. Quando
era in vita, quanti ricorrevano a lui, perché fosse lui stesso ad intercedere direttamente presso la Consolata. Una
magnifica testimonianza l’abbiamo dal P. Giuseppe Giacobbe, sacerdote dottrinario che riceveva le confidenze
dell’Allamano, il quale disse ai suoi confratelli che l’Allamano era un «Santo che consola e porta la
Consolata in saccoccia».
Con vero piacere, desideriamo condividere questa esperienza, che fa bene al
cuore, anche con i nostri amici, perché essi pure sentano che il beato Giuseppe Allamano non solo è modello
di vita, ma protettore in cielo.