PARLANO I TESTIMONI A cura di p. Antonio Bellagamba, Vice Superiore Generale
Nel
questionario preparato d’ufficio per interrogare i testimoni, durante il processo canonico per la beatificazione, la
domanda n. 16 riguardava la virtù cardinale della fede esercitata dall’Allamano, mentre quella n. 17 verteva
sul suo impegno per difenderla e diffonderla. Le risposte sono state universalmente concordi nel testimoniare, senza alcun
dubbio, la profonda vita di fede dell’Allamano e il suo forte e costante impegno per difenderla nel suo ambiente
ecclesiale e per diffonderla nel mondo intero. Alcuni punti sono ricorrenti in tutte le testimonianze, quali: il suo
senso soprannaturale nell’interpretare la vita e gli avvenimenti, il suo stile di vita di uomo di Dio, la sua
dedizione al ministero, soprattutto della confessione, il suo sostegno alla stampa cattolica quale mezzo di formazione
alla fede della gente e, in particolare, il sostegno alle Opere Missionarie e, come vertice di tutto, la fondazione dei
due Istituti missionari.
Non potendo presentare integralmente queste testimonianze, che potrebbero costituire
un “vademecum” di valore inestimabile e un incoraggiamento a vivere con impegno il proprio battesimo, facciamo
alcune scelte, che ci sembrano significative. Avvertiamo che volutamente non vengono omesse le ripetizioni, perché
se i testimoni concordano nell’affermare le stesse cose, significa che l’Allamano è stato conosciuto
bene da quanti gli sono stati vicini e, per noi, ciò è una garanzia.
P. Tommaso Gays
(1871 - 1950) fu uno dei primi quattro missionari partiti per il Kenya nel 1902; in seguito superiore della casa
madre; uno dei primi consiglieri generali, al tempo dell’Allamano: «Il Servo di Dio fu certamente dotato in
modo larghissimo della virtù della Fede, che dimostrò praticamente in tutta la sua vita con la parola e con
l’azione. […] Chi l’osservava, notava subito come egli fosse un uomo guidato da spirito soprannaturale.
L’atteggiamento che teneva in Chiesa, il modo con cui celebrava le sacre Funzioni, il tono con cui pronunciava le
parole della sacra Liturgia, dimostravano il convincimento profondo che aveva di trovarsi alla presenza di Dio, e di fare
tutto a suo onore e gloria.
In ogni sua deliberazione voleva conoscere la volontà del Signore. Ricordo
che, quando mi presentai a lui per essere ammesso nell’Istituto, mi accolse molto paternamente, senza per altro
dimostrare soverchio entusiasmo, pur essendo contento della mia domanda. Mi disse: “Preghiamo entrambi, onde si
manifesti la volontà di Dio. Fra una settimana torni a prendere la risposta”. […] La fondazione
dell’Istituto missionario è la prova più evidente del desiderio vivissimo che egli aveva di dilatare
la fede […]. Oltre al campo strettamente missionario, il Servo di Dio diede gran parte della sua attività al
mantenimento e allo sviluppo della fede nel popolo cristiano. […] Diede valido contributo alle scuole di Religione,
istituite a quei tempi in cui l’insegnamento religioso era bandito dalle scuole. Sostenne generosamente con
contributi finanziari i giornali cattolici che avevano per programma la difesa della verità».
Mons. Giuseppe Nepote Fus (1893 – 1966) fu maestro dei novizi al tempo del Fondatore. Vicario
Generale di Mons. Pasetto, Visitatore Apostolico, dal 1929 al 1933. Prefetto Apostolico di Meru (Kenya) dal 1936 al 1947
e, in seguito, Vescovo Prelato della Prelazia del Boa Vista (Brasile): «Il Servo di Dio apprezzava immensamente il
dono della fede che il Signore gli aveva concesso. Per questo apprezzava la grazia di essere nato da famiglia cristiana.
Si era informato del giorno e dell’ora, tanto della nascita come del Battesimo, e si compiaceva di non essere stato
neppure ventiquattro ore senza ricevere la grazia del Battesimo. Celebrava ogni anno la grazia del suo Battesimo, come suo
giorno natalizio, meditando sulla grazia ricevuta, con profonda riconoscenza verso Dio. Era veramente il giusto che vive
di fede, perché viveva come se fosse immerso nella luce della fede. Tutto vedeva e tutto giudicava in questa luce.
[…]
Provava grande commozione nel pensare al gran numero di anime prive del dono della fede. Questo
pensiero lo spinse a fondare il suo Istituto per la conversione degli infedeli.
P. Gaudenzio Barlassina
(1880 – 1966) fu missionario in Kenya dal 1903. Dal 1913 fu Prefetto Apostolico del Kaffa (Etiopia) e dal
1933 Superiore Generale fino al 1949, anno in cui fu nominato Procuratore dell’Istituto presso la Santa Sede:
«Il servo di Dio dava l’impressione a quanti l’avvicinavano, di vivere unicamente la vita di fede, di
quella fede che tutto attinge da Dio, tutto riferisce a Dio, tutto opera per Dio. Questa fede insegnava a noi ed era
quella che viveva costantemente, e che era la grande molla di ogni sua attività spirituale e materiale
[…].
Animato da questa fede […], desiderava che essa fosse comunicata al maggior numero possibile
di anime […]. La prova più evidente del suo vivissimo desiderio di dilatare la Fede, si ha nella fondazione
dell’Istituto Missionario. Non meno ardente era il suo zelo per la conversione dei peccatori. Ne è prova
l’assiduità con cui attendeva al ministero delle Confessioni nel Santuario della Consolata e la sollecitudine
con cui accorreva presso gli ammalati, dai quali era sovente chiamato. Stava poi immensamente a cuore al Servo di Dio la
conservazione di questo ineffabile dono della Fede in mezzo al popolo cristiano. Perciò partecipava con grande
generosità a tutte le sottoscrizioni che si facevano a favore del giornale cattolico, raccomandandone e
promovendone in ogni modo la più vasta diffusione. Del resto, colla fondazione e propaganda del Bollettino della
Consolata, cooperò efficacemente alla conservazione e allo sviluppo della fede nel popolo cristiano».
P. Giuseppe Gallea (1891 – 1979) fu prima economo della casa madre nominato dal Fondatore
stesso e, dal 1922, fu economo generale, carica che mantenne anche dopo la morte dell’Allamano. Nel 1939 fu eletto
Consigliere Generale. Lavorò lungamente in Portogallo, ove coprì anche l’ufficio di Superiore
Regionale. Curò diverse pubblicazioni promanoscritto riguardanti il Fondatore e l’Istituto: «Posso
affermare con tutta sicurezza che il Servo di Dio non solo era adorno di una fede vivissima, ma viveva di questa fede. Fra
le prime buoni impressioni che ebbi dopo il mio ingresso nell’Istituto vi fu quella di vedere in lui così
profonda riconoscenza a Dio per avergli fatta la grazia di nascere nella Chiesa Cattolica; di essere stato battezzato
prima che fossero passate ventiquattro ore dalla nascita, e per le grazie successive degli altri sacramenti ricevuti. Ogni
anno passava in particolare raccoglimento i due anniversari della sua nascita e del suo battesimo, e vi faceva il ritiro
mensile. […]
Fin dal primo incontro mi impressionò il fatto (che non si smentì mai in
seguito) che i suoi ragionamenti partivano da principi che non erano dettati dalla prudenza umana. Viveva in
un’altra sfera: quella della Fede. […] Posso pure asserire che nei dodici e più anni che ebbi cariche
sotto la sua direzione non sono solo centinaia, ma migliaia di casi di ogni genere che presentai a lui per una soluzione.
Ed egli li sciolse tutti da un solo punto di vista: i dettami della fede, e la gloria di Dio. Nei casi più
rilevanti mi diceva: “Va a casa, preghiamo, e poi vedremo quello che ispirerà il Signore”. Non una
volta che mi abbia suggerito di ricorrere a quegli espedienti che suggerisce la prudenza del mondo, e che giustifica sotto
il pretesto di “saper fare” […]. Il Vangelo non aveva per lui due sensi: uno per chi ubbidisce e uno
per chi comanda; ma uno solo: la schiettezza e la semplicità.
La fondazione dei suoi due Istituti
missionari sono la prova più evidente dello zelo che il Servo di Dio nutriva per la salvezza degli infedeli
[…]. Aggiungo soltanto l’iniziativa da lui presa nel 1912 di invitare i superiori degli Istituti Missionari
Italiani a presentare una supplica al Sommo Pontefice perché emanasse una enciclica sulle Missioni, e indicesse una
Giornata Missionaria mondiale. Appena fondata l’Unione Missionaria del Clero, vi si ascrisse subito».
Sr. Emerenziana Tealdi (1901 - 1985) fu per 16 anni missionaria in Etiopia. Ritornata in Italia a causa
della seconda guerra mondiale, fu superiora in diverse comunità dell’Istituto: «Il Servo di Dio viveva
veramente di fede, come lo dimostrava colla calma e serenità mantenuta in ogni avvenimento, e da cui risultava, che
non faceva verun assegnamento sugli umani aiuti, bensì unicamente del Cielo. Lo dimostrò soprattutto colla
perfezione della sua vita e colla puntualità con cui osservò i comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa
e i suoi doveri sacerdotali. Il suo aspetto era così sereno, anche quando era assillato da occupazioni pressanti e
da difficoltà, che dimostrava come nulla lo turbasse, perché la sua mente e il suo cuore erano costantemente
fissi in Dio.
Che il Servo di Dio fosse animato da vivissimo desiderio di dilatare la Fede, è provato
dagli studi accuratissimi che egli fece nelle discipline teologiche, divenendo anche Dottore aggregato della
Facoltà Teologica Torinese appunto per illustrare e diffondere meglio le verità della fede. È provato
anche più evidentemente dall’Istituto missionario che egli fondò […]. Lo dimostrò ancora
colla cura e sollecitudine che impiegava nella formazione del personale destinato alle Missioni. Soleva considerare questo
personale collo sguardo della Fede, come lo comprova il seguente episodio: Incontrandomi per strada, il Servo di Dio era
solito a salutarmi scoprendosi il capo […]. Siccome questo suscitava in me una certa ammirazione, egli me ne diede
la spiegazione, dicendomi: “Sai perché io ti saluto in quella maniera quando ti incontro? Perché penso
che domani potresti essere una martire della Fede”».
Sr. Eleonora Carpinello (1893 - 1955)
, professa dell’Istituto delle Suore Vincenzine di Maria Immacolata dell’Istituto Albert di Lanzo
Torinese. Conobbe l’Allamano quando era al servizio nel Convitto, ove rimase per 10 anni fino al 1923: «La
prima impressione che provai nel vedere il Servo di Dio, fu quella di trovarmi dinnanzi ad un sacerdote di grande
virtù, di vera santità. […] Il Servo di Dio era altamente adorno della virtù della Fede
che dimostrava con tutto il suo modo di operare. Si vedeva che prendeva l’ispirazione per il suo operare non da
motivi umani o da interessi terreni, ma unicamente da motivi soprannaturali. Dalle sue parole poi, dalle sue esortazioni e
dalle sue conferenze appariva chiaramente come egli in tutto fosse guidato da sentimenti di una fede vivissima e
cristallina.
Non solo il Servo di Dio era adorno di una fede vivissima, ma ardeva dal desiderio di poter vedere
dilatata questa fede. A questo scopo fondò l’Istituto dei Missionari e delle Missionarie della Consolata,
opera cui, si può dire, consacrò non solo le sue energie spirituali, ma tutte le sue risorse materiali, onde
avesse a prosperare orgogliosa, e ottenere frutti consolanti di evangelizzazione.
Non mancò poi di
concorrere con tutte le sue possibilità a quelle opere che avevano per iscopo di conservare il dono prezioso della
fede in mezzo a queste nostre popolazioni, che, per grazia del Signore, erano cristiane».