STUDI

MISSIONARIO IN AFRICA RIMANENDO A TORINO

Metodo e strategie apostoliche di Giuseppe Allamano

Sr. Anair Voltolini, Missionaria della Consolata, originaria del Brasile, attualmente in Mozambico, ha frequentato il quadriennio di studi 1985-1989 presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium”, in Roma. Ha conseguito il titolo di Licenza, presentando una tesi di 200 pagine, dal titolo: “Criteri metodologici di evangelizzazione indicati dal Fondatore Giuseppe Allamano alle suore Missionarie della Consolata”, preparata sotto la guida della Prof.sa Piera Cavaglià. Con piacere Sr. Anair ha aderito alla richiesta che alcuni punti salienti della sua tesi fossero comunicati a quanti ammirano l’Allamano, missionario autentico pur rimanendo sempre a Torino.

Questo studio costituisce uno sforzo di ricerca per individuare ed analizzare alcuni criteri metodologici di evangelizzazione presenti nella prospettiva missionaria del Beato Giuseppe Allamano. In un primo tempo sono illustrati i presupposti teologico-pastorali di questa prospettiva, per passare poi ad esaminare gli elementi che compongono appunto il metodo apostolico dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, sulla base degli orientamenti del loro fondatore.


ELEMENTI DEL METODO MISSIONARIO DELL’ALLAMANO

L’Allamano ha evidenziato alcuni elementi che, messi insieme, costituiscono l’ossatura del suo metodo missionario. Il primo di essi, logicamente, è la formazione dei missionari stessi. Di fronte all’opera missionaria intrapresa, le cui esigenze, con il passare degli anni, sono state percepite sempre più chiaramente, l’Allamano ha sentito l’urgenza di impegnarsi personalmente a preparare i suoi figli e figlie all’opera missionaria. Partire per le missioni senza un’adeguata preparazione era inconcepibile per l’Allamano. Egli osservava che «sospirare la salute di tutte le anime» è positivo per una missionaria, ma aggiungeva subito che «non basta però sospirare, bisogna soprattutto prepararsi, perché altrimenti si va a rischio di guastare». Inoltre: «Il vostro cuore deve essere in Africa […], ma alla partenza è assolutamente necessario essere preparati, sia quanto agli studi, sia principalmente quanto alle virtù». Ancora: «Non lasciatevi prendere dalla smania di andare ad evangelizzare, ma prima preparatevi». La preparazione doveva riguardare tutte le dimensioni della identità di una missionaria, da quella umana, a quella intellettuale, spirituale ed apostolica. Voleva persone di «prima qualità» da inviare in missione. Ecco perché aveva il coraggio di proporre il massimo ideale di vita, che troviamo sintetizzato nel suo principio, ripetuto sotto diverse forme dall’inizio alla fine della sua attività di educatore: «Prima santi, poi missionari».

Altro elemento costitutivo della metodologia missionaria dell’Allamano è l’attenzione ai destinatari dell’evangelizzazione. Il criterio base di questa attenzione consiste nel fatto che l’Allamano ha riservato l’opera dei suoi figli e figlie ai non cristiani, detti allora genericamente “infedeli”. Su questo punto dobbiamo riconoscere che è stato categorico, non ammettendo deviazioni dell’unico scopo apostolico dei suoi due Istituti. Le costituzioni parlano chiaro, fin dall’inizio: «L’Istituto ha per scopo: primo, la santificazione delle missionarie […]; secondo, l’evangelizzazione degli infedeli». E l’Allamano spiega che «per questo suo carattere esclusivo il nostro Istituto si distingue da quelle varie Congregazioni che pur avendo missioni si occupano di altre opere in paesi cristiani». L’attenzione ai destinatari, per l’Allamano, deve concretizzarsi anche nella conoscenza effettiva della loro realtà concreta. Solo così l’annuncio del Vangelo da parte nostra diventa realistico e credibile e le persone sentono di essere accolte e rispettate per quello che sono. Qui si intravede una intelligente apertura all’inculturazione.

Un terzo elemento metodologico , non meno importante, è il discorso sul fine e sugli obiettivi che si vogliono raggiungere nell’evangelizzazione. Essi determinano il cammino da percorrere, le modalità ed i mezzi da adottare. Riferirsi al fine dell’evangelizzazione nel pensiero dell’Allamano è toccare il cuore della sua identità e spiritualità: Dio e la sua gloria. Tutta l’esistenza dell’Allamano è stata improntata su questo perno fondamentale. Così pure l’opera evangelizzatrice da lui concepita e realizzata mira a questo scopo: la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Verso la fine della sua vita, scriveva confidenzialmente ai missionari e alle missionarie: «Voi ben sapete che a quest’opera io non abbia posto mano se non perché mosso dalla volontà di Dio, ed unicamente per procurare la maggior gloria di Lui con la santificazione dei membri dell’Istituto e la salvezza dei poveri infedeli». È una caratteristica di una speciale finezza propria dell’Allamano aver unito alla gloria di Dio anche la gloria di Maria. Infatti, valorizzando un famoso testo del profeta Isaia, ha dato come motto ai suoi Istituti: «Annunzieranno la mia gloria alle genti», intendendo sia la gloria di Dio che quella della Consolata.

Oltre al fine, l’Allamano ha precisato degli obiettivi, cioè delle mete intermedie che si devono progressivamente raggiungere nel processo dell’evangelizzazione. Un obiettivo è il cambiamento di mentalità delle persone alle quali i missionari si rivolgono. Si parte dall’ascolto della Parola di Dio, comunicata attraverso la forma semplice di una catechesi essenziale, per proseguire con il superamento delle superstizioni, fino alla proposta cristiana. Un altro obiettivo è, di conseguenza, la conversione, frutto dello Spirito Santo. Un obiettivo successivo è l’ingresso nella comunità ecclesiale attraverso il Battesimo e gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, per giungere alla formazione e maturazione della Chiesa particolare. Tra tutti gli obiettivi, quello che può essere considerato il primo, il punto ideale di partenza, è la promozione integrale dell’uomo, sia come individuo che come società. La stessa Santa Sede lo ha riconosciuto già nel 1909, quando ha approvato il lavoro dell’Istituto, come l’Allamano riferisce ai missionari in Kenya: «Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani […]. Ameranno una religione che oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra».

L’ultimo elemento della metodologia missionaria dell’Allamano, cioè le strategie operative, merita alcune riflessioni più in dettaglio.

STRATEGIE PER REALIZZARE LA MISSIONE

L’Allamano non ha presentato una dottrina strutturata in modo completo e ordinato sulle strategie operative della missione, ma ne ha dato tutti gli elementi. Non essendo mai stato in missione, l’Allamano saggiamente non ha precisato a priori nessuna strategia per i suoi missionari. Lo ha riconosciuto lui stesso, nel 1912, in una lettera circolare ai missionari in Kenya sull’importanza dell’ubbidienza apostolica: «Queste direzioni riguardo alla vita di missione io non potevo darvele né quando eravate qui, né in seguito per lettera, non conoscendo abbastanza l’ambiente così diverso e mutevole in cui vivete».
La sua preoccupazione era di preparare uomini e donne di qualità. Con il tempo, confrontando la propria esperienza con quella dei missionari, l’Allamano, attraverso un complesso di direttive pratiche, realistiche e molto sagge, ha dato il via a quelle che noi chiamiamo le “strategie della missione”.

Alla base ci sta un principio sul quale l’Allamano ha costruito i suoi Istituti, cioè “l’unità delle forze apostoliche”. Esprimeva questo principio in due modi: “spirito di famiglia”, intendendo piuttosto la vita fraterna fra i missionari o fra le missionarie, e “spirito di corpo”, intendendo piuttosto l’unità di intenti nel lavoro. Già nel primo Regolamento del 1901 si legge: «L’Istituto […] ha per scopo di accrescere fra i missionari quello spirito di unione e quel vicendevole incoraggiamento che in lontane regioni, più facilmente si verifica tra quelli che hanno in comune la patria». E più avanti: «Questa unione di intendimenti e di sforzi è come l’anima e la vita dell’opera».
Anche quando l’Istituto incominciava a svilupparsi, l’Allamano cercava di mantenerlo unito nello spirito. È sempre incoraggiante rileggere frasi come queste dette in occasione della partenza di alcuni missionari per l’Africa: «Il luogo è una materialità, è niente l’essere piuttosto in un posto che in un altro… Siamo tutti missionari, siamo tutti insieme, facciamo tutti una cosa sola, come se fossimo tutti qui, tutti al Kenya, tutti al Kaffa (Etiopia), tutti all’Iringa (Tanzania)». Per l’Allamano l’Istituto non era un collegio, neppure un seminario, ma una “famiglia”, nella quale lui era il “padre”.

Per garantire questa unità tra i missionari, l’Allamano proponeva dei cammini formativi molto semplici. Per esempio, in una conferenza sullo spirito di famiglia così sintetizzava il suo pensiero: godere con chi gode, soffrire con chi soffre, sopportarsi nei difetti fisici e morali, aiutarsi nei bisogni e nel lavoro, perdonarsi sempre.
Per far crescere un metodo comune nell’apostolato, usava espressioni precise, che sono diventate quasi degli slogan nel nostro ambiente, quali: unità di azione, unità di intendimenti e di forze, unità di viste e di lavoro, unità in tutti, unione di tutte le forze, uno per tutti e tutti per uno, ecc. Si può ammirare sia l’esperienza che la delicatezza del suo animo in queste semplici parole dette alle suore partenti per le missioni nel 1922: «Arrivate là, salutate da parte delle sorelle e da parte mia le sorelle che già son là che lavorano; guardate di avere una certa venerazione per quelle anime che han già lavorato e fatto tanto bene; siate umili, non credete di andar là ad impor loro cose nuove; no, siate umili, non giudicate nessuno. […] Ci sia tra voi sempre la carità. […] Questo è lo spirito con cui si incomincia l’apostolato. […] Sempre uniti in un cuore solo e un’anima sola, sopportandovi vicendevolmente e farete un gran bene..: questo è il mio desiderio».

Gli ambiti delle attività nei quali l’Allamano ha accompagnato, con appropriati consigli e direttive, i missionari, sono stati individuati dai missionari stessi in una riunione già nel 1904. Così si legge nel verbale: «Dato il carattere ed i costumi degli Akikuyu, i mezzi migliori per iniziare le nostre relazioni con essi, pare si possano ridurre ai seguenti: catechismo, scuole, visite ai villaggi, ambulatorio alla missione, formazione dell’ambiente».
Ovviamente l’Allamano ha approvato e incoraggiato, ma con una precisazione scritta al Superiore del gruppo: «Vigili e faccia vigilare per la pronta, costante e cordiale esecuzione. L’uniformità in tutti, a dispetto di qualche idea migliore in qualche caso pratico, deve vincere». Da Torino l’Allamano ascolta, riflette, suggerisce, dà direttive, incoraggia, e vuole che tutti operino concordemente.

Come si vede, esiste un itinerario di evangelizzazione, che diventa sempre più esplicito e completo. Sia per i missionari che per l’Allamano, si radica la convinzione che, in questo itinerario, è indispensabile, assieme allo spirito di unità e di obbedienza, il metodo della programmazione e della verifica. Sono stati importanti, al riguardo, gli incontri, detti “Conferenze annuali” di tutto il gruppo. Dopo alcuni giorni di esercizi spirituali, in questi incontri si condividevano situazioni ed esperienze apostoliche e si studiavano modi coerenti ed efficaci di intervento. Le decisioni nuove erano sempre sottoposte all’Allamano per l’approvazione.
L’iniziativa concreta che ha contribuito a garantire l’opera in comune è stata il cosiddetto “rapporto serale”. Ogni sera, sacerdoti, fratelli coadiutori, suore e catechisti delle singole missioni si incontravano per informarsi reciprocamente sul lavoro della giornata. Insieme si valutavano avvenimenti e risultati e si correggevano i difetti. L’Allamano seguiva da lontano, informato anche nei dettagli, in quanto ogni missionario era tenuto a fare ed inviargli il diario giornaliero, che rispecchiasse fedelmente la propria vita e attività. Scrivendo ai missionari nel 1907, l’Allamano incoraggia questo metodo, armonizzando il senso di obbedienza con quello di collaborazione: «Ogni sera, tutti i membri della stazione: Missionari, Suore e Catechisti, rendano conto al Superiore della Stazione di quanto hanno fatto nella giornata, e con lui e sotto i suoi ordini concertino ciò che dovranno eseguire il giorno dopo».

Non c’è dubbio che, grazie alla sua sensibilità interiore, all’attenzione ai problemi emergenti e all’evolversi delle situazioni, e soprattutto grazie all’apporto da lui sollecitato dell’esperienza dei suoi missionari, l’Allamano ha saputo maturare e proporre un metodo missionario, assieme a strategie operative, che hanno contribuito alla diffusione del Vangelo e alla formazione di fiorenti comunità cristiane, e che, nei loro aspetti sostanziali, conservano il loro valore anche oggi.