Nel questionario usato per interrogare i 26 testimoni nel processo diocesano per la beatificazione
dell’Allamano, due sono i quesiti che sollecitano informazioni circa la sua pietà mariana: il n. 11 che
domanda notizie sul suo impegno nella direzione del Santuario, e il n. 22 che tocca le sue particolari devozioni verso la
Madonna e i Santi. Le risposte dei testimoni sono davvero molto belle. Tutti esaltano il suo impegno per rinnovare
il Santuario della Consolata sia come edificio, attraverso grandiosi restauri; soprattutto, come vita spirituale, al punto
da farlo diventare, in breve tempo, il cuore della vita cristiana di Torino e dintorni. Una speciale menzione è
fatta sulla sua cura per diffondere la pietà mariana nel mondo intero, attraverso i due Istituti missionari,
intitolati appunto alla “Consolata”, ai quale diede come motto:“Annunzieranno la mia gloria alle
genti”. Alcuni testimoni, poi, sanno entrare nello spirito del-l’Allamano e riferiscono sul suo intimo
rapporto interiore con la Con-solata.
Mentre è im-possibile riportare, in poche pagine, anche solo la
sintesi di queste testimonianze, è pure imbarazzante fare una scelta. Tutto sommato, crediamo che, trattandosi di
materia che riguarda la Madonna, sia positivo lasciar parlare le donne, a motivo della loro sensibilità nel leggere
il cuore dell’Allamano. Proponiamo, perciò, tratti scelti delle testimonianze di alcune Missionarie della
Consolata e della nipote Pia Clotilde, sua figlioccia.
Sr. Francesca Giuseppina Tempo (1893 - 1966)
è stata professa Missionaria della Consolata, fino al mese di marzo 1926, poi passata all’Ordine
della Visitazione nel monastero di Torino. Assistette l’Allamano durante l’ultima malattia. Rimase figlia
affezionata all’Allamano per tutta la vita: «Il Servo di Dio, si può dire che non viveva che per la
Madonna e della Madonna. I suoi pensieri, i suoi desideri, le sue attività, tutto dirigeva alla maggior
glorificazione della Vergine SS.ma alla quale, si può dire, aveva consacrato tutta la sua vita, e della quale si
considerava figlio devoto ed amatissimo.
[…] Quando poi parlava della Madonna, si entusiasmava tanto,
da quasi trasfigurarsi. Ce ne parlava sovente, con grande calore; non lasciava mai di tenerci dei fervorini in suo onore
in ogni ricorrenza di sue novene e delle sue festività […]. È ancora a lui che si deve ascrivere
d’aver iniziato la processione annuale del 20 Giugno, che riesce sempre uno dei più importanti avvenimenti
religiosi per la città di Torino. Godeva poi immensamente perché la processione della Consolata riusciva
veramente un trionfo […] e diceva “sono cose queste che veramente consolano”.
Negli ultimi
anni della sua vita, aveva fatto dono all’Istituto di una statua grande della Consolata […], onde fosse
collocata nella parte superiore centrale della facciata della Casa Madre. Sul piedestallo, era stata posta la seguente
iscrizione: “Et annuntiabunt gloriam meam gentibus” [“E annunzieranno la mia gloria alle genti”].
Ed egli […] con accenti che denotavano tutta la sua intima convinzione, ci ricordava che era preciso dovere di ogni
membro dell’Istituto delle Missioni della Consolata, di annunziare, promuovere, e magnificare le glorie di Lei in
mezzo ai popoli infedeli, per farla conoscere a farla amare […]. Ricordo che mi furono particolarmente
impressi nel mio ricordo i commenti che egli ci fece un giorno sul Magnificat, che chiamava l’inno più bello
e più sublime che abbiamo. Facendoci notare l’Onnipotenza di Dio e la nullità della creatura, e che
questo nulla tutto può in Dio».
Sr. Chiara Strapazzon (1890 - 1955) è
stata assistente delle postulanti, maestra delle novizie e poi Superiora dell’Istituto a Torino al tempo del
Fondatore. Missionaria in Tanzania e, in seguito, Consigliera Generale: «È impossibile esprimere
l’amore filiale ed ardente che il Servo di Dio nutriva verso la Madonna. Ce ne parlava in tutte le conferenze e
soleva dirci: “Non avere mai paura di amare troppo la Madonna, e di onorarla troppo. Se non siamo divoti della
Madonna, non faremo mai niente… Come non poter sentire il gusto della Madonna? Lo si sente della mamma terrena, e
per la Celeste? …Fra tutti quelli che onorano la Madonna, dovete essere le prime […]. Il suo amore alla
Madonna lo indusse a comporre col Sig. vice Rettore [il Can. G. Camisassa] l’Ufficio della Consolata […]. Ci
esortava continuamente a dire bene il Santo Rosario ed a meditare i misteri, ed esclamava: “Impossibile che uno si
stanchi a dire l’Ave Maria… Si starebbe in estasi un giorno, due, tre, solo a dire l’Ave Maria.
[…] Al Sabato della Passione, prima che si coprisse il quadro della Madonna, cercava di essere presente per
dare l’ultimo saluto alla Vergine. Così al Sabato Santo voleva essere il primo a rivederla; dal suo
atteggiamento si comprendeva l’incontenibile desiderio di contemplare l’amabile volto della Madre Celeste
[…]. Sarebbe impossibile esprimere l’amore che portava alla Consolata: voleva che noi pure l’amassimo
di amore singolare, invocandola sotto questo titolo. “L’Istituto prende il nome di Maria Consolata –
diceva – c’è da gloriarsi di questo titolo: è la vostra Fondatrice!” […]. Voleva
che ci prendessimo la Madonna come modello: “vedendo voi – diceva – si dovrebbe poter dire: Ecco la
Madonna”. Quanto fosse grande l’amore che egli nutrì per la Vergine, lo dimostrano soprattutto i due
Istituti a Lei intitolati».
Sr. Maria degli Angeli Vassallo (1884 - 1974), per 6 anni
è stata superiora di Casa Madre, al tempo del Fondatore. Missionaria in Kenya; Superiora Generale per 13 anni e,
infine, Vicaria Generale: «Il Servo di Dio era figlialmente devoto della SS.ma Vergine. Basta pensare quello che
fece per l’abbellimento del Santuario, sia per la diffusione della sua devozione nella città di Torino, nel
Piemonte, e nel mondo. Si compiaceva assai del titolo che qualcuno gli aveva dato di “Segretario e Tesoriere della
Consolata”. Ce ne parlava con una tenerezza indicibile, tutta figliale. La sentiva Madre in tutta l’estensione
della parola […]. Teneva in massima venerazione il quadro della Consolata, che egli teneva nella sua camera. A proposito di questo quadro, Mons. Nepote raccontava che il Servo di Dio avrebbe visto la Madonna quando guarì
miracolosamente dalla gravissima malattia in cui era caduto, e al momento della guarigione si sarebbe animato […].
Quando Mons. Nepote ne fece richiesta al Servo di Dio [per il noviziato], questi si intenerì, lo baciò con
molta effusione, dimostrando di distaccarsene con molto rammarico.
Mi pare cosa soverchia ricordare qui come la
sua intensissima devozione alla Vergine SS.ma lo portasse alla recita quotidiana del Santo Rosario, e alle frequenti
visite al suo Santuario. Ricorderò invece, come egli ci dicesse di meravigliarsi assai che ci si potesse stancare
nel recitare l’Ave Maria, pensando che si saluta la Madonna.
[…] Celebrava poi con grande
devozione, e con fervore particolare tutte le feste della Madonna. Quella dell’Assunzione poi, era per lui una delle
più care […]. Onorava poi la SS.ma Vergine sotto il titolo di Addolorata, poiché diceva che la
Madonna, prima di essere Consolata era stata Addolorata. Anche la festa dell’Immacolata era celebrata da lui con un
fervore tutto particolare.
[…] Nelle sue conferenze e nei suoi discorsi, ci parlava sovente della
Madonna, e noi osservavamo e notavamo che egli parlando della Madonna si commoveva grandemente, tanto era
l’entusiasmo di affetto che il suo cuore nutriva per la Santa Madonna».
Sr. Margherita
Demaria (1887 - 1964) è stata la prima responsabile dell’Istituto, assieme all’Allamano, a
Torino e dal 1913 in Kenya. In seguito, Superiora Generale: «La devozione del Servo di Dio alla Madonna era
commovente; una devozione tenera, figliale, un bisogno del cuore. Parlare della Madonna, era un trasformarsi. Si vedeva
che era impregnato di amore per la Madonna, che chiamava coi titoli più dolci, più belli. Voleva che
amassimo tanto la Madonna. Diceva: “La Madonna non si ama mai abbastanza”. Amava chiamare se stesso il
guardiano, il tesoriere della Madonna, e voleva anche essere il beniamino.
Quanto non fece per ravvivare nei
Torinesi l’amore e il culto per la Madonna. Per l’abbellimento del suo Santuario non badò a spese
ingenti, sicuro di ottenere, anche con un miracolo, se fosse stato necessario, il modo di pagarle. Ripeteva: “Faremo
mai troppo per la Madonna”.
Non vi era festa della Madonna, anche la più semplice, durante tutto
l’anno, che non fosse da lui ricordata, e sempre ne approfittava per parlarci di qualche prerogativa della Madonna,
per farcela amare sempre più. In modo particolare amava la Madonna sotto il titolo di Immacolata, Addolorata, e
della Consolata […].
Godeva molto sentire come i neri amassero la Madonna, e che questa devozione
penetrasse bene nel cuore dei catecumeni e dei neofiti. Ci faceva apprezzare il privilegio di annunziare le glorie di
Maria SS.ma alle genti. Ci portava gli esempi dei Santi più devoti della Madonna, quali S. Filippo Neri, S.
Francesco di Sales, S. Alfonso, S. Bernardo e persino S. Girolamo. “Avrei mai pensato – diceva – che
quel santone fosse così tenero della Madonna, come lo dimostra in una delle sue più belle Omelie».
Pia Clotilde Allamano (1878 – 1966) fu nipote dell’Allamano, figlia del fratello
Ottavio. Orfana di padre molto giovane, ebbe lo zio come tutore, con il quale mantenne sempre ottime relazioni. Fu
insegnante a Castelnuovo: «Il Servo di Dio professava una devozione figliale alla Vergine SS.ma. Si può
affermare che questa devozione fu la vita della sua vita. È a tutti noto come egli l’abbia promossa con ogni
mezzo a sua disposizione nel Santuario della Consolata, e come l’abbia divulgata non solo in Torino, ma in tutto il
Piemonte e nell’Italia e anche oltre i confini di questa nostra patria stessa.
Godeva di immensa gioia
che ella fosse conosciuta, amata, venerata, glorificata ed esaltata. Perciò non risparmiò fatiche di sorta
per promuoverne ovunque il culto e la venerazione più profonda; non ebbe riguardo a spese anche ingenti per il suo
Santuario che desiderò e volle che fosse una reggia meno indegna della sua augustissima Regina […].
E la sua devozione alla Vergine SS.ma non era limitata alla Consolata, ma diretta alla SS.ma Vergine, quale Madre
Celeste dei Cristiani. Epperciò egli la venerava sotto qualunque titolo gli fosse presentata. Ricordo perciò
come, e con quale profonda devozione egli venerasse la Madonna del Castello in Castelnuovo.
Come testimonianza
di questa sua profondissima devozione alla SS.ma Vergine, ricordo le parole rivoltegli dal Card. Gamba poche ore prima
della sua morte: “Canonico, la Consolata che ella ha servito per quarantatre anni, è sulla soglia del
Paradiso che lo attende”. Ed egli sorrideva guardandone l’effigie».