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L’ALLAMANO E FRATEL BENEDETTO FALDA

… QUELLA SERA ANCHE BENEDETTO PIANSE


Fr. Benedetto Falda (Torino, 1882 – 1969) ufficialmente è il primo fratello coadiutore dei Missionari della Consolata. Glielo assicurò il Fondatore stesso in occasione della professione perpetua, nel 1908: «Con la mia benedizione intendo confermarti come primo fratello dell’Istituto». Pioniere della prima ora, può considerarsi a ragione il modello dei Fratelli Missionari della Consolata, maturato secondo i desideri e gli insegnamenti del Fondatore, al quale fu affezionatissimo. Il p. Manuel Carreira, il primo Missionario della Consolata portoghese, nella rubrica “Vida com vida” sulla rivista “Fatima Missionaria”, con la quale presenta figure di nostri missionari e missionarie, per due volte ha preso in esame Fr. Benedetto. Da suoi due articoli stralciamo alcuni brani.

«SE VUOI BENE A TUO FRATELLO NON DEVI PIENGERE»

L’incontro decisivo tra Benedetto Falda e l’Allamano avvenne l’8 maggio 1902, alla stazione di Porta Nuova di Torino, dove Benedetto aveva accompagnato il fratello Luigi, uno dei primi quattro Missionari della Consolata inviati dall’Allamano in Kenya. Ecco come Benedetto racconta quell’incontro: «L’irresistibile commozione che aveva preso i parenti e gli astanti si comunicò anche al mio spirito ed in preda ad invincibile dolore singhiozzavo. Avrei desiderato scomparire, perché nessuno si accorgesse di quel momento di debolezza, indegno dei miei 21 anni. Invece uno si accorse. Ed ecco venirmi accanto il canonico Allamano, venuto anch’egli alla stazione per dare ai partenti l’ultimo saluto. Mi mise una mano sulla spalla. I miei occhi si incontrarono con i suoi, che pure tradivano un’intensa commozione. Dolcemente mi disse: “Se vuoi bene a tuo fratello non devi piangere. Pensa piuttosto che potrai raggiungerlo come missionario in Africa”».
Benedetto, che si dichiarava piuttosto anticlericale, era ben lontano da prendere sul serio quelle parole e, più ancora, da lasciarsi sedurre da esse. Tuttavia, quell’incontro lo impressionò. Qualche volta gli sembrava addirittura di risentirsele ripetere: «Anche tu potrai essere missionario in Africa».

Ad un certo momento sentì la nostalgia del fratello Luigi. Erano mesi che era partito e non aveva ancora mandato notizie alla famiglia. Così Benedetto decise di andare a parlare con l’Allamano. Per fortunata coincidenza, quel giorno l’Allamano aveva ricevuto molta posta dal Kenya: lettere, fotografie, bei paesaggi, coraggiosi progetti… «Abbiamo bisogno di un meccanico – scrivevano dal Kenya – per montare il macchinario che abbiamo portato e farlo funzionare». Benedetto ascolta quelle parole che l’Allamano legge ad alta voce e ha l’impressione che siano rivolte proprio a lui, meccanico patentato. Ogni parola è come un colpo al cuore.

Dopo un paio d’ore di conversazione, durante le quali l’Allamano, con delicatezza e tatto pedagogico, aiutò il suo interlocutore ad entrare in se stesso e porsi delle domande vitali, Benedetto pronunciò spontaneamente poche parole che hanno deciso della sua vita: «Se è questione di un meccanico, io lo sono. Eccomi ai suoi ordini, disponga! Ma come salariato, No. Come membro dell’Istituto, Si! ». Ma l’Allamano, prudentemente, lo rimandò a casa con queste parole: «Vai, prega la Consolata e poi torna a dirmi che cosa hai deciso». Passarono solo due giorni e Benedetto si ripresentò deciso di essere anche lui Missionario della Consolata.
L’Allamano si prese cura di questo nuovo figlio e lo preparò personalmente. Il 25 aprile 1903, neppure un anno da quel primo incontro alla stazione ferroviaria, anche Benedetto partiva per il Kenya, senza piangere questa volta, e vi rimase per 40 anni, non come salariato, ma come Missionario della Consolata e, per di più, “meccanico”.

La vita in Kenya di Fr. Benedetto si svolse in buona parte nel folto delle foreste a troncare alberi, segare assi, costruire case prefabbricate in legno, carri e attrezzi di lavoro, mobili per chiese, scuole e abitazioni. Era più che meccanico, era missionario, uomo di Dio, che pregava e insegnava a pregare. Fu decorato da Papa Giovanni XXIII con l’onorificenza “Pro Ecclesia et Pontifice”. Fu elogiato dai vescovi, ammirato dai governanti inglesi del Kenya. Il suo punto di riferimento, però, è sempre stato l’Allamano. Tra Benedetto e il Fondatore, nonostante i 7000 e più km di distanza, la comunione spirituale non si è mai interrotta. Anzi, si può dire che è cresciuta con il passare degli anni. Chi ha conosciuto Fr. Benedetto da anziano, lo può attestare. Loro due hanno continuato a parlarsi nel silenzio dello spirito, di fronte a Dio nella preghiera, e molto anche con lo scritto.

«REVERENDISSIMO SIGNOR RETTORE»

È interessante risentire le confidenze che Benedetto faceva al Fondatore, attraverso il suo diario giornaliero, che scriveva di notte, stanco morto, mentre gli occhi si chiudevano per il sonno. Il suo non era solo un diario, ma una lettera ininterrotta al suo Padre. Ne riporto qualche brano, per illustrare come l’Allamano, sia pure rimanendo a Torino, vivesse vicino ai suoi figli. La vita nella foresta non era tra le più facili, ma non impediva ai missionari di essere allegri e impegnati e Benedetto glielo assicura: «Non scrivo da tempo, perché il molto lavoro mi toglie la voglia di scrivere e, quando arriva la notte, gli occhi si chiudono inesorabilmente. Oltre tutto, a volte non so dove andare per scrivere. Siamo in due nella stessa tenda, piena di attrezzi agricoli, casse di ferramenta e strumenti di lavoro. Spero che, passato questo frangente, tutto diventi più facile e possa essere più fedele nello scrivere il diario»; «Il dopo pranzo lo passiamo come possono passarlo dei giovani che abbiano molta voglia di ridere dopo vari mesi di isolamento. Certo, in quei momenti, bramerei che la Signoria Vostra (si rivolge all’Allamano) potesse essere presente e allora sono sicuro che anche Lei si divertirebbe. Oh, se questo si potesse attuare e se il nostro amato Padre potesse solo per un momento trovarsi col suo amabile sorriso a rallegrarci, sono persuaso che nessuno più bramerebbe di ritornare in Patria».

Le lettere del Padre sono attese da Fr. Benedetto, che confida il suo stato d’animo all’Allamano, attraverso il diario. Quando rimane deluso perché tra la posta da Torino non c’è nulla per lui, annota: «Solo il Signor Rettore sembra che si sia dimenticato di me, ep-pure leggerei tanto volentieri una sua lettera». In altra occasione, però, è di tutt’altro umore: «Ma la lettera che mi consolò di più fu quella dell’amato Signor Rettore, che rivive in queste poche righe».

«MIO CARO BENEDETTO»

È ancora più interessante rileggere le parole paterne che l’Allamano scriveva a Benedetto, mentre era in missione. Anzitutto è certo che l’Allamano leggeva con attenzione i diari di Benedetto. Glielo scrive, forse anche per incoraggiarlo ad inviarglieli con regolarità: «Mi piacquero i tuoi diari, specialmente pel candore di schiettezza in cui li scrivi. Continuali sempre così, pensando che parli con un padre che ti ama in Gesù teneramente, e che non li legge ad altri se non in quelle cose che non sono confidenziali».

Le numerose lettere dell’Allamano a Benedetto non richiedono commenti, tanto il loro contenuto è evidente per farci capire il grado di intesa che esiste tra di loro. L’Allamano, che conosce bene il carattere di Benedetto e sa che ha bisogno di essere sostenuto per non scoraggiarsi, si dimostra sempre padre tenerissimo e maestro sapiente e deciso, mentre Benedetto si comporta come un figlio affezionato e discepolo ubbidiente: «La tua figura svelta e schietta mi viene sovente alla mente, e nella mia camera sovente mi pare di vederti entrare, e parlarci alla buona. Potessi rivederti! … Ma ti vedo e ti parlo nel Signore e presso l’Altare della cara Consolata, alla quale ti raccomando per la perseveranza nella grande grazia che hai ricevuto»; «Ben sovente penso al mio caro Benedetto, e vorrei averlo nuovamente al mio fianco in mia camera per sentirlo parlare sempre animoso ed allegro. […] So bene che pel tuo cuore sensibile è facile la nostalgia ed un po’ di melanconia, ed hai bisogno di qualche parola di incoraggiamento cordiale. Quando è così, pensa a me, ed immaginati di sentire da me un coraggio in Domino e quanto ti direi. […] Coraggio nel Signore e nel Paradiso, che, quando non avrai più voglia di stare in terra, ti è preparato»; «Puoi mandare i ritratti a chi credi, ed anche a me che così ti rivedrò in effigie e ti abbraccerò come fossimo presenti»; «Desidero che non ti affatichi troppo nel lavoro, e sudato ti ripari bene dall’aria e dall’umidità; insomma voglio che ti usi i dovuti riguardi per la salute».

«CI SENTIAMO ORFANI»

L’ultima lettera di Fr. Benedetto l’Allamano non l’ha più letta. Era partita da Meru (Kenya) il 6.febbraio1926, con queste parole conclusive: «Spero che questa mia trovi la Signoria Vostra Rev.ma in perfetta buona salute».

L’Allamano mo-riva dieci giorni dopo, il 16 febbraio, e la notizia è arrivata a Meru il 18. Fr. Benedetto, da anziano, lasciò scritto: «Nell’apprendere la ferale notizia ci sentiamo tutti orfani. In tutte le missioni piangemmo e pregammo per la sua anima, che pur ritenevamo già nella gloria dei santi. Si unirono al nostro cordoglio anche i cristiani. Tante volte avevano sentito parlare del Patri Allamano, di colui che aveva inviato nel loro paese i missionari e le missionarie. Nel mio profondo dolore, riandavo a quel lontano 1902 quando, alla Stazione di Porta Nuova, vedendomi in lacrime per la partenza di mio fratello Luigi, mi disse: “Se vuoi bene a tuo fratello non devi piangere. Pensa che puoi raggiungerlo in Africa…”. Quelle parole così decisive per la mia vita mi risuonavano adesso particolarmente dolci e confortanti. Erano come un invito a continuare in quella vocazione, che egli stesso con amorevole audacia mi aveva prospettato. Ora che lui non c’era più, mi recavo in spirito spesso presso la sua tomba e lo supplicavo affinché quel pensiero ancora mi accompagnasse e mi sorreggesse per tutta la vita». E fu veramente così!
 
P. Manuel Carreira
e Redazione