Iniziamo una nuova rubrica,
intitolata “Spigolando”, con la quale offriamo alcune interessanti curiosità che riguardano il beato
Allamano. Servono per conoscerlo ancora di più. Si tratta di brevi aneddoti, racconti, fatterelli, che in qualche
modo coinvolgono direttamente o indirettamente lui o il suo ricordo. In comune hanno che sono appunto
“curiosi” e svelano certi dettagli poco o niente conosciuti.
«MA QUESTO SONO
IO»
Sappiamo che l’Allamano non era tanto incline a posare per essere
fotografato. Si è adattato in occasione del 50° di ordinazione sacerdotale, facendo questo bonario commento:
«Lo so che la fotografia ci vuole e che la pubblicherete. Tanto vale non pubblicare un mostro». Una volta,
però, ha posato più volentieri, non per una fotografia, ma addirittura per un busto. Ecco come il P.
Francesco Casadei, Missionario della Consolata ed artista, narra il fatto: «Di lui esiste un busto di bronzo, di
pregevole fattura, in dotazione all’ufficio del Superiore Generale. È opera dello scultore Luigi Calderini
che per il santuario della Consolata scolpì anche le due statue di S. Massimo e del Beato Sebastiano Valfré,
che ornano la facciata. È certo che per quel busto l’Allamano posò diverse volte, ma aveva accettato
di farlo perché vittima di un innocente e fortunato tranello. Glielo avevano ordito i suoi collaboratori alla
“Consolata”, pregandolo di posare davanti allo scultore che aveva il compito di studiare e tradurre in forma
la fisionomia del Cafasso, in vista della sua beatificazione: la rassomiglianza dell’Allamano con lo zio sarebbe
stata di valido aiuto all’artista.
Ma quando, a lavoro inoltrato, poté dare
uno sguardo furtivo al busto sbottò subito: “Ma questo sono io non mio zio. E da quel giorno la soglia dello
studio dello scultore non la varcò più. Ma ormai la trappola era scattata e la sua immagine più vera
è adesso fusa per sempre nel bronzo. […]
Nessun artista, a differenza del
Calderini, ha avuto il privilegio di fare sedere l’Allamano di fronte al suo cavalletto, e lavorare dal vivo.
Conservata per anni nel tesoro del santuario, quell’unica fu-sione fu in seguito donata all’Istituto dal suo
stesso successore nella direzione del santuario. Di quel busto sono stati eseguiti numerosi calchi e copie, in gesso,
diversamente ab-bronzate, sparsi un po’ ovunque nelle case e missioni».
Meno male che quei
sacerdoti hanno avuto l’idea di tendere una benevola “trappola” all’Allamano! Li ringraziamo. Ma
ancora più di loro e più dello scultore Calderini, vogliamo ringraziare i nostri primi confratelli che hanno
imparato la stenografia appositamente per poter riprendere dalla viva voce del Fondatore le conferenze domenicali. Ci
hanno così lasciato in eredità non un busto, ma lo spirito e il cuore dell’Allamano.
«ANCH’IO CELEBRO LA MESSA IL 16 DI OGNI MESE»
Dai
Missionari e dalle Missionarie della Consolata il giorno 16 di ogni mese è celebrato in modo speciale,
perché è il “giorno del Fondatore”. Il 16 febbraio del 1926, infatti, l’Allamano moriva
santamente nella sua camera, presso il Santuario della Consolata, in Torino. Quando stava ancora bene, parlando della sua
morte, aveva detto: «ma io non voglio morire né un’ora prima né un’ora dopo di quella che
ha assegnato la divina Provvidenza, perché so che quell’ora è meglio per me e così anche meglio
per voi». L’ora assegnata dalla divina Provvidenza, voluta con fede da lui, ma temuta e sofferta dai suoi
figli e figlie, per il suo ingresso in Paradiso è suonata esattamente alle 4,10 del martedì 16 febbraio
1926, vigilia delle Ceneri.
Da quel momento, il 16 febbraio è diventato un giorno importante per i
nostri due Istituti, vissuto nella preghiera e nella affettuosa memoria del Padre. Ma da quando il Papa, il 7 ottobre
1990, in Piazza S. Pietro, ha stabilito di celebrare la festa del beato Giuseppe Allamano il 16 febbraio, “giorno
della sua nascita al cielo”, questa data ha assunto un valore di speciale solennità non solo per noi, ma
anche per tutti i nostri amici. Nelle nostre comunità, però, celebriamo non solo il 16 febbraio, ma anche il
16 di ogni mese, che chiamiamo appunto: “giorno del Fondatore”.
È curioso pensare che il 16
di ogni mese anche per l’Allamano era un giorno speciale. Sentiamo il perché dalla sua bocca: «Vi
è una Unione di trenta Sacerdoti che per turno, un giorno al mese, celebrano la S. Messa per ringraziare la SS.
Trinità dei privilegi concessi a Maria SS., ma specialmente per quello dell’Immacolata Concezione.
Anch’io sono membro di questa società e questa Messa la celebro il 16 di ogni mese».
Da vivo
l’Allamano aveva detto: «Se la Madonna mi dicesse: Vuoi sentirla la mia voce? – No, no, direi, la
sentirò poi in Paradiso: Se vuol venire ad assistermi in punto di morte, bene; questo lo desidero, ma per sentire
la sua voce, no, no, la sentirò poi in Paradiso» (Conf. MC, III, 405). Visto che lui, il 16 di ogni mese
celebrava la S. Messa in ringraziamento a Dio per i benefici che le aveva concesso, non è verosimile pensare che la
Consolata abbia voluto, proprio il giorno 16, venire ad accoglierlo ed a fargli finalmente sentire la sua voce?
SANT’ESPEDITO, IL CORVO E L’ALLAMANO
Ecco una simpatica
curiosità che Sr. Paolina, Missionaria della Consolata, scrive da Ruffano (LE): «Leggendo le parole del P.
Fondatore sulla necessità di non rimandare a domani ciò che dobbiamo fare oggi, mi è nato il
desiderio di comunicare una simpatica esperienza che ho fatto in questa casa. Sopra una porta dell’antico convento
dove noi abitiamo, c’è il quadro di un maritre dell’antica Roma, sant’Espedito, con la seguente
illustrazione: “Nella lingua di Cicerone expeditus significa spedito, libero, pronto e, quindi, rapido. Si
chiamavano così i soldati armati alla leggera della legione romana denominata fulminante, della quale Espedito era
il capo.
La legione fulminante era di stanza a Mitilene, in Armenia, al tempo della persecuzione di
Diocleziano, durante la quale il legionario Espedito subì il martirio, perché cristiano. Rapida fu la sua
morte per spada, assieme ai suoi compagni Ermogene, Caio, Aristonico, Rufo e Galata. Particolare curioso che riguarda
l’iconografia del santo è il nero corvo che il legionario schiaccia con il piede.
La spiegazione
di questo gesto sta in due scritte. La prima, accanto a sant’Espedito, riporta il suo motto: hodie (latino che
significa: oggi) ed è l’espressione della decisione di chi si impegna subito, con prontezza. La seconda
è il verso gracchiante del corvo, che gli esce dalla bocca: cras, cras (latino che significa: domani) ed è
la risposta della pigrizia o della negligenza, che preferisce rimandare ogni impegno a domani, ad un’altra volta. La
tradizione non aggiunge altro, ma si sa che, in Francia, un santo di nome Espedito veniva invocato da chi voleva
concludere presto un ‘affare. […]”. Ho trovato un tempo per trscrivere queste note, perché mi
sembrano interessanti per per quanti seguono la spiritualità del-l’Allamano. Sant’espedito
aiuterà anche noi missionarie a trovare tempi e mezzi rapidi nel quotidiano lavoro che svolgiamo qui: hodie e non
cras!».
Che cosa c’entra l’Allamano in questo discorso? Ognuno lo può capire, leggendo
queste sue parole: «Quello che avreste dovuto fare, fatelo adesso e incominciate con energia. Vedere se usufruiamo
tutti i mezzi che ci sono in comunità… Certa gente vive sempre di: “farò…
farò… cras, cras (domani)…”. Che brutta parola! Oggi, adesso, adesso, in questo momento.
È questo che bisogna proporre». «Non disperderci (nei nostri doveri), non cras…Non dire: cras,
dimani. No, hodie – nuc, oggi, adesso». «Se quest’oggi il Signore vi fa una grazia, corrispondete
subito, non aspettate domani. A Dio non piace il domani, il cras!».
Ovviamente l’Allamano non ha
visto quel quadro di sant’Espedito. Chi gli ha ispirato la spiritualità dell’oggi, come lui stesso
spiega più volte, è la Sacra Scrittura e precisamente il Salmo 94: «Ascoltate oggi la sua voce (del
Signore). Non indurite il cuore…» (v. 8). Tra i santi, comunque, c’è sempre sintonia, e seguono
lo stesso commino di generosità per andare speditamente a Dio, anche se il tempo che li separa è di 2000
anni!
L’OMAGGIO DEI FIGLI AL PADRE
Nell’archivio
generale del nostro Isti-tuto, conserviamo 14 quaderni dei diari del Seminario Maggiore, che vanno dall’anno
scolastico 1908 – 1909 (il primo) al 1919 – 1920 (il quattordicesimo). Sono documenti molto preziosi per
conoscere da vicino lo stile di preparazione alla vita missionaria dei nostri primi confratelli, sotto la guida
dell’Allamano. Sono quaderni di modesta qualità, con copertine scure a tinta unita.
Il quaderno 10° (cm 16,5 x 21,5), tuttavia, che contiene le notizie del primo semestre 1917 (dal
1° gennaio al 30 giugno), ha una copertina speciale, che qui riproduciamo. È la riproduzione a tempera,
abbastanza fedele, di una fotografia del nostro Fondatore, preso di profilo. Si vede che questa posa, piuttosto insolita e
curiosa, è piaciuta ai nostri giovani di allora, forse perché esprime bene il carattere forte del Padre,
anche se le sue sembianze risultano piuttosto tirate.
Il disegno non è firmato, ma
probabilmente è opera del nostro confratello P. Calandri Pietro, al-lora chierico dell’ultimo anno di
teologia, buon pittore, che, in seguito, di-pinse numerosi quadri con scene di missione, ispirate al-l’ambiente del
Mo-zambico.
Abbiamo pensato di offrire all’attenzione dei nostri amici questo
disegno, perché, per quanto ci risulta, è il primo dipinto che sia stato fatto dell’Allamano ancora
vivente.
Purtroppo non sappiamo se lui lo abbia visto e quali commenti abbia fatto.