SPIGOLANDO

«NON PARLARE COSÌ, CHÉ NON VA BENE»

C’è un curioso dialogo tra un giovane sacerdote convittore, certo don G.B. Ressia, e l’Allamano., che merita di essere ascoltato. È riportato nelle. “Memorie o ricordi personali del Can. Giuseppe Allamano” del Ressia, che l’Istituto conserva in archivio. In occasione della “ricognizione” della salma del Cafasso, in vista della beatificazione, al Santuario della Consolata, questo convittore, osservando da vicino l’Allamano, ha saputo cogliere bene, come lui stesso attesta, «l’intima e santa gioia, che gli traspariva sul volto e nei movimenti della persona». Mentre si accompagnava la salma al sepolcro, all’Allamano che gli diceva: “Vedi che belle feste riceve il Venerabile”, don Ressia rispose senza troppo pensarci: “Da qui ad alcuni anni…faranno anche a Lei così” – e lo disse così forte che tutti i compagni si misero a ridere. Uno mi disse: “Hai osato dire questo al Sig. Rettore? Sembra che tu lo voglia far morire già ora”. “No – risposi io – ma solo che verrà un tempo che faranno anche a lui questa festa, questo onore”. Il nostro Rettore però uditomi divenne subito piuttosto serio, e mi disse: “Non dire queste sciocchezze, non sai che per avere questi onori bisogna essere gran santi, come lo era don Cafasso, ed io non lo sono”. Ed io replicai: “E Lei è un santo sicuro”, ed il Sig. Rettore replicò: “Ti dico di non parlare così, che non va bene” e se ne andò via come offeso (…). Avevo infatti offeso la sua umiltà e modestia alla presenza di tutti, che non dimenticarono quelle parole, che anzi aumentarono d’allora la loro stima verso di Lui».

L’Allamano aveva un punto fermo nella sua vita, che gli infondeva grande serenità di spirito, anche in vista dell’eternità: quello di aver sempre fatto la santa volontà di Dio, conosciuta attraverso l’ubbidienza ai superiori. Lo ha detto lui stesso agli allievi missionari a chiare lettere: «Se al mio posto fosse stato un santo quanto maggior bene avrebbe operato, ed acquistatisi più meriti! Mi consola però che cercai sempre di fare la volontà di Dio riconosciuta nella voce dei Superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il secreto mio fu di cercare Dio solo e la Sua Santa Volontà, manifestatami dai miei Superiori. Questa fu ed è la mia consolazione in vita e la mia confidenza al tribunale di Dio».

Però non si illudeva riguardo le proprie forze e si difendeva dalle lodi, che riteneva vane e leggere, anche se fatte in buona fede. Don Ressia rimase nel cuore dell’Allamano, che lo ha trattato sempre bene, impedendogli, però, di ripetere cose che “non stava bene dire”. Ma noi, oggi, le possiamo ripetere, perché sappiamo che sono la verità.

LA SCRIVANIA ORIENTATA AL TABERNACOLO

Ecco una testimonianza di P. Lorenzo Sales, Missionario della Consolata, che non solo ha avuto la fortuna di stare molto vicino all’Allamano, ma anche ha saputo trasmettere bene il suo spirito nella prima biografia e nella pubblicazione delle conferenze: «Accennando alla particolare posizione dello scrittoio in sua camera, diceva: “A voi posso confidare il motivo per cui preferisco lo scrittoio in quella posizione; ed è che, stando a tavolino, resto rivolto verso la cappella del Convitto ed il presbiterio del santuario. Con un solo sguardo raggiungo il tabernacolo della prima e saluto Gesù in Sacramento, poi quello del santuario e lì un altro saluto a Gesù”. Si capisce bene il perché un’altra volta uscì in quella frase: “Fortunato colui che può aggirarsi attorno al tabernacolo come una farfalla!”».

Congedando gli allievi missionari in partenza per le vacanze a S. Ignazio, diceva: «Siate come tante farfalle attorno a Gesù lucerna lucens et ardens (lucerna spendente e ardente)».

«POVERI MISSIONARI…»

P. Lorenzo Sales, in una conferenza alle Suore Missionarie della Consolata, il 10 ottobre 1968, raccontò questo fatto: «(Parlando della preghiera, un giorno) il nostro Fondatore, con le lacrime agli occhi, gridava: poveri quei missionari che credono di rinnovare, e fare, e fare, con lo slanciarsi in attività non accompagnate dalla fiamma dell’amore e dall’unione con Gesù!...poveri missionari!...E sapete quando lo ha detto? Eravamo a S. Ignazio, ed egli ci veniva qualche giorno in campagna. Alla sera partivamo dal Santuario di S. Ignazio, che è in cima al colle, e recitavamo il Rosario fino al pilone che è in fondo. Così tutte le sere. C’era anche un Padre venuto dall’Africa: uh, sempre attaccati alla gonna della Madonna!...Ciò fu riferito al Can. Allamano. Suonò la campana, ci radunò tutti, poi ci fece uno di quei discorsi…Era bianco come un cencio. E fu lì che pronunciò quelle parole: poveri missionari…E quel missionario non partì più per le missioni».

«QUESTO QUI È MIO, ME LO MANDA LA MADONNA»

P. Giovanni Ciardo, Missionario della Consolata, ci ha lasciato un ricordo del suo primo incontro con il Fondatore. Nel 1919, all’età di 17 anni, decise di entrare nell’Istituto e lo disse alla mamma, la quale ne fu contenta, esclamando: «Oh! il Can. Allamano, il Rettore della Consolata […], ho sentito parlare tanto bene di lui. […] Ti condurrò io da quel santo prete, perché lo voglio conoscere anch’io». Al giorno stabilito, senza aver preavvisato nessuno, andarono a Torino.

Ed ecco il racconto diretto: «Appena giunti nella sacrestia del santuario, ebbimo l’impressione che già tutti fossero al corrente. Un sacerdote ci accompagnò in un piccolo parlatorio semioscuro, dicendoci: “Attendete qui un momento, il Rettore viene subito! Difatti, dopo pochi minuti, comparve un venerando sacerdote, dal portamento distinto e dal sorriso amabile. Salutata la mamma, mi guardò attentamente, poi esclamò: “Oh! Questo qui è mio, questo qui è mio. Me lo manda la Madonna! ”. Così la mamma non ebbe neppure bisogno di presentarmi. E dopo qualche breve domanda per conoscere le mie intenzioni, la provenienza e gli studi fatti, soggiunse: “Farai la vestizione in paese, dopo che avrò preavvisato e autorizzato il parroco a compiere il rito in mio nome. Per metà settembre entrerai nell’Istituto. Porterai poca roba e niente soldi, poiché la Madonna Consolata è Lei che pensa a mantenere i suoi missionari. Bisogna soltanto che tu sia ubbidiente, e poi tutto andrà bene”. Concluse con parole che sembravano ispirate e che ci riempirono l’animo di serenità e di gioia». P. Ciardo fu un valido missionario in Kenya dal 1930 al 1973, anno della sua morte.