Si sa che l’Allamano era un gran lavoratore. Aveva fatto suo lo slogan dello zio S. Giuseppe Cafasso:
“Ci riposeremo in Paradiso”. Nel pieno delle sue forze, quando era di mezza età, dirigeva o sosteneva
numerose attività apostoliche. P. Panelatti, allievo dei primi anni, vedendo la disponibilità
dell’Allamano, aveva avuto l’impressione che fosse tutto e solo per i suoi allievi. Da adulto ha lasciato
detto: «Dopo, ci siamo accorti che dirigeva mezza diocesi». Basti pensare alle sue responsabilità come
Rettore del Santuario della Consolata, del Convitto Ecclesiastico e del Santuario di S. Ignazio; come superiore o
confessore di numerose comunità di suore e soprattutto come Fondatore dei suoi due Istituti Missionari. Qualcuno,
poi, ha attestato anche che passava le giornate ad accogliere gente di ogni categoria che ricorreva a lui per consiglio.
Ci domandiamo: l’Allamano, quando trovava il tempo per pregare e per riposare? Lasciando da parte il
“riposare”, soffermiamoci sul “pregare” e ascoltiamo due testimonianze di persone che lo hanno
conosciuto bene. La prima è del Can. Luigi Coccolo, suo collaboratore al santuario della Consolata: «Un
mattino andai a cercare di lui, ed il domestico mi disse che il Servo di Dio si trovava nel coretto del santuario. Io gli
dissi di non disturbarlo nella preghiera. E il domestico mi rispose: - no, no, è meglio che vada a chiamarlo
perché è da parecchio che si trova in preghiera e non sta troppo bene. E così fece». La seconda
testimonianza è del domestico al santuario, il Sig. Cesare Scovero: «Vivendo al suo fianco per tanti anni, ho
constatato che pregava e con fervore in camera sua, nel santuario, nei coretti, ed anche durante i viaggi, e faceva
pregare anche me quando lo accompagnavo»; «Notai sempre nel Servo di Dio un grande spirito di preghiera. Non
stava mai in ozio, e tutto il tempo che aveva libero dalle sue occupazioni, lo impiegava nella preghiera, nella quale
provava e trovava un vero diletto.[…]. Insomma tutta la sua vita si può dire che era una vita di
preghiera».
Come è possibile affermare che l’Allamano lavorava molto e pregava sempre?
È il segreto dei santi! Certo, non perdeva tempo! Ma lui stesso insegna la strada per riuscirci, quando dice agli
allievi missionari, con la semplicità di chi parla più per esperienza che per aver studiato una teoria:
«Prima di tutto pregare e pregare bene. Non credere perduto il tempo che si impiega a pregare»; «Si fa
più in un quarto d’ora dopo aver pregato che in due ore senza preghiera. Tutte le nostre parole non valgono
niente se non c’è la grazia di Dio».
E’ UNA GARA DI FEDE: CHI VINCERA’?
Quando l’Allamano curava la causa per la beatificazione dello zio Giuseppe Cafasso, si è trovato di
fronte alla difficoltà di ottenere i due miracoli richiesti, da sottoporre all’approvazione del tribunale
della Santa Sede. Non era tanto il riconoscimento dell’eroicità delle virtù del Cafasso che lo
preoccupava, quanto la questione dei miracoli. Anche il beato Bartolo Longo, proprio a proposito della causa del Cafasso,
gli aveva scritto: «Mi sono convinto che per le cause dei santi occorrono più di ogni altra cosa miracoli
evidenti». Invece sembrava che il Cafasso non volesse farne di miracoli evidenti. Una volta all’Allamano sono
addirittura sfuggite parole un po’ di lamento nei confronti dello zio, anche se si è subito ripreso con
pensieri di fede: «Quel sant’uomo (il Cafasso) è un testone! Non vuole fare miracoli: dobbiamo
stentare! Magari li farà dopo. […] Pensa solo agli altri e non pensa a sé»; «Ma pregate
che il Signore faccia la sua santa volontà: è poi tutto lì, vedete!».
La cosa
interessante e curiosa è che l’Allamano non solo ha incoraggiato a pregare per intercessione del Cafasso, ma
si è dato da fare per divulgare la sua devozione, con il preciso intento di ottenere dei miracoli. Per esempio, a
sr. Giuseppina Battaglia, mentre era a casa, scriveva: «Ti mando alcune reliquie e foglietti del nostro Venerabile
per fargli fare tante grazie». Così pure a p. G. Gallea, superiore della Casa Madre: «Da domani,
incominciando la novena del nostro Venerabile, tutti i giorni fa recitare da tutti tre Pater, Ave e Gloria per la
guarigione di una Sordo-Muta». In quell’occasione, il diario del seminario annotava: «Incomincia la
novena del Ven. Cafasso e vengono ordinate dal Sig. Rettore preghiere per la guarigione di una sordo-muta. È una
gara di fede: chi la vincerà?».
Nonostante questo grande desiderio di ottenere i sospirati
miracoli per giungere alla beatificazione dello zio, l’Allamano ha sempre mantenuto il suo proverbiale realismo,
arricchito dalla fede: «Del resto non perderemo la pace per quello se la Madonna non crede di darcelo (un miracolo
per intercessione del Cafasso)».
L’ALLAMANO E LA SARDEGNA
Padre Giuseppe Caffaratto
scrive da Olbia, dove è molto impegnato nel ministero, nonostante i suoi novant’anni e oltre: «In
preparazione della festa del beato Allamano, quest’anno, ci siamo domandati se e quali rapporti l’Allamano
abbia avuto con la Sardegna, anche prima dell’arrivo dei Missionari della Consolata. Ecco alcuni dati curiosi.
È molto probabile che l’Allamano abbia avuto un contatto con la Sardegna quando, per avviare la rivista del
Santuario verso la fine dell’ottocento, con l’aiuto del suo collaboratore il canonico Giacomo Camisassa, fece
una ricerca sulle chiese dedicate alla Consolata in Italia e all’estero. Forse, allora, si incontrò con il
santuarietto di Orune (Nuoro), molto antico e rinomato in Sardegna. Più facilmente avrà avuto notizia
dell’oratorio della Consolata di Porto Torres, eretto a metà dell’ottocento dall’arcivescovo di
Sassari Mons. Arnoso, torinese, in collegamento con il santuario della Consolata di Torino. Purtroppo non esistono
documenti che attestino questi collegamenti, ma le probabilità sono forti.
Il collegamento
dell’Allamano con la Sardegna diventa vivo e documentato dall’inizio del novecento in poi, grazie ai suoi
rapporto con il lazzarista P. Sandri, direttore dell’Opera della Propagazione della Fede, il quale, da Sassari,
influiva su tutta la Sardegna. P. Sandri, piemontese di origine, compagno di studi di mons. Filippo Perlo, ex allievo
dell’Allamano al Convitto Ecclesiastico della Consolata, dopo qualche anno di ministero a Torino, entrò nella
Congregazione dei Missionari di San Vincenzo de’ Paoli. Destinato alla Sardegna, operò prima a Cagliari e poi
per molti anni a Sassari. Legato da amicizia con l’Allamano, seguì la fondazione e lo sviluppo del nostro
Istituto e delle missioni, prestando talora anche i suoi buoni uffici. Con l’Allamano, fu caldo sostenitore
dell’istituzione della Giornata Missionaria Mondiale.
L’Allamano diventa di casa in
Sardegna nel 1951, quando un suo caro discepolo, mons. Carlo Re, Missionario della Con-solata, già vescovo in
Kenya, da Pio XII fu nominato Pastrore della Chiesa di Tempio e Pausania. Così, a sua richiesta, nel 1959, i
Missionari della Consolata assumono la guida del Santuario-parrocchia di Santa Maria di Tergu (Sassari) e poi, nel 1973,
con il beneplacito del terzo successore di Mons. Re, si stabiliscono ad Olbia, nel centro della Gallura. Intanto, dagli
anni ’30 in poi, fioriscono anche le vocazioni missionarie. Oggi sono 10 i missionari e 20 le missionarie, figli e
figlie dell’Allamano, che provengono dalla Sardegna e che operano in tanti parti del mondo».