P. Giuseppe Mina (1911-2004), ultranovantenne, pochi mesi prima di morire, da Alpignano (TO), nella casa dei
Missionari della Consolata dove trascorreva la sua serena anzianità, ha inviato alla nostra redazione un breve
messaggio, intitolandolo “spigolatura”. Non ha chiesto di essere pubblicato, ma probabilmente sperava di
rileggere le sue parole su queste pagine. Non avendo potuto accontentarlo allora, lo facciamo adesso, come omaggio ad un
grande missionario, che, come sua sorella sr. Giampaola Mina, specialmente negli ultimi, ha fatto della penna uno dei
mezzi privilegiati del suo apostolato.
Queste due paginette non sono soltanto una fugace spigolatura, come lui
stesso modestamente dice, nel vasto campo del pensiero dell’Allamano, ma colgono un aspetto importante della sua
spiritualità. Per questo motivo inseriamo le riflessioni di p. Mina nella rubrica della
“spiritualità”.
L’allegria fu la componente classica della formula “Don
Bosco” per raggiungere i giovani e quanti a lui si avvicinavano. L’Allamano amava il santo dei giovani, ma se
ne allontanerà per il “rumore” che trovava all’oratorio. Soleva dire che «il bene non fa
rumore e il rumore fa poco bene».
Senza dubbio, il silenzio fu un pilastro del “metodo
preventivo” di Don Bosco. La “buona notte” che augurava alla sera ai giovani prima del riposo ebbe anche
momenti di profezia, che fecero storia. I santi con la “S” maiuscola si differenziano, ma non si
contraddicono.
L’Allamano diceva: «In tempo di carnevale abbiamo fatto penitenza. Ora, a Pasqua,
facciamo carnevale. La festa di Pasqua è una festa goduta fin da ragazzi, è una festa che va al
cuore». Quanto all’allegria, interrogava i giovani in Casa Madre: «Sapete perché san Francesco di
Sales operò tanto bene? Perché era sempre affabile, dolce, allegro». Ancora: «Sapete
perché Nostro Signore attirava tanto i fanciulli? Perché era sempre affabile». E notava:
«L’allegria attira alla virtù e, talora, convince a consacrarsi a Dio».
Precisando il proprio pensiero, l’Allamano spiegava: «L’allegria non deve essere mai smodata;
essa non consiste nella dissipazione, nel far rumore, nel gridare forte, né nel mettere sossopra la casa. Bisogna
parlare, sorridere, ma tutto con modestia, con moderazione. Il riso sguaiato non va: bisogna pensare che siamo sempre alla
presenza di Dio. Il Signore ci dice: “State allegri”, ma se ce lo vedessimo innanzi, rideremmo forse
sguaiatamente? L’allegria smodata è stoltezza, quella vera è virtù: state attenti che non
degeneri!».
«L’allegrezza non è un male – diceva ancora – ma un bene. Non
si è mai troppo allegri. Dobbiamo essere allegri tutti i giorni, tutto l’anno». Citando la sacra
Scrittura, sottolineava: «Il signore ama chi dà lietamente (cf. 2Cor 9,7). Anche san Paolo lo afferma:
“State allegri nel Signore”. E come se non bastasse dirlo una volta, lo ripete: “State allegri nel
Signore” (Fil 4,4)».
Citando il poverello d’Assisi, annotava: «Guai se san Francesco vedeva un suo frate non
allegro! Il Signore vuole che siamo allegri sempre, anche… dormendo: come i bambini, che dormono con aria
sorridente». Concludendo, diceva con un po’ d’arguzia: «Non addormentatevi mai col broncio, ma con
pensieri di santa letizia».
Frutto della sua esperienza di uomo di Dio, affermava: «Se si vuole fare
del bene, bisogna essere sempre allegri. Quanti ci osservano possano dire: “guardate questi missionari: hanno
lasciato casa, parenti, tutto, eppure sono sempre allegri”: il prossimo ne resta edificato ed è attratto alla
virtù».
«Non voglio che questa casa – si riferiva alla Casa Madre – sia malinconica,
ma che sia la casa dell’allegrezza. In Africa, se non vi saprete vincere, se non saprete frenare i malumori, i
disappunti inevitabili, farete solo del male, del male… Questa è la casa dell’allegrezza,
perciò non si deve mai fare il “muso” [broncio]. Fare il muso è segno che o non si sta bene, o
che si hanno pene spirituali. Taluni, però, che si dicono disposti a faticare, a vivere, a morire da missionari, se
il Signore manda loro un maluccio, si abbattono. Bisogna avere pazienza e, poco alla volta, passerà. Con la
malattia o senza la malattia, il Signore ci farà morire quando piace a lui.
A me piacciono quelli che stanno sempre nella
volontà di Dio, che trovano la loro sicurezza nelle mani di Dio e tirano diritto. Avanti così. Vi voglio
sempre allegri. Qui bisogna stare bene di anima e di corpo. Talvolta non vi vedo tanto allegri, e invece io desidero che
in questa comunità si conservi e si accresca sempre più lo spirito di scioltezza, di allegrezza. Conosco
comunità religiose che hanno una pietà amabile: tutti i membri sono tranquilli in se stessi e danno agli
altri questo spirito, che è precisamente lo spirito che voglio in questa casa: sempre in gioia, sempre con facce
allegre».
Le fotografie dell’Allamano che più ci sono care sono quello che lo ritraggono
con il volto atteggiato a sorriso mite, pacificante. Dicono di lui più di quanto potrebbe dirci un
libro.
Ho conosciuto confratelli come p. Bonaudo, Bazzacco Wladimiro, Feyles, che incontrarono il Fondatore fin
da piccoli, nel nostro seminario minore. Tutti lo ricordavano e me lo descrivevano vividamente, magari ad occhi lucidi,
presi da quel mite sorriso del Padre, dallo sguardo che ti leggeva fino in fondo, senza condizionarti. Ciascuno si sentiva
amato come un beniamino. Tutti mi hanno ripetuto che, anche se ormai anziani, lo ricordavano con riconoscenza e nostalgia
e continuavano a vogliagli quel grande bene che li aveva resi perseveranti e sereni fino a tarda età. Mi dico: a
questa scuola voglio trarne profitto.