FR. BENEDETTO FALDA RACCONTA COME L’ALLAMANOLO HA COINVOLTO NELLA MISSIONE
Fr.
Benedetto Falda (1882-1969) può considerarsi a ragione il primo e il modello dei fratelli coadiutori missionari
della Consolata, maturato secondo i desideri e gli insegnamenti del Fondatore, del quale fu uno dei beniamini. Giovane
assai vivace ed estroverso, dopo un incontro con il Fondatore scoprì la propria vocazione missionaria. Entrò
nell’Istituto nel 1903 e, nello stesso anno, partì per il Kenya, dove lavorò fino al 1940, anno del
suo rimpatrio definitivo.
Fr. Benedetto ha lasciato due grossi volumi di oltre 700 pagine dattiloscritte,
intitolati “Memorie di vita missionaria del coadiutore Falda Benedetto IMC – 1901 Kenya 1961, che
dedicò agli allievi coadiutori. Le pagine sono documentate da numerose fotografie e ritagli di giornale, tenute
insieme da una rilegatura piuttosto artigianale. L’italiano è alla buona, proprio di chi è abituato
esprimersi più in dialetto piemontese o in lingue indigene che nell’idioma di Dante, con periodi molto
lunghi, intercalati da una punteggiatura discutibile.
Da questi due volumi, che sono miniere di notizie
missionarie di prima mano, raccontate con l’entusiasmo di un missionario vero ed appassionato, stralciamo alcuni
passaggi che riguardano la vocazione missionaria del protagonista, nella quale ha avuto grande parte il nostro Fondatore.
Per non snaturare la spontaneità dello scritto, conserviamo immutato lo stile e non ci permettiamo ritocchi di
ortografia.
IL PRIMO INCONTRO
Incominciamo dal primo incontro con l’Allamano alla stazione di Porta Nuova, Torino,
l’8 maggio 1902, giorno della partenza dei primi quattro missionari della Consolata, due sacerdoti e due coadiutori
laici, uno dei quali era Luigi Falda, fratello di Benedetto: «Alla stazione mi trovai presente, benché non
condividessi il loro entusiasmo, però nel dividermi da mio fratello che partiva per l’ignoto, fu per me
commovente. Il R. Canonico, dopo aver benedetto i partenti, vedendomi commosso, disse a mio fratello Luigi:
“perché non ti può imitare?”. Fu un felice pronostico per me. Undici mesi dopo lo raggiungevo in
Africa».
Dopo aver narrato le vicende in Kenya dei primi quattro e la loro sistemazione a Thuthu,
villaggio del capo Karoli, continua: «Da mio fratello ebbimo solo una lettera da Zanzibar, in cui manifestava tutta
la sua gioia per essere arrivato in Africa, poi silenzio! Quando mio fratello si trovava ancora in Corso Duca di Genova
(sede della prima casa madre, detta “Consolatina”), mi ero recato qualche volta a trovarlo, ma la sua vita mi
sembrava tanto scialba e monotona, che francamente non comprendevo come lui avesse potuto adattarvisi. Per conto mio fui
allevato in una famiglia cristiana e praticante, anzi, fin dall’età di otto anni frequentai l’oratorio
di S. Filippo Neri e fino all’età di sedici anni fui molto osservante, assiduo alla scuola di canto e di
recitazione. Ma il lavorare nelle officine meccaniche, dove è usuale il turpiloquio e la bestemmia, agì
molto sul mio spirito in modo malefico, facilitato dal mio grande amore per i divertimenti e per la danza».
LA VOCE MISTERIOSA
«Una domenica di novembre, avevo perduto l’appuntamento coi miei amici e pensai di recarmi
all’Istituto per vedere se fossero arrivate notizie dall’Africa. Volle fortuna che proprio là si
trovasse il Ven. Fondatore Can. Allamano, il quale mi ricevette come un’antica conoscenza e mi introdusse nel
parlatorio, dicendomi che proprio in quei giorni erano arrivate lettere e fotografie dal Kenya e me le fece vedere,
illustrandone i particolari coi suoi entusiastici commenti!
Così appresi che i Missionari si trovavano colà, assolutamente
privi di ogni mezzo di comunicazione, tranne i portatori. Non vi erano né ponti e né strade e la ferrovia si
trovava 200 km lontana. Ma vi erano meravigliose foreste, ricche dei più pregiati alberi di mogano, altissimi
“sandalo” ed enormi cedri e piante conifere. Invece, mancava assolutamente, pel momento almeno, la pietra da
taglio e buona argilla. Si era perciò deciso di inviare colà una sega idraulica, perché l’acqua
non mancava dai vicini torrenti e poteva fornire forza sufficiente, date le numerose cascate, per la costruzione di case
prefabbricate e fornire le Missioni.
La conclusione era di inviare, colla segheria, un buon meccanico che se
ne assumesse l’andamento, anche come laico esterno, pagato. Quell’intervista fu per me una rivelazione. Quelle
fotografie su cui si vedevano negri nei loro primitivi costumi, quegli orizzonti illuminati dal sole equatoriale che
imprimeva una novella vita a quelle fotografie e soprattutto il paterno accoglimento di quell’amabile Sacerdote che
mi parlava con tanto entusiasmo di quell’opera a cui si era votato, benché oppresso da tante occupazioni e
che, pur non conoscendomi, si intratteneva con me come un amico, la sua parola calda e avvincente che mi affascinava,
sconvolse in poco tempo quell’avversione che nutrivo verso i preti.
Avevo fino allora seguito con
giovanile entusiasmo le teorie che correvano fra gli operai per mezzo di una propaganda che entusiasmava i giovani. Era
vero, […] la propaganda cercava di allontanare i giovani dalla Chiesa e dai Sacerdoti, pei quali si finiva per
concepire un odio anche alla talare che li rivestiva, schernendoli colla stampa blasfema e oscena!
Qui
invece trovavo un’anima che si era votata per un ideale che l’egoismo umano non conosceva e non poteva
concepire. Tutto l’insieme mi avvinse in tal modo che mi sentivo già legato a quella sacra causa e mi sentii
spinto a fare la grande domanda! Senta, Padre, gli dissi, io sono meccanico, ha quasi ventun anni, dovrei essere presto
soldato, sentii che i membri dell’Istituto sono esenti dal servizio militare, d’altronde ho già mio
fratello colà, se crede; io mi sento disposto ad assumere il posto di meccanico che abbisognate!
Il santo Canonico mi
guardò col suo sorriso buono, poi colla sua calma, posandomi una mano sulla spalla, mi disse: Bravo, mi pare che ci
intenderemo, ci pensi bene e poi venga a trovarmi alla Consolata. Ma senta, signor Canonico, io intendo entrare
nell’Istituto come membro, non come salariato! Allora il Santo Fondatore mi avvolse con uno dei suoi, direi
Celestiali sorrisi e mi disse, faccia una novena alla Consolata che disponga Lei per il suo bene, intanto io lo considero
già fin d’ora uno dei nostri, e col suo signorile e dignitoso contegno mi accompagnò fino alla
porta».
NON PIÙ COME PRIMA
«All’indomani ritornai al mio lavoro, ma con la mente assolutamente
assorta e volta a quel che avevo visto e udito il giorno prima. Mi vedevo già in mezzo alle foreste, circondato da
indigeni a cui avrei insegnato a lavorare, ecc. Il buon Canonico mi aveva pur detto di pregare e per quanto mi sforzassi
a mormorare un’Ave Maria, non potevo assolutamente. […].
All’indomani, dopo una giornata di angustie per
sentirmi inabile a pregare e perciò inabile a diventare un buon Missionario, mi recai alla sera a bussare alla
porta del buon Canonico come mi aveva lui stesso suggerito.
Lo trovai occupatissimo alla sua scrivania, ma mi ricevette come se nulla
avesse da fare! Gli esposi candidamente il mio caso, sicuro che mi avrebbe rimandato, come indegno di appartenere alla sua
famiglia, inabile come ero a formulare una preghiera. Invece il buon Padre ebbe per me solo un sorriso paterno! Non vi era
nulla di rigoroso in lui. Non sono le parole, mi disse, che il Signore gradisce di più, ma vuole il tuo cuore,
offrilo a Lui e anche alla sua Madre Santissima, interamente, tutti i giorni e non riprendilo e poi sta
tranquillo.
Dopo otto giorni avevo aggiustato ogni cosa coi miei genitori e col principale e il sei
Dicembre entravo nell’Istituto. Il buon Canonico mi abbracciò commosso e il suo bacio paterno si posò
sulla mia fronte a suggello del patto concluso. Ero diventato suo figlio e membro della sua famiglia».
Dopo aver narrato la vita che si conduceva nella casa madre, fr. Benedetto continua: «Alla Domenica poi era
tutto per i suoi figli. Giungeva per i Santi Vespri e dopo la S. Benedizione si recava nel salone, o tempo permettendolo
in giardino e là ci voleva tutti attorno a sé. La sua Conferenza non aveva nulla di cattedratico o di
rigido, ma era il Padre che, seduto in mezzo ai suoi figli, che voleva ben vicini, specialmente i Coadiutori, ci parlava
alla buona. Erano consigli detti quasi all’orecchio, ma che restavano impressi nell’animo e ci imbeveva del
suo spirito! Non voleva mortificazioni speciali ma rettitudine e sincerità. […]. Così si ascoltava
senza fatica quegli insegnamenti che sgorgavano piano, ma fluenti dal suo labbro paterno!
Alla fine della
Conferenza, faceva portare una bottiglia di vino scelto e distribuiva a ciascuno dei biscotti (che veramente i benefattori
gli regalavano per il suo stomaco delicato) poi si alzava e dopo una visita al SS. Sacramento lo si accompagnava tutti
assieme fino al cancello della palazzina ed ancora volevamo trattenerlo e dilungare di un altro po’ la gioia di
udire la sua voce così paterna e suasiva che ci lasciava in cuore una pace ed una volontà, come una passione
di mettere in pratica i suoi insegnamenti e dimostrargli coi fatti quanto era profondo il nostro amore filiale. Un
chierico lo accompagnava al tramvay ed un giorno che toccò a me l’onore di accompagnarlo, ad una svolta mi
congedò dicendomi: Proseguo a piedi, così risparmio due soldi che sono della Provvidenza! Dopo di allora
ebbi scrupolo a spendere il denaro, che egli chiamava della Provvidenza ed erano elemosine dei benefattori, alle volte
poverissimi!».
ALLA VIGIGLIA DELLA PARTENZA
«Pochi giorni prima della partenza per le Missioni il Fondatore mi diede
il permesso i passare qualche giorno a casa colla famiglia. Veramente io abitavo a Torino e poco distante dal Santuario,
ma nel congedarmi mi porse una busta da consegnare alla mamma. In questa vi era una somma di denaro per le eventuali spese
per la mia permanenza a casa. All’indomani, dopo la Santa Messa al Santuario salii alla sua camera per porgergli i
ringraziamenti dei miei genitori, ed alla mia osservazione che era stato troppo generoso con quel dono, egli argutamente
mi rispose: Vedi, ora sei mio figlio ed io non ho alcun diritto di mandarti a casa a spese dei tuoi genitori. Ma sotto
quell’arguzia, quanta finezza di un padre, prudente e disinteressato!
Volle ancora darmi una lezione sulla
povertà. Alla vigilia della partenza, mi disse di consegnare alla mamma tutto il denaro che mi rimaneva in proprio
perché così voleva che partissi completamente staccato da tutto quello che era personale! Ed infatti in
tanti anni di mia permanenza in Missione, mai ebbi bisogno di alcuna cosa in particolare, ma tutto mi venne sempre
provvisto largamente dalla Congregazione».
PARTENZA
«In quella sera d’aprile 24 del 1903 i
viaggiatori della stazione di Porta Nuova sostavano ammirati al vedere quel gruppo di Religiosi che, in ginocchio, sotto
alla pensilina, facevano corona attorno ad un venerando Sacerdote che alzava la sua mano benedicente, sul capo dei figli a
cui aveva dato per viatico, come difesa ed aiuto per il lungo viaggio la formula: Purezza e Sacrificio e l’augurio
arrivederci in cielo. […]. Dopo gli ultimi sventolio dei fazzoletti dai finestrini del treno, ci trovammo ognuno di
noi coi nostri pensieri pei nostro cari. Seppimo poi che il nostro caro Padre Can. Allamano era ritornato a casa e si era
rinchiuso nella sua stanza perché la delicata sua salute lo faceva soffrire per il doloroso
distacco».