L’Allamano e i parenti dei missionari

Domenica, 21 maggio scorso, nella nostra Casa Madre a Torino, si sono incontrati molti parenti dei Missionari della Consolata originari del Piemonte. C’erano oltre un centinaio di persone, di ogni età: mamme, papà, fratelli, sorelle, anche nipoti di confratelli per la maggior parte ancora impegnati nella missione, fuori Italia.

L’incontro è stato organizzato e animato da p. Giovanni Bertello, missionario prima in Tanzania, poi negli Stati Uniti ed ora a Torino. Diversi parenti si conoscevano già, perché questi incontri sono diventati una consuetudine annuale, e quindi si è subito creato un clima di festa familiare. Ovviamente i missionari assenti sono stati tra le persone più ricordate.

Caratteristica dell’incontro di quest’anno è stato il tema della relazione tenuta dal p. Francesco Pavese, postulatore generale dell’Istituto: «L’Allamano e i parenti dei missionari». Dopo aver premesso che il nostro Fondatore era molto affezionato alla sua famiglia, in particolare alla mamma, ma, nello stesso tempo, totalmente libero di seguire la propria vocazione senza condizionamenti, p. Pavese ha ricordato sia il modo con cui l’Allamano si rapportava con i famigliari dei missionari e sia le sagge direttive che dava ai suoi giovani, perché sapessero vivere in modo positivo il loro rapporto con la famiglia, senza condizionare il proprio impegno vocazionale. Riportiamo alcuni tratti della relazione.

Il primo atteggiamento di un Missionario della Consolata verso i famigliari è quello di volere loro molto bene. Sono lo stesso sangue, il naturale punto di riferimento affettivo e concreto. Sentiamo l’Allamano: «E riguardo ai parenti, sì, dobbiamo amarli. Nostro Signore per primo ce ne ha dato l’esempio, ed Egli, la Madonna e S. Giuseppe li amava con tutto il cuore. Vogliamo bene ai parenti, amiamoli più che tutti gli altri. Certe volte la mia buona mamma mi diceva: “Io sono vecchia, tutti gli altri mi dimenticheranno, ma tu mai, dici messa tutti i giorni, pregherai poi per me”. Ecco che noi vogliamo bene più che tutti gli altri». Sono espressioni sicuramente spontanee e indicano lo spirito di famiglia del nostro Istituto, nel quale il Fondatore coinvolge anche i famigliari.

Le sue non erano solo parole.

L’Allamano trattava i parenti con spontaneità e simpatia, al punto che diversi di loro ci hanno lasciato testimonianze molto belle. Sentiamo quella che riguarda la mamma di p. G. Gallea, che, con il parroco, aveva accompagnato il figlio alla Consolata, con il proposito di convincere l’Allamano a non accettarlo. Ovviamente non vi riuscì.

Ecco come il figlio, anni dopo, racconta come la mamma, al ritorno, riferì l’incontro al marito: «Giunti a casa, mio padre l’interrogò sull’esito del suo tentativo. Ed essa: “Che vuoi? Rispondeva in modo che non si poteva più dire niente. Tra gli altri sacerdoti e quello lì c’è una differenza grande”».

Dall’incontro di questa mamma con l’Allamano, appare anche come il nostro Fondatore non si accontentasse di parole. Quando ella vide che non c’era più nulla da fare, si rivolse al figlio, un po’ stizzita, dicendogli: «Ma allora, se questa era la tua idea, potevi dirlo prima, e non adesso che abbiamo fatto dei debiti». L’Allamano intervenne subito: «Avete fatto dei debiti? E quanto? Ci penserò io». Ed ecco la conclusione: «La mamma non sapeva più che cosa dire e cominciarono a piovere le lacrime». All’Allamano non rimase che consolarla: «Là, si faccia coraggio, vedrà che si troverà contenta». Quella mamma fu poi molto contenta del figlio missionario!

Riconoscenza alla famiglia che ha donato un figlio o una figlia.

L’Allamano, in occasione delle partenze dei missionari e missionarie o di qualche altra celebrazione alla quale partecipavano anche alcuni parenti, esprimeva sempre simpatia e riconoscenza verso di loro. Il motivo di fondo era che i famigliari sono da considerarsi i primi benefattori in quanto offrono un figlio o una figlia alle missioni e, di conseguenza, vengono coinvolti nell’avventura missionaria dell’Istituto e partecipano al bene che i figli fanno nella vigna del Signore.

Per spiegarmi, riporto le lodi che l’Allamano ha rivolto alla mamma di p. Benedetto, in occasione della partenza: «Ogni volta che si rinnovano questi giorni, lasciano sem-pre il cuore pieno di pena e specialmente il mio... si stacca una parte di me stesso. […].

Ho da dirvi che quest’oggi ho ricevuto una grande consolazione: mi ha consolato molto il vedere una madre veramente cristiana: sono andato per consolarla, ma non ne aveva bisogno, è la madre qui del nostro P. Benedetto. Ella disse: Sono contenta che vada, proceda bene, se il Signore lo chiama!... Ah! non è facile trovar delle madri così! Capisce che cos’è il prezzo delle anime, madre veramente cristiana, madre che guarda col lume della Fede... Portatene l’esempio quando parlate coi vostri parenti, ... madre secondo il cuore di Dio... […].

Queste sono madri! Devono lasciarli e fanno il sacrificio, ma non li lasciano spiritualmente! ... Parenti cristiani! Che capiscono! È una consolazione che il Signore dà di tanto in tanto nel mio difficile ministero!».

Da queste parole, che non sono le sole pronunciate con questo tono di profonda partecipazione, emerge bene l’animo dell’Allamano, che si sente solidale con i famigliari.

Libertà interiore e coraggio apostolico.

Dopo avere evidenziato altri aspetti dello spirito dell’Allamano, in particolare la sua capacità di partecipare alle gioie e ai dolori delle famiglie, p. Pavese ha concluso indicando anche l’esigenza di fondo propria della vocazione di un missionario e di una missionaria, che l’Allamano proponeva senza mezzi termini: essere liberi, per poter partire senza condizionamenti.

L’Allamano ha pure trasmesso ai suoi figli e figlie la libertà e la forza interiore che gli erano proprie. Ha sempre chiesto di sentirsi liberi riguardo alla vocazione e di rimanere distaccati da qualsiasi legame, anche familiare, che potesse impedire di seguire la chiamata del Signore.

Le parole dell’Allamano, al riguardo, sono piuttosto forti e seguono la cultura ascetica e la pedagogia del suo tempo. Non le ripeto qui, non per addolcire il pensiero dell’Allamano, ma solo perché richiederebbero tempo per spiegarne il senso nel preciso contesto e ambiente.

Sottolineo, invece, la sua forte convinzione di fondo, che è quella dei santi: i parenti, anche se non sempre comprendono subito il valore della vocazione missionaria, devono essere coinvolti nel merito dell’offerta e del distacco. Comprenderanno in seguito, perché il loro amore avrà il sopravvento. Questa libertà nel seguire la propria vocazione, che vale per chi intende sposarsi, deve valere anche per chi vuole essere missionario.

Sentiamo questo concetto dall’Allamano, mentre parlava della necessità di non lasciarci condizionare dai legami di sangue: «Se possiamo conciliare l’amore di Dio con l’amore dei parenti, tanto bene, se no, ci vuole una santa crudeltà. Nostro Signore vuole il merito del sacrificio dei parenti e di noi; e in questo ci vuole energia: il distacco». Notiamo la profondità dello spirito dell’Allamano: non solo i missionari, ma anche i loro famigliari, di fronte a Dio, hanno il merito del sacrificio connesso con il distacco e la partenza.

A conclusione del discorso, ascoltiamo le parole dell’Allamano ai genitori del p. Peirani, in occasione della sua vestizione clericale: «E voi, o genitori, che non badando ai sacrifici fatti per il figlio, concedeste al medesimo di seguire la voce di Dio che lo chiamava a missionario della Consolata, abbiate l’abbondanza delle benedizioni celesti. Dio più generoso vi compartirà in compenso su questa terra il centuplo dei beni temporali, e vi riserberà parte ai meriti ed al premio promesso a chi si sarà votato e sacrificato nella conversione delle anime infedeli. Ecco l’augurio ch’io depongo per voi ai piedi della Consolata».

P. Francesco Pavese