Come fondatore non lo avremmo cambiato con nessuno

P. Guido Bartorelli (1905-1986), toscano di origine, fu accolto tredicenne nell’Istituto dal Fondatore, proveniente dal seminario di Casale Monferrato. Ordinato sacerdote nel 1927, partì per il Tanzania lo stesso anno. Oltre che nell’attività pastorale generale, per 10 anni fu impegnato nell’educazione della gioventù. Rimpatriato, fu cappellano militare durante la seconda guerra mondiale e conobbe la prigionia. Liberato verso la fine del 1945, in seguito prestò il suo servizio nella Segreteria di Stato della Santa Sede fino al 1968. Ebbe una intelligenza brillante, una buona cultura specialmente letteraria e una vasta conoscenza delle lingue.

Il 16 febbraio del 1981, mentre era a riposo nella nostra casa per anziani di Alpignano (TO), tenne una vivace e circostanziata commemorazione dell’Allamano, evidenziando soprattutto la sua abilità di sostenere gli allievi chiamati alle armi nella guerra mondiale del 1915-1918. In questa commemorazione, p. Bartorelli, senza accorgersene, dimostra anche la sua sincera stima e affezione per il Fondatore, che, seguendo l’abitudine del suo tempo, chiama “Rettore”. Ne presentiamo alcuni stralci.

Era l’Allamano un genio? Per noi, che vivevamo con lui anni e anni, lo conoscemmo e amammo, certo no! I nostri eroi erano il Lavigérie, il Massaia, il Comboni, dei quali il Rettore ci aveva facilitato la conoscenza.

Di certo godemmo assai quando, nel settembre 1923, celebrandosi le sue nozze d’oro sacerdotali, il suo condiscepolo, mons. Ressia, vescovo di Mondovì, disse nel discorso ufficiale: «Allamano primo di lettera, primo di pietà e bontà, primo negli studi tra gli allievi della sua classe» Ma a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente di rivolgerci a lui per questioni teologiche, o filosofiche, o letterarie.

Per svuotare il nostro animo, però, per troncare i dubbi, per trovare la pace, per sentirci spinti al bene, cercavamo lui, unicamente o preferibilmente lui. L’unico nostro dispiacere era che, per il troppo suo lavoro, non lo potevamo vedere e interrogare più spesso. Ma, unito a questo rammarico, vi era il piacere di saperlo tanto richiesto.

In lui, noi sopravvissuti – molto pochi ormai – non riconoscevamo un precursore né in ascetica, né in mistica, né in una nuova liturgia. Era d’altronde come don Orione, don Bosco, il Cafasso, il Cottolengo, don Paleari e altri. Sapevamo dove e a chi rivolgerci per tali problemi.

Il nostro Padre aveva troppe occupazioni per fermarsi su queste specialità. Ma come “Apis argumentosa” (ape industriosa) – e il suo intuito era molto fine – sceglieva fior da fiore nella Bibbia, nei Padri e Dottori della Chiesa, nel Breviario, negli autori competenti in ascetica e formazione religiosa. A noi distribuiva il miele estratto, che aumentava di dolcezza e di valore per il suo buon esempio. Aveva insomma un grandissimo buon senso e, direi, un immenso amor di Dio, che si stemperava nell’amor del prossimo. Ci indicava i tesori acquistati nelle sue letture e nella larga pratica di direzione di anime. Questo buon senso, questa carità, questo discernimento lo accompagnarono in tutta la sua vita. Noi ammirammo altri, grandi forse più di lui, ma come Fondatore non lo avremmo cambiato con nessuno.

Parlerò di un periodo delicato e difficile della preziosa presenza in mezzo a noi del Rettore: il tempo della prima guerra mondiale e dell’immediato dopo guerra. Nel 1914 l’Istituto poteva considerarsi a posto e in fase di buon sviluppo. […]. Le vocazioni affluivano anche, pur non numerose, da fuori Piemonte. Le suore poi, fondate dopo di noi, ne contavano parecchie non piemontesi. I corsi erano regolari e così le ordinazioni e la preparazione dei fratelli; frequenti pure erano le partenze per l’Africa. […].

Con don Umberto Costa, il primo Prefetto, si era sistemata la direzione immediata della casa madre. Don Costa, spirito cottolenghino, colto, zelante, un po’ meticoloso, certo era più duro del Rettore. […]. Il Padre gli dà fiducia. È una dote del Rettore quella di non fare il “caporale”. Dà le sue direttive nelle conferenze e interviene a quattrocchi nei casi speciali. Don Costa è istruito, ma molto “clericale”. Lo sperimenta Oggè Emilio: deve svolgere il tema “Chi è il vostro eroe?”. E Oggè, con lo spirito eccitato dai versi del cantore della Versilia, dichiara candidamente che il suo eroe è il Carducci. Un putiferio: don Costa parla di espellerlo. Ma interviene il Rettore e lo salva. Egli è delicato, cortese, in genere non interferisce, ma nei casi gravi è lui che taglia il nodo della questione. […].

L’Allamano era spesso in casamadre. Vedeva tante cose; ne ascoltava altre, risolveva i casi particolari. Sceglieva i professori delle materie importanti, gente istruita e santa, come don Paleari e p. Giaccardi. Nel 1915 avvenne l’ultima spedizione di missionari.

Il 24 maggio l’Italia entra in guerra e l’Istituto viene decimato. Sacerdoti, fratelli, chierici sono richiamati militari. Buona parte dei fabbricati è requisita. Anche in Kenya vengono assunti sacerdoti, fratelli e suore per il lavoro assistenziale ai militari. Restano solo pochi a Torino, i riformati e quelli non ancora di leva. […].

Il Padre segue con tutta l’ansia i suoi militari. Sono soldati, caporali e solo un sergente – Sciolla - poiché l’Allamano aveva proibito di frequentare i corsi per ufficiali. A questi suoi figli scrive con tenerezza e frequenza; va incontro alle loro necessità materiali e spirituali, senza opprimere; fa loro festa quando tornano in licenza. Li bacia e abbraccia, lui così schivo. Fratel Davide si schermisce: «Sur Retur, sun carià d’ pui» (Signor Rettore, sono pieno di pidocchi). Fa niente, il Padre lo abbraccia e lo bacia.

Il 16 gennaio 1918 muore don Costa, una pedina importante, anzi un pezzo di prima qualità nella scacchiera dell’Istituto. Fra l’altro, il primo ad organizzare lo studio dell’inglese, di cui compose una grammatica, usata a lungo dai futuri missionari. Nuove preoccupazioni per il Rettore. Ma chi collabora con grande abnegazione, con capacità straordinarie, con devozione impagabile, con umiltà e tanto nascondimento nelle sue relazioni verbali, tanto che noi non riusciamo ad amarlo ma solo ad ammirarlo, è il canonico Camisassa, il Vice Rettore. Dopo tanti anni, penso che avremmo dovuto avere, oltre alla riconoscenza, anche sentimenti più filiali verso di lui. […].

La guerra è finita. Tornano all’abbraccio del Padre i militari dal fronte e dalle retrovie. Vi sono dei diciottenni, come Borra e Michele Mauro, e, oltre ai sacerdoti, anche chierici tra i 26 e i 30 anni. Sono laceri, stanchi, delusi, frastornati.

Fu certamente l’amore del cuore paterno e, allo stesso tempo, materno del Padre che rese più facile il riassorbimento alla vita di comunità di tutti quei giovani, o quasi adulti, che tornavano da un ambiente così diverso da quello in cui erano cresciuti prima della guerra. Alla guerra avevano partecipato anche nei reparti più avanzati, persino tra gli arditi, come Merlo Pich e Previtera; esposti non solo a tentazioni di ogni genere, ma anche e soprattutto all’intorpidimento morale e intellettuale, a causa delle lunghe giornate inerti, capaci di fare inebetire anche i più forti d’animo e carattere, mescolati con ogni sorta di persone; tra gli arditi poi c’erano anche avanzi di galera…

Il Rettore, coadiuvato egregiamente dal p. T. Gays, appositamente richiamato dall’Africa, riesce a sostenere i reduci militari con la sua bontà, facendoli sentire a casa propria, non estranei, o gente sotto controllo. Essi, d’altra parte, si sostenevano con l’allegria, l’umorismo e il lavoro. Dagli ex militari uscirono due vescovi, mons. C. Re e mons. G. Nepote. […].
Noi abbiamo accolto i reduci con entusiasmo. Il Padre vigila su di loro, ma sempre sereno e indulgente. P. Gays, consultatosi con il Fondatore, dà loro incarichi di scuola, di assistenza, di direzione nei lavori. Don Chiomio e don Spinello si preparano a partire per le missioni. Nel giorno della loro partenza, durante l’accademia in loro onore, il Rettore comunica la nuova denominazione dei sacerdoti: non più “don”, ma “padre”. Permette anche l’uso della barba. È stato Re a provocare questa concessione. Tornò dalla guerra con una splendida barba rosso fiamma. Don Gallea e altri insistevano che se la tagliasse. Lui implorò il Fondatore che, dopo un consulto, diede il permesso generale.


P. Bartorelli continua a narrare, con la vivacità di chi li ha personalmente vissuti, i suoi dettagliati ricordi sul periodo postbellico, in particolare: come si sono gradatamente integrati gli ex militari, fino ad essere ordinati sacerdoti; come la comunità è passata dal periodo delle strettezze nel cibo, nel riscaldamento, nel vestiario, ad una impostazione migliore, per diretto e costante interessamento del Fondatore; come si è faticosamente riordinata la casa, dopo il passaggio devastante dei militari; come l’Allamano ha vissuto, con fede e coraggio, la morte del compianto Confondatore, il canonico G. Camisassa, e come abbia accolto la conferma a superiore generale decisa dai missionari partecipanti al primo capitolo generale, ecc. E poi conclude con queste parole.

Il Padre continua a a visitarci almeno tutte le domeniche. Per la festa di san Giuseppe, la notte prima dorme da noi e, al mattin celebra la S. Messa. Sull’altare abbiamo deposto le nostre letterine di auguri, alle quali risponderà, sia pure con poche righe.

Le conferenze alle domeniche e alle solennità non furono interrotte neppure durante la guerra, anche quando eravamo pochissimi. Quando entrai io, i chierici erano una dozzina; noi studenti una decina. Eppure faceva tre conferenze distinte: suore, studenti e, infine, sacerdoti, fratelli e chierici, dimostrando una fine psicologia: spezzare a ciascuno il pane secondo i denti.

Sempre la sua parola pacata, un po’ disadorna. Ma la convinzione con cui parla, la fede ardente che dimostra, il brillar degli occhi quando nomina Gesù o la Madonna, ci commuovono e incitano al bene.

Che importava a noi se il nostro Padre non aveva affrontato i disagi, le malattie, i viaggi del Lavigérie, del Comboni, o che non aveva la duttilità nell’applicazione delle leggi morali o liturgiche di un Massaia? A noi, come dissi prima, bastava così: per noi era l’uomo immerso, approfondito in Dio, e noi non lo avremmo cambiato neppure con S. Ignazio di Lodola o con un altro grosso calibro.

Di passaggio, noto che in giro vi erano idee ristrette, esagerazioni rigoriste, ma non le sentimmo mai da lui. Egli ha buon senso, è umile e segue e consiglia di seguire i metodi e gli scritti dei grandi.

L’Allamano non è un contemplativo di professione. Non passa giornate o nottate a pregare, ma prega tanto, tutti lo sappiamo. Dalla finestrella della sua camera si rivolge spesso a Gesù nel tabernacolo e alla Fondatrice dell’Istituto, la Consolata. Lì matura la forza e la capacità di mandare avanti un’opera che, spesse volte, sembra non avere futuro. Lì matura l’abbandono totale alla volontà di Dio, la fermezza e la capacità di non spaventarsi e non arrendersi di fronte alle gravissime difficoltà incontrate.