UNA PAGINA LUMINOSA DELLA NOSTRA STORIA L’ALLAMANO CONFERMATO “SUPERIORE”
ALL’UNANIMITÀ
Nella storia del nostro Istituto, c’è una pagina molto bella, che
fa onore ai nostri primi confratelli e dimostra quale tipo di rapporto familiare si era instaurato tra il Fondatore e la
comunità. Mi riferisco al primo Capitolo Generale, celebrato nel 1922, presente l’Allamano, pochi mesi dopo
la morte del suo braccio destro, il canonico Giacomo Camisassa, nostro indimenticabile Confondatore.
Premettiamo che il Fondatore intendeva ritirarsi e lo aveva detto espressamente sia a Propaganda Fide che ai
missionari. La decisione di ritirarsi, assistendo dal di fuori l’Istituto, era stata programmata, assieme al
Camisassa, quando era ancora in vita. Ovviamente i missionari non avrebbero mai accettato di perdere il loro Padre.
Ecco come il verbale, inviato a Propaganda Fide, descrive la seduta per l’elezione del Superiore Generale:
«Prima di passare all’elezione del Superiore Generale e suoi Consiglieri, il Rev.mo Canonico G. Allamano fa
alcune dichiarazioni. Espone il desiderio che, per il maggior bene della comunità, si facciano le cose stabili,
eleggendo a Superiore Generale un altro che non sia lui. Egli non può più reggere. L’età
avanzata, le forze che gli vengono meno, lo rendono fisicamente e moralmente incapace a sostenere un tanto peso. È
questione di responsabilità. Egli non si sente più di assumerla. Già col defunto Confondatore aveva
deciso che si sarebbero dimessi ambedue definitivamente, al primo Capitolo. Continuerà a volerci bene, a
proteggerci, ad aiutarci, ma non può più essere Superiore. Supplica quindi, con le lacrime agli occhi, di
aver pietà di lui e di non eleggerlo».
Sappiamo come sono andate le cose. Dopo una prima
elezione plebiscitaria in suo favore, l’Allamano, «pur ringraziando i Padri Capitolari della dimostrazione di
affetto datagli, li scongiura a rifare la votazione, dando questa volta il voto ad un altro». Allora il P. T. Gays,
a nome di tutti, interviene con decisione: «Inutile sarebbe ripetere l’elezione, perché se cento volte
la si ripetesse per cento volte sulle schede non si leggerebbe che questo nome: Allamano Can. Giuseppe». Il verbale
conclude: «Allora l’eletto, pur facendo qualche riserva ancora, piega il suo capo e pronunzia il
“fiat” alla volontà santa di Dio».
In seguito, finito il Capitolo,
l’Allamano si è trovato in Casa Madre per gli auguri natalizi. Tra l’altro disse: «Sono venti e
più anni che mi chiamo Rettore e non ho voluto assumere il nome di “superiore”. Questo nome volevo
lasciarlo ai miei eredi. Non credete che facessi questo perché non vi volessi bene. No, no. Vi voglio bene…
Ma i Padri Capitolari sono stati proprio un po’ crudeli, ed hanno avuto il coraggio di dirmi che se vi fosse stata
la elezione cento volte, per cento volte essi mi avrebbero eletto… Non vi pare che siano stati un po’
crudeli?
Eravamo intesi, il Vice Rettore ed io, di dimetterci…; non per disgusti o per altro; ma
perché credevamo che fosse meglio per noi, per voi, per tutti; ma la cosa è finita diversamente, pazienza!
Io avrei voluto
ritirarmi per assistervi e vedere come fate, prima di morire; ma Dio non volle e… (a questo punto il pianto gli
tronca la parola; poi dopo un minuto di silenzio e di commozione generale, conclude). Faremo la volontà di Dio
tutti assieme… Io non dubito del vostro buon cuore… Sarete buoni d’ora in avanti anche per
consolarmi».
Non si creda che questa insistenza dei missionari sia una cosa scontata. La storia di qualche
istituto religioso registra, purtroppo, anche momenti di incomprensione tra un fondatore e la sua prima comunità,
specialmente verso la fine della vita. C’è addirittura qualche caso in cui il fondatore è stato
estromesso dall’istituto cui aveva dato vita. Sono eventi dolorosi che la Provvidenza ha permesso a certe
comunità per motivi sicuramente positivi, ma che non è sempre facile comprendere a prima vista. Anche quei
fondatori estromessi la Chiesa li ha dichiarati santi e i loro istituti sono stati e sono tutt’ora fucine di
santità.
Noi Missionari della Consolata, però, non ringrazieremo mai abbastanza quei nostri
undici primi confratelli che, interpretando il sentimento comune, si sono tenuti stretto il Padre, anche se anziano e
stanco, perché erano profondamente convinti che solo lui doveva essere la loro “Guida” fino
all’ultimo suo respiro.
S. TERESA DI GESÙ BAMBINO
PROTETTRICE NON ANCORA BEATA
Nella cappella della nuova casa dei Missionari della Consolata a Runogone,
Kenya, c’è una vetrata con l’effigie di S. Teresa di Gesù Bambino, posta dietro l’altare,
assieme ad altre tre vetrate raffiguranti S. Francesco Saverio, S. Giuseppe Cafasso e il Beato Allamano. Non è
difficile immaginare il perché di questa scelta. La santa di Lisieux è, con S. Francesco Saverio, patrona
speciale di tutte le missioni cattoliche.
Nell’Istituto, la figura di questa carmelitana è sempre
stata evidenziata e proposta, non solo come protettrice, ma soprattutto come modello, per la sua carica missionaria
universale, resa “speciale” proprio perché vissuta tra le mura del Carmelo. È importante notare
che l’attenzione a Teresa di Gesù Bambino è partita dall’Allamano stesso, il quale, resosi
subito conto della sua forza spirituale, ha saputo guardare lontano e l’ha proposta come “protettrice
dell’anno” all’inizio del 1923, benché non fosse stata ancora dichiarata beata dalla
Chiesa.
Ecco le parole dell’Allamano, pronunciate agli allievi il 29 aprile 1923, giorno della
beatificazione: «A quest’ora, possiamo già invocare la nostra protettrice col nome di Beata. In tutta
la vita ha fatto nulla di grande, ma tutto piccolo. […]. È Protettrice dell’anno perché ha
pregato assai per la causa delle Missioni e protegge i Missionari. Quando ne sarà stabilita la festa, la
solennizzeremo anche noi».
La sintonia dell’Allamano con Teresa di Lisieux credo sia manifestata proprio in queste sue parole:
«Ha fatto nulla di grande, ma tutto piccolo», il che concorda con la sua massima di «fare bene il
bene», nelle cose piccole e ordinarie della vita.
Nei giorni 2-4 marzo 1924, per volontà del
Fondatore, in Casa Madre si è tenuto un solenne triduo in onore della Beata Teresa di Gesù Bambino. La
rivista interna dell’Istituto ne dà notizia con parole semplici ed entusiastiche, con lo stile caratteristico
dei giovani: «2 Marzo. - Ritiro mensile e primo giorno del triduo. L’effigie della B. Teresa è radiosa
di luci e incorniciata di fiori. Alle 9 Messa solenne “de Angelis”. Nel pomeriggio Vespri solenni e Ora di
adorazione. […]. 3 Marzo. - Secondo giorno del triduo. Si ripete la giornata di ieri. Il P. Rosso colla naturale
eloquenza d’un cuore apostolico ci parla durante l’Ora di Adorazione. 4 Marzo. - Ultimo giorno del triduo.
Predica una magnifica Ora di Adorazione il P. Maestro. Dopo la solenne benedizione prendiamo congedo dalla Beata deponendo
sulla sua reliquia il bacio della venerazione e dell’amore».
Il clima che l’Allamano ha
saputo creare in favore di una spiritualità che condivideva, lo si comprende anche dal commento conclusivo che ne
fa l’estensore del diario: «Desiderato e celebrato con ardore di sincera pietà, questo triduo trascorse
troppo veloce… fecondo d’insegnamenti, d’emozioni, di propositi. Ci incoraggiò a raccogliere il
guanto lanciatoci dalla giovane Carmelitana… Non sarà vero che nell’amar Gesù Cristo le
restiamo secondi noi dell’eroica stirpe degli Apostoli. Ci aiuti Ella stessa in questa nobile gara con una pioggia
continua di rose vermiglie».