Era così

UN TRATTO DELLA SUA PERSONALITÀ: COME SE NON AVESSE ALTRO DA FARE

Da questo numero della rivista, iniziamo una rubrica, di una sola pagina, che riporta tratti caratteristici della personalità dell’Allamano sia come uomo che come sacerdote. È un modo semplice per conoscerlo meglio.

L’Allamano aveva appreso dallo zio san Giuseppe Cafasso quattro regole per passare bene la giornata: «1°- Fate ogni cosa come la farebbe lo stesso Signore Gesù Cristo; 2° - in quel modo in cui vorremmo averla fatta quando ce ne sarà chiesto conto al tribunale di Dio; 3° - come se fosse l’ultima di nostra vita, e 4° - non se ne avesse altra da compiere».

L’Allamano valorizza i suggerimenti dello zio quando insegna “come” fare bene il bene. Dice: «Qual è il modo, i mezzi per fare tutte le cose bene? Vediamo i pensieri del Ven. Cafasso per passare bene la giornata. E se si passa bene la giornata, si passano bene anche le settimane, i mesi, gli anni…». E dopo avere spiegato i quattro punti, sottolinea l’importanza del quarto: «E adesso l’ultimo pensiero: Fare le cose in maniera, come se non ne avesse a far altra. Ecco, questo sì. Quando facciamo una cosa non pensare ad un’altra; disturbiamo solo la cosa che facciamo».

Lui stesso, quando attendeva a qualche persona, la metteva subito a suo agio, dando l’impressione che non avesse altre occupazioni. Al riguardo ci sono testimonianze molto indicative, che merita ascoltare.

Il p. Gaudenzio Panelatti così commenta gli incontri con il Fondatore, quando andava a trovare il gruppo di allievi missionari nella prima casa madre, detta “Consolatina”: «A me dava l’impressione ch’Egli avesse giammai niente da fare. Da noi occupava molto bene il suo tempo […]; mai che mostrasse di avere impegni o urgenze, e più tardi soltanto abbiamo saputo che dirigeva mezza Diocesi ed era occupatissimo».

Così, sr. Emilia Tempo, deponendo sulla carità dell’Allamano verso il prossimo, durante il processo diocesano, afferma: «Con tutte le occupazioni che aveva, quando si andava da lui, si riportava l’impressione che egli si occupasse soltanto di chi a lui si rivolgeva. Questo lo sperimentai io stessa, e lo sentii dire da molte persone che ricorrevano al Servo di Dio».

Anche sr. Chiara Strapazzon, superiora della comunità, richiesta di esprimere un suo giudizio sull’Allamano come “fondatore”, sempre durante il processo diocesano, così si spiega: «Quando mi recavo dal Servo di Dio alla Consolata, per i bisogni della Comunità, mi accadeva talora di dover attendere qualche ora a causa del gran numero di persone che ricorrevano a lui per consiglio. […]. Giunto il mio turno, mi accoglieva con grande benevolenza. Mi faceva sedere, e mi ascoltava attentamente, come se non avesse altro da fare».

Non sta anche in questo atteggiamento la chiave per comprendere la capacità dell’Allamano di portare a termine con ordine e successo tante opere, senza fare confusione e senza lasciarne nessuna a metà?