Il p. Giovanni Battista Colusso, Missionario della Consolata, tempo fa ci ha
inviato una lunga lettera di incoraggiamento, con diversi commenti sul contenuto del numero 2 (maggio-agosto 2007) di
questa rivista. Crediamo che può essere utile anche ai lettori conoscere il breve commento su tre articoli,
perché sono riportati particolari di prima mano molto interessanti.
Così si presenta
l’autore all’inizio della missiva: «Sono un vecchio missionario entrato nell’Istituto a Sagrato
nel 1930 e, nel 1931, a Favria Canavese. Voti religiosi nel 1937 e ordinazione sacerdotale nel 1941». Al momento in
cui scrisse la lettera, il p. Colusso, che aveva già compiuto 92 anni, era parroco a San Valentino –
Castellarano (RE). Il giorno 24 agosto 2007, compianto dalla popolazione della sua parrocchia, il p. Colusso ci ha
improvvisamente lasciati. Prima però della sua morte, dietro nostra richiesta, ci ha inviato la fotografia che
pubblichiamo nella pagina accanto. Con piacere ascoltiamo quanto questo missionario ha voluto dirci per l’ultima
volta.
Circa l’articolo sul rapporto tra Don Orione e l’Allamano (pp. 14-19), ecco il commento:
«P. Flavio Peloso ci presenta molto bene il sincero legame di amicizia tra il nostro Fondatore e San Luigi Orione.
Per parecchi anni, a Milano, ho vissuto in amicizia con i figli spirituali di Don Orione. Alla bella presentazione di p.
Flavio vorrei aggiungere un fatto che sempre mi ha commosso. Don Orione ha avuto non poche tribolazioni simili a quelle
del nostro Fondatore. Quando alla fine dei suoi giorni era in una comunità di San Remo, il nostro p. Lorenzo Sales,
allora nel pieno della sua attività di animazione missionaria, volle fargli visita. Mentre parlava con Don Orione
molto grave, entrò una suora con la colazione. Don Orione ringraziò la suora e poi si rivolse a p. Sales:
“Padre, questa suora mi ha portato un buon zabaione. Mi faccia un favore: io non ho più bisogno di mangiare;
lo mangi lei che è ancora giovane e così possa continuare a fare il missionario”. Questo fatto
è stato raccontato dallo stesso p. Sales in una conferenza tenuta nel nostro seminario teologico di Torino in
occasione della morte di Don Orione».
Circa la rubrica intitolata “Spigolando”, ove si riportano
fatti che dimostrano il vivo desiderio dell’Allamano che i missionari vivessero a lungo (pp. 20-22), il p. Colusso
aggiunge questo particolare: «Ad un giovane aspirante alle missioni che diceva: “Vorrei salvare un’anima
e poi morire”, l’Allamano rispondeva precisando: “Salvare tante anime e vivere a
lungo”».
Infine, riguardo la pagina scritta in occasione della beatificazione di Luigi Boccardo
(Torino, 14 aprile 2007), valido collaboratore del nostro Fondatore al Convitto Ecclesiastico, che ha come titolo
“Luigi Boccardo e Giuseppe Allamano, insieme e diversi” (p. 27), ecco la breve postilla: «Edificanti le
figure del beato Luigi Boccardo e dell’Allamano, così uniti nella loro diversità. Ho conosciuto il
Boccardo quando ero chierico nel nostro seminario a Torino. Era grande la stima per questo sacerdote, che spesso veniva a
dettarci le meditazioni».
CURIOSA INTERPRETAZIONE DELLA BEATIFICAZIONE
DELL’ALLAMANO
In un articolo dal titolo “Due vite, una vocazione”, pubblicato su
“L’Osservatore Romano”, mons. Mario Rizzi presenta la terza edizione, edita nel 2004, delle lettere di
sr. Anania Tabellini, Missionaria della Consolata. È stato il fratello sacerdote don Ernesto, che aveva già
curato due edizioni precedenti, a volere questa, in occasione del centenario della nascita e 70° della morte di sr.
Anania, e nel 60° anniversario della propria ordinazione sacerdotale.
Dopo un intenso servizio missionario
durato appena sette anni, sr. Anania è morta nel 1934 a soli 30 anni di età, offrendo la propria vita per la
vocazione sacerdotale del fratello. Ora, le sue spoglie, da poco tempo riportate in Italia, riposano nella chiesa
parrocchiale di Piumazzo (BO), suo paese natale.
Mons. Rizzi, a partire dai suoi ricordi quando partecipava alle
Congregazioni Ordinarie delle Cause dei Santi, sottolinea tre caratteristiche che la Chiesa riscontra in coloro che eleva
agli onori degli altari e le applica a sr. Anania: «1) La devozione alla divina Eucaristia. Come non evocare, nel
nostro caso, la Santa Messa alle 3 del mattino e il tabernacolo collocato con ogni ornamento nel posto più bello
della casa o della tenda?
2) La devozione a Maria, Madre di Dio. Questo è il carisma dell’Istituto dei Missionari e delle
Missionarie della Consolata.
3) La devozione al Papa e alla Chiesa. Ogni impresa missionaria è frutto del carisma petrino ed epifania
del mandato apostolico universale di portare il Vangelo “fino agli estremi confini della terra”.
Fa una certa impressione
l’inno che Suor Anania e le altre consorelle “carovaniere” cantavano gioiosamente nei momenti critici
della loro attività missionaria: “Io lo giurai, son tutta di Maria!”. Come non ammirare la consonanza
con il motto araldico del Santo Padre Giovanni Paolo II: Totus Tuus [Tutto tuo]?
E bello è anche constatare che l’amore delle
missionarie per il Papa è stato, per così dire, ricambiato con la beatificazione del Sacerdote Fondatore
dell’Istituto Missiona-rio della Consolata, Giuseppe Allamano, beatificato il 7 ottobre 1990 dallo stesso Papa
Giovanni Paolo II».
Effettivamente sulle tre caratteristiche che l’autore trova leggendo le
lettere di sr. Anania, l’Allamano ha insistito moltissimo. Voleva, infatti, che la vita dei suoi missionari e
missionarie fosse eucaristica e che il tabernacolo fosse il centro della casa, verso cui tutto doveva rivolgersi; li
incoraggiava a sentirsi figli e figlie prediletti della Consolata, la vera Fondatrice, che aveva dato loro “nome e
cognome”, e che fossero “papalini”, aderendo con tutto il cuore non solo ai comandi, ma anche ai
semplici desideri del Sommo Pontefice.
Ma non è curioso, e anche simpatico, immaginare, come fa
l’autore dell’articolo, che il riconoscimento della santità dell’Allamano, da parte della Chiesa,
sia presentato come una risposta alla fedeltà sua e dei suoi a queste tre caratteristiche?