Presentare questo ultimo lavoro di P. Francesco Pavese, a cui va il nostro ringraziamento fraterno e la nostra stima, nell’anno che abbiamo consacrato alla riflessione, all’approfondimento ed alla preghiera per il nostro Fondatore, Giuseppe Allamano, significa riflettere sull’importanza della santità nella vita del Beato e nella nostra. Egli proclamava il primato della santità, ci voleva santi al superlativo, e il riferimento era il Santo zio Giuseppe Cafasso.

I santi sono un’idea di Dio per ogni stagione della storia e della vita della Chiesa. Sono il richiamo continuo di Dio a convincerci che è possibile prendere sul serio il Vangelo, è possibile la santità; che essere santi è la situazione più normale della nostra esistenza, non è un lusso né un’eccezione. La vita cristiana non è tanto una tensione verso l’aldilà quanto l’attenzione all’aldiquà, cogliendone, nella riconoscenza e nella responsabilità, la logica di senso e di gratuità che in ogni attimo l’amore di Dio vi iscrive. La santità è la vita di Dio proposta ad ogni persona, che si traduce in uno stile concreto di esistenza: quello che Gesù usa per far avanzare nel mondo il Regno di Dio.

Non si tratta di una santità ridotta ad ascesi, a virtù, o di una celebrazione dell’eroismo che alcuni hanno raggiunto, ma piuttosto del desiderio di vivere in pienezza secondo la volontà di Dio, condividendo con gli altri le gioie e le sofferenze che la vita presenta.

«I santi non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze. Ma cosa ha cambiato la loro vita? Quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace. Il santo, la santa è artefice di riconciliazione e di pace; aiuta sempre la gente a riconciliarsi e aiuta sempre affinché ci sia la pace» (Papa Francesco, 1° novembre 2013).

I percorsi della santità sono certamente personali, proprio perché ogni persona è unica e irripetibile. Non si tratta di copiare modelli, ma di elaborare una pedagogia adatta alla propria vita e vocazione. «È dunque evidente che tutti coloro che credono nel Cristo, di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo l’esempio di lui e diventati conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo» (LG 40).

I modelli di santità a cui l’Allamano faceva ricorso, presentandoli nelle sue conferenze, esprimono bene questa pedagogia applicata alle differenti vite, vocazioni e aspetti fondamentali della vita cristiana e missionaria.

Vale per loro quanto affermava Hans Urs Von Balthasar: «Essi sono il commento più importante del Vangelo... Sono l’incarnazione della Parola incarnata di Dio e quindi realmente una via di accesso a Gesù».

Potremmo anche dire che come il modello di una Chiesa si riconosce dal tipo di santi che essa canonizza, così è anche nel nostro Istituto. I santi che ci sono proposti a modello dovrebbero delineare il tipo di Istituto che il Fondatore voleva e che noi assumiamo. Sono modelli di persone appartenenti totalmente a Dio, desiderosi di radicalità nella sequela, ardenti di zelo missionario.

Come tradurre queste prospettive nella nostra vita quotidiana?

Thomas Merton, per il quale la santità era il segreto più nascosto e profondo della sua stessa identità, descrive con maestria e bellezza il percorso che aveva scoperto. Credeva fermamente che il luogo dove si costruiva la sua santità, il suo chiostro e il suo eremo, era nel mondo, dove si giocavano i grandi problemi dell’umanità. E da qui abbracciò la realtà con lo stesso ardore con cui era abbracciato da Dio.

La sua vita e il suo magistero si riassumono in questo programma: «Tutto quello che occorre per essere santi è volerlo essere. Non credi che Dio farà di te quello per cui ti ha creato, se soltanto glielo permettessi? Tutto ciò che devi fare è desiderarlo».

C’è un’ultima riflessione che vorrei proporre, come conclusione. Oggi, siamo chiamati a una santità nuova, “selvatica” come dice Etty Hillesum nei suoi Diari. In tempo di difficoltà estreme, come lo era quello del nazismo, nel campo di transito di Westerbork, in Olanda, Etty passa dalla scoperta di Dio dentro di sé, all’intuizione di dover aiutare Dio a non assentarsi del tutto da un mondo avvelenato dalla violenza, dall’odio e dal risentimento. Proponendosi una vita senza odio, per poter amare anche i nemici, esprimeva il desiderio di una non violenza radicale, cammino sublime dell’uomo delle beatitudini.

«Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare sé stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra».

L’amore non basta a se stesso: deve prendere luce dalla ragione e dalla fede. Che l’intercessione di questi santi e del nostro beato Giuseppe Allamano ci ottengano il dono di essere cristiani con le mani alzate verso Dio, ma pronte a tendersi verso chiunque sia in difficoltà.

L’augurio è che queste pagine siano un autentico incontro con degli “indicatori di strada”, compagni del nostro Fondatore e per riflesso anche nostri.

A tutti e ad ognuno buon cammino nella strada della santità. “Coraggio e avanti in Domino!”, come incoraggiava l’Allamano.

P. Stefano Camerlengo, IMC,
padre generale
Roma, 05.03.2014,
mercoledì di Quaresima