Nel cuore dell’Allamano, fin da quando era giovane, Giuseppe di Nazareth occupò un posto privilegiato, subito dopo Gesù e Maria. Portando lo stesso nome, la festa liturgica del 19 marzo di ogni anno diventava un’occasione ricorrente per sviluppare la conoscenza e il rapporto con il suo protettore personale. Non dimenticò mai che, durante la sua permanenza a Valdocco, Don Bosco lo aveva invitato a pregare S. Giuseppe per due speciali intenzioni: «Quando ero ancora in collegio Don Bosco mi diceva sempre di domandare a S. Giuseppe la salute e l’aiuto negli studi».[1]
Esporre il rapporto tra l’Allamano e S. Giuseppe è complesso, tanti e tanto variegati sono i riferimenti che egli ne fece durante gli incontri formativi con i giovani. Alcuni, però, toccarono maggiormente il suo cuore e da lui furono proposti come ideali da imitare: un S. Giuseppe soprattutto “modello”, oltre che “protettore”. Affermava convinto: «Dopo Maria SS., S. Giuseppe ebbe tutte le virtù».[2]
Leggendo quanto l’Allamano diceva, ripetutamente si trovano espressioni che suonano così: “Domani incomincia il mese di S. Giuseppe...”, oppure: “Domani incomincia la novena di S. Giuseppe...”, o altre analoghe.[3] Non pare che egli abbia dimenticato di evidenziare queste circostanze e neppure di indicare la festa del “Patrocinio di S. Giuseppe”. Davvero l’Allamano maturò con S. Giuseppe un legame speciale, che visse lui per primo e che trasmise a quanti gli erano vicini, in particolare ai suoi missionari e missionarie.
19 marzo: onomastico dell’Allamano e “letterine”
L’Allamano dimostrava di gradire gli auguri per il suo onomastico. Avere lo stesso nome di S. Giuseppe per lui era un onore, ma anche un’opportunità per la sua missione di educatore. Aveva inventato un’iniziativa fin dai primi anni della fondazione dell’Istituto, che non andò smarrita finché visse. Gli allievi missionari e, dopo il 1910, anche le giovani missionarie, per il suo onomastico erano invitati da lui stesso a scrivergli una “letterina” confidenziale. Chiedeva che gli aprissero il cuore per poterli aiutare a formarsi secondo il suo spirito. Moltissime di queste letterine, che poi restituiva con una sua breve risposta scritta in calce, sono conservate e costituiscono un evidente esempio di intesa tra il padre e i figli e le figlie. Si può dire che l’Allamano aveva scelto S. Giuseppe come punto di riferimento e, in certo senso, come garante della sua attività di padre e maestro di missionari.
Già nel 1905, così parlava: «Sono stato soddisfatto delle lettere che ognuno di voi, secondo il desiderio che vi ho dimostrato, mi scrisse. In esse avete aperto il vostro cuore, ed è questo che io bramavo, non complimenti, ma i vostri intimi sentimenti: “non le vostre cose ma voi”».[4]
Anni dopo, tenuto conto che i gruppi di allievi si rinnovavano, l’Allamano sentì il bisogno di precisare ancora meglio lo scopo di questa iniziativa. Il 12 marzo 1915, durante la prima guerra mondiale, disse: «Ora siccome voi domenica volete farmi la festa, e ... non si può mica rifiutare, perciò come le altre volte, sebbene i complimenti vostri possa già saperli ancor prima che me li facciate, tuttavia, mi scriverete una letterina, secondo il solito, non lunga... perché non ho tempo di star lì a leggerla. Mi direte ciò che pensate, ciò che avete nel cuore. Nessuno la toccherà, lo sapete già che tutto è segreto, così sarà una specie di confidenza che farete a un vostro padre spirituale. Ma non voglio che parliate della mia festa; neppur gli auguri voglio che nominiate... So che certe volte voi desiderate venire a parlarmi; ma io non posso essere sempre in mezzo a voi; perciò questo sarà un modo di supplire, lì entro potete dirmi quel che volete. È una pratica che si è sempre fatta, fin dai primi tempi. E certo che consola... […]. Quindi il vostro regalo per la mia festa sarà una letterina corta. Un pezzo di carta basta: quest’anno sapete, siamo poveri: in breve mi direte tutto. Una pagina può bastare, qualcheduno avrà forse niente da dirmi, ebbene chi ha niente mette la sua firma e finito. Qualche altro avrà di più..., e scrive ciò che ha. Io le leggerò, poi ve le restituirò di nuovo, e voi le straccerete».[5]
Anche alle missionarie ricordava in anticipo questo impegno: «La lettera che mi scriverete per S. Giuseppe la farete breve, ma nessuna storia: mi direte come siete, i bisogni che avete e il timore che avete di far poi male in Africa, e perché...».[6]
Il clima che si viveva in occasione dell’onomastico dell’Allamano era molto spontaneo e familiare. S. Giuseppe faceva da sfondo e inquadrava l’evento. Ecco le parole dell’Allamano alle missionarie nell’incontro del 19 marzo 1916: «Vi ringrazio dei vostri auguri. Certo non potreste offrirmi cose che mi stiano più a cuore della vostra testa, la vostra volontà e il vostro cuore. Sicuro che io ho la responsabilità vostra, del vostro avvenire, ma quanto il Signore mi darà da fare, con le mie deboli forze procurerò di adempierlo. […]. Pregate S. Giuseppe e ditegli: “Vogliamo la vostra vita di fede, di energia, d’unione con Dio”. Questa è la vita che deve fare la missionaria».[7]
Patrono della Chiesa, dell’Istituto e della missione
In occasione della festa liturgica del “Patrocinio di S. Giuseppe”, l’11 maggio 1919, l’Allamano fece un discorso semplice e documentato sulla missione di S. Giuseppe in rapporto alla Chiesa, all’Istituto e alla missione universale. Ecco i passi principali: «La Chiesa ci fa celebrare due feste di S. Giuseppe; quella del 19 marzo e questa del Patrocinio. […]. Quest’oggi la festa del Patrocinio riguarda la nostra utilità, i nostri bisogni, cui S. Giuseppe può e vuole soccorrere. Egli è patrono di tutta la Chiesa, e tale venne eletto dal Sommo Pontefice Pio IX l’8 dicembre 1870. Al Concilio Vaticano vennero presentate suppliche a questo scopo da tutto il mondo; il Papa le esaudì nel giorno dell’Immacolata dello stesso anno.
S. Giuseppe è patrono universale di tutti gli stati e condizioni di persone, specialmente degli operai e delle comunità che ne portano degnamente il nome o gli prestano speciale devozione. È speciale protettore delle missioni della Cina, come tale eletto nel 1678 con approvazione del Papa Innocenzo XI. I Passionisti in Inghilterra posero la loro provincia sotto la protezione del Santo. Per il Kenya, S. Giuseppe è la porta... S. Giuseppe estende il suo Patrocinio su tutti i bisogni e le tribolazioni di quanti a lui ricorrono».[8]
Pure nelle sue opere, l’Allamano riservò un posto di privilegio a S. Giuseppe. Fin dal 1903, quando i primi missionari si erano appena insediati in Kenya, precisò a chi erano affidati l’Istituto e le missioni: «Dopo Nostro Signore e la nostra patrona la Consolata, viene S. Giuseppe per il nostro Istituto. Quindi la prima stazione in Africa [è stata a lui affidata]».[9] Alle missionarie ricordò questa posizione privilegiata di S. Giuseppe come custode e porta d’ingresso alle missioni: .«Ricordatevi che la nostra prima stazione in Africa dove dovrete andare è di S. Giuseppe e se non vi lascerà passare lui, non potrete andare in missione. Si è messo apposta S. Giuseppe alla porta. Siategli devote: è un gran Santo».[10]
Quando, molto più avanti, spiegava agli allievi le Costituzioni, l’Allamano ripeté lo stesso concetto: «Prima di tutti la patrona è la SS. Consolata che dobbiamo onorare in modo particolare sotto questo titolo perché si è degnata di imprestarci il nome e ci ha presi sotto il suo manto. […]. Poi c’è S. Giuseppe che tiene subito il primo posto».[11]
S. Giuseppe e l’Africa
L’Allamano colse pure il particolare legame di S. Giuseppe con l’Africa, che aveva scelto come primo luogo per la missione dei suoi figli e figlie. Con parole semplici così parlò: «In quest’anno - si era nel 1916 durante la prima guerra mondiale - abbiamo speciali motivi di ben fare il mese di S. Giuseppe; sia generali come particolari a noi […]. Egli, protettore della Chiesa universale e capo della Santa Famiglia, può colla sua intercessione ottenerci la fine dell’atroce flagello. Per noi poi egli è speciale protettore delle nostre missioni che sono in Africa. Se, al dire di S. Massimo, S. Giuseppe è speciale protettore dell’Asia, dove nacque, visse e morì; ma lo è pure dell’Africa, dove passò cinque o sette anni, fuggendo la persecuzione di Erode […]. Ma in quest’anno motivo più speciale di onorarlo ci è la conversione da poco ottenuta del gran capo Karoli, che del Santo prese il nome. Ringraziamo S. Giuseppe perché lo volle sotto la sua protezione, preghiamolo che lo confermi nella santa fede abbracciata, e per mezzo di lui si acceleri la conversione in massa di tutto il Gekoio».[12]
Custode del buon deposito
S. Giuseppe fu indicato come modello di fedeltà alla propria vocazione, dal principio alla fine, senza ripensamenti. Agli auguri per il suo onomastico, il 19 marzo 1918, l’Allamano rispose con poche parole: «Ho visto che avete scritto attorno al quadro di S. Giuseppe - “Custodisci il deposito (1Tm 6,20)”.. La Chiesa lo applica a S. Giuseppe [...], ma possiamo anche applicarlo a noi. Conservare il deposito del buon spirito, dell’attività, e tutte le consuetudini, come era in principio dell’Istituto. […]. Voglio che in questa casa si conservino prima le Regole, poi le pratiche e le consuetudini dei primi tempi dell’Istituto».[13] Quello stesso giorno l’Allamano disse parole analoghe alle missionarie: «Il deposito bisogna custodirlo, aumentarlo. Conservare quella buona volontà che avevamo quando siamo venute. Questo è il deposito; non lasciamo quindi scappar niente. Capirete, che il più bell’augurio che mi farete è di conservare questo deposito. Io avrò da render conto del deposito, quindi ciascuna sia fedele a mantenerlo».[14]
Perché l’Allamano abbia fatto questo richiamo piuttosto forte, proprio nella festa del suo onomastico, forse si comprende leggendo la nota personale di p. Giuseppe Richetta scritta in calce alla conferenza ai missionari: «Ricordo che quando disse queste parole [l’Allamano] era alquanto mesto. Da appena due mesi era morto p. Umberto Costa, che godeva di tutta la sua fiducia come direttore della Casa; e forse il Fondatore temeva che potessimo allontanarci dal suo spirito».[15] È comunque interessante che sia stata la fedeltà di S. Giuseppe ad ispirare all’Allamano un principio così attuale anche oggi, cioè la fedeltà al carisma originario, che va custodito e sviluppato nella fedeltà.
Modello di laboriosità, alla presenza di Gesù e Maria
L’Allamano presentò S. Giuseppe come “maestro di vita interiore”, ne esaltò le virtù interiori, ma ne sottolineò pure la concretezza di uomo laborioso e impegnato nella vita di ogni giorno. Forse è questo aspetto che appare maggiormente nell’insegnamento dell’Allamano, perché intendeva preparare missionari concreti, impegnati e laboriosi, che non avessero paura di sporcarsi le mani. Così diceva per incoraggiare a fare bene la novena in preparazione alla festa dell’anno 1915: «Domani comincia la novena di S. Giuseppe. […]. È un gran santo sapete; senza far torto a nessuno, viene subito dopo la Madonna. […]. Egli è maestro di vita spirituale, non si legge che in vita abbia fatto mai miracoli; […]. Quando non c’era pane non veniva mica un Angelo, no; lavorava e poi vendeva il lavoro. Il Signore l’ha condotto come tutti gli altri, guadagnava il vitto per sé, per il Bambino e per la Madonna. […]. Era un povero operaio, [...]; era più basso di voi che studiate, lui lavorava. Così, quando vi fan lavorare, il lavoro non deve vergognarvi».[16]
Mentre insisteva sul dovere di lavorare, l’Allamano mise pure in evidenza una virtù caratteristica di S. Giuseppe, cioè quella di “essere sempre alla presenza di Gesù e Maria”: «S. Giuseppe è patrono e sarà sempre protettore principale dell’Istituto. I missionari hanno da fare una vita piuttosto varia di sua natura, che porta dissipazione, ma bisogna imitare S. Giuseppe, che in mezzo a tutte le sue opere esterne seppe unirsi con Gesù e Maria. Doveva lavorare per mantenerli, ma era sempre alla loro presenza. […]. Se c’è un santo fatto per i missionari è S. Giuseppe».[17]
Come modello di laboriosità, S. Giuseppe fu designato speciale patrono dei Fratelli Coadiutori, cioè dei missionari non sacerdoti, incaricati in modo particolare della parte lavorativa nelle missioni. L’Allamano volle precisarlo nella festa del “Patrocinio di S. Giuseppe” del 1921: «S. Giuseppe è protettore di tutti, chierici, coadiutori e sacerdoti: guai a chi non ha devozione a S. Giuseppe! Dopo la Madonna egli è il dispensiere di tutte le grazie. […]. Per voi coadiutori deve essere un santo orgoglio che la Chiesa abbia preferito un santo che non era sacerdote per costituirlo patrono di tutta la Chiesa. Questo vi deve insegnare ad amare il lavoro, a fare bene il vostro lavoro, a corrispondere alla vostra vocazione. […]. Quanti coadiutori si sono fatti santi!».[18]
Modello di virtù necessarie al missionario
Pur avendo evidenziato la laboriosità di S. Giuseppe, l’Allamano lo propose pure come modello di altre virtù necessarie ai missionari e missionarie. Addirittura affermò: «S. Giuseppe è il deposito di tutte le virtù. Era in possesso di Nostro Signore e della Madonna, perciò di tutto quello che avevano loro era il deposito».[19]
Modello di vita interiore. Qui l’Allamano evidenziava la “vita di fede” e il “silenzio” di S. Giuseppe: «Siamo devoti di S. Giuseppe. […].Ve lo propongo specialmente per ottenere la “vita nascosta”. Consiste […] nel trattenersi continuamente con Dio. Godere della sua presenza. Delle sue parole, dei suoi atti; trovare in Lui tutte le consolazioni nostre; fare la sua volontà. Diportarci insomma, con Dio, come un amico si diporta con un amico».[20]
Modello di obbedienza. Il comportamento che S. Giuseppe ebbe dopo il sogno narrato in Mt 2,13-15, era indicato come espressione di obbedienza. Alle missionarie l’Allamano fece una descrizione un po’ fantasiosa, ma efficace: «Ieri mattina facevo meditazione sulla fuga [della S. Famiglia] in Egitto: [Leggevo]: “Sorgi, prendi il Fanciullo e sua Madre; fuggi in Egitto e rimani là fintanto che te lo dirò io”. “Sorgi...”: S. Giuseppe, poveretto, dormiva; l’Angelo lo scosse in fretta; egli saltò su e poi fuggì. Forse S. Giuseppe avrà pensato: Ma come fuggire? Non è questo Bambino il Figlio di Dio? E come mai mi viene ordine dall’Eterno Padre di fuggire’? Ma no! Niente di tutto questo; non è stato lì a meditare e a giudicare; ha ricevuto l’ordine ed è fuggito. E: “Starai là finché te lo dirò io...”: ma lui poteva domandare: “Ma fin quando? ho i miei strumenti: debbo portarmeli dietro?”. Noi curiosi avremmo subito fatto così, ma egli no; gli sarà venuto in mente ma non ci ha badato; era volontà di Dio e partì».[21]
Modello di perfezione nelle piccole cose. Seguendo lo spirito dello zio S. Giuseppe Cafasso, l’Allamano insegnava che la santità non consiste in atti straordinari, che si verificano raramente, ma nella costanza nel fare bene il bene, in tutte le situazioni ordinarie, ogni giorno. S. Giuseppe, insieme alla Madonna, era modello anche di questo atteggiamento: «E La Madonna e S. Giuseppe quali miracoli, quali grandi cose hanno fatto? Facevano la vita comune, come tutti gli altri».[22] «Fate bene tutte le cose. […]. S. Giuseppe e la Madonna, e Nostro Signore stesso, che cosa hanno fatto in questa vita? Hanno lavorato. Nostro Signore […] per 30 anni ha fatto il falegname e così pure S. Giuseppe; e la Madonna ha fatto da mangiare e tutte quelle cose che ci sono da fare in una famiglia».[23]
Modello di amore per Maria e per Gesù. Il trinomio “Gesù-Maria-Giuseppe” era costantemente ricordato. L’Allamano lo annotava in sigle, nella formulazione latina:
“J.M.J.”, all’inizio di molte lettere. In particolare lo sottolineava negli eventi dell’infanzia, quali la nascita, la presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, la smarrimento a Gerusalemme. In un’occasione, iniziò la conferenza alle missionarie con queste parole che meritano di essere incorniciate per la loro semplicità: «Domandate a S. Giuseppe la vera devozione alla Madonna. Ed essa vi darà poi quella a Gesù».[24] Altre espressioni analoghe: «Io spero che S. Giuseppe sia contento... e se è contento lui è contenta la Madonna, ed il Signore».[25] «Se passiamo da S. Giuseppe, passiamo ancora dalla Madonna, perché fanno una cosa sola».[26]
Intercessore da pregare
Oltre che come modello da imitare, l’Allamano presentò S. Giuseppe pure come intercessore da pregare: «Domani [18 febbraio 1911] incomincia il mese di S. Giuseppe. […]. In pubblico si fa poco, ma in privato in questo mese dovete pregar molto S. Giuseppe, tutti i giorni: vi sono tante giaculatorie, “Gesù, Giuseppe e Maria...”; “S. Giuseppe, amico del S. Cuore, pregate Gesù per noi” ed altre che troverete nei vostri libri di devozione. Ma chi ama S. Giuseppe non ha bisogno di trovare giaculatorie, “se le fa”. Ma per onorare un santo non basta pregarlo, bisogna anche imitarlo, “imitare le sue virtù”».[27]
La stessa raccomandazione in vista della missione fu fatta alle missionarie: «S. Giuseppe è un validissimo intercessore presso Iddio: quindi quando saremo in Africa dovremo rivolgerci a lui per domandare tutte le grazie, tanto spirituali come temporali».[28]
Protettore della “buona morte”
Benché i suoi ascoltatori fossero tutti giovani, l’Allamano trattò qualche volta il tema della morte. Per lo più ne parlò di passaggio, ma anche piuttosto a lungo se le circostanze lo richiedevano. Di fronte al pensiero della morte le sue parole indicavano sempre grande fede e serenità.
Le circostanze nella quali l’Allamano si soffermava più a lungo a parlare della morte erano due: quando succedeva un decesso nell’Istituto e in occasione del ritiro mensile. Ogni volta che si verificava un lutto, tutti si rendevano conto che l’Allamano soffriva molto, ma anche che trovava nella fede la forza per sé e per trasmettere alla comunità. In occasione della morte del cd. Umberto Arossa nel 1922, all’Allamano sono sfuggite parole accorate, che hanno svelato tutto il suo dolore e la preoccupazione per il futuro delle missioni, ma soprattutto la sua incrollabile fede: «Adesso possiamo ancora contarli nelle mani [i nostri defunti] ... fra poco non potremo più... ma per carità! Sì, si fa la volontà di Dio... […]. Ma diciamo al Signore che abbia pazienza; perché siamo giovani e abbiamo bisogno di missionari!».[29]
Durante il ritiro mensile, invece, il richiamo alla morte era quasi di prassi, perché faceva parte della spiritualità del tempo. Ed era qui che l’Allamano si riferiva a S. Giuseppe, ritenuto dalla pietà popolare “protettore della buona morte”: «La S. Chiesa ci fa celebrare due feste di S. Giuseppe; quella del 19 Marzo e questa del Patrocinio. Nella prima ci propone la considerazione delle virtù e della gloria del gran Santo, e c’invita ad invocarlo come protettore della buona morte».[30]
Un breve panegirico
Alcuni incontri domenicali con i giovani ebbero come unico tema S. Giuseppe. Ciò accadde poche volte, perché, anche quando rispondeva agli auguri nelle feste del 19 marzo, l’Allamano prendeva lo spunto dalla figura di S. Giuseppe per parlare di altri temi che in quel momento gli stavano a cuore. Comunque qualche breve panegirico di S. Giuseppe lo tenne, senza pretese e con tanto cuore, come questo del 19 marzo 1919 alle missionarie: «Dunque oggi è la festa di S. Giuseppe. S. Giuseppe è un Padre della Chiesa, un Padre giusto. L’hanno detto tutti che era giusto. Ed infatti è il più gran giusto dopo la Madonna e Nostro Signore. Era giusto in quattro cose: giusto nell’osservanza della legge; giusto nelle parole; giusto nelle opere; giusto nei giudizi. Giusto vuol dire santo. Osservava esattamente la legge: i Comandamenti di Dio ecc.; era giusto nelle parole: diceva sempre le cose con precisione (non si sente che abbia parlato S. Giuseppe). Era giusto nelle opere: infatti tutte le sue opere furono buone; ordinarie sì, ma tutte ben fatte; e poi soprattutto era giusto nei giudizi: guardava di giudicare sempre bene. Quelle due dita di testa le ha date tutte al Signore, e bene. […]. Oh! se fossimo giusti così! Lui aveva tutte le virtù. Questo è il pensiero che vi deve dominare. Domandategli questa giustizia, che vuol dire: santità».[31]
NOTE:
[1] Conf. IMC, II, 229; cf. anche: I, 375.
[2] Conf. IMC, I, 375.
[3] Il nome di S. Giuseppe figura circa 90 volte nelle conferenze ai missionari e altrettante in quelle alle missionarie.
[4] Conf. IMC, I, 90.
[5] Conf. IMC, II, 522.
[6] Conf. SMC, II, 517; cf. anche: III, 384.
[7] Conf. SMC, II, 330.
[8] Conf. IMC, III, 299.
[9] Conf. IMC, I, 47.
[10] Conf. SMC, II, 512.; cf. anche: II, 516; III, 240, 349, 391.
[11] Conf. IMC, III, 377; cf. anche: III, 381; Conf. SMC, III, 18.
[12] Con. IM;C, II, 502; cf. anche: II, 228; III, 503; Conf. SMC, I, 304. Il Karoli (o Karuri) era capo della regione del Kikuyu dove, all’inizio, si sono installati i primi Missionari della Consolata. Si converti al Cristianesimo e fu battezzato, nella solennità dell’Epifania del 1916, con il nome di Giuseppe, da Mons. Filippo Perlo, primo vicario apostolico in quella parte del Kenya abitata dalla tribù Kikuyu.
[13] Conf. IMC, III, 208.
[14] Conf. SMC, II, 254.
[15] Conf. IMC, III, 208.
[16] Conf. IMC, II, 228; cf. anche: I, 522, 599; III, 77, 563-564, 650; SMC, III, 50.
[17] Conf. IMC, III, 670; cf. anche: Conf. SMC, III, 500.
[18] Conf. IMC, III, 563.
[19] Conf. SMC, II, 512.
[20] Conf. IMC, I, 176; cf. anche: Conf. SMC, I, 326, 331, 332; II, 566; III, 41, 500.
[21] Conf. SMC, I, 298.
[22] Conf. SMC, III, 164; cf. anche: II, 49, 296, 299.
[23] Conf. SMC, III, 520-521.
[24] Conf. SMC, II, 496; cf. anche: II, 501.
[25] Conf. SMC, III, 224.
[26] Conf. SMC, III, 407.
[27] Conf. IMC, I, 375; cf. anche: II, 265.
[28] Conf. SMC, I, 72.
[29] Conf. IMC,III,522; cf. anche: II,548.
[30] Conf. IMC, III, 299; cf. anche: Conf. SMC, II, 564.
[31] Conf. SMC, II, 526-527; cf. anche: III, 391.
