S. Giovanni Evangelista era uno dei “Dodici” che l’Allamano indicò come modello per essere stato intimo di Gesù e, di conseguenza, apostolo tenace del suo comando di amarsi gli uni gli altri (cf. Gv 15,12). Lo definì «il Santo dell’amore»[1] e, con un termine popolare, persino: «il checco di Nostro Signore», cioè il suo “beniamino”.[2] L’Allamano volle giustificare questo termine ricollegandosi con lo zio S. Giuseppe Cafasso: «Egli era il Checco di Nostro Signore. Il nostro Venerabile Cafasso diceva che “checco” significa più che “beniamino”».[3]

Il nome di S. Giovanni nelle conversazioni dell’Allamano figura diverse volte.[4] Le citazioni sono in maggior parte intense ed esprimono quanto l’Allamano ci tenesse a proporre questo modello, che lui stesso cercava di imitare.

 

Apostolo del comando di Gesù di amarsi come fratelli

Già all’inizio della sua attività di formatore di missionari, nel 1906, mentre parlava della “carità fraterna”, l’Allamano fece una specie di sintesi della personalità spirituale di questo apostolo: «S. Giovanni Evangelista, che attinse la sua dottrina dal Cuore di Gesù, l’apostolo dell’amore, della carità, conservato in vita fino a tarda età per sostegno della Madonna e per ammaestramento dei cristiani, nei suoi ultimi anni non diceva più altro che: “Figlioli miei, amatevi gli uni gli altri”; e quando i suoi discepoli, quasi stanchi di sentire sempre la stessa cosa, gli dissero: “Perché ripeti sempre queste stesse cose?”, egli rispose: “ Basta solo questo, perché è il comando del Signore” ; e se lo ripeté tanto spesso, segno è che lo riteneva ben importante e credeva di doverlo così ripetere».[5]

Questo discorso venne ripreso spesso dall’Allamano, perché era il messaggio che intendeva trasmettere, senza temere di annoiare.[6] Merita ascoltare un altro suo intervento nell’incontro con le missionarie sulla carità, nel quale si può ammirare la sua creatività nell’esposizione dei particolari, come pure il suo coraggio nell’affermare certi principi: «S. Giovanni non faceva altro che dire: “Amatevi l’un l’altro”. Di modo che i suoi discepoli erano già persino stanchi di sentire quello e talvolta dicevano: “Con tanto che ha scritto e detto non sa più dire che: amatevi; ma ci dica qualche bella cosa, è stato sempre con Nostro Signore, ha persino messo il capo sul suo cuore, ha detto che di Lui non si potrebbe dire tutto anche scrivendo tanti libri quanti ne può contenere la terra, e non ci dice niente. E lo portavano in mezzo all’adunanza perché dicesse qualche altra cosa, ma S. Giovanni ripeteva: “Amatevi l’un l’altro”; e giunto che era al suo solito punto, non riuscivano più a farlo proseguire. Il Santo aggiungeva poi: “Dico questo perché se osservate questo, basta”. Questo amore vero basta per tutto. Se c’è amore vero del prossimo, non solo simpatia, abbiamo tutto, poiché il Signore ci tiene quasi di più che abbiamo amore al prossimo che verso Lui stesso. “Questo è il mio precetto: che vi amiate vicendevolmente”. È il mio precetto - disse - come se non ce ne fossero altri. Vedete l’importanza dell’amore fraterno!».[7]

È risaputo quanto l’Allamano si impegnasse perché nelle sue comunità missionarie fiorisse la carità fraterna. Lui stesso usava una terminologia simbolica e delicata per indicare il vertice dell’ideale da raggiungere. Con i missionari insisteva: «Dobbiamo avere il fiore, il succo della carità: dobbiamo andare agli eccessi...».[8] E alle missionarie: «So che c’è carità qui dentro, ma sapete in che cosa consiste il fiore della carità? Non consiste nel dire “si” ad una sorella, ma nel dire un “si” con garbo; non consiste solo nel fare un piacere ad una compagna, ma nel farlo volentieri. […]. Nel trattare ci vuole il fiore della carità, non basta avere la virtù in sé, ma bisogna esprimerla in bel modo.».[9] Tanto gli stava a cuore la carità che ebbe persino il coraggio di pronunciare parole che le missionarie non dimenticarono più e trasmisero alle generazioni successive: «Un giorno domandai alla vostra superiora: “Ma c’è proprio la vera carità qua dentro? Pareva d’averle fatto un torto avendo domandato questo! […]. Dal Paradiso manderò dei fulmini (se vedrò che mancate di carità). […]. Ci sia una carità fiorita, che una dia la vita per l’altra».[10]

Sul tema della carità fraterna l’Allamano ammise candidamente di essersi posto sulla stessa onda dell’apostolo S. Giovanni: «Siccome siamo sì labili nei nostri proponimenti, io imito S. Giovanni Evangelista che ripeteva sempre: “Figlioli, amatevi l’un l’altro”».[11] Certamente si rese conto di ripetersi, ma non cessò di insistere. Così parlò durante una novena della Pentecoste: «E la novena la fate bene? […]. Stamattina nella S. Messa nell’Epistola si legge un tratto della prima Epistola di S. Pietro, nella quale si parla molto bene della carità vicendevole. Direte già: “Il sig. Rettore oramai viene vecchio, e come S. Giovanni Evangelista pare non abbia più altre cose da dirci, altro ricordo da lasciarci! Ma stavolta non voglio parlarvi della carità, piuttosto della unione che produce e nello stesso tempo è effetto della carità. Unione vicendevole in una comunità è una gran bella cosa! Tante volte noi ci inganniamo dicendo: “Ah, io voglio bene a tutti!...”. Sì, ma siete proprio uniti? Fate proprio un cuor solo ed un’anima sola?»[12].

Parlando della santità alle missionarie, alle ripetizioni sulla carità di S. Giovanni aggiunse una sua raccomandazione: «S. Giovanni diceva sempre: “Figliolini miei, vogliatevi bene”. Ed io a questo aggiungo: “Fatevi sante”».[13]

 

Non solo carità fraterna

Una domenica del 1908, l’Allamano dedicò tutta la conferenza a S. Giovanni Evangelista, cosa che in genere non faceva. Non si limitò a ricordare l’insistenza sulla carità fraterna, ma trattò pure di altre virtù: «Orbene S. Giovanni Evangelista ci insegna specialmente quattro virtù: la devozione a Gesù Sacramentato - alla SS. Vergine - l’amore alla verginità ed in genere alla castità - l’amor del prossimo». Poi si soffermò a spiegare ognuna di queste virtù.[14]

 

Gesù gli affidò la Madre

Questo aspetto non poteva mancare nell’insegnamento dell’Allamano, tanta era la sua sensibilità verso tutto ciò che riguardava la Madonna. Gli fu logico ricollegarsi al testo di Gv 19, 26-27, dove si narra che Gesù dalla croce affidò a S. Giovanni la cura della Madre: «La caratteristica di questo Santo, sapete, era l’amore alla verginità. Nostro Signore gli voleva più bene che non a tutti gli altri e gli ha dato in custodia la sua Mamma perché amava la castità. E l’amava talmente che nell’ultima cena l’ha fatto sedere lì vicino a lui, cosicché egli ha potuto riposare sul Cuore di Nostro Signore. Più che un riposo era un’estasi».[15]

Anche alle missionarie l’Allamano ricordò il particolare legame tra Gesù e S. Giovanni: «Il Signore morendo affidò a S. Giovanni la Madonna, e non ad altri. “Affidò la Vergine ad un vergine”».[16]

 

NOTE:

[1] Conf. SMC, II, 561.

[2] Conf. SMC, I, 264.

[3] Conf. IMC, II, 459.

[4] Il nome di S. Giovanni Evangelista si trova 21 volte nelle conferenze ai missionari e 35 in quelle alle missionarie.

[5] Conf. IMC, I, 118; cf. anche: SMC I, 117.

[6] Cf.: Conf. IMC, I, 231, 341, 468, 469; III, 397; Conf. SMC, I, 158, 160; II, 110, 643, 647, 648; III, 29.

[7] Conf. SMC, II, 611-612.

[8] Conf. IMC, III, 398; cf. anche: III, 584.

[9] Conf. SMC, III, 430-431; cf. anche: I, 77; III, 259, 529.

[10] Conf. SMC, I, 317.

[11] Conf. IMC, III, 331.

[12] Conf. IMC, III, 580; cf. anche: III, 19, 331, 584, 721.

[13] Conf. SMC, II, 519; cf. anche: II, 523; I, 318.

[14] Conf. IMC, I, 283-284.

[15] Conf. IMC, II, 459; cf. anche: I, 285, 635.

[16] Conf. SMC, II, 561-562.