È praticamente impossibile indicare con esattezza quanto l’Allamano abbia valorizzato la spiritualità di S. Paolo per sé e per educare i suoi figli e figlie alla missione. Nelle sue conversazioni, per stare ai personaggi biblici, dopo il nome di Gesù, della Madonna e di S. Giuseppe, quello di S. Paolo emerge con più evidenza rispetto a tutti gli altri. Non si tratta di fare una statistica, ma solo di percepire l’incidenza dell’apostolo delle genti nella spiritualità dell’Allamano e, di conseguenza, in quella dei Missionari e Missionarie della Consolata. Un modo concreto per percepire tale realtà può essere quello di evidenziare alcuni ambiti dell’identità di S. Paolo e constatare come l’Allamano li abbia incarnati in se stesso e li abbia valorizzati nella sua azione educativa.
Carattere ardente
È questo aspetto della personalità di Paolo che colpì fortemente l’Allamano. Ecco due modi molto efficaci, ma anche curiosi, con cui descriveva il carattere ardente e la passione interiore che spingeva Paolo ad agire: «Aveva tanto ardore per la legge che quando uccidevano S. Stefano, siccome avrebbe solo potuto tirar pietre con due mani, ed era ancora giovane, governò le vesti e così tirò pietre colle mani di tutti».[1] «Prima era terribile a perseguitare, poi terribile a salvare anime».[2]
L’ardore apostolico di Paolo, per l’Allamano, è collegato sì al suo carattere, ma anche e si potrebbe dire soprattutto al suo rapporto di dedizione totale a Gesù, senza compromessi, che emerge fin dall’evento fondamentale, la chiamata sulla via di Damasco.
Sulla via di Damasco
Tra le descrizioni fatte dall’Allamano dello straordinario incontro tra Gesù e Paolo durante il viaggio verso Damasco, merita di essere esaminata quella del 29 giugno 1913, perché esprime in modo efficace il suo pensiero circa la ricchezza interiore di Paolo: «Vedete lo zelo, era zelo cattivo, ma “lo feci per ignoranza...” [diceva Paolo], credeva di fare del bene. E quando S. Stefano fu ucciso, i Cristiani sono scappati, ed egli si fece dare lettere commendatizie per Damasco. […]. Ma ha fatto i conti senza l’oste. Era un carattere ardente, focoso, e giunto nella via un lampo dal cielo lo gettò a terra, ed il Signore gli dice: “Saulo, Saulo... perché mi perseguiti?” “Chi sei o Signore?” - “Io sono quel Gesù che tu perseguiti”. Allora egli rispose quelle belle parole: “Signore, che cosa vuoi che faccia? - Sì, o Signore, mi metto [nelle tue mani] addirittura tutto intero! Ma il Signore non glielo ha voluto dire: “Va là in Damasco e ti sarà detto”».
Dopo avere descritto la titubanza di Anania, l’Allamano continuò riportando la previsione di Gesù riguardo il futuro di Paolo: «Questo è per me un vaso di elezione, che porterà il mio Nome alle Genti”. Perché aveva energia il Signore ha detto: “Mi servo di questa energia, di questa buona volontà”. E allora S. Paolo assicurò: “Non presi consiglio dalla carne né dal sangue [oggi è tradotto: “senza consultare nessun uomo”], non andò a salutare i parenti!... “Non presi consiglio”, ma mi son dato tutto con grande ardore!».[3]
Si è preparato alla missione
La preparazione alla missione era la priorità dell’Allamano, perché mirava alla qualità prima che al numero dei suoi missionari. Precisamente su questo aspetto il comportamento di Paolo veniva a proposito. Fin dall’inizio l’Allamano lo segnalò come modello di preparazione alla missione. Ecco che cosa diceva ai primi quattro durante gli esercizi spirituali nell’aprile del 1902, nella meditazione sulla “vita apostolica”: «Desiderio quindi delle missioni, ma insieme timore di non essere idonei, e costanza nell’esercizio delle virtù e nello studio... S. Paolo che ebbe la vocazione all’apostolato così certa e miracolosa “porterai il mio nome alle genti”, sebbene avesse già fatti ottimi studi, prima di accingersi a salvare gli altri si ritirò per due anni nell’Arabia e solo dopo...».[4] I puntini indicano che il discorso successivo era chiaro per gli ascoltatori: solo dopo essersi preparato, Paolo iniziò l’attività apostolica!
È evidente che l’Allamano ammirò la saggezza di Paolo di non iniziare subito a operare. Sembra quasi che volesse insinuare che è proprio questo lungo tempo di preparazione, trascorso nella meditazione e nella preghiera, che spiega la successiva sapienza dimostrata da Paolo. Prima di parlare di Gesù, Paolo si impegnò a conoscerlo in profondità.
Le virtù apostoliche
S. Paolo è maestro e modello di ogni missionario. Questa era la convinzione dell’Allamano. Affermava infatti che «S. Paolo è il vero tipo dell’apostolo»;[5] o, più specificamente: «il vero tipo del missionario».[6] Il 29 giugno 1916, l’Allamano tenne la sua conversazione quasi tutta su S. Paolo, introducendosi così: «Quali virtù principali dobbiamo ammirare in S. Paolo? Eh... tutte. Ma vediamo specialmente quelle che devono formare un apostolo. E queste virtù sono tre; primo: un vivissimo amore a Nostro Signore Gesù Cristo; poi uno zelo ardente per la salute delle anime; e quindi una grande umiltà. Se non avesse avuto umiltà avrebbe lavorato invano».[7] E alle missionarie identico discorso: «S. Paolo aveva tre virtù principali: 1° amore sviscerato verso Nostro Signore; 2° zelo ardente per la salute delle anime; 3° umiltà. Ah, con solo i due zelo e amore senza umiltà, non si fa niente».[8] Poi si soffermò ad illustrare una per una le tre virtù.
Prima virtù apostolica: “Amore ardente per Gesù”. Oltre alla prontezza e totalità nel rispondere alla vocazione, c’è un altro aspetto che interessava all’Allamano nel rapporto di Paolo con Gesù. Ecco le sue parole: «L’amore ardente che aveva al Signore! Nelle sue lettere nomina Gesù almeno 300 volte!».[9] Anche alle missionarie fece un discorso analogo: «S. Paolo [diceva] che l’Eterno Padre ha dato un nome al suo Divin Figlio al quale terra, Cielo, abisso s’inchinano e che ogni lingua deve proclamare il bel nome di Gesù».[10]
È curioso notare che l’Allamano citò altre volte questa abitudine di Paolo di nominare Gesù nelle sue lettere; solo che il numero riportato non era sempre lo stesso. In qualche caso si accontentava di dire: «Ad ogni momento [S. Paolo] nominava Gesù nelle sue lettere».[11] Oppure: «Tutti i momenti nelle epistole nominava Nostro Signore. Lo nominava con gusto, si vedeva che per lui era tutto… Diceva: Non sono mica io che vivo, io sono un fantasma, è Gesù che vive in me…».[12]
In certi casi, forse preso dall’entusiasmo, l’Allamano indicava numeri differenti. Per esempio: «Vi è noto l’affetto di S. Paolo per Gesù: nelle sue lettere lo nomina più di 500 volte, tanto ne gode…».[13] Oppure: «E S. Paolo? […]. Egli, come vi ho detto già altre volte, solo nelle sue lettere nomina Nostro Signore espressamente 243 volte. […]. Perciò anche qui S. Paolo è un grande amante di Nostro Signore e diceva: “La carità di Cristo ci spinge”; per nessun altro motivo egli lavorava tanto, e “mi sono fatto tutto a tutti”».[14]
All’Allamano interessava far notare l’amore di Paolo per Gesù, come emerge dalle sue lettere, più che il numero esatto delle volte in cui lo nominava. Illustra bene questa sua convinzione la frase riportata sopra: «Lo nominava con gusto!».
L’Allamano descrisse l’amore ardente di Paolo per Gesù con diverse altre espressioni.[15] La più significativa è quella detta ai ragazzi quando assegnò S. Paolo come patrono del seminario minore: «Carattere di questo apostolo fu l’amore sviscerato per Nostro Signore Gesù Cristo, per cui ogni cosa teneva come fango pur di essere di Gesù Cristo e di salvargli delle anime»[16]
Seconda virtù apostolica: “Zelo ardente per le anime”. Questa virtù di Paolo era spiegata e proposta con entusiasmo: «E poi riguardo allo zelo: basta leggere per sentire tutto l’amore che aveva per la conversione degli ebrei. “Vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli!” (Rm 9,3). Lo zelo che aveva per loro, lo spingeva a dare non solo la vita, ma a dare anche tutte le consolazioni di Nostro Signore per loro, per i suoi fratelli. E poi: “La carità di Nostro Signore ci spinge”. È l’amore che non mi dà tregua: proprio l’amore di Nostro Signore lo spingeva a farsi tutto a tutti, convinto di essere debitore a tutte le genti. E perciò desiderava sempre di spargere la fede altrove. E così scriveva ai Romani: “Anche a voi sono debitore”. Ed era zelantissimo di poter convertire proprio “tutto il mondo”! Questo è il suo grande amore per le anime».[17]
Un temine che ricorreva spesso sulla bocca dell’Allamano per indicare l’entusiasmo con cui uno deve impegnarsi nel servizio missionario era “ardore”. A volte lo usò al posto di “zelo” anche in riferimento a S. Paolo: «E per le anime? Oh, S. Paolo per le anime voleva persino essere anatema per convertirle. Il Signore gli aveva messo un grande ardore di carità. “La carità di Cristo” lo spingeva; voleva andare dappertutto».[18]
Terza virtù apostolica: “Grande umiltà”. L’umiltà per l’Allamano era il clima in cui S. Paolo si muoveva nei confronti del Signore e della Chiesa. Si domandava: «Come va che S. Paolo dice “Io sono il primo tra i peccatori? Sarebbe già molto se avesse detto “ero”, perché persecutore, ecc., sebbene scusato dall’ignoranza; ma dice “sono”, sono ora il primo dei peccatori? Eppure non è una menzogna, e S. Paolo dice la verità. La spiegazione cerchiamola nell’umiltà del santo apostolo».[19]
Altra volta spiegò l’umiltà di S. Paolo con queste parole: «Ma tutto questo [cioè: amore e zelo] dipende dall’umiltà. Si diceva “indegno di essere chiamato apostolo” per aver perseguitato la Chiesa. E se qualche volta era costretto a chiamarsi apostolo lo faceva soltanto per puro zelo, quando dovette lottare molto. E poi nonostante tutte le cose straordinarie che operava in lui il Signore, diceva: sono un nulla! L’umiltà è quella che fa fare tutto bene, per amor di Dio, amore sviscerato verso Nostro Signore, e per amore delle anime. Era umilissimo in mezzo alla gloria: “una volta sono stato lapidato”, poi in mare, poi nei pericoli, poi [le opposizioni] da parte dei falsi fratelli, e le rivelazioni, ecc... E lui guidato dallo Spirito di Dio tirava dritto, e non badava ai giudizi umani. […]. E sapete che cosa vuol dire? Anche dopo essere stato calunniato, anche dopo tante fatiche, diventò un così grande apostolo, perché era umile e non si gloriava di sé».[20]
Parlando alle missionarie ritornò allo stesso tema dicendo: «[S. Paolo] tutto voleva fare, ma si teneva sempre in umiltà; si sottoscriveva “Paolo schiavo di Nostro Signore Gesù Cristo; si chiamava il minimo degli Apostoli. […]. L’umiltà è quella virtù che custodisce tutte le altre. Il Signore se vede un’anima umile se ne compiace e versa le sue grazie su di essa».[21]
Modello di “tutte le virtù”
Non furono proposte all’imitazione soltanto tre virtù “apostoliche” di S. Paolo. L’Allamano compose un lungo elenco di altre virtù. C’è un’affermazione di carattere generale, quasi una premessa, preparata per l’incontro del 29 giugno 1917: «Se consideriamo bene la vita di S. Paolo, troviamo tutte le virtù esercitate in grado eroico. [...]. Quasi ogni virtù ci pare la principale e caratteristica. Esaminiamo: nel Santo risplende la povertà..., la castità..., la mortificazione..., l’umiltà..., la pazienza..., lo spirito d’orazione».[22]
Dato il peso della personalità di S. Paolo nel pensiero dell’Allamano, merita dare uno sguardo almeno di sfuggita ad ognuna delle virtù citate. La “povertà”, anzitutto, non isolata, ma unita al lavoro: «[S. Paolo] diceva: quando uno ha un pezzo di pane per non morire di fame e uno straccio per coprirsi, deve essere contento… E lavorava, diceva che voleva mantenersi col lavoro delle sue mani, non voleva essere di peso a nessuno».[23] Che l’Allamano fosse convinto di questa caratteristica di S. Paolo, lo prova il fatto che l’ha inserita addirittura nelle Costituzioni. Così spiegava parlando della virtù della povertà: «Ecco cosa dicono le Costituzioni: “Ad imitazione dell’apostolo S. Paolo che si procacciava il vitto col lavoro delle sue mani, i Missionari tenderanno anche ai lavori manuali” […]».[24]E concludeva: «Guai se andiamo a cercare laggiù quello che abbiamo abbandonato qui».[25]
La “castità”. L’Allamano si rifece all’esempio di Paolo per convincere che non c’era da scoraggiarsi per le difficoltà. Sembra che volesse dire: se uno come lui dovette vincersi, non c’è da perdere la pace di fronte a certi tipi di tentazioni: «[S. Paolo] era vergine e voleva che tutti fossero come lui e con tutto ciò aveva delle tentazioni, ma mediante la lotta si fortificava nella virtù… Oh, Signore, liberatemi da queste cose! E ne riceveva in risposa: “Ti basti la mia grazia”».[26] «[...] Dunque questo è per nostra consolazione, perché non bisogna che ci scoraggiamo, non bisogna scoraggiarsi per le tentazioni».[27]
La “mortificazione”, o fortezza nelle sofferenze. Parlando della formazione all’apostolato, ecco un’efficace esemplificazione delle difficoltà incontrate da S. Paolo: «Quando penso a S. Paolo, alla sua fermezza!... era un uomo energico, ne pensavano tutti male e quasi persino S. Pietro, venne in contraddizione con Barnaba e guardate come il Signore l’ha trattato. Non si legge mai che sia disceso a consolarlo, se non quella volta che egli salì al cielo, e lo faceva passare per tribolazioni d’ogni genere. E fu due anni a Roma prigioniero, legato con un altro prigioniero. E non era perder tempo con tanto lavoro che aveva da fare? Il Signore non aveva bisogno che corresse tanto, gli bastava che facesse la sua volontà».[28] «Diceva: io sono crocifisso con Nostro Signore».[29] «Gli esempi di S. Paolo sono un rimprovero alla nostra eccessiva sensibilità, al poco nostro amore di patire, alla nostra facilità di disanimarci nello zelo, specialmente quando non ci vediamo corrisposti nelle nostre fatiche. Non così fecero sull’esempio del Santo i missionari di ogni tempo...».[30] «S. Paolo diceva: “Io faccio quel che manca alla Passione”. Il Signore ha fatto tutto e noi usufruiamo dei suoi meriti, ma vuole che facciamo anche noi la nostra parte. […] Il Signore non ha detto a S. Paolo quanto amore doveva avere per Lui, ma quanto doveva patire».[31]
La “pazienza” costante in tutto. Nelle parole dell’Allamano si sente riecheggiare l’esperienza di Paolo, come lui la immaginava e che riproponeva con parole sue: «[S. Paolo] diceva: “Quando ho infermità di corpo o di spirito, mi godo delle mie miserie. Ho male, ebbene son contento… In tutte le angustie, in tutto, io sto tranquillo”».[32] Commentando 2Cor 6,3ss., dove S. Paolo fa l’elenco delle tribolazioni che dovette superare con fermezza e pazienza, per non dare scandalo a nessuno e perché non fosse biasimato il suo ministero, l’Allamano spiegava: «Prima virtù del vero ministro di Dio è la pazienza, ma pazienza eroica, costante, in tutto. […]. Vedete l’importanza e la necessità della virtù della pazienza nel missionario. L’esperienza lo prova; e secondo la maggior o minor pazienza vengono le conversioni tra i pagani».[33]
Lo “spirito di preghiera”. La spiegazione di questo punto iniziò con una domanda: «Lo spirito di orazione e di contemplazione [S. Paolo] l’aveva?».[34] Questa fu la breve e precisa risposta: «La sua conversazione era sempre in cielo. Faceva sempre meditazione”».[35] Soggiungeva ancora, per dimostrare che per Paolo la preghiera dava un senso a tutta la vita: «S. Paolo diceva: Tutto ciò che fate con la parola e col le opere, rendete grazie a Dio. […]. Due cose bisogna fare: 1°. riferire ogni cosa al Signore; 2°. Ringraziarlo del beneficio».[36] E ancora: «S. Paolo dice che bisogna pregare in tutti i posti, non solo in chiesa, dappertutto; poi dice che bisogna pregare sempre… Oh! Anche mentre dormiamo? […]. Si fa così: ci si addormenta pregando».[37]
C’è da aggiungere che, oltre a queste elencate espressamente nell’incontro citato sopra, l’Allamano accennò ad altre virtù di Paolo, quali: l’adesione costante e coraggiosa alla volontà di Dio;[38] la fede incrollabile da vivere e annunciare con coraggio;[39] lo spirito di letizia nel Signore.[40]
Due raccomandazioni
Sul piano pratico sono da aggiungere queste due raccomandazioni: seguire le orme dell’apostolo sul cammino di santità; leggere e studiare le sue lettere.
Prima raccomandazione: a partire dal testo di 1Ts 4,3, l’Allamano enunciò un principio base: «S. Paolo diceva ai cristiani di Tessalonica: “È volontà di Dio che tutti siate santi”».[41] Già in precedenza aveva preso lo spunto dalla stessa lettera per precisare di quale santità si tratta: «Oggi [domenica, 4 marzo 1917] nella lettera ai Tessalonicesi, [S. Paolo] prega e scongiura di santificarsi, dicendo che questa è la volontà di Dio: “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione”. Ma non in qualsiasi modo, di una santità solo esterna, e con i mezzi diversi da quelli da lui loro insegnati. Seguendo e praticando quanto aveva insegnato ed i precetti che loro aveva dato da parte di Nostro Signore Gesù Cristo: “Sapete quali precetti vi ho dato a nome del Signore Gesù”».[42] Parlando alle missionarie, l’Allamano non si accontentò di enunciare il principio, ma lo rinserì nella loro situazione concreta: «Dunque: […] farmi santa non a mio capriccio, non come una Cappuccina, ma come una religiosa missionaria. Altre sono chiamate ad altra perfezione e si faranno sante in altro modo, ma noi dobbiamo farci sante con i mezzi che ci dà il Signore qui, poiché il Signore si contenta di quei mezzi; e basta per noi».[43]
Gli incoraggiamenti dell’Allamano ad impegnarsi per la santità, in collegamento al pensiero di S. Paolo, sono numerosissimi e prendono in considerazione diversi aspetti.[44] Una sintesi è possibile trovarla in questa sua domanda: «Possiamo noi dire […] con S. Paolo: vivo io, non sono più io che vivo, ma vive in me Gesù Cristo?».[45]
Seconda raccomandazione: nell’incontro del 16 novembre 1913, prima di trattare il tema che si era proposto, l'Allamano uscì in questa esclamazione a commento del breve componimento in inglese fatto da un allievo sulla prima lettura della Messa: «E sì! San Paolo è sempre San Paolo e dà una vita la parola di San Paolo!».[46] Da quanto e come ne parlava, risulta evidente che l’Allamano conosceva bene S. Paolo e che le sue lettere gli erano familiari. Non stupisce che più di una volta abbia insistito perché anche i suoi giovani se ne impossessassero e ne diventassero lettori abituali.
Diceva ai seminaristi missionari: «S. Paolo bisogna leggerlo sovente: digerirlo, studiarlo bene. Io non avevo la fortuna che avete voi che lo studiate quasi tutto: io ho studiato l’Epistola H ebrei[47] come chierico; le altre le ho dovute studiare da me. Vi raccomando di meditare bene tutta la S. Scrittura […], ma soprattutto vi raccomando le lettere di S. Paolo e le altre apostoliche. Lì sopra si forma il vero carattere del missionario, esso dà uno spirito forte e robusto. Fate questa cura. Ascoltate il consiglio di S. Giovanni Crisostomo che dice che si è formato su S. Paolo, e difatti lo aveva digerito bene, e le sue opere ne sono piene».[48]
Commentando il testo di 1Cor 4, 3-5, l’Allamano fece questa conclusione: « Guardate com’è bello questo pezzo! Prendete affezione a queste lettere di S. Paolo; sono energiche, belle».[49] Quanto disse ai ragazzi del piccolo seminario affidando S. Paolo come patrono è attuale: «Dallo studio del Santo negli Atti degli Apostoli e nelle sue 14 lettere imparerete il vero zelo per farvi santi voi, e quindi salvare tante anime».[50] «Voi avete bisogno di imitare S. Paolo; leggetele volentieri le sue lettere: sono una miniera».[51]
NOTE:
[1] Conf. IMC, I, 574; cf. anche: I, 556; Conf. SMC, II, 235
[2] Conf. IMC, I, 574.
[3] Conf. IMC, I, 574-575; cf. anche: I, 556; II, 23; III, 90; Conf. SMC, I, 477; II, 64, 407; III, 291.
[4] Conf. IMC, I, 27; cfr. anche II, 402 - 403.
[5] Conf. SMC, I, 391.
[6] Conf. SMC, I, 393.
[7] Conf. IMC, II, 618.
[8] Conf. SMC, I, 391; cfr. anche: I, 389.
[9] Conf. IMC, I, 575. Indubbiamente l’Allamano, pur senza dirlo, attinse questa riflessione da Santa Teresa d’Avila, come verrà espressamente detto quando si parlerà della santa.
[10] Conf. SMC, I, 254.
[11] Conf. MC, II, 294.
[12] Conf. SMC, II, 104; cf. anche: II, 432.
[13] Conf. IMC, I, 434; cf. anche: Conf. SMC, I, 143.
[14] Conf. IMC, II, 330; cf. anche: I, 244; Conf. SMC, I, 58.
[15] Cf. Conf. SMC, I, 143; II, 10, 12, 103, 105, 294.
[16] Conf. IMC, II, 403.
[17] Conf. IMC, II, 619.
[18] Conf. SMC, I, 390; cf. anche: I, 143; Conf. IMC, I, 575.
[19] Conf. IMC, I, 253.
[20] Conf. IMC, II, 619.
[21] Conf. SMC, I, 390.
[22] Conf. IMC, III, 115.
[23] Conf. SMC, II, 104; cf. anche: I, 165, 167, 169; II, 370; Conf. IMC, I, 519; III, 465.
[24] Conf. IMC, I, 523.
[25] Conf. SMC, III, 191.
[26] Conf. SMC, II, 104; cf. anche II, 241, 258; III, 103;Conf. IMC, I, 534.
[27] Conf. IMC, II, 222; cf. anche II, 217; Conf. SMC, II, 528.
[28] Conf. IMC, III, 696; cf. anche: I, 262, 421 - 422.
[29] Conf. SMC, II, 653.
[30] Conf. IMC, III, 636-637; cf. anche: Conf. SMC, II, 377 378.
[31] Conf. SMC, II, 547, 548; cf. Anche: II,551; III, 225, 504.
[32] Conf. SMC, II, 104.
[33] Conf. IMC, III, 293; cf. anche: Conf. SMC, II, 511; III, 243.
[34] Conf. SMC, II, 104.
[35] Conf. SMC, II, 104.
[36] Conf. SMC, I, 308; cf. anche SMC, I, 341.
[37] Conf. SMC, III, 170; cf. anche: SMC, III, 297.
[38] Cf. Conf. SMC, II, 246; cf. anche: II, 271, 273, 408, 412; III, 80; Conf. IMC, II, 24-25.
[39] Cf. Conf. IMC, I, 329; II, 246, 391; Conf. SMC, I, 118, 205; II, 414, 430; III, 108.
[40] cf. Conf. SMC, III, 231; cf. anche: II, 238.
[41] Conf. SMC, III, 91, 96.
[42] Conf. SMC, II, 32.
[43] Conf. SMC, II, 35.
[44] Per esempio, cf.: Conf. SMC, II, 498-499, 571; III, 39, 145, 204, 291; Conf. IMC, III, 327.
[45] Conf. SMC, II, 657.
[46] Conf. IMC, I, 617.
[47] Allora si riteneva comunemente che l’autore dell’Epistola agli Ebrei fosse S. Paolo.
[48] Conf. IMC, III, 383; cf. anche: III, 465
[49] Conf. SMC, II, 450.
[50] Conf. IMC, II, 403.
[51] Conf. SMC, III, 439.
