S. Giuseppe Cafasso era fratello di Marianna Cafasso, mamma di Giuseppe Allamano, il quale ne promosse la causa di beatificazione. Dello zio, l’Allamano curò due biografie: quella scritta dal canonico Giacomo Colombero (pubblicata nel 1895); e quella scritta dall’abate Nicolis di Robilant (uscita postuma nel 1912); inoltre ne pubblicò, in due volumi distinti, le meditazioni e le istruzioni tenute durante gli esercizi spirituali (1892-1893).

Il Cafasso nacque il 15 gennaio 1811 a Castelnuovo d’Asti da una modesta e religiosa famiglia di contadini. Frequentò le scuole elementari al paese. Compiuti gli studi nel seminario diocesano di Chieri (Torino), venne ordinato sacerdote a soli 22 anni. Nel 1836, fu chiamato dal teologo Luigi Guala a coadiuvarlo nella direzione del Convitto Ecclesiastico, di cui è considerato confondatore, per la formazione dei giovani sacerdoti della diocesi di Torino. Divenne rettore del Convitto e maestro di teologia morale, di indirizzo alfonsiano, dal 1848 fino alla morte. Educò alla spiritualità e all’apostolato innumerevoli schiere di sacerdoti tra cui S. Giovanni Bosco. Fu zelante in ogni opera apostolica, e si distinse come confessore e predicatore di esercizi spirituali al clero e al popolo. Fu consolatore dei carcerati e dei condannati a morte, tanto da essere popolarmente chiamato il “prete della forca”. Consigliere ricercato da persone di ogni ceto, ispiratore e sostenitore di istituzioni religiose. Esempio luminoso di speranza cristiana e predicatore infaticabile della misericordia divina. Morì a Torino il 23 giugno 1860 all’età di soli 49 anni. Beatificato il 3 maggio 1925 da Pio XI, fu canonizzato il 22 giugno 1947 da Pio XII.

È attraente, ma molto arduo, dire in breve il rapporto tra l’Allamano e lo zio materno Giuseppe Cafasso. Pu avendolo incontrato una sola volta da bambino a Castelnuovo, ne seppe scoprire la grandezza in un graduale cammino di studio e di riflessione, fin da quando era in seminario. Sono incalcolabili i riferimenti alla vita e alla spiritualità del Cafasso durante gli incontri formativi dell’Allamano con i suoi giovani.[1] Assorbì la spiritualità del Cafasso, interpretandola e facendola propria. Non per nulla fu definito da molti testimoni “Il Cafasso redivivo”. Lo stesso Sommo Pontefice Pio XI, nella lettera gratulatoria per il 50° di sacerdozio, accennò a questa relazione tra zio e nipote: «In te infatti, pare abbia lasciato erede del suo spirito l’illustre zio Giuseppe Cafasso [...]».[2]

Anche il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’udienza generale del 30 giugno 2010, parlando del Cafasso non dimenticò l’Allamano: «Giuseppe Cafasso […] è il terzo di quattro figli. L’ultima, la sorella Marianna, sarà la mamma del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata».

 

Le principali virtù del Cafasso

Il Cafasso influì in modo decisivo non solo nella spiritualità dell’Allamano, ma anche nella sua pedagogia. Fu da lui proposto come modello di innumerevoli virtù. Dopo Gesù, la SS. Vergine, S. Giuseppe e forse S. Paolo, si può affermare con certezza che il Cafasso è il modello proposto con più frequenza dall’Allamano. Volendo elencare qualche virtù, bisogna iniziare dalla speranza, che per l’Allamano era il “distintivo” dello zio, la sua virtù “specialissima”, “eroica”.[3] Affermava: «Quando al venerabile Cafasso dicevano che la porta del Paradiso è stretta, rispondeva, ebbene passeremo uno alla volta».[4] «Possiamo farci santi e non dobbiamo aver paura di sperare molto. Il carattere del Venerabile era la confidenza in Dio. E l’ho deposto anch’io nei processi. Il Signore voleva cancellare per mezzo suo gli ultimi avanzi del Giansenismo e perciò lui aveva questa virtù e ne aveva tanta da infonderla anche negli altri, e l’infondeva anche nei disperati che faceva andare dritti in Paradiso».[5]

Oltre alla confidenza in Dio, l’Allamano indicava altre virtù del Cafasso. Almeno alcune meritano di essere segnalate. Anzitutto l’amor di Dio, che nel concreto significa aderire pienamente alla sua volontà: «Uniformiamoci alla volontà di Dio, non solo in generale, ma nelle circostanze, non un filo, non una parola, non un’opera che non sia per voi [mio Dio]. Quella bella preghiera di don Cafasso: “Non voglio altro che la vostra volontà; via da me ogni altro fine che non siate voi…o che sarei sciocco se buttassi così al vento tutte le mie fatiche…”. Leggetela quella preghiera…C’è oro! Eh, se si dice di cuore!».[6] «Il nostro venerabile scrisse: “Unione di volontà di Dio è quanto dire: volere ciò che Dio vuole, volerlo in quel modo, in quel tempo, in quelle circostanze ch’Egli vuole; e tutto ciò volerlo non per altro se non perché così vuole Dio”».[7]

Dopo l’amor di Dio, l’Allamano segnalava l’amore alla Madonna, che il Cafasso definiva “seconda madre” che ci ama più della prima: «Come pure don Cafasso diceva spesso, specialmente in confessionale, “Ricordatevi che avete anche una seconda Madre, Maria, che vi ama molto più che non la prima; s’intende però che non le prende il posto”. […]. In una madre si ha fiducia, le si vuole bene».[8] «Don Cafasso diceva ai suoi sacerdoti: “Quando andate a predicare, associatevi con la Madonna. Andate a predicare tutti e due, e dite così: Io farò la voce, Tu farai la predica”. Egli diceva che la Madonna era la sua socia. Tra tutti e due facevano tutto. Diceva che l’aiutava a far del bene. Otteneva la grazia, perché la predica si imprimesse nei cuori. Io veramente volevo togliere questa parola “socia”, eppure è lui che l’ha detta».[9]

Altra virtù ancora è lo spirito di preghiera, necessaria specialmente alle persone consacrate e ai sacerdoti: «Il ven. Cafasso diceva: “Mi fan pena i sacerdoti che han troppo da lavorare...”. Se si prega di più, si lavora poi di più, si studierà più in fretta... […]. Ma quando uno si carica di lavoro, per volontà propria, che alla sera si sente stanco e si lamenta di non aver potuto pregare, allora…Possibile che in quei casi ci sia uno zelo così discreto, così puro? […]. Il ven. Cafasso diceva: “Il mestiere delle persone consacrate a Dio è pregare”. Bisogna che siamo persone di orazione, che tutto quel che facciamo l’indirizziamo a Dio».[10]

 

Il vertice dell’intesa: “Fare bene il bene”

Il vertice dell’intesa di spirito tra nipote e zio sta nel principio “fare bene il bene”, aggiungendo “nelle cose ordinarie, con costanza e senza rumore”.

Incominciando dal Cafasso, si deve evidenziare una sua meditazione, riservata all’ultimo giorno degli esercizi spirituali ai sacerdoti, intitolata “Sopra le occupazioni giornaliere”. Eccone alcuni tratti che sicuramente incisero molto nella spiritualità dell’Allamano. Lui stesso lo ammise, quando diceva: «I miei anni sono più pochi, ma fossero pur molti, voglio spenderli in fare il bene e farlo bene; io ho l’idea del Cafasso, che “il bene bisogna farlo bene e non rumorosamente”».[11]

06 giuseppe cafasso 1Parlando delle attività abituali del ministero dei sacerdoti, riferendosi soprattutto a quelli che operano nelle parrocchie, il Cafasso spiegava: «Nemmeno poi è necessario che il sacerdote faccia nel suo stato opere grandi e strepitose per essere un vero e santo ministro evangelico: le opere grandi sono poche, e pochi sono chiamati a farle, ed è alle volte una grande e funesta illusione voler tendere a cose grandi e frattanto si trascurano le comuni, le ordinarie. […] Opere adunque di zelo, di gloria di Dio, e della salute delle anime, ma opere comuni, ordinarie; dico “comuni” non già che siano tali per loro natura, giacché la minima cosa diviene massima quando sia diretta a quel fine, ma le chiamo comuni, per intendere quelle che giornalmente sono alla mano».[12]

La vera fonte d’ispirazione per il Cafasso, come sarà per l’Allamano, è il testo di Mc 7,37: «Ha fatto bene tutte le cose». Nella meditazione il Cafasso approfondì il suo pensiero: «Con ciò però non crediamo che basti per essere un vero sacerdote passare i nostri giorni in azioni tali, io direi che sarebbe il meno: il meglio anzi il tutto sta nel farle bene, di modo che di un sacerdote si possa dire a proporzione quello che dicevasi del figliuol di Dio. Marc. Cap. 7 che “ha fatto bene tutte le cose”».[13] Il Cafasso non si limitò a queste affermazioni, ma proseguì ad indicare che cosa significa fare “bene” le cose ordinarie: «Che cosa adunque si ricerca per farle bene? Io le riduco a due: 1. farle unicamente e puramente per Dio. 2. farle estremamente in un modo che sia degno di quel Dio, per cui le facciamo. Primieramente fare le nostre azioni tutte quante solo per Dio».[14]

L’Allamano si riferì più volte al testo di Mc 7,37 per spiegare in che cosa consiste concretamente la santità per il missionario. Nell’incontro del 3 settembre 1916, spiegò il suo pensiero con queste parole: «Nel santo Vangelo della domenica passata, si racconta il miracolo di Nostro Signore Gesù Cristo, della guarigione di un sordomuto. A questo fatto le turbe meravigliate esclamarono: “ha fatto tutte le cose bene”. Pare che come conseguenza dell’accaduto, dovessero dire: fece cose grandi, miracolose... No, ma: “ha fatto bene ogni cosa”. Con queste parole fecero il miglior elogio, affermando che Gesù non solo nelle cose straordinarie, ma anche nelle ordinarie e comuni faceva tutto bene. Vediamo come veramente Nostro Signore in tutta la sua vita fece bene ogni cosa; per poi vedere se noi pure, imitandolo, facciamo tutto bene».[15]

Come modello di questo atteggiamento, l’Allamano indicava immancabilmente lo zio Cafasso: «Si dice: Stamattina ho fatto la Comunione; ma l’hai fatta bene? […]. Quel che si cerca non è il fare, ma il fare bene. Il nostro venerabile ha fatto pochi miracoli, e ancora non strepitosi, ma ha fatto tutte le cose bene e nello stesso tempo tanta di quella roba che sembra impossibile che un uomo possa far tanto. Il suo detto era questo: “Il bene bisogna farlo bene”».[16]

Tornando da un suo viaggio a Roma, dove si era recato per trattare la causa di beatificazione del Cafasso, l’Allamano riferì compiaciuto parole elogiative udite in Curia, aggiungendo un suo commento personale: «Il Card. Bisleti era entusiasta del nostro venerabile e diceva: “Io non ho mai visto un santo così”. Da ragazzo il venerabile diceva: “Io non voglio farmi un santo da Messa, un santo da Breviario, ma un gran santo”. Ed infatti è stato costante in questo volere per tutta la vita. L’eroismo della sua virtù consiste nella costanza. Non consiste nei miracoli l’eroismo, ma nel farsi violenza, nello star sempre lì fermo nel buon volere, nel non perder tempo: questo è roba nostra. Io ammiro ogni giorno più la vita di quest’uomo, perché non è andato a salti, no, è sempre andato diritto; la sua strada era quella e…avanti; e questo l’ha fatto per tutta la vita. Sempre la stessa fede, lo stesso amor di Dio e del prossimo; sempre prudente, sempre giusto, sempre temperante…non gli manca niente […], lui andava sempre avanti; faceva sempre tutto bene».[17]

Ancora un aspetto importante. L’Allamano non si limitò a indicare il principio del “bene fatto bene”, ma insegnò come viverlo in pratica. Spiegava: «Non è tanto il dire il Rosario che faccia, ma è il dir bene il Rosario; non è tanto lo studiare, ma lo studiare bene; come diceva don Cafasso: “Il bene bisogna farlo bene”, farlo come Dio vuole, per amore di Dio. Per esempio adesso ho da studiare; so che il mio dovere è di stare seduto bene... L’ho fatto bene? Vediamolo! Non ho perduto tempo? L’ho fatto per amore di Dio? Oppure per farmi vedere?».[18]

 

Come passare bene la giornata

Come approfondimento di quanto indicato sopra, l’Allamano proponeva pure i suggerimenti del Cafasso per passare bene la giornata, che consegnava scritti dietro un’immagine. Secondo una testimonianza di Don Bosco, il Cafasso proponeva questi quattro pensieri per passare bene la giornata: «Fare, cioè, ogni cosa come la farebbe lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo; in quel modo in cui vorremmo averla fatta quando ce ne sarà chiesto conto al tribunale di Dio; come se fosse l’ultima di nostra vita, e non se ne avesse altra da compiere».[19]

L’Allamano valorizzava i pensieri del Cafasso per passare bene la giornata, mentre spiegava “come” fare bene il bene. Alle missionarie diceva: «Qual è il modo, i mezzi per fare tutte le cose bene? Vediamo i pensieri del ven. Cafasso per passare bene la giornata. E se si passa bene la giornata, si passano bene anche le settimane, i mesi, gli anni…».[20] Agli allievi missionari, nella stessa occasione, fece un’introduzione simile, ma più vivace: «Per questo basterebbe mettere in pratica i quattro suggerimenti che dà il nostro ven. Cafasso per passare bene la giornata. Li avete tutti scritti? Lo avete tutti questo foglietto (presentando l’immagine del venerabile su cui sono stampati; e poi dandolo ad uno studente): leggi un po’ il primo numero; se si passa bene la giornata; questa compone il mese; il mese bene passato compone l’anno; l’anno bene passato compone la vita. Guardate lì. Per passare bene ogni giornata e quindi passare bene tutta la vita prima cosa [...]».[21]

Ed ecco come illustrava, uno per uno, i quattro pensieri del Cafasso. Primo: «Fare ogni cosa come la farebbe Nostro Signore Gesù Cristo. Vi pare che faremmo sempre tutto bene se pensassimo a questo? Vedete, Nostro Signore Gesù Cristo è venuto su questa terra non solo per redimerci, ma anche per essere nostro modello, nostra guida, nostro specchio. Bisogna che noi ci conformiamo a lui. […]. Interrogatevi ogni tanto: Se vi fosse Nostro Signore Gesù Cristo al mio posto come farebbe? […] Bisogna che ognuno pensi: “Ecco io qua dentro sono proprio l’immagine di Nostro Signore”».[22] «Ora, se Nostro Signore lavora, pensa e parla in me, per mezzo mio, bisogna che, per non fargli fare brutta figura, io parli e operi bene. Dunque, per passar bene e giorno e mese e anno e tutta la vita è fare come faceva Nostro Signore».[23]

Secondo pensiero: «La seconda cosa è: fare le nostre azioni a quel modo che vorremmo averle fatte quando ce ne sarà domandato conto al tribunale di Dio. […]. Quando andiamo in Chiesa, specialmente nella visita, prostriamoci davanti a Gesù Sacramentato e chiediamo che ci giudichi adesso: “[…] Non aspettate allora a giudicarmi; ma giudicatemi adesso che siete Giudice di misericordia”».[24] «Dice l’Imitazione di Cristo: Coloro che in vita si conformano a Gesù Crocifisso, andranno al giudizio con grande fiducia, cioè andranno volentieri al tribunale di Dio. La paura di morire non è mica la morte, ma il timore del giudizio. Quando andiamo alla Comunione […], diciamogli: “O Gesù, giudicatemi adesso e non aspettate a giudicarmi allora!”».[25]

Terzo pensiero: «Veniamo al terzo: Fare ogni cosa come se fosse l’ultima di nostra vita. È quasi come il precedente, tuttavia un po’ di differenza c’è: qui è fare ogni nostra azione come se fosse l’ultima di nostra vita. E non è vero? . […]. Ah se avessimo sempre questo davanti agli occhi! Se potessimo poi dire al punto della nostra morte: “Ho fatto tutto quello che ho potuto”. […]. Muoio tutti i giorni, faccio questa cosa come farei l’ultima cosa di mia vita. Questi pensieri fanno bene».[26] «S. Bernardo si diceva: Bernardo, se avessi adesso da morire, faresti questa o quell’altra azione? Se facessimo anche noi questa interrogazione…».[27]

Quarto pensiero: «E adesso l’ultimo pensiero: fare le cose in maniera, come se non ne avesse a far altra. Ecco, questo sì. Quando facciamo una cosa non pensare ad un’altra; disturbiamo solo la cosa che facciamo».[28] «Il Ven. Cottolengo che presto sarà beatificato, non ha mica fatto tanti miracoli strepitosi; tutto è andato per trovarne due da poterlo beatificare. Ma un portento è stata la sua vita, un miracolo tutta la sua vita. […]. Sulla vostra tomba, quando morirete, bisognerebbe poter scrivere: Ha fatto bene tutte le cose».[29]

 

Senza rumore

Tra i suggerimenti per “fare le cose bene”, c’è da aggiungere anche quello di agire “senza fare rumore”. Il Cafasso, insistendo sulla “ordinarietà” delle occupazioni, prospettava una vita di santità senza strepito e piuttosto riservata: “senza rumore”: «Ecco ciò che forma l’occupazione del giorno dei buoni sacerdoti; niente di straordinario, e di strepitoso; un sacerdote può passare lungo tempo ed anche tutta la vita in sì fatti ministeri senza che il mondo quasi rilevi la sua esistenza, almeno senza che la gente ne faccia encomii e meraviglie; e questo è un pensiero che deve consolare. […]. Vi sono dei santi assai grandi davanti a Dio, che nulla hanno fatto di grande in ordine a Dio: dei santi, la vita dei quali è stata oscura, e nascosta, le cui azioni nulla hanno avuto di strepitoso e di mirabile, né di essi il mondo ha parlato. Erano grandi per la loro santità, ma tutta la loro santità era ristretta in cose piccole. Erano grandi per la loro umiltà, e la loro umiltà li portava sempre ad eleggere gli ultimi impieghi, e le azioni più basse».[30]

L’Allamano colse bene questo aspetto e lo trasmise con tenacia, fino alla fine della vita, applicandolo sia all’organizzazione dell’Istituto e sia allo stile di vita e di apostolato dei missionari e missionarie. Certamente, tenendo conto del suo carattere e della sua spiritualità, si deve riconoscere che gli era spontaneo avere questo atteggiamento di riservatezza e di nascondimento.

I testimoni al processo illustrarono ampiamente con fatti concreti questo suo stile di vita. Esempio evidente è la deposizione del Can. Nicola Baravalle, che era presente al fatto riportato: «Si era alla vigilia della grande ed attesa festa della beatificazione del Cafasso. Le sue reliquie erano state racchiuse in una bellissima maschera rivestita di preziosi indumenti sacerdotali, e si stava per farne il solenne trasporto dall’annesso Convitto al santuario. A questa cerimonia […] la Chiesa dà la massima solennità, concedendo che le reliquie vengano accompagnate col baldacchino e con due incensieri. Presiedeva l’arcivescovo, cui facevano pure corona parecchi vescovi. Il Can. Allamano era il parente più prossimo del Beato, il promotore della causa, il superiore del santuario e del Convitto, e si sarebbe atteso di veder procedere il servo di Dio in tanta gloria rivestito delle divise canonicali, con posto distinto. Invece, il servo di Dio venne con noi del santuario dietro le sacre reliquie, colla sola talare, portando la torcia accesa. Era sofferente, commosso ed esultante, ma nulla traspariva della sua santa esultanza. Si trascinava in modo così penoso, che ad un certo punto dovette appoggiarsi alla torcia che portava, ed io ero in pena che venisse meno. Giunto al santuario, non ebbe posto distinto: si eclissò, e non ricomparve se non dopo la funzione per ringraziare le personalità intervenute alla funzione. Tale, del resto, era il suo proposito, di nascondersi sempre».[31]

L’Allamano aveva dichiarato con sincera convinzione di avere la stessa idea del Cafasso, cioè di voler fare il bene, ma non rumorosamente.[32]

 

NOTE:

[1] Il nome del Cafasso appare 218 volte circa nelle conferenze ai missionari e 184 in quelle alle missionarie. Tuttavia, i richiami indiretti allo zio sono molto più numerosi.

[2] Lettere, IX/2, 163.

[3] Cf. Conf. IMC, I, 455, 457.

[4] Conf. IMC, 458.

[5] Conf. IMC, II, 339; cf anche: I, 156: II, 539.

[6] Conf. IMC, II, 10.

[7] Conf. IMC, III, 254; cf. anche: Conf. SMC, II, 406. 408, 410, 412.

[8] Conf. IMC, I, 397.

[9] Conf. SMC, II, 304.; cf. anche: II, 306; Conf. IMC, II, 594; III, 169.

[10] Conf. SMC, I, 231, cf anche: Conf. IMC, II, 417.

[11] Conf. IMC. I, 116. L’Allamano pronunciò questa specie di “programma di vita” nella conferenza sulla “pietà” del 21 ottobre 1906, quando aveva già compiuto 55 anni ed era nel pieno della sua maturità umana e spirituale.

[12] Lucio Casto [a cura], Giuseppe Cafasso, Esercizi spirituali al clero, Meditazioni, Effetà ed., Torino 2003, 686.

[13] Lucio Casto [a cura], Giuseppe Cafasso, cit., 687.

[14] Lucio Casto [a cura], Giuseppe Cafasso, cit., 688.

[15] Conf. IMC, II, 668.

[16] Conf. SMC, I, 419.

[17] Conf. SMC, III, 216.

[18] Conf. IMC, II, 674.

[19] Luigi Nicolis Di Robilant, S. Giuseppe Cafasso, ed. Santuario della Consolata, Torino 1960, p. 787. Cf. anche: Conf. IMC, II, 669-670; 674-675.

[20] Conf. SMC, I, 419.

[21] Conf. IMC, II, 674.

[22] Conf. IMC, II, 674 - 675.

[23] Conf. SMC, I, 420.

[24] Conf. IMC, II, 676.

[25] Conf. SMC, I, 420.

[26] Conf. IMC, II, 677.

[27] Conf. SMC, I, 421.

[28] Conf. IMC, II, 677.

[29] Conf. SMC, I, 421 – 422.

[30] Lucio Casto (a cura), Giuseppe Cafasso, cit., pp. 686 - 697.

[31] Baravalle Nicola, Deposizione, Processus Informativus, IV, 113 - 114.

[32] Cf. Conf. IMC, I, 116.