Originale autografo…, in AIMC
Mombasa 26 febbraio 1911 N 3b
Amat.mo Sig. Rettore,
Poche ore ci separano da Mombasa ed io pensando che colà non avrò forse agio abbastanza per scriverle, comincio a farlo ora. Se finché fummo nel Mediterraneo potei scriverle che anche lei avrebbe resistito al viaggio, dopo d’allora non oserei più dirlo, benché il viaggio a detta di tutti sia andato sempre bene. Però da Suez in qua il caldo andò sempre crescendo a segno che dopo Gibuti non fu quasi più possibile chiuder occhio la notte in cabina pur tenendo la finestra aperta, quando il mare non era troppo agitato. E non dormendo si capisce che si è rotti, e sfibrati, si mangia a stento e si digerisce peggio: insomma giorno per giorno contavam le ore che ancor ci separavano da Mombasa, per finirla con questa vitaccia insopportabile. Il mar rosso [!] poi non ci volle lasciare senza farci un cattivo saluto. Dopo Gibuti s’andò abbastanza bene per una giornata, ma il dì dopo cominciò dal mattino un ballo insolito, non provato ancora da me. Non che le onde s’alzassero più del solito, ma non era più il loro movimento abituale. Non più quel rincorrersi e poi cozzar tra loro come fanno sempre che il mare è mosso od anche agitatissimo, ma un sollevarsi quasi gonfiate da una forza sottomarina e poi squagliarsi aprendo una voragine. Su tutte le onde poi nascevano e scomparivano dei piccoli coni d’acqua con la punta verso il cielo quasi fossero attirati su da una forza misteriosa, e poi tosto si squagliavano scomparendo coll’inabissarsi delle onde, per tosto ricomparire col rigonfiare delle medesime – Il vento c’era, ma non tanto forte, e ben si vedeva che le onde non si movevano più dalla spinta orizzontale del vento – quasi spazzate dal medesimo come si muovono ordinariamente – ma era un semplice gonfiare e salire su coi coni (quasi cumuli di fieno in un prato di collina) e tosto sprofondare lasciando grandi avvallamenti e voragini. Che quello fosse l’inizio del mal di mare lo compresero tutti, massime le donne che gradatamente scomparvero dal ponte per chiudersi nelle cabine. La nave poi non faceva più i soliti movimenti di beccheggio e di rullio, ma tratto tratto scendeva giù verticalmente quasi le fosse mancata l’acqua sotto, e poi subito con un balzo forte come quello di una palla elastica si riportava al livello delle onde. Il beccheggio ed il rullio sono un semplice dondolamento più o meno sgradito, secondo gli individui, ma per la maggioranza dei passeggieri è un nulla e quasi ci si prende gusto, ma questi improvvisi sprofondamenti e rialzamenti quasi tutta la nave fosse una palla elastica fanno male a tutti, e se non si ha digerito bene sono come tanti pugni sul ventre che lo sconquassano tutto, col solito eccitamento al vomito – Per fortuna io a colazione avevo preso il solo caffè; alle 10 mangiai quasi nulla, e poi alle 11 crescendo quell’incomodo ci gettammo tutti distesi sul rispettivo letto, né ci muovemmo più. Alla cena delle 6 non comparimmo, e di tutto il sesso debole, ci si disse, due sole donne intervennero, ma anch’esse il dì dopo avean la faccia stralunata. Degli uomini solo un terzo tenne fermo, eran quasi tutti gli inglesi, mangiatori insaziabili, che credo tengono sempre il ventre in pressione come una macchina a vapore. Basta dire che li vedete sempre a mangiare; appena alzati alle 7 o alle 8: alle 10 al déjuné, a mezzodì pane e miele o burro; alle 4 pel the con pane, burro ecc. – alle 6 a pranzo; alle 9 altro the con ogni ben di Dio. E mangiano sempre come tanti affamati viri et mulieres… C’è da divertirsi a osservarli.
Tornando a noi la dieta a tutti e tre (ed a me un cichet dell’amaro Boccardo) fece benissimo: gli altri due provaron le nausee, senza però vomitare; io neppur le nausee. Alle 8 precise di sera la nave doppiava il capo Guardafui e fu un vero colpo di scena. Il mare in pochi minuti si spianò come olio e comparve tutto bianco di fosforescenza… una scena incantevole. I coraggiosi che eran sul ponte, scesero di corsa a chiamarci nelle cabine, e noi s’al-zammo tosto senza più alcuna nausea e fino alle 10 godemmo di quello spettacolo indescrivibile. Verso le 9 dandosi a tutti il the, lo presi io pure e poi alle 11 mi rimisi a letto dormendo – al solito delle altre notti – ad intervalli da 5 o 10 minuti per svegliarci ogni volta madidi di sudore. Ma il mal di mare era passato, né più si fe’ sentire.
L’Oceano indiano è sempre molto agitato, ma con quei movimenti di rullio che non disturbano. Oggi però che siamo nella grande insenatura tra il Giuba e Mombasa il mare è relativamente assai calmo, e si gode un venticello refrigerante. Il cielo dell’Oceano Indiano non è più quello dell’Italia né del Mediterraneo: di notte se sereno è molto più chiaro: rassomiglia a quelle nostre notti stellate in giorni di vento, nelle quali le stelle compaiono senza numero e splendono tutte come la Sirio, Venere ecc. Di giorno il Cielo è quasi sempre plumbeo… quasi nessuna nuvola, ma un grigio giallastro uniforme e noioso, quale ci descrivono il cielo dell’India e dei paesi bruciati. Per due giorni fummo sempre in vista della costa somala… tutte collinette pianeggianti, giallastre, senza un albero, salvi pochi tratti in riva al mare – Il giallastro di quelle dune di sabbia si confondeva talmente colla tinta del cielo, che spesso non si riusciva a discernere la sommità delle colline. Dev’es-sere – almeno in riva al mare – tal quale lo descrivono un paese desolato. Non si ha neppur il contrasto di fianchi dirupati nelle colline, che costituirebbero una macchia attraente, ma sempre colline liscie, bianco gialle e liscie come se fossero lavate dall’acqua del mare – Ma è tempo che la finisca con queste descrizioni scarabocchiate colla penna tremante pel traballamento solito che dà il movimento dell’elica: vado in cabina a finir le casse del bagaglio.
Da Mombasa spedirò una cartolina a ciascuno dei Canonici anche onorarii del duomo, ai Superiori del Convitto e poche altre persone.
Mentre pensavamo giungere a Mombasa alle 6 di sera, vi arrivammo alle 3 pom. di domenica. Col visitatore medico arrivò quasi subito Monsignore, un Padre Bianco e Giacomino, coi quali in barca, arrivammo in mezz’ora alla Casa Procura PP. Bianchi, accolti con grande e sincera cordialità dal Superiore. Speravo scriverle lungamente di qui, ma oggi devo andar a pranzo dal Direttore della Coloniale e domani ad una fattoria Inglese. Posdomani mattina partirem per Limuru – La merce spedita con P. Cagliero fu soltanto oggi sdoganata e partita per Limuru – Le mando la relazione di Monsignore sulla visita della Duchessa di Aosta. È bellissima, e ce n’è per 3 N i del periodico. Credo faran bene a cominciarne la pubblicazione al 1° maggio. Per aprile non potrebbero aver pronti i clichè: Poi convien che la relaz.ne sia ritoccata – ben poco però – dalla Comino. I clichè da unire a questa relazione li indico nell’ultimo biglietto a D. Luigi. Scriverò appena giunti a Limuru. Monsignore qui non scrive avendo troppo da fare in Dogana e per provviste – Tanti saluti a tutti della Consolata e Istituto. C. G. C.
P. S.
Le spediamo alle Sorelle Perlo a mezzo «Piemonte» 3 tonellate caffè, delle quali non si cominci la vendita che dopo mia lettera. Ora lo tolgano tutto dalla dogana e dazio e lo mettano alla Consolatina.
