Minuta originale autografa, datata da G. Allamano…, in AIMC

10 Sett. 1916 Promemoria

sui tentativi fatti per l’entrata dei missionari della Consolata nella Prefettura Ap. del Kaffa

(2 copie)

1913

Appena nominato il Prefetto Ap.co del Kaffa, Mons. Barlassina (8 maggio 1913), scrivemmo da Torino al Regio Console Italiano ad Addis Abeba, Conte Colli di Felizzano, pregandolo di ottenerci dal Governo Abissino il permesso d’entrata nel Kaffa al Neo-Prefetto Ap.co. Non ebbimo risposta, ma venuto poco dopo in Italia il Conte Colli gli parlammo in Torino, sollecitando quella pratica. Promise di farlo, ma ci parve intravedere poca sincerità nella promessa: sospetto in cui ci confermarono le informazioni avute più tardi sul passato di quella persona.

Tornato il Console in sua sede ripetemmo le sollecitazioni ottenendo infine per risposta che a suo avviso il momento non era propizio a quel tentativo. Così passò il 1913 senza che nulla ottenessimo.

1914-1915

Frattanto essendo venuto in Italia Mons. Barlassina, S. E. Mons. Perlo ci fece sapere che carovane di mercanti non solo neri ma anche bianchi entravano liberamente nell’Abissinia e ne tornavano fino al Kenia.

Allora colla nostra approvazione egli organizzò una carovana con 3 missionari, i quali partiti dal Kenia il 20 novembre 1914 arrivarono in gennaio 1915 a Moyale (grande mercato con presidio inglese) sul confine anglo abissino. Di qui i nostri attaccarono relazio[ni] coi vicini Capi abissini e col consenso di questi avanzarono fino a Burgi: un centro importante nella Prefettura del Kaffa, ove s’installarono e stettero tranquilli per 5 mesi, benevisi dalla popolazione cui prestavano cure mediche, mentre essi attendevano ad imparare le lingua locale per passare presto ad opere di apostolato.

Ma ecco che in luglio 1915 per gelosie tra due Capi abissini, pretendenti entrambi il dominio su Burgi, i missionari sono arrestati e condotti ad Alata. Di ciò informati S. E. Mons. Perlo e Mons. Barlassina, a mezzo del Vice Console Italiano di Nairobi, scrivono al Conte Colli perché faccia liberare i nostri e render loro giustizia. Nel frattempo però questi son liberati, ed il Colli – offeso perché essi fossero colà senza il suo concorso – risponde pretendendo che i nostri escano dall’Abissinia, senza di che egli non sarebbesi occupato a regolare la loro posizione. Fu una pretesa inesplicabile, prepotente (che dominio aveva il Console sull’Abissinia?) e disonorante il nome italiano; ma i nostri preferirono obbedire, e tornarono nel novembre 1915 a Moyale, in attesa del permesso – che però mai non venne.

1916

Frattanto Mons. Barlassina non cessava d’insistere presso il Colli perché si muovesse, ed anche di qui si facevano pressioni al Ministero perché l’obbligassero a muoversi, tanto che egli non sapendo come liberarsene scrisse invitando Mons. Barlassina ad Addis Abeba per spiegare gli scopi dell’opera sua nel Kaffa. Gli si rispose che gli scopi nostri eran notorii al Console, e che se solo per questo, il viaggio era inutile, ed anche pericoloso, perché l’ingresso d’un nuovo Vicario Ap.co nella capitale dell’Abissinia avrebbe dato l’allarme al Clero scismatico. Insistendo però il Colli su quest’andata – che avea il solo scopo evidente di trascinare le cose per le lunghe – S. E. Mons. Perlo e Mons. Barlassina si rivolsero al Governatore della Somalia, Senatore De Martino, facendogli presente l’impulso che da missioni italiane nel sud dell’Abissinia sarebbe naturalmente derivato agli scambi commerciali tra Abissinia e Somalia. Il Governatore, compresa l’importanza della cosa, si recò espressamente a Mombasa per conferire coi nostri, e gli accordi conclusi furono che dovendo egli venire a Roma, avrebbe fatto 3 proposte al Ministero, perché questi obbligasse il Colli a darvi esecuzione. Queste proposte le seppimo solo da una lettera di Mons. Perlo arrivataci il 5 corr.te mese, nella quale ci scrive:

«Il nostro piano era: 1° ottenerci permesso puro e semplice come missionari; 2° ottenerci permesso per missione mista (missione e scuole arti e mestieri e commercio); 3° come ultimo appiglio, e subordinato all’appro-vazione di Roma e di Torino, ottenerci di stabilirci come una società commerciale».

Monsignor Perlo ci soggiunge poscia in confidenza «nelle nostre intenzioni la società commerciale sarebbe solo cosa nominale, una lustra o polvere negli occhi, poiché potremo benissimo, dopo ottenuto tanto di patenti e permessi, commerciare un bel nulla… e frattanto piantar le radici di una missione. S’intende poi sempre ben chiaro che ciò è condizionato dal beneplacito della S. Propaganda, e di loro Superiori, che dovrebbero poi fornirci i capitali».

Quel che abbia fatto il Senatore De Martino, venuto quest’estate a Roma, noi non seppimo mai, fino a quando il nostro Procuratore Don Barlassina ci accennò in questi giorni aver quegli domandato pure et sempliciter una società commerciale x x e da stabilirsi in località che sarebbero fuori della Prefettura del Kaffa.

Questa seconda domanda ci riesce affatto nuova e ci sembra trovar soltanto spiegazione nel fatto che al Governatore della Somalia interesserebbe far impiantare quella società più in prossimità dei confini Somali, i quali troppo distano dai limiti della Prefettura del Kaffa.

È poi da notare che stante la censura inglese Mons. Perlo dovette scriverci molto velatamente, perché si sarebbe compromesso col Governo inglese scrivendo che intendeva deviare alla Somalia italiana quel commercio che gli Inglesi fan di tutto per attirare verso il British East Africa.

Nella stessa lettera suddetta – ricevuta il 5 settembre – S. E. Mons. Perlo ci acclude copia di un telegramma diretto dal Ministero delle Colonie al Vice Console di Nairobi, nel quale lo s’incarica di assicurare Mons. Barlassina che l’opposizione fatta finora al suo ingresso nel Kaffa non è per malanimo verso le missioni cattoliche, ma unicamente pel critico momento politico segnalatogli dal Colli e anche a causa della presente guerra internazionale e poi che lo preghi di differire qualunque passo al riguardo, assicurandolo del[l’]appoggio governativo appena cambiate le cose.

Vogliamo sperare che sia vero, e lo invochiamo dall’aiuto di Dio, mentre più ci credemmo in dovere di far conoscere quanto si fece in questi 4 anni. Né sorprende però sempre il pensare che i missionari francesi (Cappuccini e Lazaristi[)] vivono tranquillamente nell’Abissinia grazie alla protezione del Console francese esplicandovi il loro apostolato.