Copia dattiloscritta…, in Ministero. d. Colonie, III.

Promemoria

[Dicembre] 1917

Sono trascorsi quattro anni dacché fu eretta, il 28 Febbraio 1913, la nuova Prefettura Apostolica del Kaffa, affidata all’Istituto dei missionari della Consolata di Torino; e furono quattro anni di laboriose pratiche e di tentativi per assumerne la gestione senza esservi riusciti.

Appena avvenuta l’erezione, il Superiore dell’Istituto ne diede comunicazione al Regio Console d’Italia in Addis Abeba, Conte Colli di Felizzano, sollecitandone la cooperazione per ottener dal Governo etiopico il permesso d’entrata nel Kaffa al neo-Prefetto apostolico Monsignor Barlassina. La risposta fu che quel passo presentava gravi difficoltà, avuto riguardo alle condizioni politiche dell’Abissinia, e che bisognava soprassedere da ogni tentativo in attesa di tempi migliori. Le stesse insistenze, per aver quel permesso, furono ripetute in varie lettere al Conte Colli durante il 1913 e 1914; le sue risposte però furono sempre identiche: non esser propizie a quel tentativo le condizioni politiche dell’Abissinia.

Vista l’impossibilità d’entrar nel Kaffa come missionari, si studiò il modo di penetrarvi come  mercanti  , cosa che presentavasi possibile poiché, per informazioni prese da Monsignor Perlo, Vicario Apostolico del Kenia, constava in modo certo che negozianti Somali, Greci e Inglesi, senza richiedere alcun permesso ad Addis Abeba, entravano liberamente nell’Abissinia dal sud per la via di Nyeri – Marsabit – Moyale, ed esercitavano su larga scala il commercio – di bestiame specialmente – importandolo nella provincia del Kenia del British East Africa. Si dispose perciò che tre missionari tentassero quella strada in qualità di mercanti, con facoltà di convertire poi sul luogo, e secondo le circostanze, la loro azione commerciale in industriale od agricola, mirando naturalmente a preparar la strada, in tempi migliori, per l’in-gresso di altri loro compagni in veste di veri missionari – Si scelsero a tal uopo il Padre Dalcanton di spiccate attitudini commerciali, e due coadiutori secolari il Signor Caneparo minusiere e meccanico direttore e capo dei diversi laboratorii industriali del Kenia, e il Signor Jeantet agricoltorepastore che dirigeva le coltivazioni della fattoria agricola-pastorizia nella Missione del Kenia.

Ottenuto il necessario permesso dal Governo inglese – e consenziente il ff. di Console italiano a Nairobi, il quale d’altronde non poteva a ciò opporsi e ne informò tosto il Governo di Roma – i tre missionari con numerosa e costosissima carovana partirono da Nyeri alla fine di novembre 1914, e giunsero in gennaio 1915 a Moyale, residenza d’un presidio militare inglese, sul confine anglo-etiopico (39° long. e 3°,5 lat. nord).

In quel punto, dal lato opposto, l’Abissinia tiene pure un presidio militare il cui comandante – forse più per spillar danaro che per altro – fece opposizione al passaggio dei 3 mercanti italiani, per cui questi inviarono al ministro d’Italia ad Addis Abeba la domanda di procurar loro un permesso per entrare e  fermarsi  in Abissinia come mercanti: volendo di fatti far acquisto di muli e di bestiame bovino di cui s’abbisognava al Kenia.

Dopo lunga attesa il permesso venne, ma in termini ambigui dicendo che erano autorizzati a proseguire per Addis Abeba. Ciò non rispondeva al loro scopo, perciò sia essi, sia Monsignor Perlo scrissero di nuovo al Conte Colli domandando un vero permesso di permanenza a scopo commerciale. Durante queste pratiche il Comandante del presidio abissino, ritenendo sufficiente quel primo permesso, lasciò passare i tre mercanti, ed essi avanzando in direzione del lago Regina Margherita, giunsero il 20 giugno 1915 a Burgi, la prima località che per esser situata ad ovest del 38° – limite orientale della Prefettura del Kaffa – faceva parte di essa.

Qui, ottenuta la licenza di fermarsi dal Comandante di Burgi, Ato Malisce, il quale più tardi negò d’averla concessa, si arrestarono in attesa del nuovo permesso del Conte Colli: fermata di cui d’altronde abbisognavano essendo loro mancate le cavalcature per proseguire. In questa breve sosta il Sig. Caneparo ebbe la curiosità di recarsi a visitare la tomba del Ruspoli, prendendone anche la fotografia. Null’altro egli fece; ma tanto bastò perché si spargesse la voce che i neo-venuti avean lo scopo di portar via la salma del Ruspoli, e l’aver preso quella fotografia fu riferito al Ministro d’Italia come se il sacerdote missionario avesse celebrato la messa sulla tomba stessa: cosa assolutamente falsa. Il Sig. Caneparo riprese poscia la via di Moyale per prendervi danaro colà spedito da Monsignor Perlo, mentre i 2 rimasti facendo un po’ da medici – nel che avean ricevuto una qualche istruzione – cominciarono a cattivarsi l’affetto tanto del Capo quanto della popolazione.

Burgi oltrecché dal Capo locale Ato Ma lisce, dipendeva da un Capo superiore, Ato Fenkebò, residente ad Abarrà nel Sidamo. Questi, informato del permesso di fermata dato ai tre italiani da Ato Malisce, col quale nutriva rancori, lo riguardò come un atto di insubordinazione, e senz’altro mandò 4 suoi soldati a Burgi per arrestare il mercante capo, Padre Dalcanton, e condurlo ad Abarrà ove lo tenne prigione per 3 mesi, solo concedendogli di abitare nella casa di un greco, ma con 4 soldati di guardia in permanenza e pena la vita se si allontanava. Ciò avveniva il 29 luglio 1915. Qualche giorno dopo mandò altri soldati a Burgi per arrestare pure il Sig. Jeantet. Essi rovistarono ed esaminarono tutti gli effetti personali dei due mercanti, e non trovatevi le somme di denaro che speravano – prudentemente dai missionari lasciate al Comandante inglese di Moyale – sparsero la voce che non potevano essere mercanti, malgrado che i due protestassero sempre d’esser veri commercianti e che tenevano i loro fondi a Moyale.

Dalla sua prigionia il Padre Dalcanton, eludendo la sorveglianza di Ato Fenkebò, riuscì a mandare varie lettere e telegrammi al Conte Colli, e solo dopo quasi un mese dal suo arresto riceveva la seguente risposta dal medesimo in data 22 agosto del 1915:

«Rev. P. Angelo D. C. – Le accuso ricevuta del suo fonogramma del 19 agosto al quale ho risposto pure telefonicamente in data 22 corrente nei termini seguenti: Ho ricevuto il suo telegramma. Sono molto dispiacente di quanto è successo a lei e al suo compagno. Ne ho subito parlato al Bitnodded Hailegorghis, che anche lui è rimasto molto dispiacente, ed ha subito telefonato l’ordine ad Ato Fenkebò di lasciarli immediatamente liberi lei e il suo compagno e di rispettarli, autorizzandoli a rimanere indisturbati nel suo paese… Le trasmetto la qui unita lettera di Bitnodded Hailegorghis ad Ato Fenkebò, con annessa traduzione: tale lettera costituisce un “permesso provvisorio” tanto per lei che per il suo compagno di “rimanere in Sidamo finché non sarà risolta ad Addis Abeba la questione della loro permanenza costì”. La avverto che è necessario che ella continui rigorosamente a mantenere la sua qualifica di commerciante. Il Ministro Colli».

Malgrado le ingiunzioni accennate in questa lettera, il P. Dalcanton non venne per allora liberato, e la sua prigionia, durata tre mesi, se si spiega coll’abituale lentezza abissina e coll’ostinazione e sotterfugi di Ato Fenkebò – che sempre insisteva presso il Padre per cavargli danaro – non è anche da escludere la mancata opera energica del Ministro d’Italia, il quale lo confessa ingenuamente, così scrivendo in una lettera del 27 ottobre 1915 a Monsignor

Barlassina: «Fu per l’ambigua e sospetta situazione in cui si trovavano il P. Dalcanton e il Sig. Anselmo Jeantet e per non pregiudicare la venuta della Missione del Kaffa, che io non ho creduto opportuno agire con maggiore energia presso il Governo etiopico per la tutela e per la rivendicazione dei diritti dei due suddetti Signori, offesi dall’ignoranza e dall’alterigia di un capo subalterno di Hailegorghis, ed ho ripetutamente invitato P. Angelo Dalcanton a ritornare a Moyale col suo compagno, onde avere io stesso piena libertà d’azione sia per far punire il Capo di Abarrà, che per condurre a termine le trattative per la Missione del Kaffa» – Strana procedura questa: per poter giudicare e far punire l’assassino, bisogna allontanare le vittime, che così non possono deporre e attestare sulle violenze patite! E confessa che li invitò ripetutamente!!

Quanto all’altra affermazione, di volere il loro allontanamento per «condurre a termine le trattative per la Missione del Kaffa» occorre notare che quando Mons. Perlo seppe della prigionia del P. Dalcanton e Sig. Jeantet, vista la mala piega di quel primo tentativo, e sopratutto perché il Conte Colli prometteva ora d’occuparsi seriamente per l’entrata dei Missionari come tali, scrisse al medesimo proponendogli che facesse caso vergine e chiedesse il permesso d’entrata e fermata a Burgi per tre missionari – Mons. Barlassina e i Padri Bianciotto e Toselli – impegnandosi a tal condizione di ordinare ai due primi   mercanti  di ritornare a Moyale. A ciò rispondeva il Conte Colli: «appena mi sarà nota la partenza del P. Dalcanton per Moyale, inizierò presso il Governo etiopico le pratiche definitive per ottenere la formale autorizzazione per la venuta e l’insediamento della Missione del Kaffa».

Questa la promessa di S. E. il Ministro in data 27 ottobre 1915; ma finì il 1915, e passò anche il 1916, senza che si sappia cosa ha egli fatto presso il Governo etiopico per ottenere quella concessione.

Troppo lungo sarebbe riferir i nuovi tentativi e le nuove proposte fatte durante il 1916 da S. E. Mons. Perlo e Mons. Barlassina in accordo coll’allora Governatore della Somalia, Senatore De Martino, poi col suo successore Comm. Gasperini senza però mai arrivare alla sospirata conclusione. Epperciò sulla fine del 1916 Monsignor Barlassina decise di recarsi in persona ad Addis Abeba per trattare di presenza la cosa.

Vi giunse colla ferrovia da Gibuti il 26 dicembre 1916 e pare sia tuttora colà. Dal complesso delle sue lettere, di cui l’ultima in data 15 gennaio 1917, risultano le informazioni seguenti:

1° – che il suo arrivo destò grande fermento sia nel Console francese ad Addis Abeba, sia e specialmente nel Vicario Apostolico dei Galla Mons. Jarousseau (residente ad Harrar), il quale a lettera d’ossequio scrittagli da Mons. Barlassina rispose in data 27 dicembre 1916, che non gradiva una sua visita, e confessa che dal 1912 in qua non cessò di chiedere alla S. Propaganda Fide che fosse restituito ai Cappuccini francesi il Kaffa «qui est la meilleure portion du notre

Vicariat»; e soggiunge: «Je ne cesse d’espérer très fermement qu’on arrivera à comprendre à Rome que l’intérêt de catholicisme au Kaffa exige que cette Chrétiénté soit conservée aux fils du grand Massaia».

2° Che il medesimo Vicario Ap.co conta sulla sua influenza su Ras Tafari per riuscire nei suoi progetti. «Je puis le dire, – continua quella lettera – le futur Negus actuel est, quant à sa formation intellectuelle et morale, l’élève de notre Mission; à bien des régards je suis son Conseiller, aussi, sans qu’il le soit for mellement jusqu’à ce jour passe-t-il quand même par être catholique».Lettera 27 dicem. 1916.

3° Sarà una falsa illusione di Mons. Jarousseau, ma sembra pure che egli speri a lui favorevole, o almen non troppo avverso, S. E. il Ministro d’Italia, al quale tributa grandi lodi, dicendo perfino che conta sull’opera sua per dissuaderci dall’entrata nel Kaffa: «Son Excellence, Monsieur le Comte Colli, aupres de qui vous vous rendez, – dice la sopracitata lettera – , est une personalité remarquable, qui joue d’une grande considération dans ce pays-ci oû il habite depuis de longues années. Comme il connait bien tout ce qui a rapport à la question réligieuse en Abissinie, il ne manquera pas très Révérend Père, de vous expliquer et de Vous faire comprendre les graves inconvenients qui pourrait résulter pour la Cause Catholique toute enitère de cet empire éthiopien, de tentatives inopportunes faites par un personnel nouveau et inconnu dans ce pays, qu’aucun service rendu dans le passé ne raccomande aux yeux despopulations et des autorités constitues».

4° Il P. Combrand, Cappuccino francese residente ad Addis Abeba, in varii incontri che ebbe con Mons. Barlassina, si sforzò di persuaderlo che il miglior partito, anzi l’unico effettuabile, a suo avviso, era che questi abbandonasse l’idea di impiantarsi subito nelle regioni ad ovest del 38° long. (Burgi e dintorni del lago Regina Margherita), e che cominciasse invece dalla parte occidentale della sua Prefettura; risalendo cioè il Nilo e il Sobat fino a Gambela. Evidentemente i Cappuccini mirano con questo ad allontanare i missionari della Consolata dalle regioni più vicine alla Somalia italiana, per poi ottenere che la S. Propaganda le dia nuovamente a Mons. Jarousseau, adducendo poi per ragione che non sono occupate dagli italiani. E il peggio si è che il P. Combrand lasciò intendere che anche S. E. il Ministro d’Italia sarebbe di questo parere, affin d’evitare le lotte coi missionari francesi. L’accusa al nostro Console è troppo grave per poterla credere, perché se fosse vera, sarebbe in aperta opposizione cogli interessi italiani, cui importa assolutamente che l’opera dei missionari si esplichi nelle località meno lontane dalla Somalia Italiana.

5° Il fatto più grave però, a danno della Missione Italiana,è quello riferito da Mons. Barlassina con lettera in data 15 gennaio 1917: «S. E. il Sig. Ministro Conte Colli mi riferì ieri che giovedì, 11 gennaio, trovandosi egli presso il Reggente Ras Tafari si entrò in discorso sulla mia persona, presente in Addis Abeba a scopo di iniziare i lavori del Kaffa. Lasciando capire chi ne lo aveva informato, disse di aver ricevuto lettera da Harrar dal  suo consigliere  (evidentemente Mons. Jarousseau) nella quale gli era espresso e consigliato che “non si compromettesse concedendo permessi, mentre la questione non era ancor definita a Roma”. S. E. il Ministro Colli soggiunse che il dì seguente, 12 gennaio, scrisse subito a Roma informando il Governo che quanto essi desideravano di veder effettuato era ostacolato da chi meno avrebbe dovuto farlo. E mi ripeté di scrivere io pure in Italia a Roma, narrando queste cose dicendo che “egli ne assumeva tutta la responsabilità per la veracità”, e di reclamare anche a nome suo presso la S. Propaganda Fide».

Questi i fatti, quali risultano dalle lettere di Mons. Barlassina ricevute fino al 1° marzo: di trattative dirette dal medesimo col Reggente Ras Tafari ancor non si parla; ma dal 15 gennaio, data dell’ultima lettera di Mons. Barlassina, ad oggi qualcosa sarà avvenuto, ed è da augurarsi che non sia qualche nuovo atto a disdoro del nome e dell’influenza italiana.

Sono così passati inutilmente quattro anni nei quali, se i missionari della Consolata si fossero impiantati nel Kaffa, avrebbero potuto iniziare e portar molto avanti quelle opere di civiltà e di progresso – anche nel campo materiale – quali effettuarono in breve tempo al Kenia, e in modo tale da riceverne ripetuti encomii dal Governo inglese, e quel coro unanime di lodi loro tributate da personaggi illustri, quali il Conte Corsi, il Conte Vittorio Alfieri, il Comm. Gasperini, il Barone Franchetti, il Deputato Gustavo Chiesi ed altri, concordi nello scriverne coi più ampi elogii per l’onore che da esse ridonda al nome italiano.

1918