Originale autografo…, in ASCEP
Torino, li 7 maggio 1918
Reverendissimo Monsignore,
Non ho mancato al mio ritorno da Roma di riferire al Sig. Can.co Allamano le costanti buone disposizioni di V. S. verso l’Opera nostra; di che egli le rinnova l’espressione della sua riconoscenza; fiducioso che V. S. non mancherà di far valere presso l’Em.mo Cardinal Prefetto le ragioni espostele a voce. Per maggior mia tranquillità volli ora ripetere su quella Mappa governativa di Nairobi – mandatami fin dal 1916 – il conto delle misure di quei terreni indicati nella Mappa colle parole stampate: terreni del Vescovo, delle Suore, della Missione C. etc. etc. ed il risultato fu che la loro estensione è ancor maggiore di quanto le dissi: in sostanza sono circa 1.000 acri a petto dei 50 rimproverati a Mons. Perlo: seppure è ancor vera a questo riguardo l’indicazione data da Mons. Neville, perché io ho buoni motivi di pensar che la cifra nostra è inferiore ai 50 acri. Comunque sia, se per un’al-tra Missione non è disonorevole né materia di sospetti il posseder circa mille acri alle porte di Nairobi, lo sarà per noi l’averne acquistati 50?
Quando all’inizio delle nostre Missioni si trattava di acquistar terreni per le medesime, i nostri missionari dovettero costituirsi in Società – con esistenza legale davanti il Governo – al modo che facevano allora, e fanno ancora, le varie confessioni protestanti; e di ciò fu informato allora l’Em.mo Card. Gotti, che l’approvò. Grazie a questa Società, intitolata Catholic Italian Mission era permesso alla medesima di acquistare fino a 2000 acri in qualunque località del Protettorato Britannico – come lo è ai PP. dello Spirito S. – laddove ai privati è concesso soltanto di acquistare fino a 540 acri, non di più, per ciascuno.
Or bene gli acquisti fatti da allora fino al presente dalla nostra Società; per la Fattoria agricola, la Stazione industriale e circa 25 stazioni di Missione – unendovi ancora gli acquisti fatti come persona privata da Mons. Perlo – non arrivano ancora alla cifra di 2000 acri in totale, anzi ne sono ancor molto al di sotto. Epperciò, con tutto il rispetto che io ho per Mons. Le Roy e Mons. Neville, non credo alla loro asserzione riguardo ad attriti e sospetti del Governo con Mons. Perlo per gli acquisti da lui fatti , poiché egli sa benissimo fino a qual limite può acquistare.
Il mio pensiero è che questa asserzione di Mons. Neville sia da mettere con quella di Mons. Allgeyer suo predecessore il quale, per trovar pretesti da impedire che la Provincia del Kenia fosse elevata a Missione indipendente e affidata a noi, fece nel 1905 un giro per le principali nostre missioni che superavano già la dozzina, e dopo aver in ogni stazione visitata pranzato e dormito sempre nelle magnifiche nostre casette di legno – fatte all’uso della Svizzera e dell’Olanda – osava scrivere in Propaganda che non avevamo ancor neppure una casa, ma soltanto tre o quattro capannoni di rami e fango all’uso indigeno!! Ci vollero nientemeno che le fotografie di quelle case, pubblicate sul periodico, per convincere la S. Propaganda della falsità delle asserzioni di Mons. Allgeyer.
Dopo questi esempi di sincerità… V. S. comprenderà perché io fui dolorosamente impressionato quando sentii dalla lettera di Mons. Le Roy che « i nostri facevano continue e sempre nuove difficoltà, od opposizioni, o vessazioni che sia, a Mons. Neville». Anche il Can.co Allamano fu addolorato in apprendere quell’accusa, che da tutte le informazioni scritteci dai nostri missionari – e da quanto io raccolsi nella mia visita alle Missioni nel 1911 e 912 – è assolutamente infondata, anzi falsa.
All’infuori delle inevitabili contrarietà avute per far distaccare dal Vicariato di Zanzibar la Provincia del Kenia e ottener che fosse assegnata a noi come Missione indipendente nel 1905, nessuna relazione buona o cattiva intervenne più tra i nostri e Mons. Allgeyer e meno ancora con
Mons. Neville. Questo completo distacco fu sempre rigorosamente inculcato ai nostri dal Can.co Allamano, anche perché si mantenessero nello spirito del loro Istituto, e mi consta che da noi fu sempre mantenuto.
Sono i Padri dello Spirito S. che nel 1912 oltrepassarono senza alcuna ragione il fiume Ciania – confine civile della Provincia del Kenia – e fondarono una lor Missione a Gatanga nel nostro Vicariato, obbligandoci a protestare presso la S. Propaganda che ci diede ragione. Sono essi ancora che appena i nostri missionari e nostre suore dovettero risiedere in Nairobi, perché addetti agli ospedali governativi militari, ne profittarono per metter male e favorendo gli inevitabili scoraggiamenti d’una posizione difficile e gravosa per tutti, consigliarono due membri del nostro Istituto a chieder la dispensa dai voti e ad uscirne, soggiungendo che se tal dispensa veniva da noi negata essi sapevano procurarla loro per altra via.
Così ci confessarono per lettera le stesse persone sobillate. Se queste, invece d’un alloggio precario in un ospedale, e sovente con 1 solo nostro missionario, fossero state in casa propria, con cappelletta e tutti quei sussidii spirituali per conservarsi nel loro spirito, tali miserie non sarebbero forse successe.
Pertanto l’affermazione di Mons. Le Roy, che i nostri suscitino a Mons. Neville sempre nuove difficoltà, è altrettanto gratuita quanto calunniosa, e noi non possiamo stare sotto tale imputazione senza che Mons. Neville ce ne dia la prova. Perciò il Can.co Allamano ed io facciamo formale domanda che sia invitato Mons. Neville – o Mons. Le Roy – a dare le prove della loro asserzione, alle quali domandiamo poi di rispondere e speriamo farlo esaurientemente. Frattanto io ho già spedito un lungo telegramma a Mons. Perlo, e spero risponderà egli stesso a questa accusa.
S. E. Mons. Le Roy fa infine la proposta di affidare a qualche Vescovo dei Vicariati vicini il compito di esaminare e riferire sulle varie accuse contenute nella sua lettera.
Permetta anzitutto che ove ciò si volesse fare, noi La preghiamo vivamente di non affidare quell’incarico ad un francese di nascita, e appartenente a Congregazione religiosa di origine francese. Il loro attacco e parzialismo per quanto è francese son cose troppo notorie, e non s’avrebbe un responso ispirato a verità e giustizia.
In secondo luogo l’affidare tale mandato – e specialmente la relazione sul risultato di esso – importa scrivere lettere in Africa le quali saranno aperte dalla Censura italiana o inglese – come fanno a tutta la nostra corrispondenza colle Missioni.
Conseguente si dovrebbero scrivere cose di stretta confidenza, per le quali – onde evitar di scriverle – io venni appositamente a Roma. Per questo motivo che è di estrema importanza per noi rispetto alla Censura Italiana, come lo è ugualmente per Mons. Perlo per la Censura inglese, noi domandiamo che tale inquisizione sia rimandata a quando non vigerà più l’apertura delle lettere da parte della Censura. Lo stesso Mons. Perlo non potrebbe rispondere adeguatamente e con piena apertura, finché vige la Censura, e ciò per gli impegni presi colle persone interessate, come V. S. può capire.
In terzo luogo permetta che le dica come a nostro avviso questa proposta di Mons. Le Roy sia una vera astuzia per tirare alle calende greche la risoluzione di quest’affare. Ora che è cessato – da Novembre 1917 – il servizio della linea Marittima Italiana che toccava Mombasa, e coi siluramenti che già ci troncarono più volte le corrispondenze, è facile prevedere che ci vorran non dei mesi, ma degli anni prima che si possano scambiare tutte le corrispondenze del caso onde esaurire una simile inquisizione. La cosa è chiara, e Mons. Le Roy lo sa meglio di me e vi conta sopra. Eppure la questione della Procura è cosa che urge, anche come dissi per impedire che i nostri vadano a lasciarsi empir la testa dai Padri dello Spirito santo, e si conservino nel proprio spirito. In fin dei conti a che si riducono gli oggetti dell’inchiesta proposta da Mons. Le Roy? Si tratta di sapere se per l’impressione fatta nel pubblico, sia da disapprovare l’operato di Mons. Perlo. Ma qualunque sia il responso, ciò che è comprato, è comprato: di fare nuove compere è già stato proibito da noi, come le dissi a voce. Perciò su questo punto non è urgente una discussione.
Riguardo alla casa procura, o che Mons. Perlo non potrà fare altre compere, e allora non la comprerà; ma ciò non porta il divieto di prenderla in affitto in vicinanza della Stazione ferroviaria e adattarla al suo bisogno; perocché, come dissi, urge che i nostri sian tolti dagli ospedali militari e possano almen qualche ora e nella notte ritirarsi in casa propria, per coltivare il loro spirito e mantenersi nel primitivo fervore. Per questi motivi noi preghiamo vivamente che si rimandi a tempo opportuno la proposta inchiesta, e frattanto si deliberi al più presto sulla concessione già fatta di avere una nostra casa procura in Nairobi, senza neppur attendere la prova che noi domandiamo a Mons. Le Roy, riguardo all’accusa d’aver suscitate difficoltà a Mons.
Neville.
Io spero che V. S. si renderà conto di quanto mi son permesso dire fin qui, e che congiunto a quanto ebbi l’onore di dirle di presenza vorrà presentarlo all’Eminentissimo Cardinal Prefetto, ottenendoci che pel momento sieno scartate altre discussioni estranee alla nostra domanda della Casa procura, e che questa concessione siaci al più presto riconfermata.
Perdoni la libertà e voglia gradire cogli ossequii del Sig. Can.co Allamano i miei omaggi rispettosi e devoti.
Di V. S. Ill.ma Obbligat.mo Servitore
Can.co Giacomo Camisassa
Vice Superiore Istituto
