GIUSEPPE ALLAMANO E LA NUOVA CASA MADRE
Nel 2009 la Casa Madre dei Missionari della Consolata, Corso Ferrucci 14, Torino, copie 100 anni. Essa fu voluta espressamente dall’Allamano, iniziata nel 1907 e inaugurata nel 1909. L’Allamano la frequentò con regolarità, considerandola il luogo più adatto per curare la formazione missionaria dei suoi figli.
Come questa Casa Madre sia stata costruita e in quale contesto storico e sociale della città sarà detto da p. Giampiero Casiraghi. Come essa sia stata centro di animazione missionaria verrà illustrstrato da p. Ernesto Tomei. Qui mi propongo di indicare il rapporto tra l'Allamano e questa casa che lui stesso definì «una casa di santificazione» per i suoi missionari.
1. Perché una nuova Casa Madre
Anzitutto domandiamoci: perché l'Allamano si imbarcò in un impresa dal risvolto finanziaro così impegnativo, nei primi anni dell'Istituto, quando lo sviluppo delle missioni stava già prosciugando tutte le sue risorse? Ecco come l’Allamano e il Camisassa informarono ufficialmente la Congregazione dei Religiosi, a Roma, a riguardo della nuova sede dell’Istituto: «La prima casa madre, nonostante [...] le continue partenze di missionari, era divenuta presto insufficiente. Per cui si pose mano alla costruzione di una sede adatta alle necessità presenti e future, capace di oltre 150 allievi, e fornita di tutti i requisiti alla vita di diverse comunità: dei collegiali, novizi e studenti, tutti con locali propri perfettamente distinti, e consoni alle moderne esigenze dell’igiene. Le vocazioni alle missioni, grazie all'influenza del periodico e alle conferenze tenute dai missionari, paiono sentire un risveglio tale, che in tempo non lontano anche la nuova sede si ha speranza sarà tutta occupata. E ivi sotto la direzione continua dei fondatori, che da tanti anni attendono alla formazione del clero, i nuovi missionari possono essere idoneamente preparati e nello spirito e nella scienza necessaria a ben adempiere ai doveri del loro stato, a ben corrispondere alla sublime vocazione cui Dio li ha chiamati».[1]
A dire la verità, anche il salesiano card. Giovanni Cagliero, nativo e Castelnuovo e amico dell'Allamano, aveva insistito perché si costruisse una casa più grande in vista del futuro sviluppo dell'Istituto. L'Allamano lo ricordò in diverse occasioni ai suoi giovani. Preannunciando una sua visita, disse: «Lo vedrete. È un apostolo; il vero tipo di missionario! […]. Aveva fatto una profezia: “Canonico, guardi di fare una Casa più vasta!”. “Ma...”. “No, no!... guardi di fare una casa più vasta”. Capisco che ha un affetto tutto partiocolare a noi e all'Istituto. Ereditato da D. bosco».[2] Alle missionarie, aveva così annunciato la creazione del Cagliero a cardinale: «È un sant'uomo; se potesse far tutti Missionri, li farebbe... È stato già una volta a vedere l'Istituto, quando eravamo alla Consolatina. Allora mi disse: “Canonico, fammi una casa più grossa, bisogna allargare”. Adesso verrà certamente a Torino e verrà pure a trovarci, e troverà non solo una casa più grande, ma anche le Suore”».[3]
Si noti la larghezza di vedute con la quale l'Allamano si espresse: essendo ormai insufficente la prima Casa Madre, se ne costruì una nuova adatta alle necessità non solo presenti, ma anche future. E si noti pure una certa soddisfazione che l'Allamano non nasconde vedendo che la sua opera missionaria sta progredendo.
2. L'Allamano è personalmente coinvolto nel progetto della nuova sede
Nell'esecuzione pratica dei lavori l'attore principale sarà il can. Giacomo Camisassa, primo collaboratore e amico dell'Allamano. Vorrei solo far notare come l'Allamano stesso abbia avuto un influsso reale fin dai primi tempi, incominciando dalla compera del terreno, come attesta il fr. Caneparo Aquilino: «Posso assicurare che l'Istituto avendo bisogno di costruire una casa più ampia che non era la Consolatina, il Rettore incaricò mio padre a fare l'acquisto del terreno che avrebbe dovuto servire alla nuova sede, adducendo il motivo che era più facile per un secolare [ottenere] un prezzo più equo ed evitare eventuali inganni – e esagerazioni di prezzi - . Il proprietario del terreno era un ebreo di nome Sacerdote».[4]
In effetti, come affermò il p. L. Sales, «fin dal 1905, divenuta in sufficiente la prima [Casa Madre], s'era acquistato un ampio appezzamento di terreno in località allora fuori cinta daziaria, nella così detta via di Circonvallazione, oggi corso Ferrucci. Due anni dopo, nel 1907, s'iniziarono i lavori».[5]
Sulle spalle dell'Allamano cadde naturalmente tutto il peso finanziario della nuova costruzione Ecco quanto riferì ancora il p. Sales: «Per sostenere le spese ingenti di tale costruzione [l’Allamano] dovette non solo mettere tutto il suo disponibile, ma vendere altresì tutto quanto possedeva di immobili, compresa la cascina “La Morra”, dove egli, da sacerdote, soleva andar a passare qualche tempo di vacanza; vendette persino la catena d’oro, che gli avevano regalata; più tardi [nel 1914 per la costruzione della casa delle missionarie] fu costretto a vendere la prima sede dell’Istituto [la Consolatina e la casa Rovenda], quantunque ciò gli rincrescesse assai»[6]
La presa di possesso della nuova Casa Madre avvenne il 9 ottobre 1909: «Oggi - si legge nel “Diario” del seminario maggiore - vi fu qui il sig. Rettore, Vice Rettore, Economo della Consolata.
Alle 6 vi fu il santo Rosario, quindi il sig. Rettore benedice la nuova cappella».[7]
3. La Casa Madre regolarmente visitata dall'Allamano
Quando la comunità si trovava ancora alla Consolatina, l’Allamano aveva fatto una promessa: «Nella nuova casa avrò la mia camera, avrò più comodità d’andarvi e voglio esservi abitualmente: chiunque senza bisogno di nessun permesso può venire a parlarmi, o anche per udire qualcosa da me».[8] Il “Diario” del seminario, qualche tempo dopo, annotò: «Dacché siamo nel nuovo Istituto, il Rev.mo Sig. Rettore ben difficilmente manca di venirvi ogni giorno, generalmente dalle 5 circa pomeridiane fino verso le 7,30; i due primi giorni li passò quasi interi, e vi dormì due notti consecutive, il che fece ancora qualche altra volta»[9].
L'Allamano, però, non abitatò mai stabilmente nella Casa Madre. La sua casa era alla Consolata. Sentiamo questo simpatico aneddoto riferito da p. Domenico Ferrero. È un dialogo tra il Fondatore, già abbastanza anziano, e i ragazzi del piccolo seminario, che stavano facendo merenda sotto i portici. «Siccome giorni fa disse loro che forse sarebbe venuto a stare sempre con noi, “Sta qui adesso, Sig. Rettore?”. “Ma non mi avete ancora preparato la camera”. “Sì, sì, c'è già; la prepariamo subito!”. “E non sapete che alla Consolata c'è la Madonna che mi aspetta?”. “La Madonna c'è anche qui!”. “Ma non è quella là!”. “E noi andiamo a prendere quella là e la portiamo qui”. Chissà dove e come si sarebbe protratto questo caro dialogo d'innocenza! Ma l'amatissimo Padre, evidentemente commosso, disse: “Bene, ma miei cari, come siete ingenui! Per venire qui, bisogna che rinunzi là... E come volete dopo 40 anni che vi sono? Verrò a trovarvi più spesso che potrò”. E poi si sottrasse di mezzo a loro dicendo: “Ci rivedremo ancora”».[10]
4. La Casa Madre luogo ideale per formarsi alla missione
Non c'è dubbio che per l'Allamano la Casa Madre era il luogo ideale per formarsi alla missione. La nuova sede aveva tutti i requisiti per favorire il migliore cammino formativo. Un giorno egli rivolse ai giovani una domanda apparentemente ovvia: «E perché siete venuti? Perché siete qui?... Tutti rispondete: Per farmi missionario: e se qualcuno avesse altro scopo, sbaglierebbe: l’aria qui è buona solo per quelli che vogliono farsi missionari, se no non è buona per i vostri polmoni: Ma perciò bisogna farsi santi. Se no il Signore non si serve di regola per convertire che di quelli che sono santi: prima cosa adunque santificare noi stessi, se no andremo là e in vece di convertire pervertiremo. Dunque farci santi».[11]
L'Allamano ci teneva alla qualità dei suoi missionari. In quella casa dovevano entrare solo i migliori e se, per caso, qualcuno fosse entrato non idoneo, aveva l'obbligo di ritirarsi. La sua frase classica ripetuta tante volte era: «La porticina per entrare, il portone per uscire». P. Domenico Ferrero scrive in una sua testimonianza: «Molto spesso [il Fondatore] ci ricordava le parole dettegli dal Cardinal Vives y Tuto, quando gli faceva le congratulazioni della nuova grande sede in corso Ferrucci: “Ci ha fatto anche il portone?”, che voleva dire, ed Egli ce lo commentava quanto mai chiaramente: chi è entrato sia libero di uscire qualora non si senta di perseverare».[12] Lo stesso beato Giacomo Alberione, fondatore dei Paolini, fu impressionato da questa convinzione dell'Allamano. Ecco le sue parole: «Ad un Superiore di Istituto Religioso [l'Allamano] diceva: “Se volete gli Istituti Religiosi fiorenti, fate una porticina per entrarvi, un portone per uscirne; cioè, assicuratevi bene della vocazione vera prima di accettare; quando poi non danno prove chiare, licenziate con coraggio”».[13]
5. I giovani lo aspettavano con grande desiderio
L'Allamano andò regolarmente nella Casa Madre per curare la formazione dei giovani missionari. Arrivava puntuale ogni domenica pomeriggio, ma capitava anche durante la settimana. Tutte le occasioni erano buone per trovarsi con i suoi figli.
I nuovi arrivati li voleva incontrare subito per dare loro il benvenuto nella nuova famiglia. Ecco come .p. Emilio Oggè descrive il suo primo incontro da ragazzino con l'Allamano sotto i portici di Casa Madre: «[Dopo avere salutato tutti, egli disse]: “Ebbene! I nuovi? Dove sono i nuovi... venite qui, voglio vedervi”. E ci prese per mano accarezzandoci e guardandoci bene, facendoci coraggio e sorridendo paternamente. Era solito fare simile buona accoglienza a tutti i nuovi arrivati, desiderandoli vedere subito e scrutendoli bene col suo fine intuito paterno».[14]
Le reazioni dei giovani agli incontri domenicali erano quanto mai intense e suggestive. Tra le tante testimonianze ne riporto solo tre, attingendo anche dalle testimonianze delle missionarie, per renderci conto come quella casa fosse diventata davvero la dimora di una famiglia, dove l'Allamano era il “Padre”, e una fucina di preparazione alla missione, dove lui era il “Maestro”. «Alla domenica era poi tutto per i suoi figli. La sua conferenza non aveva nulla di cattedratico o di rigido, ma era il Padre che, seduto in mezzo ai suoi figli, che voleva ben vicini, specialmente i coadiutori, ci parlava alla buona. Erano consigli detti quasi all’orecchio, ma che restavano impressi nell’animo e ci imbevevano del suo spirito» (fr. Benedetto Falda); «Il suo zelo per la nostra formazione e santificazione si manifestava soprattutto nelle meravigliose conferenze della domenica. Arrivava sorridente, sedeva, tirava fuori un biglietto: e noi restavamo incantati davanti alla sua parola. Quanto desideravamo quei momenti, sempre troppo brevi per noi» (p. Vincenzo Dolza); «Ogni domenica veniva a tenerci la sua Conferenza, che tutte sentivamo tanto preziosa e gustavamo con sempre più vivo bisogno e desiderio di sentirla. Molte volte il Padre veniva pure lungo la settimana, sia per la ricorrenza di qualche festa particolare o di qualche particolare circostanza, ed era sempre una grande gioia sentire annunciare che il Padre sarebbe venuto» (Sr. Michelina Abbà).
6. Un momento spiacevole: la Casa Madre requisita dal governo. Pochi anni dopo l'inaugurazione della nuova Casa Madre, l’Allamano dovette affrontare una realtà piuttosto difficile. Durante la prima guerra mondiale del 1915-1918, parte della casa madre dei missionari, come pure la nuova sede delle Missionarie quasi ultimata, vennero requisite dal governo per necessità belliche. Inutile dire che l’Allamano non gradì questo fatto. Si oppose più che poté, fece pregare perché la requisizione fosse evitata, ma alla fine si rassegnò. I due gruppi dei missionari e delle missionarie accettarono con serenità il disagio di doversi adattare in ambienti più ristretti.
Ecco il commento dell’Allamano: «Come avete veduto, la Madonna non ha creduto di fare il miracolo e ci farà tante altre grazie […]; e poi, coraggio nella prova; dobbiamo ringraziare il Signore che ci ha lasciato la cappella! […]. Davanti a Dio dobbiamo essere contenti di tutto; più si è poveri e meglio è, ma davanti al mondo bisogna tenere la nostra personalità».[15] «Siamo stati costretti a cedere una parte della casa ai soldati; con ciò non è detto che siamo contenti […]. Io il miracolo non l’ho chiesto alla Madonna, ma ho lasciato tutto nelle sue mani e la Madre sa quello che fa. Se ha permesso così, il suo giudizio è retto».[16]
Finalmente il 7 dicembre 1918 la parte della casa dei missionari occupata dai soldati fu sgombrata e nel 1919 anche quella delle suore. Quando i missionari sotto le armi furono rientrati, l’Allamano invitò la comunità a riprendere il cammino formativo con regolarità e impegno: «Tutti, ex-soldati o non, incominciamo perché questa casa prenda subito l’aspetto esterno ed interno di una casa di santificazione in ordine a riuscire tutti apostoli di Nostro Signore Gesù Cristo».17
7. Le visite si rallentano verso gli ultimi anni
Negli ultimi anni di vita l'Alamano rallentò le visite alla Casa Madre, praticamente solo per motivi di salute. Sono stati i medici a prescriverglielo, anche per conservargli le forze necessarie per andare a Roma per la beatificazione del Cafasso. Lui avrebbe voluto recarsi regolarmente, ma le forze non glielo permettevano e ne era cosciente e rassegnato. Ad un gruppo di novizi che erano andati a trovarlo alla Consolata l'11 marzo 1923 disse con mestizia: «Trovo anch'io lungo il tempo perché non vi vedo più. Non sarò a S. Giuseppe a celebrare la Messa da voi: sono 22 anni che ci vado! Ma ora il medico non vuole più».[17] Ai neo-professi, andati a trovarlo nel suo ufficio al santuario il 9 dicembre 1923, si introdusse con queste parole paterne: «Venite a trovar me; io non posso più andare da voi; quando farà bello guarderò di andarci»19. Così il 19 aprile 1925, sempre alla Consolata, iniziò una breve conversazione con un gruppo di missionari: «Per ubbidire al medico e per conservarmi un po’ in forza per andare a Roma [alla beatificazione del Cafasso], non ho mai osato uscire, né andarvi a trovare…Andrò a Roma la prossima settimana»[18]. Dopo aver parlato abbastanza a lungo del Cafasso, quasi scherzando, così concluse: «Vorrei poter continuare a fare ciò che faceva una volta: venirvi a trovare ogni settimana; ma è volontà di Dio anche quella… spero che qualcuno si ricorderà ancora di qualcosa. Adesso c’è chi fa al mio posto. Allegri, di buon umore, ed io vi ricorderò a Roma e vi porterò il Decreto di Beatificazione».[19]
Proprio perché le sue visite si diradavano, nel marzo del 1925, in occasione del suo onomastico, l'Allamano volle farsi rappresentare in modo eccelso e permanente nella Casa Madre. Così pensò di fare dono ai missionari della grande statua della Consolata che stava nel corridoio del Convitto perché venisse collocata nella facciata centrale della Casa Madre, in un'apposita nicchia. Il “Da Casa Madre” scrive: «Sopra un magnifico camion dei pompieri municipali arriva la nostra statua della Consolata, dono onomastico del nostro Ven.mo Fondatore, e per la quale si sta ultimando la grandiosa nicchia».[20]
Il 17 maggio 1925, l'Allamano fece una delle ultime visite alla Casa Madre. Dopo la beatificazione del Cafasso, egli vi andò in occasione della benedizione pasquale alla casa. Ecco la descrizione del “Da Casa Madre”: «Dopo i Vespri ossequiamo in cortile il Ven.mo P. Fondatore venuto dopo circa sette mesi di assenza a rallegrarci della sua desiderata presenza e a portarci la s. benedizione pasquale. Dopo contemplata con visibile compiacenza la statua della Consolata nella bella nicchia centrale e trattenutosi famigliarmente coi chierici, presente Monsignore [F. Perlo], indossa la cappa canonicale» e passa a benedire i vari locali. «Poi, nel salone – continua il “Da Casa Madre” - assiste alla festa preparata in onore del nuovo Beato […]. Il Sig. Rettore risponde brevemente […]; promette di ritornare presto, favorendo il tempo. […]. Casamadre s'è rallegrata d'un sorriso luminoso e festevole quale da molto tempo non aveva più goduto; ci conceda il Signore per tanti anni ancora questa oasi di gioconda letizia».[21]
8. L'Allamano ritorna per sempre nella “sua” Casa Madre
Sappiamo che l'Allamano morì il 16 febbraio 1926. Quando la sua salma procedeva verso il cimitero generale vi fu chi disse, quasi voce profetica, «il canonico Allamano non si fermerà qui, ma tornerà a casa sua». Difatti non si fermò nel reparto del cimitero riservato ai sacerdoti che 12 anni. Il 10 ottobre 1938 alle ore 14,30, venne aperta la tomba e la cassa fu posta nell'edicola cimiteriale destinata agli arcivescovi di Torino. Il giorno seguente, 11 ottobre, la salma fu trasportata in Casa Madre alle ore 7,45 e deposta nella cappella pubblica. Il progetto iniziale (una nuova chiesa e traslazione anche della salma del Camisassa) era stato modificato. Si ripiegò su un progetto più alla portata, aprendo al pubblico la cappella di corso Ferrucci ed edificando a destra, nel cortile interno un tempietto, su disegno dell'architetto Ottorino Aloisio, per orspitare la salma dell'Allamano.
Il ritorno dell'Allamano tra i suoi fu semplice e solenne nello stesso tempo. Il giorno 12, con la partecipazione di molte personalità e istituzioni religiose, alle ore 9 iniziò il corteo funebre attorno alla Casa Madre. Seguì la “Messa da Requiem”, celebrata dal Vicario generale mons. Coccolo, con la presenza di numerosi vecovi, autorità civili e militari, e tanta gente. I missionari e le missionarie erano presenti in grande numero, più di 600 con gli allievi venuti dalle case d'Italia. Il discorso ufficiale, di notevole spessore, fu tenuto da mons. Silvio Solero. Nel pomeriggio dello stesso giorno la bara contenente la venerata salma dell'Allamano venne tumulata nel sarcofago in pietra d'Orsara (Svizzera), opera dello scultore Gerolamo Pavesi. Da allora la Casa Madre non si sentì più orfana, perché il Padre era tornato e quel tempietto divenne meta di continui pellegrinaggi.
9. La Casa Madre semidistrutta dalle bombe.
Aggiungo un fatto capitato dopo la morte dell'Allamano, ma direttamente collegato con la Casa Madre e la sua salma. Anche all’inizio della seconda guerra mondiale la nostra casa dovette pagare un grosso contributo. Durante la notte dell’8 dicembre 1942, una bomba cadde su di essa distruggendola per metà. Possediamo una impressionante relazione di quell'evento scritta da p. Giovanni Piovano, che quella notte si trovava nel rifugio con tanti altri. Riporto qui solo un brano: «[…] Appena gli aerei si allontanarono, si esaminarono le uscite. Quella di sicurezza era stata asportata: rimaneva quella ordinaria, ma ostruita di calcinacci. Si esce come si può dal rifugio e si scruta il paesaggio: una parte del fabbricato, quella prospiciente il corso Ferrucci, non c’è più; i porticati sono spazzati via; dappertutto rovine su rovine. Prima cosa, fuori, si ringraziò la SS. Vergine d’averci salvati tutti, poi si fece un primo giro d’ispezione per avere un’idea del disastro. L’edificio principale presentava un largo squarcio nella parte centrale, e conseguente svuotamento di alcuni piani; alcune camere avevano avuto le volte soffiata via, altre le avevano ancora, ma staccate e pericolanti, erano inservibili. L’unica che non aveva subito danni fu la cappella dove riposava la salma del Padre. La statua della nostra Patrona, la Consolata, era spezzata. Pareva che la
Vergine si fosse buttata davanti alla bomba per proteggere i suoi figli. […]».24
24Ecco parte della cronaca redatta da p. Giovanni Piovano, che si trovava nel rifugio assieme ad altre persone: «Già le prime bombe si sentono cadere in lontananza; la casa ad ogni colpo, ha un sussulto. […]. Si inizia la recita del Rosario. Arriviamo al terzo mistero, quando un fragore indescrivibile ci scuote tutti come fuscelli. Il rifugio piomba nella più completa oscurità, e una folata di vento ci schiaffeggia. Sul nostro capo si sentono cadere massi su massi; un puzzo di polvere pirica mozza il respiro, e il polverone delle macerie ci avvolge. Passato il primo momento di sgomento, si accendono le pile di sicurezza; non si può vedere per il polverone.
Ci chiamiamo; siamo tutti, nemmeno un ferito. Il p. Gallea imparte a tutti l’assoluzione, poi distribuisce la Comunione, avendo portato con noi il SS. Sacramento. Ci comunichiamo forse per l’ultima volta, sotto le macerie che continuano a cadere fragorosamente. Su noi volteggiano gli aerei che continuano la loro giostra infernale; li sentiamo sul nostro capo in modo chiarissimo: era segno che la nostra casa era caduta. Le candele non potevano illuminare la scena; il dolore era grande su tutti noi. La casa crollò vero le ore 21.
Appena gli aerei si allontanarono, si esaminarono le uscite. Quella di sicurezza era stata asportata: rimaneva quella ordinaria, ma ostruita di calcinacci. Si esce come si può dal rifugio e si scruta il paesaggio: una parte del fabbricato, quella prospiciente il corso Ferrucci, non c’è più; i porticati sono spazzati via; dappertutto rovine su rovine. Prima cosa, fuori, si ringraziò la SS. Vergine d’averci salvati tutti, poi si fece un primo giro d’ispezione per avere un’idea del disastro. L’edificio principale presentava un largo squarcio nella parte centrale, e conseguente svuotamento di alcuni piani; alcune camere avevano avuto le volte soffiata via, altre le avevano ancora, ma staccate e pericolanti, erano inservibili. L’unica che non aveva subito danni fu la cappella dove riposava la salma del Padre. La statua della nostra Patrona, la Consolata, era spezzata. Pareva che la Vergine si fosse buttata davanti alla bomba per proteggere i suoi figli. […].
Quando il sole spuntò, e si fece largo tra la nuvolaglia di fumo che avvolgeva Torino, la nostra Casa giaceva muta e interte. Era uno spettacolo triste. La nostra carissima Casa Madre non c’era più!. Sarebbe risorta? Non lo sapevamo. Però quella stessa notte s’avvicinò timidamente un uomo. Era un operaio, non ci disse di più; egli ci voleva bene e ci diede quanto aveva ancora in tasca: due lire, sicuro che si si sarebbero trovati altri che ci avrebbero aiutati. Più tardi giunge una giovane impiegata. Anch’essa dà tutto quello che ha: cento lire per la ricostruzione della Casa Madre. Al mattino presto giunge a trovarci il can. Barberis, che ha parole di conforto per la prova venutaci ed anch’egli viene in nostro aiuto. Questi sono i primi che vollero con noi la ricostruzione della Casa Madre, e devono essere ricordati. La Casa Madre ebbe sempre con sé, anche nelle ore più tragiche, qualcuno dei suoi figli. Non fu mai abbandonata. Deve
10. L'Allamano profugo durante la guerra
Per proteggere la salma dell'Allamano, si decise di trasportarla lontana da Torino nel castello di Uviglie, nel comune di Rosignano Monferrato (AL), di proprietà dell'Istituto, dove già si trovava sfollato il seminario teologico. Questo è il laconico comunicato della Direzione Generale: «Non presentando la Casa di Torino, dopo i bombardamenti subiti, sufficiente garanzia per custodire la Salma del Ven.mo Padre Fondatore, conservata nell'apposita Cappella funebre, si fecero le necessarie pratiche presso il Prefetto di Torino, il Cardinale Arcivescovi di Torino, ed il Vescovo di Casale Monferrato per poterla trasferire in Rosignano Monferrato».25
Il 15 marzo 1943, accompagnato dai Superiori, un furgone partì da corso Ferrucci verso Uviglie, dove la salma fu interrata, in forma privata e riservata nei sotterranei del castello. Là, nel nascondimento, rimase per la durata di sei anni, custodita con amore filiale dai chierici missionari e dalle suore. Finalmente, il 30 aprile 1949, il Padre potè fare ritorno nella sua Casa Madre, quasi completamente ristrutturata, e riposare nella stessa cappella che lo aveva custodito in precedenza. Ecco uno stralcio della cronaca di quell'evento: «Trasportata [la salma] nella nostra Cappella esterna, prima delle Esequie, il p. Gabriele Berruto, Direttore della Casa Madre, lesse un breve discorso di benvenuto al Padre che, dopo sei anni circa di lontananza ritornava tra i suoi Figli. Terminate le Esequie, tutti i presenti passarono a deporre sulla bara, anche a nome degli assenti, il loro devoto e filiale bacio, dopo di che la Venerata Salma veniva collocata nel sarcofago. La funzione terminava alle ore 16,30».26
11. L'Allamano rimane per sempre nella Casa Madre
Da allora quante volte siamo venuti a trovarlo qui, nella sua e nostra casa. Ci fu un momento solenne, che non possiamo dimenticare e che tocca lui e noi da vicino. Mi riferisco all'esumazione della salma, in vista della beatificazione. Secondo le norme della Chiesa e con le dovutelicenze legali, alla presenza delle autorità competenti, l'esumazione fu eseguita il 3 ottobre 1989. Allora, con felice sorpresa di tutti i presenti, il corpo dell'Allamano apparve come mummificato, con le sembienze intatte, composto nella bara, nonostante tutti gli spostamenti avvenuti. Così la salma dell'Allamano venne riposta nell'urna sepolcrale, ora divenuta altare su cui viene celebrata l'Eucaristia, nel tempietto rinnovato su disegno del geametra Cotti.
E quasi non bastasse, l'Istituto volle che, accanto all'Allamano, riposassero anche le spoglie mortali del suo pricipale collaboratore, il can. Giacomo Camisassa, Confondatore dell'Istituto, colui che seguì da vicino, giorno dopo giorno, la costruzione della Casa Madre. Dal 2001, i corpi dei nostri due Padri, il Fondatore e il Confondatore, sono tra noi, vicini l'uno all'altro. Quando ci rechiamo nel nostro santuario, possiamo incontrarli entrambi e ricevere da loro un paterno incoraggiamento e l'assicurazione della loro protezione.
12. Accanto al nuovo edificio di corso Ferrucci crebbe un'altra Casa Madre
Agiungo un “post scriptum” che merita di non essere dimenticato. Nel 1912, l’Allamano dovette affrontare con il Camisassa, appena tornato dal Kenya, il problema della casa madre anche le missionarie. La Consolatina, nella quale erano ospitate fino allora, si dimostrò ormai inadeguata a contenere una comunità in continua crescita. Come sistemazione provvisoria fu destinata alle
risorgere: risorgerà!»: “Da Casa Madre”, gennaio 1946, pp. 5-9. La Casa Madre ricostruita fu inaugurata dieci anni dopo, l’8 dicembre 1952.
25 “Bollettino Ufficiale”, n. 6, 1943. 26 “Da Casa Madre”, …......
missionarie parte della nuova casa dei missionari. Un primo gruppo di otto suore ne prese possesso il 1 ottobre 1912, sostituendo le suore di S. Gaetano, che l’Allamano aveva ottenuto dal loro Fondatore, il parroco di Pancalieri Giovanni Maria Boccardo, per curare la prima comunità fin dal 1901.
L’Allamano, recatosi a benedire la loro cappella, incoraggiò così le sue missionarie: «Felici voi, mie care figlie, se in questi anni di preparazione all’apostolato sarete vere devote di Gesù Sacramentato. Egli vi formerà a tutte le virtù, ed accenderà in voi il fuoco che è venuto a portare sulla terra».[22]
Ecco con quanta simpatia la cronaca redatta dal ch. Borello Mario sul “Diario”, inviato ai confratelli in missione, descrisse l’inizio dei lavori della Casa Madre per le missionarie: «Sapete ben che accanto al nostro “casone” vi sono due orti. Orbene, nell’“orto Nord” stamani s’è dato a scavare… si vuol fare un gran buco per farci una casa. La Provvidenza […] non cessa di vegliare sulle opere sue e su chi in Lei sola confida. […]. E quest’opera di Dio è l’Istituto delle nostre suore missionarie, e quest’uomo pieno di fede è il Sig. Rettore nostro Padre comune. Fuori si grida carestia [siamo all’inizio del 1915 e l’Italia sta per entrare in guerra]… anche i nostri fratelli di Torino la sentono un poco… via quel poco di superfluo ancora, ma “nelle cose necessarie” Dio non manca, ed il Sig. Rettore dà principio alla casa delle nostre suore missionarie proprio accanto a noi, così le grazie del cielo avranno un solo indirizzo: via Circonvallazione 514/515 - (ora corso Ferrucci, 14 e via Coazze, 1), così un solo spirito, un’opera sola».[23]
[1] Lettere, V, 281 – 282.
[2] Conferenza IMC, II, 688.
[3] Conferenze SMC, I, 243 – 244.
[4] Testimonianza, 3 gennaio 1944, Archivio IMC.
[5] P. L. SALES, Il Servo di Dio..., cit., 195, 280.
[6] P. L. Sales, Appunti biografici, Archivio IMC.
[7] Diario del semonario, quaderno 1908-1909, 76: Archivio IMC.
[8] Conferenze IMC, I, 273.
[9] Diario del seminario, Archivio IMC.
[10] P. D. Ferrero, “Ricordi del Ven.mo Padre, pp. 51-52.
[11] Conferenze IMC, II, 82.
[12] Testimonianza, senza data, Archivio IMC.
[13] Cenni storici generali della Pia Società S. Paolo, in Unione Cooperatori Buona Stampa 1923, p. 5: «Il Can. Allamano aveva dato questo consiglio al Teol. Alberione: abbia la porta della sua Casa larga per entrare, ma più larga per uscire. Subito in quell’anno coinciarono le purificazioni […]», in: BONA C., La Fede e le Opere, Edizioni Missioni consolata, Torino 1989, 395.
[14] Testimonianza, 6 novembre 1943, Archivio IMC.
[15] Conferenze IMC, III, 61.
[16] Conferenze SMC, II, 24-25. 17 Conferenze IMC, III, 322.
[17] Conferenze IMC, III, 668. 19 Conferenze IMC, III, 701.
[18] Conferenze IMC, III, 720.
[19] Conf.erenze IMC, III, 722
[20] “Da Casa Madre”, n. 20, 1925, p. 66.
[21] “Da Casa Madre”, n. 21, 1925, p. 174.
[22] Conferenze IMC, I, 472.
[23] La vita dell’Istituto, Archivio IMC; in Lettere, VI, 690.
