UOMO DEL DIALOGO INTERPERSONALE

 

Non intendo parlare del “dialogo interreligioso” o “di salvezza”, che «fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa».[1] Parlo, invece, del dialogo “nell’attività educativa”, nel “governo”, “nella vita comunitaria”, cioè di quella capacità di intessere in modo intelligente, positivo e aperto, fatto più di atteggiamenti che di parole, il rapporto tra le persone. Quando, in particolare, si tratta del servizio dell’autorità, il dialogo tra i cosiddetti “superiori” e “sudditi” diventa via necessaria all’ubbidienza, toglie le asprezze, rendendo maturi ed umani i rapporti tra le persone. In queste riflessioni parlo di tale “dialogo”.

Se si pensa a quanto l’Allamano ha privilegiato l’ubbidienza, anche “cieca” nella propria vita e attività di formatore, sembra poco probabile definirlo “l’uomo del dialogo”. Eppure è così: l’Allamano, senza mai rinunciare alla propria responsabilità, ha saputo intessere con i collaboratori e con gli allievi un rapporto vero, spontaneo, aperto e franco, incoraggiando la confidenza e il dialogo. Ovviamente, la terminologia che usava risente della cultura ascetica e pedagogica del tempo, per cui certe espressioni non devono meravigliare, ma la sostanza è molto valida e merita di essere valorizzata. Riporto alcuni spunti interessanti e suscettibili di sviluppo.

1.  L’ALLAMANO CHIEDE DI ESSERE INFORMATO

Per poter dirigere convenientemente le sue opere, formare bene i missionari e missionarie e garantire un clima positivo nella comunità, l’Allamano ha bisogno di essere informato. Ma non gli basta un’informazione qualsiasi, tanto meno forzata. Deve essere una informazione che porta al dialogo interpersonale.

Il punto di partenza per queste riflessioni è l’atteggiamento globale dell’Allamano: ai suoi collaboratori, sia al santuario della Consolata che nell’Istituto, e soprattutto ai suoi allievi, chiede apertura e confidenza, favorendo un dialogo di spirito e di azione. Sentiamo alcune sue espressioni, desunte soprattutto dalle lettere.

Ai suoi missionari lontani, l’Allamano chiede che gli scrivano spesso. In più stabilisce la norma del diario giornaliero, che si dimostra molto positiva. A P. T. Gays, superiore del gruppo in Kenya, scrive il 15 maggio 1903: «Desidero che tutti mi scrivano una volta ogni due mesi e che composti i taccuini [diari] a tempo debito me li mandino».[2] Nella lettera del 3 febbraio 1904, assicura Fr. B. Falda che gradisce la sua schiettezza nel diario, incoraggiandolo a continuare: «Mi piacquero i tuoi diarii, specialmente pel candore di schiettezza con cui li scrivi. Continua sempre così, pensando che parli ad un padre che ti ama in Gesù teneramente, e che non li legge ad altri se non in quelle cose che non sono confidenziali».3

È molto significativa la lettera del 18 settembre 1903 al P. Gays, dalla quale emerge bene il criterio seguito dall’Allamano di potere lavorare insieme con i suoi missionari, attraverso una precisa informazione: «Di là [da Limuru dove P. Gays stava per trasferirsi] poi V.S. mi scriva più sovente e più a lungo […]. In ogni cosa non dobbiamo che cercare il maggior bene e la gloria di Dio; che se talora le mie disposizioni potrebbero essere migliori, basta che esse siano buone in attesa di migliorarle quando lo creda, in seguito a ricevere maggiori cognizioni locali. […] Mi scriva quindi in proposito le sue ed altrui idee in dettaglio sul tenore di vita interno spirituale e corporale e sulle opere di ministero da incominciare, come scuole, cure mediche, lavori e predicazioni, ecc.».[3]

Questa esigenza di essere informato con grande sincerità, l’Allamano la conserva immutata per tutta la vita. A P. Domenico Gillio, superiore delegato dei missionari e delle missionarie in Kenya, il 18 agosto 1923, così scrive: «Ho ricevuto la sua lettera, e La prego di scrivere sovente e minutamente».5

Stessa confidenza l’Allamano richiede a quanti collaborano con lui a Torino. A Don Borio, prefetto alla Consolatina, scrive da S. Ignazio il 9 luglio 1903: «Essendo io lontano, nel bisogno di consigli si rivolga al R. C. Camisassa che è pure V. Rettore dell’Istituto; tuttavia desidero di essere al corrente di ogni cosa».[4] Ed a P. Costa, succeduto a Don Borio, il 9 luglio 1910, conferma lo stesso desiderio di essere informato: «Ho ricevuto le due tue lettere, che sono fatte proprio com’io le desidero: minute e conformi alla piena verità delle cose».[5]

Dopo la fondazione delle Missionarie della Consolata, adotta con esse lo stesso criterio della comunicazione sincera e fiduciosa ad ogni costo. Così scrive a Sr. Margherita Demaria, superiora del gruppo delle suore in Kenya, il 16 maggio 1914: «Ho ricevuto la tua bella lettera (N. 3) e te ne ringrazio, godendo specialmente della piena sincerità e del modo minuto con cui mi scrivi. Si tratta del bene e non si deve aver paura di farmi pena. Sarebbe più doloroso se per non farmi dispiacere mi celassi qualche cosa. Vogliamo tutti il solo bene comune e di tutti».[6] Idea ripetuta quasi alla lettera il 13 giugno successivo: «Ho ricevuto la tua lettera (N. 4) e ti ringrazio di aver scritto molto minutamente. Credimi: è falsa compassione quella di non dir tutto per non contristarmi. La verità tutta e sempre è la miglior consolazione per chi desidera il bene e così conosce le cose come sono».9

Quanto detto è completato da un aspetto interessante. Attraverso la mutua informazione, l’Allamano garantisce il vero dialogo, quella pratico, fatto tra persone che si conoscono e lavorano assieme. L’Allamano, infatti, non soltanto richiede di essere informato, ma informa. Si considerino le conferenze: quante notizie dette, sia pure con prudenza, agli allievi! Che cosa dire della lettura delle lettere che giungevano dall’Africa o dai militari? Egli diventa il tramite di un dialogo tra persone lontane. Inoltre, si esamini la corrispondenza indirizzata ai suoi collaboratori nella conduzione dell’Istituto. L’Allamano informa dettagliatamente, di modo che essi siano aggiornati al momento presente. Anche questo è dialogo pratico.[7]

2.  DIALOGO NELLA DIREZIONE DELLE OPERE

Nella direzione delle sue opere l’Allamano ha saputo instaurare una collaborazione positiva. Conosciamo il grado di intesa con il Camisassa, con il quale egli ha realizzato un una collaborazione e un dialogo continui , fraterni e costruttivi. Questo è un capitolo che merita una trattazione a parte. Notiamo, invece, la capacità di dialogo dell’Allamano con gli altri collaboratori, fuori e dentro all’Istituto.

  1. Nella conduzione del santuario della Consolata. Per iniziare dal santuario della Consolata, ecco una magnifica testimonianza del Can. Nicola Baravalle, che spiega bene la disposizione del Rettore al dialogo con i collaboratori: «[L’Allamano] non era fossilizzato nelle sue idee, ma apriva il cuore ad ogni buona iniziativa; accettava, specialmente all’ora della mensa quando ci trovavamo tutti insieme, le nostre proposte, le esaminava benevolmente, e talvolta cambiava radicalmente o modificava le proprie deliberazioni, dimostrando il contatto diretto che teneva con i suoi collaboratori, e la stima che aveva di loro, e dei loro suggerimenti».[8] Qui si può parlare di “dialogo nel governo”.
  2. Nell’attività missionaria dell’Istituto. Nell’Istituto si scorge addirittura una richiesta più pressante di collaborazione, proprio perché l’attività missionaria richiede una metodologia che si dove costruire insieme poco alla volta. La documentazione al riguardo è molto ricca.

Iniziamo da un aspetto piuttosto ostico alla sensibilità odierna, almeno per quanto riguarda la forma, ma che fa parte della terminologia dell’Allamano. Il 5 febbraio 1905, il Fondatore scrive a P. F. Perlo, succeduto a P. Gays nella direzione del gruppo: «Di una cosa sola la prego, e si è che non sia tanto riservato a scrivermi di tutto. Se ciò non fece finora perché non ancora superiore, d’ora in poi deve saper pensar male, giudicar male e scrivere come ne pensa coi dettagli a me. S. Francesco di Sales lo dice dovere; e V. Signoria quasi ogni volta che mi scrive, potendolo, mi dia un giudizio di ciascuno, del loro miglioramento, ecc. Ciò servirà, colle norme che V. S. mi indicherà più necessarie, per una futura lettera circolare».[9] Come si può constatare, a parte la terminologia, l’Allamano vuole costruire la forma di vita e di azione dei suoi missionari non a tavolino, ma a partire dall’esperienza dei missionari stessi, conosciuta tramite le informazioni direttamente dal campo.

La capacità di dialogo e soprattutto la prudenza di governo dell’Allamano emergono bene dal realismo con cui imposta la vita dei suoi missionari in Africa. Sentiamo alcune espressioni molto interessanti. Inviando l’elenco delle pratiche che si facevano in casa madre, il 12 dicembre 1902, consiglia P. T. Gays di «osservarle costì per quanto è possibile»[10]. E l’anno seguente, il 6 marzo 1903, incomincia una lettera allo stesso: «Certamente non si è ancora in numero per poter eseguire esattamente quanto prescrive il nostro regolamento; tuttavia si faccia quanto è possibile»[11]. Il 27 novembre successivo, manda alcune istruzioni a P. F. Perlo, tra la quali: «Prescriva in Domino quanto è possibile in conformità al regolamento ed al direttorio»[12]. Una saggia direttiva per guidare la comunità la troviamo nella lettera del 5 febbraio 1904 al Perlo: «E’ pure mia l’idea di V.S. di non prendere le cose di fronte, saper pazientare, compatire e scusare, poiché per gente che fecero tanti sacrifizi non è probabile subito tacciarli di cattivo animo e simili».[13] A Mons. F. Perlo lascia ampio spazio di azione riguardo al tempo della durata dei permessi concessi dall’Allamano ai missionari. In data 20 agosto 1917, così conclude la lettera che contiene le istruzioni al riguardo: «V.E. nella sua prudenza allunghi quel tempo, e se crede, cambi la consegna mia in quella di V. E.».[14]

 Questo criterio di realismo e di prudenza è comprovato da tante altri interventi. In un biglietto al Can. Giuseppe Ferrero, Padre della Piccola Casa, l’Allamano esprime il suo rincrescimento per le osservazioni fatte direttamente a P. Perlo, senza che se ne fosse prima discusso con lui. Ciò, infatti, rischia di abbattere i missionari, i quali «possono talora avere il morale abbattuto dai sacrifici quotidiani, motivo per cui io vado adagio prima di scrivere un rimprovero che a loro può lasciare un’impressione di pena troppo dolorosa e sovente non meritata, perché non si è sempre sicuri della verità delle cose, essendo necessario udire tutte le campane…».[15]

L’Allamano è convinto che il dialogo dei suoi missionari tra di loro e con i superiori è stato il punto di partenza per costruire un metodo missionario valido. Ciò risulta dalla relazione del 1° aprile 1905 alla Congregazione di Propaganda Fide, nella quale l’Allamano spiega il metodo di azione e lo stile di collaborazione tra i missionari con queste parole: «Questi [gli esercizi spirituali] furono accompagnati da una serie di conferenze, in cui tutti poterono comunicarsi le proprie idee ed il frutto della propria esperienza; accordarsi sui lavori da iniziare; sul modo di vincere le difficoltà; sui metodi da seguire nell’evangelizzazione, affinché si potesse procedere nell’opera comune con unità di intendimenti e di azione […]».[16] Questa possibilità di dialogo fraterno tra i missionari è non solo conosciuto, ma incoraggiato dall’Allamano. Anzi, da tutto l’insieme risulta che è lui il maestro di questo dialogo.

c. Nella formazione dei missionari. Stesso atteggiamento di libertà, nel mutuo dialogo, con i collaboratori nella formazione degli allievi missionari in casa madre. Sappiamo quanto l’Allamano ci abbia tenuto al suo spirito. Eppure i suoi collaboratori nella formazione non erano dei semplici esecutori. Fedeltà allo spirito del Fondatore sì, impegno inderogabile anche per essi, ma nel libero esercizio della propria responsabilità.

Ecco che cosa l’Allamano fa notare a don Luigi Borio, primo collaboratore (prefetto di disciplina) alla Consolatina, il 4 settembre 1907, mentre si trova a S. Ignazio: «In seguito a ciò che dissi a V.S. nel ritorno a Lanzo, le aggiungo in Domino, che in tutto V.S. usi parole e modi amorevoli coi giovani. Non so come vada ma in nostra casa c’è più timore che amore; stanno lì come automi, senza iniziativa propria e con paura di parlare e fare per tema di sbagliare. Studii la cosa».[17] Si tenga presente che le parole «e con paura di parlare e fare per tema di sbagliare» sono aggiunte in sopralinea, il che spiega meglio la convinzione dell’Allamano in favore della spontaneità di rapporto tra formatore e discepolo.

Così pure P. Costa, succeduto a don Borio con il titolo di “assistente”, gode tutta la fiducia dell’Allamano che sa intessere con lui un rapporto molto fitto di mutua comunicazione. Si consideri la ricca corrispondenza del Fondatore con P. Costa, nella quale si respira un clima di grande intesa, che suppone un fitto dialogo. Per comprendere il rapporto tra l’Allamano e il P. Costa, si leggano, per esempio, queste parole indicative: «Mi rallegrano le buone notizie del caro Istituto e degli esami subiti abbastanza bene. Per la lettura dei voti io probabilmente non potrò farla che Giovedì sera, perché penso di tornare a Torino Giovedì mattina. Se stimassi meglio anticipare, fa come ti pare meglio in Domino»;21 «Tutte queste cose te le dico perché se avessi qualche osservazione in proposito, me la scrivi. Pel bene, e perché al vostro ritorno tutto sia in ordine pensa ad ogni cosa, e scrivimi liberamente. Non cerchiamo che il maggior bene, perciò parla in tutto liberamente. […] Non essendo io presente devi riflettere davanti a Dio e poi fare ciò che pare ch’io ti direi. È questo lo spirito di Dio; ed io non tengo a sapere ogni cosa se non per meglio indirizzarvi. Così anche operando lontano da me, anche sbagli, non ci sarebbe da inquietarsi. […] Leggi la lettera unita al ch. Garrone e se la trovi conveniente alla di lui condotta, gliela darai, altrimenti no».22

Un altro esempio di dialogo con i collaboratori lo si scorge nella lettera del 28 settembre 1922 al P. Gays, superiore di casa madre: «Da domenica medito su ciò che abbiamo trattato sull’ordine della Casa, e mi persuasi che per ora non conviene cambiare il nome di Superiore in Direttore. V.S. continui nel nome di prima; si muterà dopo il Capitolo. Se così parrà anche a Lei, facciamolo».23

L’Allamano, oltre a realizzare personalmente il dialogo con i collaboratori, esige che si instauri anche tra i di essi lo stesso rapporto di dialogo, come risulta di questo indirizzo inviato, il 5 gennaio 1919, ai P. G. Gallea e P. Alberatone in casa madre. Dopo aver precisate le rispettive competenze, continua: «Don Gallea e Don Alberatone si trovino di tanto in tanto insieme, in pubblico pel buon esempio, ed in privato per conferire sull’andamento della comunità e per la formazione dei singoli individui».24

d. Con le suore missionarie. Anche per la conduzione della comunità delle suore missionarie, l’Allamano usa lo stesso metodo del dialogo con le collaboratrici. A Sr. Maria degli Angeli, superiora delle missionarie in casa madre, che è convalescente a Zoverallo, il 14 febbraio 1917, propone un programma per il rientro in comunità e conclude: «Se ti pare giusto il mio progetto, bene; altrimenti scrivi liberamente il tuo parere».25 E alla medesima, tornata in comunità, il 16 luglio successivo, scrive: «Siete in tre e conferite sovente insieme [per la conduzione della comunità]».26

A Sr. Margherita Demaria, il 16 maggio 1914, dopo aver chiesto di non nascondergli le difficoltà per evitare di farlo soffrire, con sano realismo dice: «Quali si era in Casa-Madre, tali si è in Missione, con qualche aumento di umana miseria per causa del clima, della diversità di vita e forse

ma il Fondatore, come si arguisce, lo aveva già toccato a voce, durante l’ultima sua permanenza a Sant’Ignazio»: Lett., IV, 738, nota 9.

  • , VI, 95 (10 marzo 1912).
  • , VI, 477 – 478.
  • , IX/1, 468.
  • , VIII, 275.
  • , VII, 511.
  • , VII, 580.

di indebolimento di fervore. Cose che con la grazia di Dio spariranno. Tu abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando e sempre correggendo maternamente».[18] Il realismo dell’Allamano giunge a livelli veramente ammirevoli, come appare da queste parole alla stessa Sr. Margherita Demaria nella lettera del 27 giugno successivo: «[…] Poco alla volta colla grazia di Dio si metteranno a posto. Tu non scoraggiarti, e continua il comando dolce, ma fermo; e non inquietarti se ti scappa un po’ la pazienza. Il Signore aggiusterà anche i tuoi difetti e sbagli…».28

3.  DIALOGO NELL’UBBIDIENZA

Il discorso sul dialogo si completa vedendone l’intrinseca relazione con l’obbedienza. Per l’Allamano, l’obbedienza è virtù fondamentale per un Istituto di missionari, per cui ogni attività apostolica deve essere autenticata dal timbro dell’obbedienza. Lo è stato per lui[19], durante tutta la sua vita, ed vuole che lo sia anche per i missionari. Ascoltiamo alcune sue espressioni che spiegano tale convinzione.

A P. F. Perlo, il il 4 marzo 1904, approvando il programma di fare ogni anno gli esercizi spirituali, possibilmente predicati, lo invita ad intervenire anche lui e aggiunge: «Nel concertare i mezzi di sistemare le missioni in ogni parte V. S. interroghi senza lasciare questionare, e poi con tranquillità decida inappellabilmente quanto le pare meglio in Domino».[20]

Nella lettera circolare del 25 settembre 1905, quando annuncia con la più viva gioia ai missionari che l’intera Provincia del Kenya è stata eretta da Propaganda Fide in “missione indipendente” ed affidata all’Istituto, si sofferma a spiegare le ragioni di questa promozione, che sono principalmente due: la buona organizzazione  e l’unità di azione. Se l’organizzazione è principalmente da attribuirsi alla capacità del superiore, l’unità di azione è opera di tutti i missionari. Ecco le parole del Fondatore: «L’unità di azione poi è specialmente merito vostro perché avete saputo uniformarvi pienamente alle direzioni ricevute. E questo vi sia di sprone ad un’ubbidienza anche più perfetta in avvenire […]».[21]

Ascoltiamo ancora le brevi parole dell’Allamano, scritte nel 1921 su di un bigliettino a Sr. Clementina Cristino, Missionaria della Consolata, per rassicurarla: «Sta tranquilla: non è male manifestare le proprie idee, purché si sia disposti alla volontà di Dio. Coraggio».[22]

[1] Redemptoris Missio, 55.

[2] Lett., III, 583. 3 Lett., IV, 30.

[3] Lett., III, 647. Anche dopo la rinuncia all’incarico di superiore del gruppo, P. Gays è invitato dall’Allamano, con lettera del 20 luglio 1908, a continuare ad informarlo con immutata confidenza: «V.S. continui a lavorare pel bene delle anime ed a scrivere pure a me che tanto desidero esserle in comunicazione»: Lett., V, 83. 5 Lett., IX/2, 169.

[4] Lett. III, 618.

[5] Lett., V, 378; cf. anche 402. P. C. Bona fa questo rilievo: «Il Fondatore gli [a P. Costa] esprime il suo compiacimento per il modo con cui soddisfa al dovere dell’informazione e, indirettamente, sul come sa trarsi d’impaccio nelle difficoltà di ogni giorno»: 378, nota 2. Cf. anche la lettera al P. L. Sales del 5 settembre 1914: Lett., VI, 622. A Mons. F. Perlo, il 28 dicembre 1915, chiede questo favore: «V.E. scrivendomi mi dica ciò che pensa e crede bene sull’andamento delle suore anche per ajuto a formare le aspiranti in Casa Madre»: Lett., VII, 274.

[6] Lett., VI, 574. 9 Lett., VI, 584.

[7] Come esempio, cf. le due lettere al P. T. Gays, superiore in casa madre: Lett., IX/2, 174 – 175; 186.

[8] Processus Informativus, IV, 97.

[9] Lett., IV, 33. P. C. Bona, in una lunga nota, spiega il senso delle espressioni dell’Allamano, desunte, come sembra, da S. Francesco di Sales e da S. Alfonso: cf. 34, nota 7. Il senso di questo “pensar male” si percepisce bene da queste parole dell’Allamano alle suore, nella conferenza del 27 febbraio 1917: «Io temo, e con fondamento, che tra voi ci siano di quelle che non sono generose, son lì…moscie [fiacche], sempre al medesimo punto…guardate che io penso sempre male…(Non pensi così, esclama una suora): È meglio ch’io pensi male e che mi sbagli sempre…»: Conf. MC, II, 30. C’è anche una lettera del Fondatore a Sr. Maria degli Angeli, superiora in casa madre, con parole un po’ diverse, ma che spiegano lo spirito del Fondatore: «Quanto alle suore non bisogna mai stancarsi di esaminarle, anche fortemente. S. Francesco di Sales dice che i superiori devono saper pensare male; ed io aggiungo che non pensano mai abbastanza male; ciò per evitare il male»: Lett., VII, 580.

[10] Lett., III, 486.

[11] Lett., III, 543.

[12] Lett., III, 679.

[13] Lett., IV, 32; cf. anche 41.

[14] Lett., VII, 597.

[15] Lett., IV, 658 – 659.

[16] Lett., IV, 330.

[17] Lett., IV, 736. P. Bona fa questo rilievo al riguardo: «G.A. addebita a don Borio, prefetto degli allievi missionari, una certa mancanza di tatto e durezza nelle correzioni, con effetti, a suo giudizio, paralizzanti. L’argomento è delicato,

[18] Lett., VI, 574. 28 Lett., VI, 588.

[19] Tra le numerosissime testimonianze, riporto la più ufficiale. Enumerando le molteplici responsabilità che gravarono sulle sue spalle, nella lettera ai missionari e missionarie del 1 ottobre 1923, commenta con semplicità: «Se al mio posto fosse stato un santo quanto maggior bene avrebbe operato, ed acquistatisi più meriti! Mi consola però che cercai sempre di fare la volontà di Dio riconosciuta nella voce dei Superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il secreto mio fu di cercare Dio solo e la Sua Santa Volontà, manifestatami dai miei Superiori. Questa fu ed è la mia consolazione in vita e la mia confidenza al tribunale di Dio». E dopo avere ringraziato tutti per le preghiere, le felicitazioni e le feste fattegli in occasione del 50° di sacerdozio, conclude: «Attribuisco a voi se non sono deceduto nel passato inverno; ma con sufficiente salute giunsi al bel giorno […]. Continuate a pregare perché in me ed in voi si compia sempre la S. Volontà di Dio»: Lett., IX/2, 653 – 654.

[20] Lett., IV, 66. Si notino in queste parole i tre elementi presenti nel pensiero del Fondatore in modo congiunto: il dialogo, la responsabilità autonoma del superiore locale e la necessità dell’ubbidienza.

[21] Lett., IV, 456.

[22] Lett., IX/1, 237.