Credo che il beato Giuseppe Allamano, come fondatore ed educatore di missionari e missionarie, si qualifichi soprattutto per tre intuizioni originali. Sottolineo l’aggettivo “originali”, perché si tratta di intuizioni la cui “origine” va ricercata dentro di lui, in quel punto profondo e riservato della sua coscienza, dove più che le idee desunte dalla lettura di libri, o suggerite da altre persone, giunge la luce dello Spirito. In concreto, sono intuizioni avute nella riflessione e nella preghiera, maturate in convinzioni e concretizzate in programmi operativi e proposte missionarie.

Sarebbe superficiale spiegare la ricca la personalità di un uomo come l’Allamano limitando a tre le sue intuizioni originali, perché ne ha avuto molte di più e di notevole spessore. Voglio unicamente dire che queste tre, che cercherò di spiegare, mi sembrano decisive per capire il nucleo centrale del suo carisma e la novità delle sue proposte. Ecco di che cosa si tratta: l’Allamano ha compreso di essere chiamato a raccogliere attorno a sé uomini e donne giovani, che intendessero coinvolgersi totalmente nella missione; inoltre che questi giovani mirassero a diventare di prima qualità e, soprattutto, che fosse chiaro a tutti che la realizzazione di questo progetto non era opera sua, ma di Dio e della Madonna Consolata.

1.  «MISSIONARI NELLA TESTA, NELLA BOCCA E NEL CUORE»

La prima proposta che l’Allamano faceva ai giovani, dunque, era esclusivamente di tipo missionario. Il suo impegno di fondatore e di formatore era indirizzato a questo obiettivo: cercare, preparare e inviare missionari adeguati per qualità e quantità. Lo ha detto francamente ai primi aspiranti: «Non avendo potuto essere io missionario , voglio che non siano impedite quelle anime che desiderano seguire tale via”» (Test. Di P. L. Sales). E ancora: «Qui l’aria è buona solo per coloro che vogliono essere missionari» (Conf. IMC, II, 82).

Ènecessario, però, chiarire bene che cosa l’Allamano intendeva per missione e missionario. Ed è qui che mi pare di scorgere una sua prima intuizione: la missione, prima che un’attività da svolgere, è una “comunione” di vita con il “missionario per eccellenza”, Cristo Signore, l’inviato del Padre. Quindi, per esprimerci con un linguaggio odierno: “prima l’essere missionario e poi l’operare”. I giovani aspiranti alle missioni venivano coinvolti dall’Allamano nell’appassionante avventura di vivere di Cristo per collaborare con lui alla salvezza dell’uomo.

L’idea, poi, che l’attività missionaria avesse la caratteristica della “collaborazione” era chiarissima nella mente dell’Allamano. La spiegava così: «Il missionario è chiamato a cooperare con Dio alla salvezza di quelle anime, che ancora non lo conoscono; a prendere parte attiva e impegnare la propria persona alla grande opera della conversione del mondo. E’ questa, quindi, un’opera essenzialmente divina». E, citando S. Paolo, aggiungeva con un senso di compiacenza: «Siamo aiutanti di Dio»! (Conf. IMC, I, 650).

C’è ancora un aspetto che non vorrei tralasciare. L’Allamano era così tenace nel sostenere la vocazione missionaria, tanto da essere criticato da alcuni quasi “rubasse” forze giovani alla Chiesa locale, perché la considerava la migliore in assoluto. E lo spiegava in modo semplice alle ragazze che si preparavano per diventare suore missionarie: «Non si dice per superbia, ma voi sapete che lo stato di missionaria è lo stato più perfetto che ci sia, perché è lo stato che Gesù ha scelto per sé. Tant’è vero che se il Signore avesse trovato sulla terra uno stato più perfetto l’avrebbe abbracciato.

Ora lo stato che più imita Nostro Signore, che si avvicina di più a Lui, è il più perfetto» (Conf. MC, I, 428). Era perciò ovvio che l’ideale missionario che proponeva toccasse direttamente il rapporto delle persone con Cristo: «Così voi dovete avere non solo lo spirito del Signore; ma i suoi pensieri, le sue parole e le azione, perciò dovete essere missionari nella testa, nella bocca e nel cuore». (Conf. IMC, III, 16). In definitiva, l’intuizione dell’Allamano consiste in questo: ha capito che l’essenziale era educare i giovani a formarsi una personalità genuinamente missionaria, seguendo Gesù, il modello per eccellenza. La loro idoneità ad operare sarebbe venuta di conseguenza.

Se il discorso si fermasse a questo punto, sarebbe limitato. Occorre completarlo. Nella mente dell’Allamano, ai missionari era affidato il compito di collaborare alla salvezza “integrale” dell’uomo. Il che significa: salvezza soprannaturale, la prima per importanza, ma anche salvezza terrena, perché l’uomo totale è costituito da corpo ed anima e le sue esigenze sono allo stesso tempo terrene e soprannaturali.

I primi missionari, accompagnati dalla saggezza dell’Allamano, avevano maturato la convinzione che il primo lavoro da compiere era di “elevare l’ambiente”. Questa formula, da essi inventata, significava concretamente impegnarsi perché il livello di vita della gente migliorasse. Ed ecco, subito, l’attenzione alle coltivazioni, all’istruzione, alla salute, ecc. Dunque, senza fare troppe discussioni teoriche, già all’inizio del secolo scorso, l’Allamano ed i suoi giovani missionari avevano intuito che la promozione umana è parte integrante dell’evangelizzazione.

Nell’ambiente della Chiesa torinese, però, dove si aspettavano presto notizie di conversioni in massa, non sono mancate critiche a questo metodo e l’Allamano ne ha sofferto. Buon per i Missionari della Consolata che, in loro soccorso, è intervenuta la Santa Sede, la quale ha ufficialmente lodato il loro metodo di azione. È bello notare il sollievo dell’Allamano quando ha potuto scrivere ai suoi missionari: «Il decreto della S. Sede che ha approvato ufficialmente il nostro Istituto, le attestazioni di Propaganda Fide e le stesse parole del Papa approvarono il metodo del nostro apostolato. Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani: ameranno una religione che oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra» (Lett., V, 410).

Non sembra vero, ma a questa vicenda si è richiamato ancora lo stesso Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nel “Messaggio” per il centenario del nostro Istituto. Riportando le parole dell’Allamano che ho appena riferito, il Papa scrive: «A questo proposito vorrei evidenziare ancora un altro aspetto del vostro peculiare carisma. Fin dagli inizi, i vostri missionari hanno unito all’evangelizzazione un concreto sforzo di promozione umana, privilegiando la cura per i più poveri e gli emarginati. È uno stile apostolico che potremmo chiamare “integrale”, perché in esso sono tenute presenti tutte le esigenze dell’essere umano» (n. 4).

2.  «DOVETE ESSERE TUTTI DI PRIMA QUALITÀ»

Un bel sogno dell’Allamano, che non ha mai smesso di cullare, era che i suoi missionari e missionarie fosse tutti di “prima qualità”. Sembra una pretesa, ma così lui li aveva immaginati, di fronte alla Consolata, prima ancora di dare vita ai due Istituti. Certamente non si illudeva riguardo a quei giovani che stavano preparandosi per essere mandati nelle missioni. Li conosceva troppo bene. Anche se sembrava felice, per il bene che voleva loro, di ammettere bonariamente: «Io vi credo più di quello che siete», non temeva di offenderli ricordando loro che «Nessuno di voi è santo»; «Io non vi credo ancora santi». Così percepiva la propria vocazione: «io ho il ministero di santificare le vostre anime »; perciò «non voglio altro che voi, cioè i vostri cuori per aiutarli a santificarsi» (Conf. MC, I, 262 – 263).

L’intuizione dell’Allamano, su questo punto, consiste nel fatto che ha subito visto chiaro che quanti intendono seguire Cristo nella missione, lo devono seguire anzitutto nello stile di vita, cioè nella perfezione. Senza santità non c’è apostolato. Anche questa intuizione è maturata nella sua esperienza personale. Fin da giovane, l’Allamano non ha mai disgiunto il proposito di diventare sacerdote da quello di tendere alla perfezione più elevata possibile.

Per l’Allamano, dunque, il missionario deve tendere alla santità di vita perché è un apostolo di frontiera. Ciò emerge chiaro dalla sua pedagogia: «Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà» (Conf. IMC, I, 385); «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi» (Conf. IMC, I, 279). «Prima santi, poi missionari»: sono ancore sue parole. Dove l’avrà attinte l’Allamano se non dalla sua coscienza? Solo un santo può avere idee del genere:

Al riguardo, c’è ancora un aspetto che merita la nostra attenzione: l’Allamano aveva compreso che la santità del missionario deve avere un “di più” proprio perché il missionario continua da vicino la missione di Gesù. E si domandava:«E quale deve essere questa santità?». Ecco la risposta di una semplicità disarmante: «Maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei semplici religiosi, distinta da quella dei sacerdoti secolari. La santità dei missionari deve essere speciale, anche eroica ed all’occasione straordinaria da operare miracoli» (Conf. IMC, I, 616 – 617)..

È interessante notare che l’Allamano non proponeva l’ideale di santità in modo astratto o generico. I suoi discepoli potevano vedere la santità prima di tutto incarnata concretamente nella sua persona e poi proposta da una pedagogia molto “pratica” e “mirata”. L’Allamano non si limitava ad affermare che il missionario “deve” essere santo, ma insegnava “come” esserlo nelle situazioni della vita di ogni giorno. ”. Ispirandosi all’esempio di Gesù, il quale «ha fatto bene tutte le cose» (Mc 7, 37) e seguendo la spiritualità dello zio S. Giuseppe Cafasso, l’Allamano avanzava una proposta in questi termini: “Fare bene il bene, meglio che si può, nelle cose ordinarie della vita, senza rumore, con costanza e riprendendosi subito dopo ogni”.

La convinzione che il «vero missionario è il santo» la troviamo espressa in modo quasi ufficiale nella lettera enciclica di Giovanni Paolo II sulle missioni, dal celebre titolo “Redemptoris Missio” (la Missione del Redentore), nella quale si legge: «La rinnovata spinta verso la missione “ad gentes” esige missionari santi. Non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali […]: occorre suscitare un nuovo “ardore di santità”» . Appena queste parole dell’enciclica mi sono cadute sotto gli occhi, ho creduto che fossero state desunte dagli scritti dell’Allamano, tanto era evidente la concordanza. Di fatto, egli ne aveva pronunciate di simili almeno 80 anni prima!

3.  «LA VERA FONDATRICE È LA CONSOLATA»

Anche l’Allamano, come tutti i fondatori e le fondatrici di istituti religiosi, era convinto che la sua opera era originata da Dio e lo ha affermato più volte. La sua intuizione caratteristica, che lo distingue da quasi tutti gli altri, è che ha saputo scorgere, proprio all’origine dell’Istituto, anche la presenza attiva della Madonna Consolata. È lei la vera “fondatrice”.

Ne consegue che non accetta il titolo di fondatore. Sentiamolo dalla sua viva voce: «Questa casa l’ha posseduta Nostro Signore fin da principio, ed è proprio sua come un campo è del proprietario. Quindi, non dite bugie affermando che il tale o il tal altro l’ha fondata. No, no, è la Madonna che l’ha fondata ed il principio è venuto da Dio stesso» (Conf. MC, I, 442). «Accetto di cuore i vostri auguri per l’onomastico, ma non dite più “fondatore”, questo è uno sproposito! La fondatrice è la Madonna» (test. Di P. Chiomio).

Merita di essere riferita ancora questa testimonianza di un missionario dei primi tempi, per lo scherzoso gioco di parole che contiene: «Varie volte nelle sue conferenze domenicali ebbe a dirci: “Ci sono alcuni che mi chiamano fondatore dell’Istituto. Fondatrice di questo Istituto è la Consolata. Io sono il “fonditore”, perché faccio fondere le offerte dei benefattori”». (test. Di P. Ferrero).

Perché un atteggiamento così deciso, da non ammettere repliche? Immaginiamo l’Allamano, prima della fondazione del nostro Istituto, da solo nel coretto del santuario, dove trascorreva lunghe ore in preghiera e da dove poteva ammirare l’effigie della Consolata, intento a discutere con lei sull’opportunità di una nuova fondazione. Certamente la Consolata lo ha incoraggiato, forse anche convinto, vincendo la sua ritrosia, come lui stesso ha poi confidato. Prima ancora che i Missionari della Consolata esistessimo, dunque, l’Allamano li ha pensati e voluti, sostenuto direttamente dalla Madonna. Con un’esperienza così intensa, come avrebbe potuto, in seguito, anche solo supporre di essere lui il vero fondatore?

Partendo da questa ineguagliabile intesa con la Madonna, ecco la sintesi della proposta mariana che l’Allamano fa ai suoi missionari e missionarie: «Portate il titolo della Consolata come nome e cognome»; «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere»; «Voi siete “consolatini”». Nel 2001, congratulandosi per i nostri cento anni di vita, il Papa ha voluto confermare questa proposta dell’Allamano: «Con l’aiuto della Consolata, carissimi Fratelli, diffondete la vera “consolazione”, la salvezza cioè che è Cristo Gesù, Salvatore dell’uomo» (Messaggio per i centenario, n. 5).

CONCLUSIONE

L’Allamano ha maturato anche un’altra delle sue idee originali, con la quale mi piace concludere, pur non avendola inserita nelle famose “tre intuizioni”. L’Allamano sentiva interiormente che avrebbe potuto accompagnare i suoi missionari e missionarie anche dopo la morte. Non era solo il suo affetto a suggerirglielo, ma la certezza di una vocazione speciale che gli conferiva una “paternità perenne”. E lo disse più volte, in tanti contesti differenti, tutti proiettati al futuro. È quello che si usa definire “Fondatore perenne”.

È piacevole ascoltare di seguito le sue promesse: «Quando sarò in Paradiso, e ciò sarà presto, pregherò per te, non perché ci venga subito anche tu, ma perché te lo prepari pieno di meriti» (al P. Ferrero, Lett. IX/2, 136); «Farò più di là che di qua» (test. Di Sr. Guseppina Tempo); «Fare rumore non è nel mio spirito, ma dal Paradiso farò, farò» (test. Di Sr.Paola Rossi); «Quando sarò in Paradiso sarò sempre dal balcone; vi guarderò e vi benedirò ancora di più». L’esperienza dice che l’Allamano mantiene le promesse.