SCHEMA DI STUDIO

 

Per svolgere uno studio sull’Allamano come maestro di apostolato missionario si potrebbero fare due cose: la prima è di far risaltare che lui era modello di apostolato, prima di essere maestro. Seconda: riportare il suo insegnamento, non sistematico, sull’apostolato. Si tratta solo di elementi, non di una dottrina completa.

Prima l’essere e poi l’operare dell’apostolo: Le sue proposte di santità (prima santi e poi missionari); le sue raccomandazioni. Il primo ricordo che lasciava ai partenti era proprio questo: «Siate uomini di orazione […]. Altrimenti, se non sarete uomini di orazione, sarete strumenti inetti della grazia di Dio…Intanto faremo del bene in quanto saremo uniti con N.S.».[1] Ecco la conclusione: «Abbiamo bisogno di pregare molto, anche ed appunto perché siamo missionari».[2]

Ecco come il Fondatore presentava ai missionari il problema di proporzionare preghiera e azione, nella conferenza del 6 settembre 1908: «Che pensare, che dire di quei missionari che credono di adempiere all’offizio di apostolo con girare, lavorare e fare molte cose e molto rumore, lasciando perciò o diminuendo gli esercizi di pietà colla scusa del molto lavoro? Gesù aveva più a fare che noi…[…], eppure si ritira e prega, e con ciò non teme di perdere tempo o sottrarlo al maggior bene delle anime».[3] «E se adesso un missionario credesse di andare lontano, di qua e di là, e solo trafficare, no, si sbaglierebbe! No! Bisogna essere Sacramentini! Si fa più in un quarto d'ora dopo di aver pregato che in due ore senza preghiera. Tutte le nostre parole valgon niente se non c'è la grazia di Dio».[4]

Salvare le “anime”: primo obiettivo soprannaturale dell’apostolo. Anzitutto, l’identità del missionario è la sua integrale consacrazione «alla maggior gloria di Dio e per la salute delle anime» [5]. Lo scopo preciso della sua azione apostolica è «zelare la gloria di Dio colla salute delle anime»[6]. La dizione classica popolare allo stesso tempo “salvare le anime” (degli infedeli, dei pagani) trova alcune variazioni efficaci, come: “convertire le anime”, “santificare le anime”, “mandare in paradiso le anime”. Per l’Allamano si tratta di «quelle anime che nessuno vuol salvare, a cui nessuno pensa»[7]. In questo contesto è logico inserire l’abbondante ricorso dell’Allamano alla celebre frase di S. Francesco di Sales: “Da mihi animas, coetera tolle”, che gli serve per spiegare la necessità che un missionario senta la «sete delle anime»[8], «pro quibus Christus mortuus est»[9].

3[10]. Elevare l’ambiente: obiettivo naturale integrato con quello soprannaturale. Che significa due cose:

lavorare in grande, senza perdersi in casi singoli, ma puntare al gruppo (tutti). Si può valorizzare il tratto di lettera a P. F. Perlo del 12 dicembre 1902: «Da chi non capisce ci si domanda se già battezzano; non sanno che il vostro lavoro preparerà la conversione in massa di cotesti popoli; e ciò è importante, e non occupare il tempo in un fatto e luogo particolare a danno dei più».

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Promozione umana come parte integrate dell’evangelizzazione. Qui si può valorizzare la Conferenza di Muranj’a, come pure il “Decretum Laudis”: «Caratteristica di queste missioni si è che i Missionari non si limitano ad introdurre la religione, amministrare i sacramenti, raccogliere i bambini abbandonati nelle selve ed averne cura nell’Orfanotrofio, ma con lo splendore della fede portano a quei popoli la luce della civiltà, ammaestrandoli nell’agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali, trasportando per questo dall’Europa macchine ed utensili di ultima invenzione».[11]

4. Collaborazione apostolica: l’Allamano privilegiava il lavoro in collaborazione:

Tra gli apostoli. La famosa lettera circolare del 2 ottobre 1910: «Altro carattere del lavoro di missione è la concordia. L’unione di mente e di cuore mentre rende leggera la fatica, fa la forza ed ottiene la vittoria. Guai al missionario che tenace del proprio giudizio non sa rinunziare alle proprie viste per accettare cordialmente quelle della maggioranza dei compagni e più ancora quelle dei superiori»[12]. Già nel 1905, quando Propaganda aveva elevato a Missione Indipendente le opere dell’Istituto in Kenya, nella circolare del 25 settembre 1905, il Fondatore aveva scritto: «L’unità d’azione è che era una delle ragioni per la promozione] è specialmente merito vostro, perché avete saputo uniformarvi pienamente alle direttive ricevute. E questo vi sia di sprone[…]».[13] C’è anche la lettera dell’8 dicembre 1906 ai missionari, con la quale presenta la “Lettera di S. Ignazio sull’Obbedienza”. Tra l’altra scrive: «Ora per cooperare da parte nostra a questo risultato [«la trasformazione delle anime»] occorre l’unione di tutte le forze e la loro subordinazione a chi è da Dio chiamato a dirigerle».[14]

Con gli altri. Sapersi procurare dei collaboratori. L’Allamano ha spinto con tutte le forze l’istituzione e la valorizzazione dei catechisti prima e, in seguito, del clero locale, convinto che così sarebbero state moltiplicate le forze. 15

Per i Catechisti, potrebbe essere utile, oltre agli altri interventi, la lettera al P. T. Gays del 3 aprile 1903: «Una sola eccezione faccio a proposito della norma di non fare collegi, ed è di preparare una specie di seminario di futuri catechisti in una sola missione, a me sembra Limuru… ma bisogna che sia un seminario molti sui generis, cioè farli sempre lavorare in cose a voi utili, mantenerli solo come era nelle loro abitudini [ecc.]». Serve pure la decisione di Muranj’a, che intitola il secondo paragrafo delle conclusioni: “Scelta e prima formazione dei catechisti”: «Torna perciò a vantaggio della propria stazione, che ognuno si impegni a farne una scelta diligente [scelta di giovani da mandare al collegio] per poterne avere un buon numero, ed anche per non inviare al collegio personale inadatto. […]. Età dai 15 ai 25 anni, robustezza relativa, anche con moglie, ma una sola, per ora non badare se circoncisi o no. Qualità morali: buona fama nel paese, confidenza nei Padri, desiderio di imparare e volontà di lavorare».[15] La Conferenza ha anche deciso una forma intermedia, che ha denominato dei “mezzi catechisti”: «Uomini buoni e fidati di una certa età, che si mandano nei centri di villaggi a ripetere, anche meccanicamente, qualche prima nozione di religione naturale […], affinché ci preparino il terreno e ci coadiuvino nell’opera delle visite ai villaggi».[16]

Per i seminaristi, che sono sorti dopo, il Fondatore ha seguito il sorgere di quest’opera e l’ha incoraggiata. Gli elementi sono pochi, ma  si potrebbe valorizzare la frase della conferenza dell’11 aprile 1915: «E… consola!... Quando sarete vecchi colla barba bianca avrete già dei giovanetti che corrono èsi riferiva ai seminaristi]».[17] Interessante anche la lettera del 28 agosto 1915 a P. C. Cagnolo, direttore del seminario a Nyeri: «Le notizie del seminario mi consolano grandemente. Invero, quest’opera è di somma importanza per l’avvenire del Vicariato e dev’essere la pupilla dei nostri occhi. […]. Ho risposto alla buona alla loro lettera, e lo farò volentieri altre volte».[18] «Non stupirti delle defezioni. Anzi, nel dubbio, dopo avarie prove, allontana i non chiamati e i non corrispondenti alla santa vocazione. Me ne aspetto molte di più».[19]

5. Comunicare: il contatto facilitato con la gente il Fondatore lo ha incoraggiato in molti modi. I principali sono:

  • Conoscere la gente; contatto con la loro realtà. Ecco le visite ai villaggi. Può essere utile la direttiva della Conferenza di Muranj’a. «Cominciare nelle zone prossime alla stazionew e ritornare sovente nei villaggi in cui si dimostravano speciali disposizioni. Preferire i centri di villaggi accanto ai capi influenti, dai quali si otterrà che radunino la popolazione in luoghi designati».[20]
  • Sapersi spiegare, parlare come la gente. Ecco l‘importanza della conoscenza delle lingue. Il Fondatore ha insistito. Si può partire dalla conferenza del 16 aprile 1907: «Pensate sovente alle parole del Regolamento che dice essere segno di vocazione all’apostolato l’impegno ecc. (Reg. III, 14)». «Un degno autore (Mack Tes. del Sac. I, p. 58) trattando di ciò che deve studiare un sacerdote, pone per prima cosa la lingua, in cui dovrà esercitare il S. Ministero, e dice che il sacerdote deve procurare di ben possederla, vale a dire mettersi in stato di scriverla e parlarla con perfezione. E veramente a che serviranno gli studi di filosofia, di Teologia, di S. Scrittura ecc. per il S. Ministero, se non si saprà tali materie comunicare colle parole; e che poco effetto se si parleranno stentatamente. Verrà piuttosto via la volontà di evangelizzare, o si farà senza energia, e con poca importanza ed autorità pel poco conto in cui sarà tenuto per questa deficienza. (Gli africani) non capiscono come i missionari non parlino come essi, e come niente terranno la nostra lingua che non conoscono». [21]

Poi si può continuare con altri interventi del Fondatore.[22]

Trattare bene. Qui vale tutto il discorso sulla mansuetudine con le persone. Si può valorizzare il seondo ricordo dato abitualmente ai partenti, cioè: “spirito di mansuetudine”. Per l’Allamano: «L’esperienza prova che i nostri missionari in tanto fanno del bene in quanto sono mansueti; e qualche fatto d’ira accaduto ha allontanato gli indigeni, dicendo il missionario padre cattivo”»[23]. Il secondo ricordo che il Fondatore lasciava ai partenti era: «lo spirito di mansuetudine, di carità, di pazienza» e commentava: «Ah, quanto è necessaria […]. Non se ne ha mai abbastanza. E quando dovremo avere questa mansuetudine? Sempre e con tutti […]. Allora il Signore benedirà le vostre fatiche!»[24]. Alla mansuetudine si può ricollegare anche la “delicatezza” e la “pazienza”: «La nostra Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati»[25].

6. Inculturazione. Ci sarebbe da aggiungere un pensiero sull’inculturazione. Al tempo del fondatore era un tema appena intravisto, ma lui ha dato un indirizzo, che in seguito si è sviluppato. Ecco alcuni elementi. Il Regolamento del 1901 già recitava riguardo il contenuto del diario giornaliero: «Questo diario conterrà notizie riguardanti […] i costumi locali, le notizie di geografia, etnologia, storia naturale, ecc.».[26]

Una certa intuizione del problema emerge dalla lettera del Fondatore a p. F. Perlo del 1 aprile 1904: «Letto il diario del teologo Borda, vedo che si scagliò contro i goma; per carità si vada adagio, come qui tra di noi er il ballo, sebbene sia più cattivo. Dobbiamo dissimulare il male perché è impossibile ora vincere la cosa e sarebbe di pregiudizio alla conversione il combatterlo di fronte. Leggevo alcuni giorni sono, come nella Cina la conversione procedeva trionfale quando il P. Ricci, gesuita, tollerava certe oblazioni ai morti; qualche tsta piccola vi si oppose e ciò provocò la persecuzione e la fine del bene. A togliere il male ci vuole pazienza e tempo. V. S. sul luogo vedrà il da farsi e dia a tutti una linea certa di condotta su ciò e su tante altre azioni».[27]

Così la lettera del Fondatore del 6 gennaio 1905: «Ma quel che è più necessario riportare nel diario sono le abitudini e le idee degli indigeni a misura che venite a conoscerle, e le vostre relazioni con essi. Poi riferite in qual modo essi accolgono le vostre parole, quali impressioni fanno su di essi; le loro conversazioni; i loro detti, le interrogazioni e le obiezioni che vi fanno sulle verità della fede».[28]

La pastorale, su questo punto, era ancora piuttosto “grezza”, molto iniziale. Si tenga presente quanto scrive il Fondatore ai missionari l’8 dicembre 1906: «Ciò che avete ottenuto finora è la rinunzia ai loro errori, resta il più difficile, la rinunzia a quanto nelle loro abitudini è contrario ai divini comandamenti, iniziando la vera vita cristiana».[29]

[1] Conf. IMC, III, 497: fervorino del 12 dic. 1920 per la partenza dei missionari P.C. Re e P. G:Borello.

[2] Conf. IMC, III, 722.

[3] Conf. IMC, I, 265.

[4] Conf. IMC, II, 607.

[5] Conf. IMC, I, 30.

[6] Conf. IMC, III, 461; cf. anche Lett., III, 179.

[7] Conf. IMC, III, 661; di seguito riporto diverse citazioni dai volumi delle conferenze domenicali, con l’obiettivo di sottolineare questa convinzione prevalente nell’Allamano: “salvare le anime”: I, 24, 96, 306, 423, 476,481,483; II,19, 184, 403, 690, 695; III, 161,188, 230, 370, 461, 528, 660, 661, 662; “convertire le anime”: I, 84, 95, 225, 290, 368, 377; II, 619, 690; III, 16,101,469, 530, 625, 664, 676; “santificare le anime”: I, 43, 302; III, 69.

[8] Conf. IMC, I, 279.

[9] Conf. IMC,  I, 627; altri riferimenti; I, 481, 575, 576, 624; III, 17, 43, 660.

[10] Lett. , III, 489.

[11] Lett. V, 305 (traduzione dal latino).

[12] Lett., V, 410.

[13] Lett., IV, 456.

[14] Lett., IV, 610. 15 Lett, III, 550.

[15] Arch. IMC.

[16] Arch. IMC. Una bella e completa direttiva del Fondatore sui catechisti è del 24 dicembre 1907: «Venendo ai mezzi più idonei per la conversione di cotesto popolo, oltre il già detto stimo mezzo importantissimo, anzi necessario l’opera dei catechisti: deve essere impegno di tutti cooperare alla loro formazione preparandoli con studio e cura speciale nella stazione prima di inviarli al Collegio; e riavutili, amarli, facendo far loro come vita di famiglia; istruirli con un po’ di conferenza giornaliera; entusiasmarli del loro ufficio, abituarli col resoconto serale acciocché si tengano al corrente […]; utilizzarli e non trascurarli. […]. È un fatto e lo constato dai vostri rendiconti trimestrali che le stazioni vanno bene e producono dove i catechisti van bene e lavorano. Coi medesimi restano come moltiplicati i missionari»: Lett., IV, 771.

[17] Conf. IMC, II, 253.

[18] Lett., VII, 174.

[19] Questa frase, che p. L. Sales (cfr. Biografia p. 256) aggiungerebbe alla lettera del 28 agosto 1915 a p. Cagnolo, non risulta nella corrispondete riportata da P. Bona cfr. (Lett., VII, 174), né altrove. Dove l’avrà trovata p. Sales?

[20] Per questa materia, cfr. A. TREVISIOL, I primi Missionari della Consolata nel Kenya, 1902 - 1905, Roma 1983, pp. 279 - 281.

[21] Conf. IMC, I, 170. Testo del Regolamento, III, 14: «La pratica delle lingue parlate dagli indigeni essendo un mezzo indispensabile per ben riuscire nell’evangelizzazione, se ne comincia lo studio al primo entrare nell’Istituto, e si continua ancora in missione. Ad averne però un pieno possesso, giova soprattutto l’esercitarsi a parlare sovente; si esortano quindi vivamente tutti gli alunni ad usare quelle lingue nel parlare familiare fra loro, massime nel tempo di ricreazione. E se questo importerà un sacrificio, per ciò appunto sia fatto con maggior impegno, e quale prova di buona volontà e di vero desiderio di corrispondere alla vocazione».

[22]  Per esempio: Conf. IMC, I, 205; I, 590; II, 738-739; III, 371: ecc.

[23] Conf. IMC, II, 159: sulla mansuetudine, il 10 genn. 1915; cf. anche I, 240.

[24] Conf. IMC, III, 497: per la partenza, il 12 dic. 1920. Le insistenze del Fondatore su questo punto sono innumerevoli: Conf. IMC I, 58, 216, 218, 265, 339; ecc.

[25] Conf. IMC, III, 414: sulla buona educazione, l’11 aprile 1920.

[26] Regolamento 1901, IV, 14: Arch. IMC.

[27] Lett. IV, 80.

[28] Lett., IV, 278.

[29] Lett., IV, 610.