Una rilettura di alcuni momenti della vita dell’Allamano dove emerge in modo chiaro la “santità”

Introduzione
Il 7 ottobre 1990, Papa Giovanni Paolo II proclamava beato il sacerdote Giuseppe Allamano additandolo come esempio a tutta la Chiesa e a noi missionari affinchè continuassimo ad “annunciare con coraggio e con coerenza il Cristo ad ogni persona che incontriamo, specialmente a coloro che ancora non lo conoscono”.
Il 20 ottobre 2024, giorno in cui la Chiesa celebrava la Giornata Missionaria Mondiale, nella Santa Messa di canonizzazione dell’Allamano, Papa Francesco lo annoverava tra i santi “ferventi di passione missionaria”.
La vita di S. Giuseppe Allamano inizia a Castenuovo d’Asti (oggi Casteluovo Don Bosco) il 21 gennaio 1851 e si chiude a Torino il 26 febbraio 1926, presso il santuario della Consolata. Durante i suoi settantacinque anni di vita l’Allamano svolse un’opera poliedrica nella Chiesa locale che ha trovato uno sbocco coerente nel campo dell’apostolato mondiale.
“Cresciuto nella forte corrente di spiritualità sacerdotale piemontese, ha trovato in essa il suo humus, si è nutrito di essa, e poi, divenendo a sua volta maestro, l’ha continuata, conservandone intatte le eccezionali qualità, come per trasmetterla in dono, con apporti personali, alle generazioni di sacerdoti e di religiosi del nostro secolo. Come il Cottolengo, come il Cafasso egli visse il suo sacerdozio restando prete diocesano. Da giovane aveva fatto domanda di partire per le missioni e si era visto respinto a causa della salute precaria. Inserito in pieno nella vita diocesana, soffre perché la sua Chiesa torinese, fiorente di tante opere, gli sembra recinta come un podere. Egli fonda allora due Istituti, di sacerdoti [fratelli] e di suore, che lavorano dovunque nel mondo si apra un campo all’evangelizzazione. Soprattutto si batte, senza formulare teorie, perché la Chiesa locale abbia una dimensione veramente missionaria”[1].
1. Un santo che seppe leggere la storia. La vita e l'opera missionaria di San Giuseppe Allamano all'interno del contesto storico del movimento missionario piemontese del XIX e inizio XX secolo[2]
Non si puó capire la vita e l'opera missionaria di San Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata se non collocandola all'interno del contesto storico del movimento missionario piemontese del XIX e inizio XX secolo.
Contesto Storico e Missionario
Il periodo in cui Allamano visse (1851-1926) è segnato da grandi trasformazioni politiche e religiose in Italia e in Europa. L'unità d'Italia, la fine del potere temporale del Papa e il Concilio Vaticano I2- (1869-1870) sono eventi cruciali che influenzano la riflessione missionaria dell'epoca. La crisi delle missioni alla fine del Settecento, causata dall'Illuminismo, dalla Rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche, porta a una ripresa delle attività missionarie nel XIX secolo, particolarmente in Piemonte, grazie anche alla vicinanza con la Francia, terra di grande tradizione missionaria.
Il Risveglio Missionario
La crisi delle missioni viene contrastata da una nuova spinta, alimentata dalle difficoltà politiche e dalla resistenza religiosa in Francia e in altre nazioni europee. Soprattutto a partire dal 1815, con la fine delle guerre napoleoniche, si assiste alla rinascita delle società missionarie e alla nascita di nuovi modelli di cooperazione. Tra queste iniziative spicca l'Oeuvre de la Propagation de la Foi, fondata da Pauline Jaricot, che permette una raccolta sistematica di fondi a favore delle missioni in tutto il mondo.
L'Opera Missionaria in Piemonte
Nel contesto piemontese, l'Opera della Propagazione della Fede è attiva sin dal 1824, ma subisce periodi di difficoltà e sospensioni, specialmente a causa delle tensioni politiche e religiose. Nonostante ciò, cresce l'interesse per la missione e nascono diverse iniziative, come i seminari per la preparazione di missionari. Personaggi come Giuseppe Ortalda (direttore dell'Opera in Piemonte) e Giovanni Domenico Ceretti influenzano il clima di fervore missionario che caratterizza la regione, anche se molte delle iniziative restano parziali o non sopravvivono nel tempo.
La Vocazione Missionaria di Giuseppe Allamano
Giuseppe Allamano, pur trovandosi in un contesto difficile, coltiva fin da giovane un forte desiderio di dedicarsi alle missioni. Nonostante la sua salute fragile, si forma come sacerdote e, nel 1876, assume il ruolo di direttore spirituale e assistente nel seminario di Torino, e successivamente rettore del Santuario della Consolata, luogo dove si radicherà la sua vocazione missionaria. Tra le sue ispirazioni vi sono figure come Giuseppe Cafasso e Guglielmo Massaia, che con il loro zelo missionario influenzano profondamente il pensiero e la prassi di Allamano.
Nel 1891, Allamano avvia il progetto di fondazione dell'Istituto Missioni Consolata, basato su un modello regionale che si inserisce nel contesto delle esigenze missionarie del Piemonte e dell'Italia post-unitaria. La sua visione include la preparazione di sacerdoti per le missioni estere, unendo spiritualità e formazione accademica, fervore religioso e necessità pastorali della Chiesa.
La "Pia Società dei Missionari della Consolata"
Nel 1891, grazie anche all'influenza di figure come il card. Guglielmo Massaia, l'Allamano concretizza il progetto missionario, proponendo una formazione integrata per sacerdoti che avrebbero operato nelle missioni, specialmente in Africa. Il suo modello di formazione, che include lavoro manuale, povertà e visite pastorali, si ispira alla tradizione dei missionari cappuccini come il Massaia. La sua fondazione risponde al desiderio di dare vita a una realtà missionaria che potesse attendere ai bisogni spirituali e materiali delle popolazioni africane, continuando l'opera di evangelizzazione dei predecessori.
Formatore e Padre, “Fonditore” e Fondatore
La vita e l’opera di S. Giuseppe Allamano, il suo lavoro come formatore e padre spirituale, unito alla sua capacità di "fondare" una nuova realtà missionaria, gli permisero di lasciare un'impronta duratura nel panorama religioso e missionario del tempo.
- “Formatore di sacerdoti e padre di missionari...”. La formazione del clero è l’elemento qualificante della vita dell’Allamano e la fondazione dell’Istituto va considerata come l’espressione del suo essere sacerdote e del suo amore per il sacerdozio. “La vocazione alle missioni è, essenzialmente, la vocazione di ogni sacerdote”.
- “Fonditore” e Fondatore: Con l’IMC viene finalmente realizzato quell’organismo regionale (tale fu nel primo decennio) pensato da mons. Ceretti, auspicato dall’episcopato subalpino e dal can. Ortalda. L’Allamano, cioè, seppe fondere e coronare gli sforzi e le attese del grande movimento missionario piemontese del sec. XIX e proprio per questo la sua opera trovò accoglienza nell’episcopato, suscitò entusiasmo e adesioni nel giovane clero e fu sostenuto nel laicato cattolico.
2. Dalla Consolata al mondo: “Pensare localmente e agire globalmente”
Dopo la morte del Card. Gaetano Alimonda, arcivescovo di Torino, il 22 luglio 1891 l’Allamano scrive una lettera all’amico P. Natale Barbagli, auspicando che il successore fosse una “persona capace di elevarsi al di sopra delle idee ristrette che generalmente predominano nell’ambiente, e sappia comprendere come un clero diocesano possa anche avere una missione più ampia”[3].
Giuseppe Allamano aveva quarant’anni. “Prete per il mondo” anticipava una delle affermazioni centrali del Concilio Vaticano II: «La Chiesa è per sua natura missionaria» (AG 2) e la riflessione successiva: «il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente e di esteriore ma raggiunge il cuore stesso della chiesa. Ne deriva che tutta la chiesa e ciascuna chiesa è inviata alle genti. Le stesse chiese più giovani, proprio “perché questo zelo missionario fiorisca nei membri della loro patria” debbono “partecipare quanto prima e di fatto alla missione universale della chiesa, inviando anch'esse dei missionari a predicare dappertutto nel mondo il Vangelo anche se soffrono di scarsezza di clero”» (RMi 62).
L’Allamano comprese che “Le Chiese particolari non sono una parte della Chiesa, ma piuttosto l'intera Chiesa di Dio presente in un dato luogo, a partire da ciò che dovrebbe riflettere l'intero mistero di Cristo, vivendo le proprietà essenziali della sua Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Come osserva Congar, nella fede, nell'Eucaristia, nella carità, i doni spirituali hanno un'intenzione universale. In virtù del dinamismo dello Spirito, che li ispira e li articola, essi mirano a costruire una sola Chiesa popolo di Dio, Corpo di Cristo, tempio dello Spirito. Pertanto, le Chiese particolari, "non sono solamente la presenza del tutto in ciascuna parte, ma implicano l’ordine delle parti al tutto". È qui che si situa la teologia della Comunione. Lo spirito di Comunione consiste nel comportarsi solidali in relazione al "tutto" che è la Chiesa universale.
Pertanto, la comunione con le altre Chiese (nel senso di reciprocità e sollecitudine di ciascuna con le altre) è costitutiva della natura di ogni Chiesa particolare. Allo stesso modo, la missione nei confronti del mondo intero, che è lo scopo dell'esistenza della Chiesa, è costitutiva di ogni Chiesa particolare: essa è chiamata a manifestare l’ansia missionaria di Cristo, che è senza confini. È vera Chiesa se mostra che Dio ama non solo alcuni, ma tutti. Il termine "locale" indica il luogo da cui si deve guardare il mondo, non il luogo in cui rinchiudere il nostro sguardo.
Tutto questo è “costitutivo” della Chiesa. L’universalità della Comunione e della Missione non è, quindi, legata a una condizione di benessere, per cui una diocesi può guardare lontano solo se è ricca di risorse, e inviare sacerdoti solo se ne ha un numero esorbitante. Se l’universalità fa parte dell’essenza di ogni Chiesa particolare, anche se povera deve guardare lontano e non solo all’interno delle proprie mura: è la sua stessa natura che la spinge ad andare oltre. Come Chiesa di Dio, il suo obiettivo non sono solo i cristiani che ne fanno parte, ma il disegno di salvezza che Dio ha per tutti i popoli.[4]
Allo stesso modo deve essere interpretata l’identità missionaria del presbitero che si inserisce in questa “missione più ampia”. Anche qui l’Allamano è profeta. Il Vaticano II ha considerato l’invio dei sacerdoti in missione come un gesto naturale e ordinario, rispondente a un’esigenza intrinseca del ministero sacerdotale. Infatti, è l’essenza stessa del sacerdozio ministeriale a consacrare e abilitare alla missione universale. Il decreto conciliare Presbyterorum ordinis afferma che tutti i sacerdoti sono preparati con la loro ordinazione «non per una missione limitata e ristretta, ma per una missione molto ampia e universale… fino ai confini della terra» (n. 10).
“Una missione più ampia”. Questo “PIÙ” ha caratterizzato la vita di S. Giuseppe Allamano: più santi, più missionari; fare bene il bene, con perfezione, nella miglior forma possibile, ogni giorno meglio... Più zelo, piú santitá, più amore a Dio, più virtù, più scienza... devono qualificare la vita del missionario. Questo “più” è la risposta alla vocazione piú sublime che è la vocazione missionaria.
3. Santità e missione: “Se i cuori non ardono, i piedi non camminano”
Esiste una relazione profonda tra la santità e la missione: “Il vero missionario è il santo” dirá San Giovanni Paolo II. “La chiamata alla missione deriva di per sé dalla chiamata alla santità. Ogni missionario è autenticamente tale solo se si impegna nella via della santità” (RMi 90)
Questa convinzione ha animato tutta la vita e l’opera del nostro Fondatore, S. Giuseppe Allamano.
a) La missione: fuoco che nasce dall’amore
Padre Piero Trabucco, introducendo il volume delle Lettere dell’Allamano ai Missionari e alle Missionarie della Consolata[5], ricorda che la missione è stata lo scopo primo della sua duplice fondazione, il respiro della sua vita sacerdotale, l’anelito ardente perché Cristo fosse annunciato a tutti i popoli.
Non c’è scritto dell’Allamano che non trasmetta questo entusiasmo. Ma da dove nasce? Nasce dall’amore. «Lo zelo è frutto dell’amore, ma di un amore intenso. Chi ha zelo ha amore e chi ha amore ha zelo. Se non c’è zelo, non c’è amore».
La missione non è attivismo. Non è strategia. Non è organizzazione. È traboccamento. Quando il cuore è colmo di Cristo, inevitabilmente desidera comunicarlo. Quando l’amore per il Signore è vivo, si trasforma in dono per gli altri. Se il cuore non arde, i piedi non camminano. Se l’amore si raffredda, la missione si spegne.
b) La santità: sorgente della missione
Ma l’Allamano ha fatto un’esperienza ancora più profonda: solo la santità di vita produce vera missione. Non basta lavorare molto. Non basta moltiplicare attività. Non basta impegnarsi generosamente.
La missione è prima di tutto opera di Dio. E chi lavora nella vigna del Signore deve attingere la forza apostolica da un contatto profondo e prolungato con Lui. Ecco perché il Fondatore insisteva sulla preghiera prolungata, sull’Eucaristia ben celebrata, sulla devozione tenera alla Consolata. Senza radici profonde, l’albero non porta frutto. Senza unione con Dio, l’apostolato si svuota.
c) La santità: il cuore della vocazione missionaria
Nell’opera GIUSEPPE ALLAMANO. Così vi voglio. Spiritualità e pedagogia missionaria[6], si sottolinea che la santità non è un privilegio per pochi, né una proposta facoltativa. È la volontà di Dio per ogni cristiano: “Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione” (1Ts 4,3).
Ma se questo vale per ogni cristiano, quanto più vale per noi, che abbiamo ricevuto una vocazione speciale, esigente, totalmente donata alla missione. Essere missionari non significa anzitutto fare molte cose. Significa diventare santi. Non basta aver ricevuto una vocazione straordinaria. Non basta ammirarla. Occorre valorizzarla, camminando con decisione sulla via della perfezione che essa esige.
Il nostro ideale non è una santità mediocre. Il nostro ideale è: essere santi, grandi santi, santi subito, secondo il progetto di Dio. Come religiosi e religiose siamo chiamati a una santità esigente. Come sacerdoti o futuri sacerdoti, ancora più esigente. Come missionari e missionarie, a una santità superlativa, persino eroica.
La santità non è un optional. È la finalità della nostra vocazione ed è il primo strumento dell’apostolato.
d) Abbracciare la finalità dell’Istituto
La finalità primaria dell’Istituto è chiara: la santificazione dei suoi membri. Chi entra nell’Istituto entra per vivere questa finalità.
Le Costituzioni non sono un insieme di norme casuali: sono frutto di esperienza, di preghiera, di discernimento ecclesiale. Accoglierle con fede significa riconoscerle come dono di Dio per la nostra santificazione. Tutto nell’Istituto è orientato a questo fine: la vita comunitaria, i voti, le regole, perfino i limiti, le difficoltà e le fragilità reciproche.
Tutto può cooperare al bene di chi ama Dio (cf. Rm 8,28).
e) La santità è comunitaria
Le Costituzioni parlano al plurale: santificazione dei missionari e delle missionarie. Non solo alcuni, ma tutti siamo chiamati alla santità. E non solo per noi stessi, ma gli uni per gli altri. Se uno non cammina verso la santità, non danneggia solo se stesso, ma indebolisce tutto l’Istituto.
La vera vita comunitaria non è individualismo spirituale, ma: aiuto reciproco, responsabilità condivisa, spirito di famiglia.
Ognuno deve essere il primo a impegnarsi, senza lasciarsi trascinare dalla mediocrità o da criteri puramente umani. Se ciascuno dicesse: “Voglio essere io il più fedele”, presto saremmo tutti santi.
f) Prima santi, poi missionari
L’ordine non può essere invertito. Le anime si salvano con la santità, non solo con l’attività. Nessuno può dare ciò che non ha. Possiamo amministrare un sacramento senza essere santi, ma non possiamo convertire i cuori senza una profonda unione con Dio.
Chi non arde, non può incendiare. Chi non ha il fuoco della carità, non può comunicarlo. Prima la santità, poi la missione. Sacrificare la propria santificazione in nome del lavoro apostolico è un errore grave.
Ogni giorno, nell’Eucaristia e nella preghiera, rinnoviamo questo proposito: Voglio farmi santo. Posso, devo e voglio diventare santo.
g) Santità sì, ma non a modo nostro
La santità non è soggettiva né improvvisata. Non è fare ciò che piace o che è più comodo. La santità missionaria passa attraverso: le Costituzioni, l’obbedienza, il carisma proprio dell’Istituto, la correzione, la costanza e la perseveranza.
Non basta cominciare bene: vince chi persevera fino alla fine.
h). Straordinari nell’ordinario
La santità che ci è chiesta non è quella dei miracoli, ma quella di chi fa bene tutte le cose. Di Gesù si diceva: “Ha fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37). Questo è il più grande elogio.
Pregare bene. Studiare bene. Lavorare bene. Vivere bene le cose semplici di ogni giorno. Il vero miracolo è vivere l’ordinario con amore straordinario. Non importa quante opere compiamo, ma come le compiamo.
i) Fare bene il bene
Come fare bene tutte le cose? Tre atteggiamenti fondamentali:
Fare tutto come lo farebbe Gesù. Domandarsi: “Gesù, al mio posto, cosa farebbe?”
Fare ogni azione come se fosse l’ultima della vita. Con coscienza retta e cuore in pace.
Fare bene ciò che si sta facendo ora. Age quod agis: il dovere del momento.
La santità si costruisce nelle piccole cose.
l) Evangelizzare con la santità della vita
Il missionario deve poter dire con la vita: “Chi mi vede, vede Gesù.”
Non bastano le parole o l’abito: sono le opere a testimoniare chi siamo.
La conversione delle anime è un’opera soprannaturale.
Dio si serve maggiormente di strumenti più uniti a Lui.
Se a volte i frutti sono scarsi, dobbiamo chiederci con umiltà: “Sono davvero uno strumento docile nelle mani di Dio?”
m) Iniziare oggi, con coraggio
La santità non si rimanda. La grazia di oggi non tornerà domani. È qui e ora, dove ci troviamo a vivere, che Dio ci dona grazie specifiche per la nostra santificazione.
Chi tende al “minimo” difficilmente diventerà santo più tardi. Missionari e missionarie, sì. Ma prima di tutto: santi.
Perché solo cuori che ardono possono far camminare i piedi verso le frontiere del mondo. E solo santi possono accendere il mondo del fuoco di Cristo.
Conclusione
San Giuseppe Allamano nutrì una grande venerazione per la maestra dell’asilo infantile, Benedetta Savio (1825-1896), figura influente nella sua formazione umana e spirituale.
Mi piace immaginare che un giorno, questa insegnante molto religiosa, d’accordo con il parroco, si é recata nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo d’Asti, con i suoi alunni per ammirare le splendide vetrate. Tutti i bambini prestarano attenzione alle spiegazioni del parroco: "Qui abbiamo la Vergine Consolata che ci presenta Gesù, la vera consolazione dell’umanità; qui San Pietro Claver, apostolo degli schiavi; qui San Fedele di Sigmaringa, grande evangelizzatore e primo martire di Propaganda Fide, qui San Francesco Saverio, missionario nelle Indie, Giappone e Cina, ecc." Dopo una breve preghiera a Gesù e un ringraziamento al parroco, la maestra e gli alunni ritornarono a scuola.
Volendo mettere alla prova l'interesse e le capacità degli studenti, la maestra fece una domanda un po' audace: "Chi di voi sa dirmi chi sono i santi?". Nella classe regnò il silenzio! Poi un bambino si alzò e azzardò una risposta: "I santi sono coloro che lasciano passare la luce!"
Non so se quel bambino si chiamava Giuseppe. Ma questa, in pratica, fu la vita dell’Allamano: lasciar passare la luce. Ancora di più: portare questa luce fino agli estremi confini del mondo: "et anuntiabunt gloriam meam gentibus" (Is 66,19).
Note:
[1] C. BONA, La fede e le opere. Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano, Roma 1989, p. 79.
[2] Ivi, 17-75.
[3] Lettera di G. Allamano a Pe. Natale Barbagli (Lazzarista), 22 luglio 1891.
[4] M. Elia, Fidei donum: ogni chiesa è inviata a tutto il mondo, in www.webdiocesi.chiesacattolica.it/.../FIDEI-DONUM-mondo.doc
[5] GIUSEPPE ALLAMANO. Lettere ai missionari e alle missionarie della Consolata, a cura di P. Igino Tubaldo IMC, Torino 2004, pp. VIII-IX.
[6] GIUSEPPE ALLAMANO. Così vi voglio. Spiritualità e pedagogia missionaria, a cura di Pe. Francesco Pavese e Ir. Angeles Mantineo, Bologna 2007.