1947 PERLO Luigi

 

P. Luigi Perlo, IMC (1884-1970), provenendo da l seminario di Fossano, entrò nell'Istituto già studente di teologia. Completati gli studi fu ordinato sacerdote nel 1907. Fino al 1914 rimase in Italia come collaboratore del can. G. Camisassa. In quel periodo si distinse per la sua capacità di eseguire le istruzioni del Confondatore, anche quando dal Kenya gli inviava schizzi dettagliati per la messa in opera di alcuni progetti. Quindi fu destinato e partì per le missioni del Kenya, dove rimase fino al 1931.

In Kenya svolse soprattutto la missione di collaboratore del fratello mons. Filippo nel campo dell'amministrazione economica, risiedendo a Nairobi. Accompagnò il visitatore apostolico mons. E. Pasetto quando andò in Africa e visitò le missioni del Kenya e della Somalia.

In seguito alle decisioni del Visitatore riguardanti i suoi due fratelli Vescovi, mons. Filippo e mons. Gabriele, si ritirò a Roma e visse in casa con loro, sempre legato all'Istituto. Trascorse gli ultimi anni nella casa madre a Torino, fedele alla vita comunitaria e prestando con generosità i servizi che gli venivano richiesti.

Qui pubblichiamo la commemorazione del Fondatore che p. Luigi Parlo ha tenuto a Torino nel 1947.

 

« Il Cuore del Padre » è stato l'assunto di una bella commemorazione prececedente. Io desidero oggi intrattenervi su quella che fu la singolare effusione di questo cuore su quanti ebbero il bene di avvicinarlo.

Infatti, fra gli esempi lasciatici dal nostro venerato Fondatore, il canonico Allamano, ve n'è uno che aureola in modo particolare la sua nobile figura in modo da renderla simile a quella di Gesù Cristo, " il più amabile fra i figli degli uomini ". Era in lui una tale distinzione di persona e di modi da farne uno dei più bei modelli del " Jesum ambulantem " che S. Giovanni Crisostomo desiderava tanto di vedere sulla terra: una finezza di tatto ed una gentilezza di tratto che lo rendevano signorilmente cortese con i grandi, premurosamente affabile con i piccoli, naturalmente gentile con tutti, sì da conquistare immediatamente i cuori di quanti avevano la fortuna di avvicinarlo... modello anche in ciò ai suoi missionari destinati ad essere per vocazione conquistatori di anime.

La serenità del volto, l'affabilità delle parole e la cortesia dei modi varranno non poco ad alleviare in noi e negli altri il peso delle prove e delle avversità, delle fatiche in genere e dei sacrifici inevitabili della nostra vita religiosa e missionaria. " Prima uomini e poi cristiani " si suole dire degli africani da convertire; e così di noi: prima almeno cortesi se vogliamo essere santi missionari.

Ben poco vale, e meno serve, la pietra preziosa senza la rifinitura esterna che ne fa un gioiello. Quanta virtù sprecata, quanti tesori di bontà sovente vani, per mancanza di un po' di gentilezza e di affabilità! t come l'artigiano che trascura di piallare il suo mobile, 1 'artista che ()inette gli ultimi tocchi che avrebbero fatto della sua tela un capolavoro... Non così quel santo e perfetto gentiluomo ad un tempo che fu il nostro Fondatore in cui la squisitezza dell'esterno ben testimoniava e più avvalorava le straordinarie altezze del suo non meno raffinato interiore.

Egli osservava la finezza e la proprietà in tutto, e la raccomandava a noi con amore ed insistenza. I suoi esempi che dobbiamo imitare, le orme che dobbiamo ricalcare sono talvolta orme lievissime, sfumature quasi impercettibili, sovente non altro che luci e riflessi, ma che esprimono tesori di sapienza e fiore di virtù.

Per esempio, l'uso del " lei " che il Fondatore voleva che tutti i missionari usassero nel conversare tra di loro era uno fra tanti di quei tocchi maestri, piccoli ma fecondi, che contribuivano a dare quella singolare nota di distinzione e cordialità che egli voleva caratterizzasse i missionari della Consolata.

 

I seminaristi giudicano i canonici

Nella persona il canonico Allamano era di una proprietà che era forse eguagliata solo da quella del suo degno Cooperatore, il confondatore canonico Giacomo Camisassa: entrambi li avresti distinti fra mille. Dalla punta dei capelli che pareva non crescessero mai loro in capo tanto erano sempre uguali e ravviati, al volto costantemente raso, soffuso di bontà e sempre pronto al sorriso, alle vesti di perfetto taglio, senza macchie o sgualciture, al baverino canonicale candido e stirato, alle' scarpe lucide del tipo sacerdotale... tutto il loro esterno cooperava a fare di questi due sacerdoti un singolare oggetto di distinzione, non solo per noi, ma fra tutto il Clero torinese e nello stesso ambiente laico della città dove essi erano conosciuti per l'alta loro carica e non meno stimati per questa loro impeccabile proprietà e finezza.

Giovane seminarista del corso teologico nel Seminario di Torino, quale ero a quel tempo, conoscevo, come i miei compagni, e come d'uso, si chiosavano le varie personalità del clero in genere e quelle canonicali in specie. Ma quale differenza notavamo nei nostri due! Quanta distanza di esteriore per esempio fra quello che era allora comunemente ritenuto come il santo del giorno, il canonico Re, stranamente imbacuccato anche d'estate ed incravattato fino ai capelli, che forse mai tagliati o tocchi, scappavano a tutti i venti, da fare di lui una popolare caricatura di S. Giovanni da Capistrano, che egli stesso scherzevolmente proclamava qual santo suo protettore!

 

Il tavolino da lavoro

Chi non ricorda il tavolino da lavoro nel suo studio presso il Santuario, costantemente nel più perfetto ordine, anzi sgombro e netto, come se egli fosse l'uomo meno occupato del mondo, mentre ben sappiamo di quante pratiche e pendenze senza fine fosse intessuta la vita del Fondatore e del Confondatore sui quali vennero ad assommarsi si può dire quasi contemporaneamente i gravissimi pesi del Santuario, del Convitto, di due nascenti istituti e delle varie incipienti Missioni? Quante cose avrebbe potuto dirci quel tavolino, accanto al quale ci assidevamo così frequentemente, senza riflettere più che tanto all'eloquenza del suo muto linguaggio!

 

L'epoca eroica del Santuario

I primi anni del secolo si potrebbero chiamare l'epoca eroica del Santuario della Consolata che le solenni feste centenarie avevano portato in primo piano alla ribalta di una notorietà cosmopolita ed aristocratica. L'aristocrazia era allora fiorente. Cardinali e Vescovi, Regine, Altezze, Principi e nobiltà d'ogni rango frequentavano il Santuario.

Il canonico Allamano vi si muoveva a tutto agio con dignità e grazia nell'esattezza del cerimoniale che, non ostante la sua modestia, a lui ognuno si reputava in dovere e ad onore rendere omaggio.

 

Disarma un Colonnello

Curioso il caso di quel colonnello, che divenne poi uno dei primi amici dell'Istituto, il quale all'inizio della guerra 1915-'18, mandato d'ufficio per requisire il caseggiato della Casa Madre da poco finito di costruire, non poté mai farlo, tanta era l'affabilità, la gen tilezza, la dolce resistenza del Fondato re, che per una dozzina di volte poti accompagnarlo alla porta, affettuosa mente, a braccetto sì, ma sempre con nulla di fatto. E quando alla fine, nor essendo più possibile alcuna dilazione vi ritornò per l'ultima volta, si rifiutavi decisamente di abboccarsi ancora con lui, " perché, diceva, se vedo quell'uo mo, anche stavolta non potrò fai nulla ".

 

Riguardi verso i Benefattori

Sappiamo quali fossero i suoi sentimenti, le sue finezze verso i benefattori che si sentivano sempre più legati all'Istituto per le lettere che ricevevano da lui, le visite personali, gli inviti ad adunanze e feste, piccoli doni di caffè delle missioni, pelli di animali esotici accuratamente preparate, tappeti ed altri articoli etnologici rari ed apprezzati.

 

I funghi al Cardinale Arcivescovo

Di poco valore in sé, ma molto significativo ed apprezzato era il tradizionale cestinò di funghi freschi che puntualmente ogni anno il Fondatore ci faceva raccogliere nei boschi presso il Santuario di S. Ignazio da offrire il 28 agosto a S. E. il card. Richelmy per il suo onomastico. Era accompagnato dall'omaggio floreale di olezzanti ciclamini occhieggianti fra il verde del muschio e le vistose coppe dei porcini. "Il cardinale è troppo in alto, e nessuno pensa od osa fargli dei regali. Quindi il nostro omaggio gli è tanto più gradito ". Ogni favore doveva ricevere il suo pronto riconoscimento. I Confessori, i Professori, i sanitari che prestavano l'opera loro gratuita per il nascente istituto, ricevevano opportunamente dei regali, magari solo simbolici, che egli stesso sceglieva fra quelli che a lui pervenivano e che faceva recapitare con sua lettera di ringraziamenti. Ci fu perfino chi lo accusava di essere troppo generoso... una generosità che non guasta.

 

Anche alle Candelare

Alla morte del canonico G. Camisassa che tutto il suo e se stesso aveva dato per il Santuario e per l'Istituto delle Missioni, l'Allamano prese l'iniziativa di mettere a disposizione una somma da distribuire, oltre che ai suoi parenti fino all'ultimo nipote, anche ai sacre-stani del Santuario, ai domestici del Convitto, al personale impiegatizio dei negozi di articoli religiosi che egli aveva aperto e dirigeva, e perfino alle candelare della piazza, cioè a quel gruppo di donne povere e spesso strambe che da mane a sera rincorrono i devoti che trano nel Santuario per vendere loro le candele da accendere alla Madonna, che non avevano avuto altri rapporti col can. Camisassa che quello di vederlo andare e venire dal tempio per ben 40 anni. A tutti fece avere una piccola somma perché pregassero per l'anima sua.

 

Rivendicazioni salariali

Mancato il canonico Camisassa nel 1922, il personale degli uffici e dei negozi si rivolgeva direttamente all'Allamano per ottenere frequenti ritocchi al salario che la recente guerra aveva resi necessari. Tale compito piuttosto increscioso toccava quasi sempre a mia sorella Agnesina, la più anziana e considerata come capo delle commesse. La pronta risposta del Rettore facilitava immediatamente l'incontro.

— Sicuro, sicuro, è più che giusto! — tagliava corto, e convenuta, seduta stante; la cifra, concludeva con un " Va bene così " che riapriva subito i cuori che la piccola ragione d'interesse avesse momentaneamente stretti.

Mia sorella aveva pure il compito della distribuzione alle commesse della gratificazione natalizia. Quando chiedeva l'autorizzazione al Rettore, questi non mancava mai di aggiungere: " A te il doppio, siamo intesi! ".

 

Partenze ed accoglienze

Le visite dell'Allamano agli estranei erano rare; ma per i parenti dei missionari quando la convenienza lo richiedeva, faceva prontamente eccezione alla regola. Quante volte lo vedevamo, appena partiti i missionari dalla stazione di Porta Nuova ove si recava sempre a dar loro l'addio, recarsi direttamente, prima ancora di far ritorno al Santuario, a far visita ai parenti afflitti, tanto più se vecchi o soli, per confortarli e consolarli.

Anche in occasione di arrivi, la sua bontà d'animo trovava finezze impensate. Quando Mons. Filippo Perlo arrivò di ritorno per la prima volta dall'Africa nel 1905, sebbene l'ora, a notte inoltrata, fosse gravosa, egli si recò personalmente alla stazione a riceverlo assieme al Vice rettore e quasi tutti i superiori del Santuario. Dei missionari fui chiamato io con il Prefetto Don Borio. Ricordo con quale insospettata delicatezza si volse a me, appena sceso mio fratello, spingendomi dolcemente nelle sue braccia, prima di presentarsi egli stesso a riceverne e dargli il primo saluto.

Quando l'Em.mo Card. Valfrè di Bonzo, di ritorno dalla Nunziatura di Vienna, venne per la prima volta a Torino e fu ospitato alla Consolata, il Padre Fondatore con il Vicerettore si recarono a riceverlo alla stazione di Porta Susa, non senza aver richiesto telefonicamente P. T. Gays, direttore della Casa Madre, di trovarvisi pure con il chierico Occelli il quale era stato da lui visitato mentre era in campo di con centramento in Austria e poi, per suc interessamento, liberato. È facile com prendere quanto gradita sorpresa fosse per l'altissimo presule l'incontro con i suo liberato.

 

Fiducia ai giovani chierici

Benché fossimo ancora giovani chierici, ci trattava da uomini maturi, dilungandosi, nelle sue conversazioni e conferenze nel narrarci tutto quanto poteva interessarci sia dell'Istituto che delle Missioni, delle pratiche e sue gite a Roma, della causa di beatificazione di S. Cafasso, della vita del Santuario, e persino degli screzi ed incidenti della vita canonicale. Veniva a trovarci regolarmente tre volte la settimana. Aveva la sua chiave, ed entrando dava lui stesso i due colpi di timpano che annunciavano la sua presenza, sì che ognuno potesse liberamente andarlo a trovare, senza soggezione. Noi superiori (il direttore e l'economo) non dovevamo avvicinarlo: " Voi, diceva a noi superiori, quando dovete parlarmi venite alla Consolata, cosa che gli altri non possono fare: qui non devono vedervi troppo con me ".

Ricordo l'impressione che ricevetti' quando, ancora alla Consolatina (prima sede dell'Istituto), un gruppo di sette od otto chierici pronunciammo i nostri primi voti. Dopo la cerimonia, ci radunò in una camera appartata ad una vera e propria tavola rotonda. Ci spiegò che ora, come membri vivi dell'Istituto dovevamo essere messi a parte di tutto ciò che ne riguardava la vita, le speranze e i progetti, "proprio come lui stesso ed il vicerettore... ". Poi volle che ciascuno dei neo-professi scegliesse secondo il proprio genio ed inclinazione un ramo di studio in cui specializzarsi a maggior vantaggio dell'Istituto di cui eravamo divenuti membri, dandoci poi modo di attendervi.

 

" Jussio regis urgebat "

Una volta che un chierico, oggi carica generalizia, scendeva, o meglio si precipitava giù per le scale a tre o quattro gradini alla volta, come si faceva talvolta quando " jussio regis urgebat ", caso volle che venisse proprio a capitare fra le braccia del Padre, spuntato improvvisamente al fondo dello scalone dall'atrio d'ingresso, con quanta mortificazione del povero chierico non è a dire. Ma il Padre pronto gli dice con tutta dolcezza: " Vedi, se non mi fossi trovato in tempo, saresti caduto; se poi fossi caduto anch'io, ti saresti fatto male per causa mia... Un'altra volta scendi più adagio ".

 

Discussione nella " sala turca "

Accadde un giorno che, mentre alcuni chierici stavano sistemando dei pesanti tendaggi di stile orientale, facenti parte della così detta " sala turca ", regalo di insigni benefattori (presso l'atrio della Casa Madre), sorgesse una piccola discussione fra il Vicerettore che dirigeva l'operazione ed il Rettore venuto a trovarsi casualmente presente.

  • Non va bene, diceva il Rettore, rende troppo
  • Ma sì che va bene, insisteva il Vicerettore, lo stile della sala lo

Intanto i chierici issati sulla sommità delle scale a pioli coi pesanti cortinaggi sulle braccia, aspettavano tra il sì e il no la decisione. Proprio in quel momento il Rettore è chiamato fuori, ed al suo ritorno trova i tendaggi definitivamente fissati. Manco a dirlo, riconobbe anche lui che andavano bene, e si rallegrò con i chierici per la felice riuscita del lavoro. Poi trovandosi solo con essi aggiunse: " Non stupitevi: il Vicerettore ed io discutiamo sovente di questo o di quello; ma poi lui finisce sempre con fare quello che dico io ", dissipando in noi e voltando in lode del Vicerettore l'impressione di quella leggera discussione avvenuta.

 

Missionari fino ai novant'anni

Uno dei primi gruppi di Suore Cottolenghine in partenza per l'Africa era venuto a salutare il Padre Fondatore. Si svolse subito un'animata conversazione, che egli volentieri incoraggiava, sui luoghi di missione, e sul futuro campo di apostolato. Come altre volte, egli parlò dei novant'anni fino ai quali egli voleva che ogni missionario, e quindi ogni missionaria lavorasse. Perché diceva fra l'altro: " Un missionario costa troppo! ". Una delle partenti interruppe:

  • Chissà poi perché? Se il Signore mi concede di fare dieci anni di missione, io sono già contenta e non domando di più.

Il buon Padre, con quella bontà che non sapeva mortificare ribatte:

  • Ebbene sì, ti prendo in .. Facciamo pure dieci anni, ma per tutte quante. Quindi tu ne dovrai fare venti: dieci per te, e dieci per suor Giordana (una delle prime Suore Cottolenghine, morta appena giunta nel. Kenya).

Se l'ufficio anagrafe volesse darsi la pena di fare degli studi al riguardo, credo che troverebbe proprio una media di dieci anni di missione per le Suore Cottolenghine, unica eccettuata suor Opportuna, la nostra protagonista, ottima ed inestimabile suora, che lasciò l'Africa solamente con l'ultima spedizione di rimpatrio di dette suore, appena poco più di un mese dopo compiuti i vent'anni di missione che il nostro venerato Fondatore le aveva accordato come ultima riduzione sui novanta da lui desiderati. Cose che capitano ai santi».