
P. Vittorio Merlo Pich (1899 – 1982) , proveniente da Nole Canavese, fu accolto direttamente dal Fondatore nel 1909. Prestò il servizio militare durante la prima guerra mondiale. Ordinato sacerdote nel 1921, venne destinato alle missioni del Kenya, dove prestò il suo generoso servizio, fino al 1949, quando fu eletto Consigliere Generale.
A parte l'interruzione, durante la seconda guerra mondiale, quando fu internato in Sud Africa con tutti i missionari, P. Merlo Pich in Kenya fu costantemente impegnato nell'insegnamento e nell'organizzazione delle scuola cattoliche, con il titolo di “Education secretary” e con responsabilità diocesana e governativa.
Dopo il servizio di dieci anni nella direzione generale, non poté tornare in Africa per ragioni di salute, ma si impegnò in Italia nello studio, nell'insegnamento della lingua inglese e swahili, organizzando una scuola apposita per la gente.
Fu scrittore profondo di cose missionarie grande conoscitore e divulgatore del pensiero e dello spirito del Fondatore, soprattutto attraverso la rivista che iniziò con lui nel 1960 dal titolo “Il Servo di Dio Giuseppe Allamano - Tesoriere della Consolata”.
Qui pubblichiamo il suo intervento durante la solenne accademia, tenuta nel salone della casa madre a Torino, a chiusura delle celebrazioni giubilari per il 51° anniversario della fondazione dell'Istituto.
Eminenza, Eccellenze, Signore e Signori, Consorelle e Confratelli,
Colla funzione di ringraziamento testé celebrata dinanzi all'altare presso la tomba venerata del Fondatore, abbiamo raggiunto l'apice delle nostre celebrazioni giubilari.
Nei giorni scorsi abbiamo rievocato i cinquant'anni della nostra storia: cinquant'anni di lavoro, di fatiche, di sudori, di ansie, di lotte, di timori e speranze, di lacrime e gaudii, di successi e disinganni, di sole e di burrasca. Abbiamo avuto occasione di fare un bilancio delle nostre attività, e dei risultati ottenuti. E' un bilancio superficiale, -inadeguato che tocca solo i margini, perché pochi sono gli elementi che si possono esprimere in cifre.
Il numero dei missionari, delle case sparse per il mondo, delle stazioni di missione, delle chiese, dei seminari, delle scuole, delle cappelle, delle opere di carità sorte l'una dopo l'altra in paesi pagani attraverso l'Africa e l'America; le decine e le centinaia di migliaia di neofiti che per opera dei missionari della Consolata ora innalzano lode a Dio ed alla Consolata, dove fino a ieri regnava il demonio e la barbarie; le numerose schiere giovanili delle scuole di missione, le centinaia di migliaia di battesimi che hanno inviato una turba di anime al cielo; le decine di milioni di cure ai sofferenti, di comunioni di ferventi neofiti... sono le sole parole con cui abbiamo potuto dare ai nostri benefattori e collaboratori una idea dell'opera per cui i missionari hanno speso le loro vite in questi cinquanta anni. Non sono che indizi per guidare il nostro pensiero a spaziare sui vasti orizzonti dei paesi africani che sono stati rischiarati dalla luce del Vangelo, nei quali il fermento dell'amore e della civiltà cristiana continua a diffondersi per riscaldare tutta la massa e consacrarli per sempre al regno di Cristo e di Maria.
E questo linguaggio è stato compreso. Numerose, calde e lusinghiere ci sono giunte da ogni parte del mondo le adesioni, le felicitazioni e gli auguri dalle personalità più distinte, ecclesiastiche e civili, a cominciare dalle parole particolarmente benevoli del nostro Santo Padre, di cui vogliamo essere sempre figli obbedientissimi.
Questo linguaggio è stato compreso dalle folle di fedeli di ogni ceto che sono accorsi per le celebrazioni giubilari, che si sono susseguiti ininterrottamente durante tutto questo mese alla mostra missionaria, dimostrando un interessamento cordiale alla opera nostra e manifestandoci la loro simpatia colle espressioni più commoventi.
A tutte queste persone, dalle più grandi alle più umili, è mio gradito incarico esprimere in questo momento il più profondamente sentito ringraziamento dei Missionari della Consolati: ringraziamento ad ognuna delle distinte persone che ci hanno onorati partecipando al Comitato d'onore; ringraziamento a tutti coloro che di presenza o in spirito han voluto trovarsi uniti con noi ad innalzare a Dio ed alla SS. Vergine Consolata l'inno della riconoscenza. Ringraziamento alle autorità ed Enti cittadini, agli Amici e Dame missionarie, e a tutti coloro che ci hanno in diversi modi aiutati al successo dei nostri festeggiamenti.
Ma è mio dovere esprimere la nostra particolare gratitudine all'Eminentissimo nostro Cardinale Arcivescovo che con amore e simpatia, simile a quella del suo augusto predecessore che del nostro Istituto decretava la fondazione, si è degnato indirizzarci, sia nome suo che di tutto l'Episcopato piemontese, benevoli parole di felicitazione e di augurio, ed ha voluto presiedere ed illustrare le nostre feste giubilari.
Te Deum laudamus! Te, Dio, lodiamo, Te Maria, glorifichiamo! E' in questo inno che si compendiano tutte le nostre celebrazioni. Dio solo è Colui che ha compiuto meraviglie; e noi Lo abbiamo ringraziato che si sia degnato servirsi di noi. Solo a Dio l'onore e la gloria. Se _pensassimo altrimenti, il Servo di Dio ci ripeterebbe dalla tomba: « Anziché acconsentire ad un pensiero di vanagloria, tutto l'Istituto vada distrutto! »
Non a noi, no, ma a lui, al Fondatore dopo Dio, si deve la gloria, perché nell'umiltà si prestò strumento -docile nelle mani di Dio. Una felice coincidenza, ha scritto il Santo Padre, ci fa commemorare, col cinquantennio dell'Istituto, anche il centenario della sua nascita ed il venticinquennio della sua morte. Né peraltro si potrebbe parlare dell'Istituto senza parlare del Fondatore. E' la sua creazione, il suo capolavoro, la perpetuazione di sè stesso. Fin dai suoi giovani anni, ispirato da. Dio, ne aveva il progetto. Come un artista che sogna un capolavoro, per decenni abbozzò, elaborò, corresse, cancellò, ritoccò, pesò, pregò, esplorò; si consigliò, si assicurò della volontà di Dio, finché moribondo offrì il progetto in sacrificio a Dio. Ma fu proprio allora che Dio manifestò la sua volontà in modo prodigioso e dalle sue mani l'Istituto nacque; nacque e crebbe sotto il suo sguardo attento ed amoroso, sotto le sue cure assidue e delicate.
E noi, giovani allievi, lo vedevamo veneran-2o in mezzo a noi come assorto nel grande ideale che non perdeva mai di vista, l'ideale di una grande opera da condurre a perfezione. Con un occhio socchiuso pareva guardasse a Dio a riceverne l'ispirazione, coll'altro vigilava affinché l'ispirazione si realizzasse fedelmente. E per venticinque anni ad ogni occasione parlava, esortava, correggeva, incoraggiava, spronava. Nulla risparmiò perché l'ideale dell'opera che aveva visto in Dio si traducesse perfettamente nella realtà. « Vi ho dato tutto » poteva dire benedicendo morente ai missionari inginocchiato attorno al suo letto a ricevere l'eredità del tuo spirito, dell'opera in cui continua e continuerà a vivere e ad operare per la gloria di Dio e di Maria.
La sua eredità, il suo Spirito fu raccolto da una schiera di figli fedeli che sui campi dell'apostolato adempirono col sacrificio diuturno della loro vita il mandato da lui ricevuto. Vecchi missionari della Consolata già giacenti nelle tombe sparse nei cimiteri d'Italia e dell'Africa, vecchi missionari onusti di molti lustri di fatiche apostoliche che restano ad indicare la via da seguire: tutti ripetono alle generazioni nuove e future: Siate fedeli allo spirito del Fondatore. Se il Fondatore vivrà in voi, l'istituto vivrà attraverso i secoli finché resteranno anime da. salvare.
La bomba infausta che incenerì la Casa Madre risparmiò intatto il sarcofago che contiene le sue venerate reliquie... e la Casa Madre e l'Istituto è risorto dalle rovine. E' un simbolo: Viva in noi il Fondatore, viva il suo spirito, e l'Istituito non temerà rovine e burrasche.
Voi, giovani missionari della nuova generazione raccogliete l'eredità sacra e custoditela gelosamente!
Nello sviluppo incoercibile a cui l'Istituto è spinto dalle necessità dell'apostolato e dall'obbedienza al Vicario di Cristo, guardatevi dal percolo contro il quale ci preveniva il Fondatore: Non avvenga che si possa dire di voi: Multiplicasti gentem, non moltiplicasti laetitiam. Ambiente e circostanze mutano celermente col tempo e coi luoghi. Userete nuovi metodi, vi servirete di nuovi mezzi, di tutto ciò che può recare maggior gloria a Dio e salvare maggior numero, di anime; ma la pietà soda, la tenacia santa, lo spirito di sacrificio, la fedeltà al dovere, l'obbedienza illuminata, tutte le virtù apostoliche che formano il carattere del Missionario della Consolata non devono mutare.
Avete le regole uscite dal cuore del Fondatore, avete i suoi insegnamenti di tutto il primo venticinquennio, avete le tradizioni di un cinquantennio.
Vi assiste la SS. Consolata dal Cielo, vi assiste con amore il Fondatore dal Cielo e dalla sua tomba nel cuore della Casa Madre, vi assistono i missionari che già gli fanno corona nella gloria.
Possano coloro di voi che vivranno a celebrare il primo ,centenario, possano consegnare intatta questa eredità alle generazioni future.
S. Eminenza che già nel corso della giornata si era mostrato tanto paterno, al termine dell'accademia vuole benevolmente trovarsi ancora con noi tutti nel cortile per impartirci la sua benedizione. Prima di lasdiarci esprime la sua soddisfazione per la. bella giornata trascorsa con noi, formula i migliori suoi voti per l'incremento del nostro Istituto e delle nostre Missioni e ricorda i Missionari da lui ordinati: « Ne ho ordinati moltissimi e spero ordinarne ancora tanti, così sarò certo che quando tra breve scenderò nella tomba, ci saranno tanti Missionari che continueranno a ricordare l'Arcivescovo che li ha consacrati».
Mentre la macchina dell'Arcivescovo cerca un passaggio tra la folla che ha invaso il cortile ed il corso Ferrucci, cogliamo a volo frasi come questa: « Quanto affetto porta il Cardinale ai suoi Missionari! ». Era già nostra convinzione che egli ci volesse bene, ma oggi tutti l'hanno constatato e noi ne abbiamo avuto una luminosa prova.
A sera, mentre gli ospiti si disperdono, ci portiamo ancora per l'ultima volta a contemplare l'illuminazione che per quattro sere consecutive ha fatto conoscere agli abitanti del rione ed ai passanti la nostra gioia. Lo spegnersi di quelle luci ci richiama alla realtà della vita e formuliamo in cuore il proposito di ricominciare il lavoro, lavoro silenzioso, tenace, per preparare un secondo luminoso cinquantennio al nostro Istituto.