1978 TUBALDO Igino

 

P. Igino Tubaldo (1024-2010) è un Missionario della Consolata che ha conosciuto molto bene l'Allamano senza averlo mai incontrato. Tutta la sua vita fu impegnata nello studio e nell'insegnamento della teologia dogmatica, coltivando peraltro anche tanti altri interessi sia nel campo dello studio che in quello del ministero sacerdotale. Dai superiori dell'Istituto ebbe tre importanti richieste: la prima fu quella di collaborare con il Postulatore Generale dell'Istituto, per chiarire e dare una risposta a certi dubbi emersi durante la causa di beatificazione dell'Allamano presso il tribunale della Santa Sede; la seconda fu di raccogliere, ordinare e pubblicare le conferenze domenicali del Fondatore ai missionari; la terza di scrivere una biografia approfondita dell'Allamano, inquadrandolo nell'ambiente socio-ecclesiale del suo tempo. Questi impegni, durati diversi anni, lo obbligarono ad approfondire la personalità del Fondatore, tanto da diventarne uno dei più grandi conoscitori.

P. I. Tubaldo non si limitò alla sfera della conoscenza dell'Allamano, ma maturò anche una profonda comunione con lui, si potrebbe dire un entusiasmo del cuore, tanto da riservare quasi tutte le energie della sua maturità intellettuale a studiare temi che lo riguardavano. Le opere (articoli, libri, conferenze, ecc.) di P. Tubaldo sull'Allamano sono numerosissime, quasi da non contarsi. Molte sono pubblicate pro-manoscritto in numero limitato di copie. Nel nostro ambiente costituiscono come una miniera dalla quale estrarre a piene mani.

Qui pubblichiamo la commemorazione dell'Allamano tenuta a Roma il 19 febbraio 1978, 52° anniversario della morte dell'Allamano.

 

Fin dagli inizi della fondazione dell'Istituto, G. Allamano fu presente tra i suoi missionari, almeno ogni domenica, con una conferenza o conversazione spirituale. t. soprattutto nelle conferenze dei primi anni che egli appare in pieno possesso del suo « carisma » di fondatore.

Delle conferenze che il Servo di Dio tenne, dalla fine del 1901 al 1925, ne sono giunte a noi ben 684.

Le svolse e le appuntò in 16 quaderni (la prima è del 1° dicembre 1901; l'ultima è del 3 dicembre 1922), a volte sviluppando interamente il tema, altre volte appuntando il semplice schema. Egli stesso compose un diciasettesimo quaderno di « Indice ».

Di moltissime conferenze si possiede anche un testo parallelo, ricavato dagli appunti presi da qualche ascoltatore.

Poiché queste 684 conferenze mirano alla formazione dei giovani missionari prima della loro partenza per l'Africa, risultano strettamente legate alla storia e all'evoluzione dell'Istituto e delle missioni. Per questo mi è sembrato opportuno dividerle in sei grandi parti, rispondenti ai sei periodi della storia dell'Istituto stesso.

 

Parte I: 1901-1904 (32 conferenze)

Siamo alle origini dell'Istituto e alla « Consolatina »; partono i primi missionari per il Kenya, che lavorano sotto la giurisdizione dei Padri dello Spirito Santo. Nel 1904 le solenni celebrazioni centenarie del Santuario della Consolata coincidono con il consolidarsi dell'Istituto e delle missioni.

Dalle conferenze di questo periodo è già possibile desumere una sintesi degli elementi fondamentali esigiti dall'Allamano per essere missionari della Consolata.

 

Parte II: 1905-1910 (139 conferenze)

È il periodo del secondo sviluppo dell'Istituto e delle missioni. Infatti nel 1905 le missioni del Kenya diventano indipendenti. Iniziano così le prime difficoltà con i Padri dello Spirito Santo.

Il 1909 poi si può ritenere come anno di gr azia ». Viene infatti inaugurata la nuova e grandiosa Casa Madre, le missioni del Kenya diventano Vicariato Apostolico e mons. F. Perlo viene consacrato vescovo; l'Istituto con il Decreto di Lode passa sot to la dipendenza della S. Congregazione dei Religiosi.

Il 1910 infine è l'anno della fondazione delle Suore Missionarie della Consolata.

Nelle conferenze l'Allamano ha modo di seguire questo sviluppo, imponendosi amabilmente e serenamente con la sua personalità spirituale di Fondatore e di Superiore.

 

Parte III: 1911-1914 (132 conferenze)

Nel 1911 il canonico Giacomo Camisassa, Vicesuperiore, si reca in Africa per una visita delle missioni. L'Allamano per circa un anno rimane solo nella direzione dei due Istituti.

Intanto l'orizzonte politico internazionale si oscura, fino al punto che anche l'Italia il 24 maggio 1915 entra in guerra.

Le conferenze riflettono la situazione in cui si trova l'Istituto. In Africa mons. Perlo si estende al Meru; nel 1912 già si parla della nuova Prefettura del Kaffa; nel 1913 mons. G. Barlassina viene nominato Prefetto Apostolicc del Kaffa e partono per il Kenya le prime 15 Missionarie della Consolata.

 

Parte IV: 1913-1918 (215 conferenze)

È il periodo della prima guerra mondiale. Nel 1915 vengono richiamati sotto le armi 16 missionari; nel 1916 sono 22; nel 1917 s: no 31 (muore il chierico Eugenio Baldi); nel 1918 sono una quarantina. È una grave prova anche per l'Istituto. Le ristrettezze economiche diventano sempre più gravi (tra il 22 e il 25 agosto 1917 a Torino scoppia una feroce insurrezione popolare causata dalla mancanza di pane); nel 17 viene anche requisita la Casa Madre. Ma sono ormai tali i malanni che anche questa sempre temuta requisizione passa come un fatto di ordinaria amministrazione.

Nel 1918 alla guerra si unisce la spagnuola; il 16 gennaio muore il p. Umberto Costa e il 19 settembre il chierico militare Costanzo Leopardi.

In Africa quasi tutti i missionari e le suore sono impegnati negli ospedali militari per i neri.

Il 4 novembre finalmente l'armistizio.

Tutte le conferenze dell'Affamano sono condizionate dalla guerra; sono anni terribili. Le conferenze giunteci sono molte (215). È evidente che l'Allamano intese con la sua presenza e la sua parola tenere alto il morale; le conferenze si caratterizzano per il tono profondamente familiare. Di fronte alle tante ristrettezze l'Allamano sviluppa il tema della povertà, invitando a fare di necessità virtù.

 

Parte V: 1919-1922 (141 conferenze)

Siamo nel periodo difficile, politicamente ed economicamente, del dopo guerra. La smobilitazione dei missionari soldati è lentissima. La spagnuola continua a mietere vittime. Anche il Camisassa cade gravemente ammalato nel 1919.

In questo periodo partono per l'Africa 21 sacerdoti, 6 fratelli e 46 suore. Dato però l'estendersi dei campi missionari (Kenya, Meru, Kaffa, Iringa) la difficoltà principale da superare è l'insufficienza numerica del personale.

Nel 1918 un'inchiesta di Propaganda Fide cerca di chiarire la natura degli attriti tra mons. Perlo e i Padri dello Spirito Santo. La relazione ufficiale di mons. Biermans non è in favore di mons. Perlo.

Il 20 ottobre 1919 giunge a Torino il p. Tommaso Gays a sostituire il defunto p. U. Costa nella direzione della Casa Madre. Ma si presenta con un programma alquanto sbilanciato (pensa di dover succedere all'Allamano e di dover dare all'Istituto un forte incremento numerico, portando le accettazioni da 50 a 200).

Poiché nel 1916 l'Allamano e il Camisassa erano stati confermati da Propaganda Fide come superiori per altri sei anni, prima di scadere l'Allamano intende giungere all'approvazione definitiva delle Costituzioni. Ma ricorsi del p. Giovanni Balbo a Propaganda e iniziative effervescenti di mons. Perlo creano qualche difficoltà.

Nel 1920 ha inizio per l'Allamano una lunga serie di preoccupazioni causate dalle rivendicazioni degli Oblati di Maria Vergine che intendevano essere reintegrati nel possesso del Santuario della Consolata, da loro tenuto fino alle soppressioni volute da Cavour.

Nel 1921 giunge in Italia mons. F. Perlo (vi rimane dal 25 aprile al 24 novembre): vengono risolti gravi problemi... Ma risulta chiaro che mons. Perlo non condivide in tutto le idee dell'Allamano e parte da Torino senza salutarlo.

Il 18 agosto poi del 1922 muore il Camisassa; nel novembre dello stesso anno l'Allamano può celebrare il primo Capitolo Generale, nel quale egli viene confermato Superiore Generale e mons. F. Perlo (non presente) viene eletto Vicesuperiore Generale con diritto di successione.

Le 141 conferenze in un periodo molto movimentato sono indice della dedizione dell'Allamano al suo compito di fondatore e di superiore.

 

Parte VI: 1923-1925 (25 conferenze)

Siamo al tramonto di quest'uomo forte e generoso.

Nell'inverno 1922-23 L'Allamano cade ammalato e per molti mesi non può venire all'Istituto: la prima conferenza è dell'11 marzo.

Mons. Perlo riceve ordine da Propaganda Fide di lasciare il Kenya e di venire 'in Italia per assumere la carica di Vicesuperiore Generale. Giunge a Torino il 5 giugno 1924.

Nel frattempo L'Allamano deve affrontare da solo dei gravi problemi. Tra l'altro:

  1. L'approvazione delle Costituzioni (il 27 febbraio 1923 vengono approvate ma solo per un decennio; in vista del Giubileo sacerdotale vengono approvate definitivamente il 7 settembre);
  2. Propaganda Fide desidera che l'Istituto venga riconosciuto dal Governo italiano come ente morale; ma l'operazione coin volge tutta la questione finanziaria e patrimoniale dell'Istituto. L'Allamano vorrebbe che ad assisterlo in cosa di tanta importanza gli fossero accanto F. Perlo e mons. Gaudenzio Barlassina. Li invita infatti a Torino; ma solo il secondo accetta (giunge a Torino il 9 maggio 1923);
  3. Sorgono i primi dubbi sulle nuove Costituzioni e sulla natura dei voti (tali dubbi hanno il loro epicentro nel 1925);
  4. Il Governo italiano e Propaganda Fide fanno pressioni presso l'Allamano perché l'Istituto accetti un nuovo Vicariato, la Somalia Italiana;
  5. Il 10 agosto 1923 muore il Agostino Richelmy e gli Oblati, visto cadere un primo impedimento alle loro richieste, aspettano che cada anche il secondo;
  6. Nel settembre del 1923 l'Allamano celebra serenamente il 50° di sacerdozio e, sempre in gaudio spirituale, si prepara . beatificazione dello Zio.

Finalmente il 5 giugno 1924 giunge in Italia mon Perlo e l'Allamano pensa di aver così chiuso la sua missione, senonché sopravvengono sofferenze intime a causa dello spirito l'Istituto che gli sembra minacciato.

Muore serenamente confidando in Dio il 16 feb braio 1926.

 

CIO 'CHE «LA DOTTRINA SPIRITUALE» NON DICE

Questo lavoro di collocazione storica delle conferenze non rende inutile l'opera compiuta a suo tempo dal p. L. Sales, sia i due volumi dal titolo La dottrina spirituale del Servo di Dio Can. Giuseppe Allamano usciti nel 1949, sia l'edizione più ridotta in un volume solo dal titolo La vita spirituale dalle conversazioni ascetiche del Servo di Dio Giuseppe Allamano del 1963.

Vi sono però alcune cose che l'opera del p. Sales non mette sufficientemente in luce. Anzittutto l'ambientazione storica e per conseguenza anche l'insistenza con cui l'Allamano andava rimarcando alcune sue idee, ripetendole, anno dopo anno, in contesti ambientali differenti. Di quanto sto dicendo si potrebbero addurre moltissimi esempi. Scelgo il tema sull'importanza della S. Scrittura.

La Vita spirituale riporta sostanzialmente una sola conferenza (17 ott. 1920); l'Allamano per contro ne trattò diffusamente in conferenze del 1910, 1915, 1916, 1917, 1920.

«Desidero tanto che pigliate tanta affezione alla Bibbia. È un sacramentale [...] . Oh! la S. Scrittura, più si studia, più si legge e più si ama, e più diletta » (1915).

Un pensiero che l'Allamano ripete frequentemente:

«S. Agostino dice che quando non se ne ha da dare la spiegazione in pubblico, possiamo adattarla ai nostri casi particolari in qualunque modo, anche tirandone il senso; quindi stiracchiate pure quando è solo per voi, purché vi faccia del bene » (1916, 1917).

La S. Scrittura, dice, ha fatto di S. Eustochio « una santa robusta » perché « i libri virili formano alla virilità » (1916).

Non basta leggerla, bisogna scrutarla (1916). Nel 1920 insiste in modo particolare su S. Paolo:

«Le S. Scritture sono quelle che formano lo spirito missionario e sacerdotale; ma soprattutto vi raccomando le lettere di S. Paolo e le altre lettere apostoliche. Lì sopra si forma il vero carattere del missionario, esso dà uno spirito forte e robusto » (1920).

«La S. Scrittura sarà in missione la vostra consolazione [...]. Stanley, quel grande esploratore dell'Africa, quantunque fosse protestante, nei suoi viaggi sovente si ritirava nella tenda a leggere e meditare la S. Scrittura. Utinam talis vir noster esset » (1920).

« Non dobbiamo lasciarci vincere dai protestanti » (1920).

Quasi tutte queste espressioni non si si trovano nella Vita spirituale. Ma, come dico, i casi si potrebbero moltiplicare.

Vi è soprattutto un punto su cui veramente si può dire che la Vita spirituale sia carente. È la nota o il colore della familiarità. La Vita spirituale è scorrevole, ma ha il sapore del manuale. Quasi tutti gli aneddoti con cui l'Allamano arricchiva il suo discorso sono stati eliminati. Quasi sempre egli iniziava le conferenze leggendo lettere giunte dall'Africa e prendeva lo spunto da fatti del giorno. Il più delle volte sono le digressioni dal tema (sempre numerosissime) a dare il tono della conferenza. Anche il p. Gallea nella sua raccolta delle conferenze ha ritenute ingombranti queste digressioni e le ha collocate in appendice. Così come non rimanere incantati quando si apprende (dai Diari e da note marginali) che moltissime volte le conferenze si concludevano con distribuzioni di dolci, frutta... un bicchiere di vino. Cose che l'Allamano riceveva in dono e ch'egli portava ai suoi missionari.

Egli si chiamava Giuseppe. La vita spirituale ha un capitolo su S. Giuseppe, ma non si dice nulla della festa di famiglia che ritornava ogni anno; nulla della letterina che l'Allamano desiderava che ognuno gli scrivesse:

« Voglio una lettera interna, la leggerò solo io, la darete nelle mie mani, e poi ve la restituirò a ciascuno [...]. Mi pare che non domando troppo [...]. Non abbiate paura... Come direste ad un padre, ad una madre » (1913).

«Per la mia festa non desidero, non voglio che perdíate molto tempo; che preghiate per me è vostro dovere; ma voglio che mi scriviate tutti una lettera, voglio che mi apriate il vostro cuore, dirmi tutto quello che avete in cuore; non i peccati beninteso, ma tutto il resto. Non avrete a pentirvi [...]. Dite proprio ciò che sentite nel vostro cuore [ ...] e io vi aiuterò; mai nessuno si è pentito di avermi scritto, ricordatevelo » (1914 ).

Vi fu tempo in cui un Superiore Generale volle riprendere nell'Istituto questa pratica. Ma vi sono cose che appartengono alle origini soltanto, e non si ripetono.

Stessa cosa avveniva ogni anno in occasione degli Esercizi Spirituali: tutti gli consegnavano il bigliettino dei propri propositi, e l'Allamano approvava, correggeva, benediceva.

Ripeteva:

«Non siete entrati in un collegio o in un seminario, ma in una famiglia » (1914).

« Vi conto tutto [contare è un verbo piemontese che sta per raccontare dire] come un padre di famiglia ».

« Tutto questo è per contarvi tutto; vedete, come faceva la nostra buona madre quando veniva a Torino a trovare il Venerabile [il fratello Don Cafasso]. E poi veniva a casa e contava proprio tutto, e così io » (1914, 1920).

«Sapete quel detto, oh quanto è brutto! Lo si applica ai religiosi e anche ai canonici: "Entrano senza conoscersi, vivono senza amarsi e muoiono senza piangersi"» (1915). Specialmente per le conferenze del periodo bellico (le più numerose) si pub affermare che furono sempre delle riunioni familiari.

 

PRINCIPI DI VITA SPIRITUALE

Nell'indicare i principi della vita spirituale secondo l'Allamano non intendo essere completo; intendo soltanto offrire un campionario del suo pensiero, più che altro far gustare il suo stile.

Con S. Agostino l'Allamano presenta la santità come un edificio:

« ... è simile ad una casa materiale che si vuol fabbricare; deve porsi un buon fondamento, poi su di esso con materiale ben ordinato porvi un piano, due, ecc. finché si giunge al tetto; allora si copre e si perfeziona tutto l'edificio da basso in alto. Così nella nostra santità e perfezione. Fondamento è la virtù della fede,, si erige colla speranza e si perfeziona con la carità: Domus Dei credendo fundatur, sperando erigitur, diligendo solidatur » (1918).

Sorge subito il problema dell'umiltà, come collocarla, data la sua importanza primaria?

« Ma come va che certe volte diciamo che l'umiltà è il fondamento delle virtù? Diciamo bene [...]; è il fondamento negativo; invece la fede è il fondamento positivo. Quando si fabbrica una casa prima si scava; questo è fondamento negativo... Invece la fede rappresenta il materiale solido positivo che si mette entro lo scavo » (1918, 1921).

A riguardo dell'umiltà l'Allamano dice:

« La porta del cielo è stretta e per entrarvi bisogna abbassare la testa » (1905).

« La superbia muore solo con noi » (1914).

« Se c'è gente che deve essere umile questi devono essere i missionari» (1914). Anche l'Istituto in quanto tale deve essere umile: Se noi saremo un Istituto umile, il Signore ci solleverà: perché siamo niente di sua natura » (1914).

Altro principio fondamentale per l'Allamano è la mortificazione: Ripete sovente:

« La mortificazione è l'abbicì della perfezione; bisogna incominciare di lì » (1905, 1907, 1908).

« Bisogna battere l'asino, bisogna farlo correre » (1915).

Naturalmente la struttura dell'edificio è teologale. Il suo pensiero abituale è questo:

« Del Cottolengo si disse che aveva più fede che tutta Torino insieme. Il nostro Venerabile aveva tanta speranza, sua caratteristica, da infonderla anche nelle anime disperate, come scrisse D. Bosco. Tutti ebbero gran carità » (1915).

« Non basta avere fede, bisogna vivere di fede: fides sine operibus mortua est; bisogna avere spirito di fede ».

Originale poi l'osservazione che la speranza e la fiducia non coincidono:

« La virtù della speranza se più robusta si chiama fiducia o confidenza ».

« Ricordate ciò che scrisse S. Agostino: Domus Dei... sperando erigitur; cioè la speranza ha la parte principale nell'opera della nostra perfezione, come l'intero edificio d'una casa è il principale a patto delle fondamenta » (1918).

Compimento è la carità:

« La vera santità consiste nell'amore di Dio ... Come dice S. Agostino: Ama molto e fai quel che vuoi. Vorrei un po' vedere uno che ami molto che cosa è buono a fare » (1907).

« Insomma, diportiamoci con Dio come un amico si diporta con un amico » (1907).

Parlando della vita religiosa l'Allamano completa il suo pensiero. Lo fa ricorrendo ad una espressione di S. Tommaso:

« Perfectio vitae christianae per se et essentialiter consistit in caritate ». Solo « secundario et instrumentaliter consistit in consillis ». I voti cioè sono mezzi di maggiore perfezione (1920).

Nel leggere in ordine cronologico le conferenze dell'Allamano ci si imbatte in un principio che ritorna costantemente. Egli ci tiene ad insegnare come si vive alla presenza di Dio.

È in questo contesto che l'Allamano parla di una misteriosa presenza per animam, intermedia tra la presenza eucaristica e la presenza spirituale mediante la grazia. In definitiva non si tratta altro che di una progressiva interiorizzazione della presenza di Dio (1907, 1916).

Aggiunge:

«Non bisogna che stiamo alla presenza di Dio come statue Ricordarci spesso di quelle parole Oculi mei semper ad Dominum. A me piacciono tanto e conviene che voi ve ne ricordiate spesso ».

«Tenetevi sempre alla presenza di Dio.  Voi sapete i vari modi con cui tenervi alla divina presenza » (1913, 1918).

Simpatico quanto disse nella festa dell'Ascensione del 1917, ricorrendo al rebus dei due avverbi latini: ibi... ubi:

« S. Arsenio anacoreta, in morte, richiesto dai discepoli di un ultimo ricordo, disse le parole Ibi Ubi. Non lo intesero dapprima quelli, ma dopo ricordate le parole della Chiesa [... inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudial compresero quanto importi tenere sempre la mente e il cuore rivolti al Paradiso » (1917).

Ne consegue logicamente un certo tipo di raccoglimento. Gli piace il detto su S. Bernardo che anche nel mondo ubique solus erat:

«Facciamo in noi l'abito del raccoglimento per cui in ogni nostra opera ci sia Dio, facendola alla presenza di Dio e per Dio solo » (1916).

Ci tiene però anche ad aggiungere che « il raccoglimento non consiste nel tenere la testa bassa » (1922).

Del silenzio dice:

« la nostra regola delle regole ». Precisa però subito: « Ma deve essere vero silenzio, cioè anche interiore, altrimenti sarebbe una maschera, e non avrebbe seco il raccoglimento come frutto » (1914).

Soventissimo il 3 dicembre di ogni anno presenta S. Francesco Zaverio come il missionario che era « totus Dei, totus proximi, et totus sui » (1914, 1915).

Ne deriva che l'Allamano dà grande importanza alla « purità d'intenzione », al fare la volontà di Dio (usa questa espressione: « Fare frequenti atti di conformità, di uniformità e di deiformità alla S. Volontà di Dio »), alla semplicità, alla sincerità. Così nel 1921.

Semplicità e sincerità son due cose collegate:

« La semplicità cristiana consiste in tre cose: essere sinceri con noi stessi, sinceri col prossimo e sinceri con Dio » (1917).

« Bisogna essere semplici: nella mente, nel cuore, nelle parole e nelle opere » (1918).

Al riguardo suo modello è S. Francesco di Sales. Penso si possa collocare sulla stessa linea quest'altro pensiero:

« L'allegria è una virtù che bisogna avere, non si è mai abbastanza allegri: è vero che si può essere troppo allegri quando fosse grossolana, ma di allegria vera, allegria di cuore e di mente, non ce n'è mai troppa.

Bisogna imparare ad essere sempre allegri, non solo ogni tanto, ma tutti i giorni, tutto l'anno.

Bisogna sempre essere allegri: bisogna avere il cuore grande [...... Il Signore predilige gli allegri. Egli non vuole essere servito come da tanti martuf [musoni] » (1921). Tema molto sviluppato dall'Allamano è quello della vocazione.

Paolo VI in un discorso del 26 settembre 1970 ai partecipanti al Congresso degli Istituti Secolari presentò la vocazione « come interiorizzazione della propria vita ». L'Allamano così si espresse nel 1916:

« [...] per avere un segno di buona vocazione basta un primo moto dell'ispirazione nella parte superiore dello spirito » (1916).

In altra circostanza disse:

« Chi prega corrisponde alla vocazione e vi sarà fedele, chi non prega e bene non corrisponde e la perderà. Credete a me che ho esperienza » (1920, 1921).

La sua esperienza gli fa anche dire che si può essere santi anche con le tentazioni (1913). Più in particolare:

« La castità non risiede precisamente nel solo corpo, ma propriamente nello spirito » (1918).

È per questi principi che anche in questa materia l'Allamano non fu ossessionante.

Ciò che più teme è la tiepidezza. È l'unica cosa che può far uscire una persona dall'Istituto (1912):

« Non sono i difetti ad impedirci di farci santi, ma lo stare nei difetti » (1914).

« L'amore dei comodi è un segno di tiepidezza » (1918).

« Mille cose divengono necessarie ad un tiepido....... I bei nomi di tempi cambiati, di circostanze mutate, di costituzioni più deboli sono molto acconci per coonestare ciò che non dovrebbe accordarsi » (1918).

In una conferenza, spiegando in quanti modi si può perdere tempo, esclamò:

« Il tempo è prezioso ed in nessun tempo si può sprecare. Perdere tempo è un peccato [...] » (1918).

Il suo pensiero va sovente alla morte. Specialmente nelle domeniche di ritiro mensile invita « a passare il giorno come se alla sera si dovesse morire» (1907). «Vivere ogni giorno come fosse l'ultimo della vita » (1915). E a fine anno:

« È un mistero la vita e la morte » (1912). Così pure alla morte di un cardinale:

«Si monta, si monta e poi si entra nell'eternità. Bisogna empire tutto di virtù » (1914). Vi sono infine tre temi, molto trattati dall'Allamano, e ch'egli presenta e sente come fondamentali per la vita spirituale. Sono l'Eucarestia, la devozione alla Madonna e la preghiera.

 

L'EUCARISTIA

« L'Eucarestia dev'essere la nostra devozione principale » (1907).

«Voglio che questa sia la devozione dell'Istituto » (1908).

« Il nostro Istituto deve formare amici innamorati di Gesù sacramentato » (1909).

« E non è il SS.mo il centro verso cui come raggi noi tendiamo? » (1915).

Sarebbe utile per noi « un'adorazione quotidiana come i Sacramentini: tre ore il giorno davanti al SS.mo Sacramento » (1913).

«Tutta la vita dei sacerdoti è dattorno a Gesù sacramentato » (1919). Giunse anche al punto di esprimere questo desiderio:

« Perciò si può fare il Paradiso, si può avere il privilegio di fare il Paradiso nel Tabernacolo [.. ]. Ci sono, sapete, quelli che sono desiderosi di questo privilegio » (1915).

Se così è, sappiamo dove trovare ora l'Allamano!

Già nel 1908 aveva espresso il desiderio che, dal momento della sua morte alla sepoltura, i missionari si mettessero in adorazione davanti al SS.mo (1908).

Ai suoi missionari presentò sovente l'esempio di S. Francesco Zaverío che dopo aver fatigato tutto il giorno passava le notti davanti al tabernacolo « ove s'addormentava » (1904, 1907).

Sappiamo che il suo modo costante di presentare l'Eucarestia è il seguente: Nell'Eucarestia Gesù è nostra vittima (nella Messa), è nostro cibo (nella comunione), è nostro amico (nelle visite al SS.mo) (1912, 1915, 1918, 1921).

A riguardo della Messa esclama:

« Per rendere felice chiunque basterebbe anche una sola Messa » (1913). La Messa « comprende tutte le pratiche private » (1914).

Per l'Allamano il gesto più bello che il sacerdote missionario possa compiere è quando nella Messa: « solleva la S. Ostia ed il Calice al Padre Eterno colle parole Per ipsum, et cum ipso et in ipso ».

È un gesto cosmico. Come scrisse Teilhard lo direi...

 

DEVOZIONE ALLA MADONNA

Il suo pensiero sulla Madonna ci è sufficientemente noto. Basti qui ricordarlo in qualche sua tipica espressione.

Anzittutto è pacifico per l'Allamano che « la devozione a Maria è necessaria per salvarci e per acquistare la perfezione » (1909, 1911, 1913, 1915, 1921).

Principio poi della mariologia, che l'Allamano conosce e fa proprio, è il seguente:

« La nostra vera vita, dolcezza e speranza è Gesù; ma Essa ne partecipa essendo Madre di Gesù e per volontà di Dio dispensiera... » (1916).

Così pure:

« Siccome, scrive S. Ambrogio, Maria Ss. è Madre di Gesù, ch'è capo della Chiesa, quindi essa è in certo modo madre della Chiesa » (1918).

Ne consegue:

« Bisogna che riguardiamo Maria SS. come nostra Madre, come vera nostra Madre [chi raccolse dalla viva voce queste parole annotò che l'Allamano le pronunciò "con forza" ]. [...] Ricordatevi che avete una seconda Madre, Maria, che vi ama molto più che la prima; s'intende che non le prende il posto. Invece alcuni parlano della Madonna come di un santo qualunque canonizzato » (1911, 1918).

Una delle più belle espressioni uscite dalla bocca dell'Allamano riguarda la sua Consolata:

« Non è infatti la SS. Vergine sotto il bel titolo di Consolata la nostra Madre, e noi suoi figli? Sì, Madre nostra tenerissima, che ci ama come la pupilla dei suoi occhi, che ideò il nostro Istituto, lo so k 4ji\l‘e.S\ ~Me. e, merterialmente, sia qui in Casa Madre come in Africa, ed è sempre pronta a tutti i nostri bisogni, per cui io posso dormire i sonni tranquilli » (1915).

Non c'è altra frase che di più caratterizza l'Allamano: « Per cui io posso dormire i sonni tranquilli »!

 

LA PREGHIERA

L'Allamano trattò della preghiera sotto tutti i punti di vista. Mi sembra però ci sia un pensiero di fondo unitario che tutto sintetizza. Mi limito a questo.

Più che sulla preghiera o sul dire preghiere, l'Allamano insiste sullo « spirito di preghiera ». E per lui lo « spirito di preghiera » consiste nella preghiera « continuata o mtenote » o come anlese nell'« abito della preghiera » (1917, 1918).

« La preghiera è una elevazione della mente, del cuore, di tutta l'anima a Dio. Ciò si può e si deve fare in ogni posto e sempre » (1920).

«Non basta pregare, ma dobbiamo formarci allo spirito di preghiera» (1921).

« Le preghiere stesse non sono altro che mezzi per giungere allo spirito di preghiera » (1921).

Individuato questo principio unitario e il fine, resta più facile seguire l'Affamano nella strada che vi conduce. Il suo sistema è ben articolato. Egli conosceva il testo di S. Bernardo riportato in vario modo dagli autori ascetici del suo tempo. Egli così lo tradusse:

«La lettura è come portare alla bocca un cibo solido (si è come a tavola); la meditazione lo mastica, lo fa suo; /'orazione lo fa andar giù e lo fa digerire; la contemplazione è la dolcezza stessa che rallegra e ristora ».

Il p. C. Pera facendo la sintesi del pensiero dell'Allamano in un lungo capitolo segue precisamente quest'ordine: 1) audizione e lettuta, 2) meditazione,  3) orazione, 4) contemplazione.

Al p. Pera si potrebbe far notare che in bocca dell'Allamano la parola « contemplazione » non è molto frequente. Al suo posto io collocherei precisamente « spirito di preghiera », « abito della preghiera », « preghiera continuata ».

Molti ormai hanno letto i Racconti di un pellegrino russo, pubblicati anche da noi in varie edizioni. t forse il libro più classico della spiritualità russa; libro forse unico in tutte le lingue del mondo (Barsotti). Tratta della « preghiera interiore, senza posa », per vivere in una dimensione spirituale luminosa. Potrebbe costituire un'ottima introduzione alla dottrina spirituale dell'Affamano sulla preghiera.

 

L'ISTITUTO E IL SUO SPIRITO

Ritengo essere questo il punto centrale di tutte le conferenze dell'Allamano. Sua preoccupazione è di orientare tutto e tutti alle missioni, ideando un Istituto secondo il suo stile. Occorre però tenere presente che parla a giovani in preparazione alla vita missionaria.

Anche qui non intendo essere esauriente e tanto meno definitivo o categorico nella sintesi che presento. II mio scopo è di avviare un discorso che possa servire anche in vista al lavoro di ristrutturazione delle Costituzioni.

 

MISSIONARI DELLA CONSOLATA

Voglio qui ricordare le parole che l'Al!amano scrisse nel suo testamento spirituale (Disposizioni testamentarie) a riguardo deì Missionari e delle Missionarie della Consolata:

« Per voi, miei cari Missionari e Missionarie, sono vissuto tanti anni, e per voi consumai roba, salute e vita. Spero morendo di divenire vostro protettore in cielo ».

Essere missionari per l'Allamano è solo questione di maggiore amore e maggiore generosità:

« L'apostolato (missionario) è il grado superlativo del sacerdozio. Uno zelante sacerdote è un missionario » (1919).

Al riguardo mi sembra opportuno riferire quanto capitò nella conferenza del 6 marzo 1921, presente anche il Camisassa. L'Allanano era stato a Roma per una diecina di giorni in occasione della lettura del Decreto sopra le virtù del Cafasso; ne approfittò per far visita anche al card. Van Rossum. Nella conferenza riferisce sulle cose fatte a Roma. Circa l'incontro avuto con il card. Van Rossum è il Camisassa a prendere la parola:

« Il Cardinale ha detto al Sig. Rettore: "La ringrazio tanto del bene che fa per le Missioni: e lei che fa tanti sacrifici: la ringrazio a nome della Chiesa" ».

Interviene l'Allamano:

« lo ho risposto: "Ho solo fatto il mio dovere". Ed egli: "No! Come sacerdote non era obbligato a far tanto" » (1921).

Nel 1921 ritorna sulle parole del card. Van Rossum in altre due circostanze, sempre rimarcando che se si ha zelo per le anime si fa quello ed altro: « Davanti a Dio dobbiamo fare tutto il bene possibile ».

« Bisogna avere il cuore grande » (1921). « Ci sono certuni che hanno il cuore così piccolo che se hanno qualche fastidio non fan più niente. Costoro non sono generosi. Una persona, una volta, mi domandava che gli permettessi di piangere almeno per un'ora [...]. Vedete, come è bello essere sempre allegri! Bisogna che questo sia un carattere vostro » (1921).

Per l'Allamano non c'è nulla di più grande della vocazione missionaria. Fa suo il testo di S. Dionigi:

Omnium divinorum divinissimum est cooperari Deo in salutem animarum » (1902). Egli stabilisce soventissimo delle graduatorie: cristiani, religiosi, sacerdoti, missionari.

Non vi è alcun dubbio che il vertice nella sua estimativa sta nell'essere missionari. Per cui è bene dirlo subito: quando l'Allamano afferma: «Prima religiosi e poi missionari » intende un'altra cosa.

Per l'Allamano essere missionari è totalizzante:

Voi dovete essere missionari nella testa, nella bocca e nel cuore. Pensateci! Queste camere, questi ambienti sono per i missionari; tutta Torino è pei cristiani, qui invece solo pei missionari » (1917).

 

PRIMATO DELLA SANTITÀ

Per essere missionari come si deve occorre prepararsi al futuro apostolato convenientemente, in uno sforzo continuo di divenire santi (se la vita religiosa serve qualcosa è solo per questo).

 

Prima santi poi missionari...

Anche le Costituzioni lo dicevano: « L'Istituto ha per scopo: primo, la santificazione dei suoi membri [...]; secondo, l'evangelizzazione » (1909, art. 1).

L'Allamano lo ricorda e vi insiste sopra continuamente.

Non solo i missionari devono tendere alla santità, ma la loro santità « dev'essere speciale, anche eroica ed all'occasione straordinaria da operare miracoli »:

« Non sarà da attribuirsi alla deficienza di questa pingue santità, che dopo tanti secoli ancora tutto il mondo pagano non sia convertito? » (1913).

« Una santità superiore a quella dei cristiani [...], superiore a quella dei semplici religiosi, superiore alla santità dei sacerdoti secolari. La santità dei missionari dev'essere speciale, anche eroica, ed all'occasione straordinaria da fare miracoli » (1918).

L'Allamano pone il missionario fuori categoria. La santità a lui richiesta non è quella degli altri; è speciale; è la santità « missionaria ».

Mi pare che il suo pensiero appaia chiarissimo in questo testo originale e spiritoso:

« Per un semplice cristiano basta una santità positiva (santo); ma per un religioso [...] è necessaria una santità al grado comparativo: più santo. Per quelli infine che tendono allo stato più sublime dell'apostolato una di grado superlativo: santissimo » (1911).

In sostanza, bisognerà superare ogni fastidiosa frammentarietà tra fine primario e fine secondario, tra « prima religiosi e poi missionari », ecc. Ecco come si espresse in una bella sintesi nel 1905 e nel 1918:

« Qual è lo scopo del Missionario? Scopo unico: Salvarsi e salvare. Questo è lo scopo del Missionario; egli non ne ha altri ».

Data questa premessa e dato che parlava a giovani missionari ancora in formazione, ne deriva che il tempo di farsi santi, di tendere alla perfezione è a qui, ora, subito, prima di partire, incominciando da se stessi :

« Ma non immaginiamoci di farci santi quando saremo nelle missioni: chi non è santo, cioè non tende a farsi santo, non lo sarà neppure là » (1906, cfr. 1904). « [...] non illudetevi; è qui che bisogna piantare le virtù, non là... » (1907).

« Non illudiamoci che sia poi un buon Missionario chi non fu un ottimo allievo » (1907).

« Non bisogna aspettare che siate in Missione [...]. È ora per voi il tempo opportuno » (1910, 1911, 1914).

« Qui e subito » (1919, 9); «Adesso» (1919).

« Incominciando da se stessi » (1923).

« E non dire: C'è tempo! Comincerò poi quando sarò sacerdote. Più che vecchi non si viene, se si viene » (1920).

« Se sarete santi qui, lo sarete anche in missione » (1916, 107, 1917, 1920).

Ne consegue che non bisogna avere fretta (l'Allamano è ben consapevole che la formazione dei primi missionari fu troppo accelerata):

« Il desiderio di andare in Africa è bu ono, ma bisogna formarsi » (1914); « Via quindi la smania di partire » (1914).

L'Allamano dice le stesse cose con un'altra serie di affermazioni che grosso modo si possono compendiare nella frase: « Prima santi poi missionari »:

« Dobbiamo prima essere noi buoni e santi, dopo faremo buoni gli altri » (1908).

« Giacché il fine primario dell'Istituto è santificare noi stessi, qualcuno crede che l'essere missionario consista tanto nel predicare, correre, battezzare, salvare anime; no, no! 'Questo è solo il fine secondario; santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tanto più anime salverà » (1912, 1915, 1918; per la proporzione del « tanto... tanto » cfr. 1924).

« Guai a chi dimentica sé per gli altri » (1915).

« La Prima cosa farci santi; seconda cosa salvare i neri » (1916, 1917).

«È inutile voler convertire gli altri, se non siamo santi noi » (1920).

« Insomma, è tanto facile scambiare le cose: prima di tutto fare santi noi e poi... prima pregare e poi fare del bene agli altri, e non lavorare, lavorare, lavorare solo. Bisogna che comprendiate l'importanza di questo » (1916).

«Tutti dicono che siete venuti a farvi missionari; invece no: prima di tutto voi dovete dire: Son venuto a farmi santo » (1922).

 

Bontà della vita

Il pensiero dell'Allamano in questo incitare alla santità ha un dinamismo suo particolare. Lo si può comprendere nella frase:«Bontà della vita». Comprende tutto; soprattutto indica ai missionari non solo qual è il culmine della santità a cui tendere ma anche la via per giungervi (come metodologia missionaria indicherà l'importanza della mansuetudine, della dolcezza e della pazienza verso i neri):

« La bontà della vita è ai missionari molto necessaria » (1913).

« Questa bontà dev'essere maggiore che nei secolari [...]. Consiste nel complesso di tutte le virtù, alle quali dobbiamo formarci » (1917).

 

Missionari religiosi

La vita religiosa fa parte della struttura dell'Istituto, ma nel senso che contribuisce alla santità, premessa necessaria all'apostolato missionario. Ha semplice funzione di mezzo: « L'Istituto — dicono le Costituzioni — ha per scopo: primo, la santificazione dei suoi membri mediante l'osservanza dei voti religiosi...».

Imponendo la professione religiosa il dovere della perfezione l'Allamano la vede adatta ai suoi missionari.

Dirà: « Il bene va fatto bene »; come religiosi a bisogna farlo ogni giorno meglio » (1911). I religiosi « devono tendere a maggiore carità e quindi a più alta perfezione ». Inoltre, « Coi voti la volontà resta più ferma » (1913).

19 ottobre 1919 spiegò per quali motivi diede al suo Istituto la natura di Congregazione religiosa. Sono quattro:

1) Per la maggior perfezione; 2) Pel maggior legame dei membri, e quindi stabilità futura, ecc.; 3) Unità di direzione; 4) Sicurezza anche materiale dei membri sino alla morte ».

Aveva detto la stessa cosa nel 1913, riferendo e commentando il testo di San Bernardo:

« In religione homo vivit purius, cadit rarius, surgit velocius, incedit cautius, quiescit securius, irroratur crebrius, purgatur citius, moritur confidentius, muneratur copiosus ». L'Allamano aggiunge: « E tutto ciò soprattutto se missionari ».

Quest'ultima espressione dimostra che l'Allamano considera la vita religiosa in funzione e in quanto può aiutare il missionario ad esserlo pienamente.

Mentre tutte le sue conferenze sono tempestate dalla frase: « Prima santi, poi missionari », solo due volte, nel 1920 (13 e 27 giugno), disse:

« Stimiamo molto il nostro stato religioso, più ancora del missionario ».

« Prima religiosi e poi missionari ».

Dal contesto però risulta chiaro ch'egli intendeva dire: « Prima santi e poi missionari », in quanto la vita religiosa può portare più efficacemente alla santità. Disse infatti anche:

« Se volete essere poi missionari in regola bisogna prima che siate ottimi religiosi; prima di convertire gli altri, bisogna che siamo santi noi » (1919).

Non vi è dubbio che la qualifica di missionari sta prima. L'Allamano pone sempre questa sequenza: come cristiani, come religiosi, come sacerdoti, come missionari (1919).

Pose anche la questione se la vita contemplativa sia superiore a quella attiva.

« Non crederei egoismo il pensare che la migliore e più perfetta sia quella scelta da N.S.G.C. [...] » (e cioè quella attiva).

« A dirlo tra noi, tra queste quattro mura, dobbiamo ringraziare il Signore che il nostro genere di vita sia migliore, d'imitare meglio nostro Signore. E poi noi siamo anche missionari. E quindi se prima disputavano, come missionari non c'è più dubbio » (1919).

« L'essenziale è di dar molta importanza alla cosa. Dio ci fa religiosi: Deo gratias; ci vuole sacerdoti: Deo gratias; ci vuole missionari: Gratiissime » (1919).

C'è di più. L'Allamano, seguendo Don Bosco, è del parere che lo stato religioso in definitiva convenga agli spiriti un po' insicuri, tanto che ai sacerdoti secolari (com'era lui) si esige più che nel religioso una personalità robusta e sicura (1919).

Ecco, infine, la bella definizione ch'egli dà del nostro Istituto:

« Un corpo superiore per l'unione spirituale della vocazione religiosa, sacerdotale e missionaria » (1919).

 

Accurata preparazione

L'Allamano nel dire: « Prima santi poi missionari » intendeva abbracciare la totalità della preparazione missionaria, comprendente anche la buona educazione (urbanità) e un'accurata cultura.

La formazione inizia dall'urbanità

Soprattutto perché missionari e perché si dovrà trattare con i neri, egli desidera che la formazione inizi dall'urbanità:

« Bisogna incominciare dal galateo o buone creanze [...]; viviamo in società, dove l'educazione civile, la carità e la stessa educazione dell'animo richiedono che si osservino le regole dell'urbanità » (1914).

«Tutto serve, credete. Qualcuno dice: Ho solo da andare in mezzo ai mori; non bisogna credere, perché hanno anche loro un sentire delicato; sotto la scorza hanno anche loro un cuore delicato, e bisogna coltivarli » (1915).

« Quindi questa comunità ha più bisogno di galateo che le altre » (1920).

« [...] una povera cappelletti, solo due candele, ma pulizia e ordine » (1916). «I grossolani stiano con i grossolani [...]. La nostra Consolata è delicata, e vuole che anche i suoi figli siano delicati » (1920; cfr. 1914).

Non si deve essere grossolani: « Mi rincresce che qualcuno lo sia; perché la grossolanità è la vigilia di qualcosa di peggio. Bisogna essere fini nel modo di fare, in tutto... » (1924).

Formazione culturale

Per formazione culturale l'Allamano non intende soltanto lo studio, ma uno studio orientato alle missioni (di qui la grande importanza delle lingue, del lavoro, delle arti e mestieri).

Egli insiste sull'importanza dello studio. Resta classico il suo messaggio sul « sacerdote missionario ignorante », ripetuto per due volte:

« II sacerdote ignorante si può paragonare ad un idolo [...]; idolo di tristezza e di amarezza » (1907, 1919).

Ogni anno all'inizio delle scuole rivolge lo stesso invito allo studio impegnato:

« Chi è scarso di intelligenza per quanto sia buono e felice di stare con noi, questo non è il suo posto » (1910).

Fece suo il detto di S. Bernardo: Zelum tuum inflammet charitas, informet scientia, firmet constantia ». E commenta:

«Occorre anche la scienza [...I Un parroco mi scriveva: "C'è qui un chierico, non ha guari buona testa, ma per missionario basta". Niente affatto, per missionario non basta. Se lo tenga pure. Ci vuole scienza » (1912).

« La La pietà sola può formare un buon eremita; ma solamente congiunta colla scienza potrà un dì renderlo buon sacerdote [...L Credetemi, farete molto o poco bene, ed anche male, secondo lo studio » (1917, 1918).

« Non è necessario che tutti siano cime; ma se uno è anche così tardo, potrà fare il romito, ma non il sacerdote ».

«La scienza è necessaria. S. Francesco di Sales la chiamava l'ottavo sacramento della gerarchia ecclesiastica; ed attribuiva le eresie all'ignoranza del clero; infatti allora in Germania molti sacerdoti erano ignoranti » (1919, 1914, 1922).

« In una parola, il periodo di formazione di Casa Madre mira a formare a santi e dotti missionari » (1921).

Per la questione degli studi l'Allamano chiede alla S. Sede che il suo Istituto, passato nel 1909 sotto la giurisdizione della Congregazione dei Religiosi, ritorni sotto quella di Propaganda Fide. È perché intende che tutto il curricolo degli studi sia organizzato tenendo conto le necessità delle missioni. È un punto sul quale l'Allarmano è chiaro:

« E qui parlando della scienza intendo la cognizione di tutto ciò che si richiede per divenire buon missionario, cioè la scienza propriamente detta e quella delle arti e mestieri, perché tutte e due sono necessarie per salvare anime ».

« Per scienza in senso lato s'intende non solo quella dei libri, ma di tutte, anche ortolano, calzolaio, ecc. Per i chierici la parte principale è lo studio, ma anche il lavoro; i coadiutori lavorano, ma anche studio » (1913).

« E poi: medicina e chirurgia studiarle bene e anche andare all'ospedale a far pratica: si è sempre fatto » (1920).

L'Allamano insiste sull'importanza dei lavori come mezzo, prima di formazione alla povertà (« i poveri lavorano »), come fuga dall'ozio, e poi come mezzo di apostolato:

« Così i lavori manuali: come son importanti! Domandatelo a quelli che sono stati in missione come servono [...]. Quindi devono essere contenti e santamente orgogliosi i coadiutori e gli altri. Tutto viene in taglio! » (1920; 1914, cfr. 1915).

«Vedete, chi lo avrebbe detto che anche quel po' di cucina che avete imparato gli [al ch. C. Re militare; fa la minestra al capitano...] avrebbe servito? Così è di tutto! » (1916, 91). Per i coadiutori la cosa è evidente. L'AIlamano partecipa alla loro festa del lavoro (dal 1922 in poi) (1922, 1924).

Nel programma della formazione culturale missionaria non può mancare lo studio delle lingue. L'Allamano vi insiste continuamente: « Ricordatevi che le lingue son sempre prima di tutto. È inutile sapere se non potete esprimere » (1913. 1907).

« Impegno per il francese [...], l'inglese, gekoio, kiswaili, kavirondo, ecc. E adesso nel Kaffa... Linguisti avanti. Linguisti! » (1916, 117).

« Ce n'è da imparare » (1916, 1920).

 

LE DOTI DEL BUON MISSIONARIO DELLA CONSOLATA

C'è un ritornello nelle conferenze dell'Allamano che ritorna tutti i momenti e nelle più svariate circostanze: volontà ferma, volontà di ferro, volontà decisa, buona volontà, energia, fermezza, fortezza...

Già nel 1902 aveva esclamato:

« Via la poesia; realtà e realtà » (1902). « La prima dote del missionario (ce ne vogliono poi molte altre) è l'energia, la costanza: dar della testa nel muro, ma vincere » (1907).

« Così voi siate forti e costanti [...] e allora diverrete certamente santi religiosi e missionaria (1908).

« E noi dobbiamo imitare S. Paolo, non essere testardi, ma tenaci; testardaggine buona, non cattiva [...]. Quelle mosche che si attaccano e non vanno via. Essere tenace, questo è il carattere che dovete avere voi. L'energia che aveva! Fosse stato una patamola [...] » (1913).

Essere missionari è soprattutto questione di energia:

« I sacerdoti in diocesi sono troppi. Stamattina hanno ordinato 17 sacerdoti e due o tre dell'anno scorso non hanno ancora il posto Li. Che a Torino ce ne fossero anche solo 45 e lavorassero di più od anche fossero di meno, tutto andrebbe bene Io stesso » (1913).

« Vi sono tre parrocchie [vacanti] e i concorrenti sono 28, come si fa? » (1915). « Energia, non panada e neppur pan bagnà. Povero Monsignore [Perlo] se si aspettasse solo mezze volontà che si lagnano di tutto » (1914).

« Anche in Africa, se si ha volontà di ferro si trova tempo a tutto » (1915).

« Fortezza, allora saremo missionari in regola... » (1923).

Ma le citazioni non finirebbero più. Voglio ancora ricordare una sua frase tipica:

« Siate uomini! Quando penso a S. Paolo, alla sua fermezza! Era un uomo energico » (1923).

« Ci vogliono uomini costanti, uomini degni di venir missionaria; « Consusto [con solerzia]! » (1917).

« Eppure siamo così fatti che se non stiamo attenti in una comunità si diviene peggio che bambini » (1923).

Il distacco dai parenti e la pratica della povertà (il vero accidente in chiave nella storia dell'Istituto!) vanno visti i n questo contesto di generosità, fortezza, fermezza, coraggio...

 

PRIMATO DELL'OBBEDIENZA

L'Allamano parla sempre del voto e virtù dell'obbedienza come base dell'Istituto.

« Nell'obbedienza c'è tutto il resto. Certi ordini religiosi fanno solo voto di ubbidienza [...]. Una comunità senza obbedienza è un ergastolo » (1907, 1913, 1920).

La ritenne indispensabile in Missione per dare unità al lavoro e per l'efficienza missionaria. È quanto egli pose nelle Costituzioni: « Senza questa non è possibile unità di lavoro e per conseguenza successo d'apostolato »:

« Queste parole sono tratte alla lettera — commenta — dalle Regole dei Padri Bianchi » (1913).

« In Africa tutti i fastidi sono sempre per mancanza d'obbedienza. Ricordate, per non avere questa obbedienza si fa nulla, è meglio non essere missionari; qui si fa male a non obbedire; là si fa male a' sé ed agli altri » (1924).

Il più delle volte quando l'Allamano parla dell'obbedienza l'adorna di alcune prerogative, sempre le stesse. L'obbedienza deve essere: « universale, cordiale, semplice o cieca » (1902, 1904, 1915); « semplice, spontanea, allegra » (1908); «Di mente e di cuore: semplice e cordiale », (1912, 1913, 1914).

Proprio per le doti che deve possedere, specie la semplicità, per l'Allamano l'obbedienza coincide con la confidenza ed è elemento indispensabile dello spirito di famiglia.

L'obbedienza è valida solo se conduce allo spirito di famiglia e se da questo parte.

« Qui formiamo una vera famiglia, non un collegio; voi siete figli, ed io padre nel Signore » (1907).

« Abbiamo lo stesso fine, l'unione spirituale, siamo tanti fratelli » (1907).

« Come è bello starcene tutti assieme, non mangiandoci l'un l'altro come bestie in una gabbia, non come in una prigione, ma come fratelli in una casa » (1911).

E per tre volte almeno (nel 1912, 1915, 1919) riporta il caso dei frati del convento della Pace di Chieri:

« A Chieri c'è la casa della pace [...]. Una volta lì c'eran dei frati che non andavano d'accordo, e in quella casa non c'era più pace. Non erat pax!

Uno di quei frati vecchi mi parlava poi e mi diceva che ciascun frate ha cercato la camera più lontana dalle altre, per non incontrare mai gli altri, e capirete che vita facevano! E quando l'Abate But si mise d'accordo con un Ebreo di Chieri che voleva ricomperarla per di nuovo regalarla, essi non hanno voluto perché non volevano più stare insieme [...]. E questa cosa non è mica venuta tutta d'un colpo: hanno cominciato dal poco, come mi diceva quel vecchio; quando gli domandavo: "Come mai siete arrivati a questo punto?", egli mi diceva che là dentro era proprio come si dice, che si entra senza conoscersi, si vive senza amarsi e si muore senza piangersi! Allora è meglio stare fuori! Questa è una calunnia, ma c'è anche un po' di verità sotto. "Là dentro della carità non ne ho mai trovata", mi diceva quel vecchio frate. Ma se era così doveva andare a cercare un altro posto dove ce ne fosse! Ma forse faceva così sperando che le cose cambiassero.

Vedete quindi che non è poi tutto timore infondato il mio, perché sono cose che possono avvenire in una comunità ».

Nel manoscritto del 1912 l'Allamano, riportando lo stesso fatto, appuntò questa frase:

« II prete non perdona: calunnia... ma ».

Invita allo spirito di corpo. Già sappiamo ch'egli definì il suo Istituto: « Un corpo superiore per l'unione spirituale della vocazione religiosa, sacerdotale e missionaria » (1919).

In seguito alle difficoltà incontrate dalla carovana Dal Canton per l'ingresso nel Kaffa, l'Allamano esclama:

« Hanno visto il lupo, come si dice [...] C'è da pregare per tutti, per noi e per i nostri cari, membra de membro, siamo tutti un corpo solo » (1915).

« l missionari dall'Africa dicono tutti nelle loro lettere delle belle cose. Loro vivono di noi e noi dobbiamo vivere di loro » (1915).

« [...] perché noi qui facciamo un corpo solo, e se il braccio sta bene, tutto il corpo sta bene, se la testa, lo stomaco stanno bene, sta bene anche tutto il corpo: tutte le grazie che riceve un membro dell'Istituto le riceve tutto il corpo, tutto il corpo ne partecipa » (1916).

A un gruppo di partenti per l'Africa, disse:

« Salutate a nome nostro i missionari e le missionarie, dite loro che in casa si vive della stessa vita loro, che facciamo un cuore solo » (1918).

« Ora un Istituto perché prosperi che cosa ci vuole? — chiese in altra circostanza —. Bisogna che in una comunità ci sia un solo modo di pensare, non solo nelle cose più necessarie, ma anche nelle opinioni. Cedere volentieri; non essere tenaci. Ogni Istituto dev'essere fondato sulla carità e non può sussistere senza la comunanza di opere e di opinioni » (1919).

« In tutte le comunità i sudditi devono esercitare questi doveri [di riverenza, amore, obbedienza ai Superiori], ma molto più nella nostra, nella quale non sono semplici collegiali e cristiani, ma religiosi e missionari, e formano una vera famiglia viventi tutta la vita in santa unione di mente e di cuore. Se si praticheranno questi obblighi l'Istituto sarà un paradiso anticipato, altrimenti riuscirà un inferno o poco meno » (1920).

Naturalmente neppure la diversità delle classi (chierici, sacerdoti, coadiutori) deve incidere in questa unione:

« Si vorrebbe che con una sola classe ci sia maggiore unione perché c'è uguaglianza. Ma questa uguaglianza non può esistere: siam tutti disuguali LI L'uguaglianza assoluta dei socialisti è una utopia: è la carità che deve fare l'unione, unum in charitate » (1920).

Ad un altro gruppo di partenti per le Missioni, nel 1920, disse:

« Laggiù troverete tanti altri missionari [...]. Dite loro che l'Istituto è florido; fate loro coraggio [...]. La lontananza non ci disgiunge: siamo una cosa sola, loro in missione e noi all'Istituto. Ci vogliamo bene, preghiamo per loro ».

« Il luogo è una materialità... siamo tutti missionari, siamo tutti insieme, facciamo tutti una cosa sola, come se fossimo tutti qui, tutti al Kenya, tutti al Kaffa, tutti all'Iringa... bisogna ben che coltiviamo tutti i luoghi che il Signore ci ha affidato » (1920).

« Bella e santa cosa quest'unione che è il primo bene della comunità » (1921). Senza di essa « Cenobia sunt tartara, habitatores sunt daemones; cum hac vero sunt paradisus in terris et in eis degentibus sunt Angeli » (1921).

Al riguardo di questa unione le sue ultime parole sono:

« Il Signore aiuta me e voi, e vuole che corrispondiate alla vocazione: siete mia gloria e sarete mia corona. Faremo in cielo corpo comune » (1923).

 

« IL BENE VA FATTO BENE »

C'è nell'Allamano e nelle sue conferenze un atteggiamento di fondo che lo caratterizza completamente e che dovrebbe anche caratterizzare il suo Istituto:

« lo ho l'idea del Ven. D. Cafasso, che il bene bisogna farlo bene e non rumorosamente; io non bado al numero » (1906; cfr. 1907, 1920).

« Non siamo qui per fare solo il bene, ma per farlo meglio che si può » (1913).

«Torniamo a noi: non è fare tante cose che importa, ma farle bene. Ah! è lì... lì! » (1916). cc Non basta essere religioso, missionario; ma bisogna essere buon religioso, buon missionario» (1916).

« Le cose bisogna farle bene, e farle tutte bene » (1923).

Quando nel 1923 Propaganda Fide insiste perch'egli accetti altre missioni (la Somalia), dice:

« Ce ne vogliono dare ad ogni costo da Roma, ma dico sempre di no. lo voglio che le cose vadano bene e adagio ».

In una delle ultime conferenze, prima di partire per Roma per la Beatificazione di D. Cafasso, disse:

« Il bene va fatto bene, diceva il Cafasso. Andava dicendo a D. Bosco: "Andiamo d'accordo in tutto, eccetto in una cosa: il bene va fatto bene". Ed io mi ricordo che, stando per entrare in collegio, il mio santo Zio diceva a mia madre: 'Studi pure, ma non da D. Bosco". Là c'era un po' di tutto e non c'era troppa disciplina. Adesso è più sistemata la cosa: allora in principio si faceva come si poteva » (1925).

Una variante del principio sono le frasi: « Fate tutte le azioni ordinarie bene e con purità d'intenzione » (1920). = Anche le cose piccole fatele sempre bene » (1920).

Sono invece conseguenze dello stesso principio le sue innumerevoli insistenze sul fare bene le cerimonie. Così come deriva dallo stesso principio il suo non badare al numero. Al riguardo la sua frase è:

« Non è il numero che importa, ma lo spirito» (1906, 1913, 1921).

Oppure:

« Non vorrei che si dicesse: Multiplicasti gentem sed non magnificasti laetitiam • (1920). A riguardo del Piccolo Seminario ebbe anche a dire:

« [...] e se è il caso si dimette tutti e ricomincia; il Seminario non è un luogo per tutte le esperienze: i segni della lor vocazione vadano cercarli altrove (1914).

E per finire:

« Non è il numero che faccia, né di individui né di missioni » (1924).

 

CONCLUSIONE

Alle conferenze spirituali dell'Allamano occorrerebbe aggiungere le circa 360 conferenze alle Suore Missionarie della Consolata e le lettere, collettive e personali, indirizzate ai missionari e alle missionarie.

Qui ho esaminato solo le conferenze ai missionari. Da tutto l'insieme, comprese anche le numerose ripetizioni, si ricava una struttura concreta e organica; altri hanno parlato di « dottrina chiara e sicura ».

Ho cercato soltanto di mettere in luce alcune linee di fondo, quasi lo scheletro portante o la struttura dei due settori del pensiero spirituale dell'Allamano, di quello relativo ai principi di vita spirituale e di quello relativo più direttamente all'Istituto e al suo spirito.

I principi di vita spirituale non hanno la stessa importanza dei principi riguardanti l'Istituto e il suo spirito, nel senso che i primi godono di una certa universalità e possono più facilmente venire adattati a tempi e a persone differenti, mentre i secondi costituiscono il fondamento e l'impalcatura dell'Istituto missionario quale l'Allamano lo concepì. Qui abbiamo a che fare con lo spirito dell'origine,