
Il card. Michele Pellegrino (1903-1986), nato il 25 aprile 1903 a Roata Chiusani in comune di Centallo (CN), compì la preparazione al sacerdozio nel seminario di Fossano e, compiuto il servizio militare nei pressi di Mantova, fu ordinato nel 1925.
Dopo un breve periodo di ministero come viceparroco e insegnante nel seminario della propria diocesi, continuò gli studi e conseguì le lauree in Lettere all'Università Cattolica di Milano, in Teologia alla Facoltà di Torino e in Filosofia ancora all'Università Cattolica.
Dall'anno accademico 1941-1942, fu titolare della cattedra di Letteratura Cristiana Antica dell'Università di Torino e nel 1951 la Facoltà di Lettere della stessa università gli affidò l'insegnamento di Grammatica greca e latina.
Paolo VI lo nominò arcivescovo di Torino nel 1965 e lo creò cardinale nel 1967. L'azione pastorale del Card. Pellegrino fu incentrata sull'attuazione del Concilio Vaticano II, si distinse per l'attenzione ai problemi concreti dei poveri e per il mondo del lavoro. Del suo magistero episcopale è soprattutto ricordata lettera pastorale “Camminare insieme” (8 dicembre 1971). Durante il proprio episcopato visitò tutte le parrocchie dell'arcidiocesi e ristrutturò il territorio ripartendolo in nuove zone vicariali. Incrementò il ruolo dei laici nella vita diocesana e fu molto attento ai problemi della cultura promuovendo, tra l'altro, la rinascita della Facoltà Teologica di Torino. Fu inoltre promotore dell'esperienza dei “preti operai” e dei “sacerdoti fidei donum”.
Nel 1977, per raggiunti limiti di età e alquanto minato nella salute, lasciò l'incarico di arcivescovo e si ritirò a Vallo Torinese. Colpito poi da un ictus, si spense all'ospedale del Cottolengo il 10 ottobre 1986.
Qui pubblichiamo la commemorazione che questo indimenticabile Pastore ha tenuto il 16 febbraio 1980 a Torino e il 9 marzo a Roma, nel 54° anniversario della morte dell'Allamano.
«Se un albero è buono, dà frutti buoni »
Quando alcuni mesi or sono mi fu chiesto di parlare del Servo di Dio G. Allamano in occasione del 54° anniversario della sua morte, non potevo certamente dire di no. Uno come me, che per dodici anni fu arcivescovo di Torino, poteva forse rifiutarsi di parlare di un sacerdote che è stato, nella Chiesa torinese di questi ultimi tempi, una delle glorie più cospicue? Sarebbe senz'altro strano per me, che credo nelle missioni e che ritengo esser dovere fondamentale, non soltanto di un vescovo e di un prete ma anche di ogni cristiano, cogliere tutte le occasioni per rendere ad esse un servizio, non accettare di parlare di un uomo che, nella storia delle missioni, resterà certamente una fulgida figura di promotore.
Dovevo dunque dire di sì. Ma mi domandavo: che cosa avrei potuto dire di interessante sull'Allamano ai missionari e alle missionarie della Consolata (perché io pensavo di dover parlare soprattutto a loro)? Proposi di parlare non tanto della sua figura, quanto della sua presenza in mezzo a quei missionari che si richiamano a lui, come al fondatore e all'ispiratore dell'Istituto. Mi è sembrato che la scelta potesse essere giustificata dalla parola notissima di Gesù: il frutto si conosce dall'albero, l'albero buono porta frutti buoni, l'albero cattivo porta frutti cattivi. Penso alla parabola del fico infruttuoso che abbiamo sentito oggi e che io ho commentato brevemente nell'omelia. Mi sono detto: è bello vedere l'Allamano nella sua vita, giorno per giorno; quanto c'è da imparare meditando sulle sue opere e sui suoi scritti! Ma è soprattutto meraviglioso vederlo nei frutti che egli ci ha lasciato, o meglio che egli continua a portare nelle missioni. Questa mattina qui a Roma, nella chiesa del Gesù, di cui sono titolare e dove si conservano il corpo di Sant'Ignazio e la mano di San Francesco Saverio, mi è venuto spontaneo accostare nell'omelia la figura di Ignazio all'opera che la Compagna di Gesù porta avanti da secoli e di cui il Saverio è stato uno degli esponenti più luminosi. Penso che dobbiamo meditare su queste realtà della Chiesa. Nella Chiesa, noi sappiamo, gli attori sono parecchi. Il primo attore è lo Spirito Santo, il quale sceglie e ispira uomini e donne a cui dona particolari carismi, in corrispondenza delle necessità della Chiesa del loro tempo. Questi uomini sono dei promotori. Sul loro esempio, ascoltando il loro insegnamento, verranno altri che continueranno e amplificheranno la loro opera. A noi non importa molto discernere quello di cui siamo debitori all'uno o all'altro. Ma la grazia del Signore si manifesta in modo particolare quando suscita nella Chiesa degli iniziatori, come sono appunto i fondatori degli istituti religiosi e missionari. E noi, mentre siamo chiamati a meditare con grande vantaggio sulla loro vita, sui loro esempi e insegnamenti, troviamo altrettanto interessante vedere come la loro opera si prolunga, come l'albero porta frutti attraverso i membri degli istituti da loro promossi.
È questo che mi proponevo di fare, molto alla buona. Per fortuna, il Padre Direttore che mi ha presentato ha detto che questa commemorazione ha un senso familiare. Sì. Se si volesse darle un tono di solennità accademica, davvero mi sentirei spaesato. Non è una conferenza quella che sto facendo; è piuttosto una conversazione molto semplice: qualcosa che sento dentro, e che sento il bisogno di dire.
Incontri e ricordi
Direi che sono contento di essere stato obbligato a dire queste cose, anche perché porto vivi nel cuore alcuni ricordi di fatti più recenti e di altri, meno recenti ma che mi rimangono egualmente impressi nel cuore.
Penso a un viaggio nell'America Latina, del 1970, con capatine in Argentina e nel Brasile. Penso a due settimane trascorse nel Kenya nel 1974 per gli esercizi spirituali ai missionari.
Penso alle quasi tre settimane passate in Tanzania nell'autunno scorso ( settembre- ottobre)... Mi è caro, veramente caro, richiamare questi ricordi e comunicare le impressioni che porto con me. Non sono però soltanto questi viaggi che mi hanno lasciato un profondo ricordo dei missionari e delle missionarie della Consolata e che, quindi, mi hanno richiamato fortemente l'opera del Fondatore, ma anche i contatti che da molti anni ho potuto avere con moltissimi missionari e missionarie a Torino, ad Alpignano, a Sanfrè, a Venaria, alla Certosa di Pesio.
È di poche settimane fa un incontro — ma non era il primo — con le missionarie anziane, una sessantina, della casa di Venaria. Ce n'è una che mi pare abbia 87 anni. Non tutte sono così anziane, ma in parecchie al peso degli anni si aggiunge quello delle fatiche e della sofferenza. Ci sono due sorelle — mi hanno detto — che insieme arrivano a più di un secolo di missione! Penso a queste venerande figure di sorelle che hanno speso la loro vita nei paesi di missione, che ricordano con nostalgia e con rimpianto di non poter prodigarsi ancora là, dove hanno lavorato per tanti anni.
Penso — lasciate che ricordi, siamo in famiglia — al caro P. Lorenzo Rosano, mio compagno di servizio militare, a Mantova negli anni 1923-24, e compagno di squadra di pallone elastico, molto più bravo di me, il quale, a suo tempo ha scalato il Kenya, il Ruvenzori, o non so quali altre vette dell'Africa. Adesso invece, a Benevagienna, fa pacchi da mandare ai missionari e scrive lettere per chiedere soccorsi in favore delle sue antiche missioni; ogni tanto chiede anche a me qualche contributo.
Il ricordo di questi incontri mi commuove veramente.
Alcuni giorni fa, ripetendo nell'Ufficio delle Letture il versetto 30 del salmo 17, — la conclusione di uno dei salmi regali —: « Signore, ti loderò tra i popoli, e canterò inni di gioia al tuo nome », questo versetto, chissà perché, mi fece venire in mente l'Allamano. (Probabilmente pensavo a quello che avrei detto questa sera). Qui « i popoli » sono i goyim, cioè le nazioni infedeli, i pagani evidentemente. In realtà, l'Allamano non è mai andato tra i popoli, io non so se vi abbia mai pensato. Eppure quanto è vero che l'Allamano ha lodato e loda Dio tra i popoli, per mezzo di coloro che egli ha mandato. Sì, loda il Signore con la voce dei missionari che, se sono là, è perché, ad un certo momento, lo Spirito Santo, che parla sempre alle Chiese, ha parlato a questo sacerdote torinese e gli ha ispirato di farsi promotore di apostoli per la conversione delle genti.
L'Allamano raccomandava ai suoi missionari di tenere un diario, nel desiderio dì poterli seguire da vicino. Parecchi missionari hanno obbedito fedelmente. Non era facile allora farlo sempre. Ricordo quanto scrive fratel Benedetto Falda nel 1903, l'anno in cui io nacqui: — come si fa a scrivere un diario, la sera, quando si deve dormire in due sotto la tenda, ingombra di casse e ferramenta? Io ho letto alcune pagine di questi diari: quello del P. Guido Bartorelli ( almeno quanto ho potuto avere tra mano), quello del P. Sergio Antonucci a Ng'ingula dove sono stato, quello del P. Francesco Cravero che ho incontrato a Mgololo, e altri ancora.
Io penso che questi diari sono importanti, non meno di certi documenti diplomatici che passano alla storia con tanto di timbri di ceralacca, perché sono rievocatori di realtà dove veramente si esprime la Chiesa. Noi siamo troppo abituati — oggi forse un po' meno — a vedere la storia della Chiesa come la storia dei papi che si succedono sul trono di Pietro, come accordi o disaccordi tra la Chiesa e gli Stati, come la lotta delle investiture, dei concordati, magari delle eresie... Tutte cose che hanno la loro importanza. Ma dove è che vive la Chiesa? Vive in ogni cristiano che, anche nel silenzio e nel nascondimento, ama Dio e i fratelli. Ma la Chiesa vive, pulsa soprattutto là dove c'è questo anelito apostolico, questa volontà di conquista, che risponde alla consegna del Signore agli apostoli: « andate e insegnate, fate discepoli fra tutte le genti ». Questa è veramente la storia della Chiesa!
Mi pare d'aver visto come da questi diari la presenza del Fondatore appaia come dono di luce, di speranza e di forza. Ma, anziché leggere i diari, io preferisco evocare quello che ho avuto occasione di vedere. Io credo che guardando a ciò che avviene nei paesi di missione, noi possiamo capire meglio colui che, strumento generoso nelle mani di Dio, ha dato vita a questa stupenda attività missionaria.
Tuffiamoci, allora, nei ricordi.
Pensiamo al Kenya, dove ho fatto la mia prima esperienza africana.
Arrivando a Nairobi dall'aeroporto, ho ammirato questa città modernissima, più moderna certamente di Torino. Anche i missionari partecipano a questa modernità con la bellissima chiesa della Consolata, con l'ospedale. Altrove le cose sono un poco più modeste. Poi mi sono fermato al Sagana. Nella parrocchia, molto frequentata, abbiamo pregato, ho ascoltato senza capire una parola le prediche del P. Riccardo Rossi. Penso all'officina e alla scuola professionale; agli esercizi spirituali in cui mi sono incontrato con decine di missionari. Poi, nell'intervallo tra un corso e l'altro, ho visitato il Kenya. Kerugoya, con la scuola per sordomuti e con la chiesa, affrescata non so più da chi [dal pittore africano Louis Mwaniki], ma talmente originale. Ricordo i viaggi a Nyeri, la visita alle grandi piantagioni di tè, all'ospedale, il chirurgo, tutto insanguinato, uscito dalla sala operatoria per salutarmi... Ricordo gli ospedali visitati in altre zone, mi pare vicino a Meru. Penso al volo verso Marsabit, alla danza fatta su quel piccolo aereo, all'ospitalità, a Marsabit, nel palazzo vescovile di mons. Cavallera — purtroppo assente —, dove c'erano tutti i conforts moderni, tranne la luce elettrica, l'acqua e qualche altra cosa; alla Messa detta metà in kiswahili e metà non saprei in quale lingua; all'incontro, proprio nel centro di Marsabit, con i preti di Alba. Poi siamo andati al Meru. Allora c'era il carissimo mons. Lorenzo Bessone, torinese di Vigone — lo ricordo con vivo rimpianto — che ci aspettava all'aeroporto. Egli ci accompagnò a visitare le suore africane: abbiamo fatto insieme adorazione, mi sono azzardato persino a fare loro un fervorino in inglese... Ricordo Kiriani, dove c'era il P. Francesco Peyron e un ospedale, l'incontro con medici e infermieri. E poi il viaggio verso Karema in una land rover traballante che era l'ideale — mi diceva una volta un medico delle Molinette che mi curava per un calcolo al rene — per far scendere i calcoli al loro destino. Penso alla visita incantevole del monte Kenya e al convento in costruzione delle suore sacramentane. Ora il convento è popolato da suore che là, nel centro dell'Africa, perseverando nella laus perennis, impetrano le grazie del Signore sull'opera missionaria.
Ricordo la visita alle scuole. Quante scuole, quanti ragazzi che applaudivano da spellarsi le mani, quanti jambo e quante altre cose belle!
Specialmente ricordo gli esercizi al Sagana.
Giornate intense, incontri di fratelli, così assetati di parola di Dio, che venivano anche da lontano, portando con sé il carico delle preoccupazioni apostoliche. Ci si riuniva nella preghiera, nella meditazione, nello scambio fraterno di esperienze. Senza dubbio, chi va a predicare un corso di esercizi ha il debito, come strumento di Dio, di portare qualche cosa. Ma io credo che sia molto di più quello che si riceve. Questa esperienza si è rinnovata recentemente in Tanzania.
Molto accetto mi giunse l'invito a visitare quel paese, sia pure nei brevi limiti di tempo. Partenza da Caselle il 18 settembre, ritorno a Caselle il 20 ottobre. Disappunto a Mogadiscio per il mancato appuntamento con le suore della Consolata, che non avevano ricevuto in tempo il telegramma di Suor Gian Paola. Le abbiamo aspettate a lungo, cercando inutilmente di persuadere il personale dell'aereo di ritardare la partenza. Poi l'arrivo a Dar-es-Salaam, l'incontro con i missionari della base, con il card. Rugambwa, la preghiera in quella bella chiesa dove — si dice — tutti i giorni va a Messa il presidente Nyerere. Poi il viaggio di 500 km. fino a Iringa con la sosta, per il pranzo, nel cuore del grande parco nazionale e con la scoperta non solo di bestie feroci, ma di un paesaggio così nuovo, così ricco di sorprese. Breve permanenza a Iringa, il quartiere generale dei missionari, e poi due settimane a Mafinga. Anche qui due corsi di esercizi spirituali ai missionari della Consolata e a preti Fidei donum, ospitati parte nel seminario e parte nella casa delle suore camaldolesi. Clima ideale, molto freddo di notte e al mattino presto, molto caldo di giorno. Ambiente veramente bello, fraterno, con missionari giovani e non tanto giovani.
Ricordo la visita alle suore camaldolesi che hanno impiantato una casa di spiritualità e vedono già fiorire le vocazioni, gli incontri con parecchi missionari. Con il carissimo P. Francesco Ghiotti, dalla barba e dal sigaro caratteristici, abbiamo rivangato i ricordi torinesi, incontrato le ragazze della parrocchia, riunite per una specie di ritiro. Abbiamo visto anche una scuola dove le missionarie della Consolata, assieme alle suore teresine, attendono alla formazione delle maestre d'asilo. Ricordo l'incontro con il P. Giovanni Borra, uno dei veterani della missione, prima durante gli esercizi, e poi nella sua residenza, vicino a Mafinga, che osservava il caffè messo ad asciugare al sole.
A Tosamaganga trovo il P. Giovanni Giorda. Là, dove la missione ha avuto l'inizio e il suo centro, mi sono riservate due esperienze che mi hanno dato da pensare: la visita, nella chiesa, alla tomba di mons. Attilio Beltramino e l'incontro con le suore teresine, tutte africane, fondate da mons. Francesco Cagliero, e costituite in congregazione indipendente. Dicevo tra me: certamente qui c'è l'opera dello Spirito Santo. Dal principio del secolo sono passate due generazioni o poco più, ed ecco questa fioritura di vocazioni verginali, ecco queste creature che hanno capito il Vangelo e vivono la loro consacrazione nella gioia — gioia che si esprime nelle danze, come il 1° ottobre, dopo la grande Messa di Santa Teresa —. Le ho anche viste al lavoro nei piccoli centri di missione. Il mio pensiero correva al Servo di Dio G. Allamano: quante volte bisogna rifarsi a lui se si vuole capire queste realtà così belle!
Altri incontri e altri nomi.
Chi ha studiato il programma del mio viaggio ha lavorato con molta intelligenza, perché nei giorni precedenti gli esercizi e nell'intervallo tra un corso e l'altro ho potuto visitare ben quindici centri missionari.
Dopo Nyabula, a Ng'ingula ho incontrato un mio concittadino, il P. Franco Sordella con un confratello spagnuolo. C'erano anche i suoi genitori che in questi ultimi anni passano gran parte del loro tempo presso i figli missionari per aiutarli con una efficace collaborazione. Il caro Giovanni Sordella, a vent'anni, voleva farsi missionario
e io stesso l'avevo accompagnato, ma per la morte improvvisa del padre che lasciava numerosa fomiglia, aveva dovuto rinunciare. Ma si prese la rivincita quando il Signore chiamò due dei suoi figli, Franco e Eugenio, a operare nelle missioni. A Ng'ingula ho avuto la sorpresa — quante volte l'ho riferito ai nostri preti d'Italia! — d'incontrare un trenta o quaranta fedeli dei diciotto villaggi di quella parrocchia, riuniti per il consiglio pastorale. Lavoravano sul serio! M'han fatto vedere il loro ordine del giorno, ciclostilato in swahili, e mi hanno informato dei loro progetti. P. Franco, a sua volta, mi ha detto tutto quello che vanno facendo per la pastorale — uno di loro ha voluto rivolgermi un saluto in inglese — con vero senso di iniziativa e responsabilità.
Mi è rimasta particolarmente impressa la visita a Kibao, a 2.300 m. sul mare, dal clima umido, infelice, dove sei suore hanno sulle spalle un ospedale di una quarantina di letti. Il medico vi arriva una volta la settimana; per tutto il resto le suore si prodigano nella gioia, dalla mattina alla sera, specialmente per i bambini. I bisogni sono enormi. Però quanta serenità in quei bambini e nelle mamme, ognuna attenta al suo fornellino per cuocersi la minestra per sé e per il bambino ricoverato. A Ngololo ho trovato il P. Francesco Cravero, un prete che porta Torino e la sua Cavallermaggiore nel cuore, ma che si prodiga senza risparmi per la sua missione. Mi ha fatto vedere le sue realizzazioni —è un vulcano con sempre nuovi progetti — e là, credo di aver compreso un aspetto dello spirito missionario del canonico Allamano che anticipa quella formola, divenuta comune da qualche anno: « evangelizzazione e promozione umana », anche se nella Chiesa non rispecchia certo una realtà nuova. Ho visto uno dei tanti esempi di come il missionario si sente debitore verso i fratelli, non solo per portare l'annunzio del Vangelo — che rimane sempre lo scopo essenziale — ma anche per aiutarli a elevarsi umanamente.
Penso agli incontri con questi nuovi cristiani, nella chiesa della Consolata a Iringa, poi a Ngololo e altrove, durante la preghiera liturgica, durante la Messa. Non tutti erano cristiani, perché molte volte venivano anche dei musulmani a vedere e a partecipare alla preghiera. Ricordo la bella Messa a Iringa, durata un'ora e mezza, con canti e con i trilli acuti delle donne per sottolineare i momenti più significativi. Mi vengono in mente le mie omelie che il missionario traduceva in kiswahili. Traduceva o, meglio, parafrasava, perché il P. Cravero allungava di cinque volte quanto io dicevo in italiano. Dopo mi spiegava quello che aveva aggiunto per farsi capire dai suoi fedeli.
Che volete? È un piccolo campionario di esperienze missionarie e niente di più. Per i missionari non conta gran che e per chi non ha fatto questa esperienza sono cenni troppo vaghi. Ma, lasciatemi dire, per me questa esperienza ha significato veramente molto.
Perciò vale la pena di fare circa 8.000 km. di volo per incontrarsi con questi fratelli e sorelle che si trovano in missione da decine e decine di anni — il P. Borra da una cinquantina — per adempiere alla consegna lasciata da Gesù ai Dodici: annunciate, andate e predicate il vangelo, portate la buona novella! E con la grazia di Dio i missionari hanno portato qualche cosa di straordinariamente nuovo. Quante volte io ho pensato — direi ho creduto — di toccare con mano l'opera dello Spirito Santo in questa fioritura di bene.
Veramente il Signore ha operato meraviglie: qui c'è il dito di Dio. Lo so: se interrogo un missionario, una missionaria, li sento lamentarsi per le difficoltà, per le delusioni, per certi insuccessi, veri o apparenti. Ma io sono convinto che guardando a ciò che c'è di positivo in tutto questo, bisogna riconoscere l'opera dello Spirito Santo.
Un prete, radicato nella Chiesa locale, che guarda lontano
Ebbene, tutto questo a chi lo dobbiamo? Ho parlato dell'opera dello Spirito. Ma, normalmente, lo Spirito Santo si serve, nella Chiesa, degli uomini e delle donne per operare, per far arrivare la luce del Vangelo, per far crescere frutti di fede, di amore, di santità. Se dai frutti si conosce l'albero, noi siamo in grado di capire qualcosa di questo albero che si chiama Allamano. Allora dal Tanzania torniamo in Italia, andiamo a Castelnuovo, a due passi da Torino. Incontreremo Don Cafasso, zio dell'Allamano, incontreremo Don Bosco, il card. Cagliero, incontreremo l'Allamano. Poi lo vediamo a Torino, prima in seminario e poi, cento anni fa, iniziare il suo ministero al santuario della Consolata. Chi era questo prete? Un prete dell'Ottocento torinese, così ricco di preti santi. Un prete ben radicato nella Chiesa locale. Io credo che quando si è fatto prete ha pensato di essere un buon prete torinese e niente di più.
Nella vita di San Leonardo Murialdo — un altro gigante della santità, di poco più anziano dell'Allamano — ho letto che, poco prima dell'ordinazione, scrisse in questi termini a mons. Renaldi, vescovo di Pinerolo e suo direttore spirituale: quale santità vorrà da me il Signore, che cosa dovrò fare per essere un santo sacerdote nella nostra Torino? « Nella nostra Torino ». Sottolineo le ultime parole. È un carattere dei piemontesi, io penso, quello di essere concreti. Gente non molto speculativa, ma piuttosto pratica e concreta, anche nella santità. E il Murialdo si domandava cosa poteva fare per diventare un santo sacerdote nella nostra Torino. Io mi immagino che questa domanda, almeno in termini equivalenti, se la ponesse anche l'Allamano prima dell'ordinazione: come essere un santo sacerdote nella nostra Torino? Ora la risposta di mons Renaldi fu molto semplice: guardi i migliori sacerdoti di Torino, basta seguirli come modelli! E, tra gli altri, indicava Don Cafasso e Don Bosco.
Questo mi fa venire in mente un altro missionario, una stella di prima grandezza, il card. Massaia, il cui esempio fu ben presente, credo, all'Allamano. Secondo uno studioso, non si può affermare che il Massia — contrariamente a quanto si esige oggi — prima di partire per l'Africa abbia avuto una specifica preparazione missionaria. Preparò soltanto lo spirito. Con ciò non voglio dire che i responsabili dei missionari non debbano preoccuparsi della preparazione di chi parte. Non è questa la conclusione che voglio trarre. Se è necessaria una preparazione di studio, anche tecnica nel senso buono della parola, è però indispensabile preparare lo spirito.
E torno all'Allamano. Io non so come e quando gli sia venuta l'ispirazione di un impegno missionario. Ma so che egli, come il Massaia, preparava lo spirito, uno spirito autenticamente sacerdotale.
Ma vado più avanti. Uno spirito autenticamente cristiano non può non essere uno spirito missionario. È ora di far crollare lo storico steccato — vale anche in questo senso — che separava la cristianità tradizionale dei nostri paesi dal mondo della missione. Lo scopo è uno solo e l'impegno deve essere di tutti. Io credo che lo Spirito Santo abbia operato nell'Allamano proprio in questo senso. Facendo di lui un santo cristiano, un santo sacerdote, ha preparato il fondatore, il formatore, l'animatore di innumerevoli missionari che continueranno, ne sono certo, con l'opera e i frutti, a vantaggio della Chiesa e dei fratelli.
È un prete radicato nella Chiesa locale, lavora in seminario, è canonico della cattedrale, lavora per il santuario della Consolata, per il Convitto, non si risparmia in queste e in altre attivtà, ma nello stesso tempo è un prete che guarda lontano. Sa cogliere i segni dei tempi in un momento in cui la Chiesa del Piemonte — parlo solo del Piemonte — offriva un terreno propizio all'impegno missionario, stante l'abbondanza di vocazioni. Si fa interprete del disegno divino. Mi diceva un vecchio prete: ordinato sacerdote a Torino, ho frequentato per due anni il Convitto della Consolata. Poi mi son rivolto al card. Richelmy:
« Eminenza, se mi permette io starei volentieri ancora un anno a casa mia. Posso fare qualcosa di bene nella mia parrocchia ». Il cardinale mi abbraccia e mi dice: « Quanto mi fai piacere! Non saprei proprio dove mandarti ». È quanto avviene adesso a Malta, dove il vescovo di Gozo mette questa condizione a quanti chiedono di essere ordinati preti (la cosa mi è stata confermata ripetutamente): per due anni se ne vadano a prestare servizio da qualche altra parte, perché lui non sa come impiegarli.
Il Piemonte allora si trovava in questa situazione. Mentre tanti preti passavano le serate, per non aver altro da fare, giocando a tarocchi, l'Allamano pensò che forse si poteva suggerire loro qualcosa di meglio. Pensò di mandarli in Africa e, dopo, in altri continenti. Tutto questo è avvenuto nella Torino di fine Ottocento e di inizio Novecento. Troppo spesso noi dobbiamo rimproverarci una certa chiusura. Ma anche noi, pur impegnandoci giorno per giorno nel nostro piccolo mondo, dobbiamo guardare lontano. Il fatto che l'Allamano abbia avuto un carisma speciale non autorizza la nostra chiusura.
Come si vedevano un tempo le missioni? Io penso a una vecchia suora del Cottolengo che ho incontrato presso il santuario di Cussanio, nel 1921, quando ero assistente dei ragazzi di quel collegio. Si chiamava suor Delfina Pittavino; ha un fratello cappuccino di cui è in corso la causa di beatificazione [ P. Angelico da None]. Continuava a raccontarmi le sue avventure nel Kenya, quando, assieme alle consorelle, era stata mandata là in aiuto dei missionari, prima che sorgesse l'istituto delle suore della Consolata. Noi, allora, guardavamo alle missioni con un senso di romanticismo. I missionari, per noi, erano quelli che andavano in mezzo ai selvaggi — si diceva così —, in mezzo alle bestie feroci.
Guardavamo a loro con ammirazione e c'era anche qualcuno che cercava di seguirli. Noi sappiamo come si sia trasformato quel mondo che hanno trovato i pionieri inviati dall'Allamano. Ma ciò che io ho sempre rilevato nell'Allamano e mi pare sia interessante notarlo come motivo di meditazione per il prete e per la comunità d'oggi, è che egli, ideando l'opera missionaria, non ha mai pensato di staccarsi dalla diocesi. È sempre rimasto radicato nella diocesi di Torino, sempre rettore del santuario e del convitto della Consolata. Ma, di là, ha saputo guardare lontano.
Ciò mi sembra estremamente significativo. Ci vogliono, è chiaro, i missionari nel senso pieno della parola che, lasciando il paese d'origine, raggiungono coloro che non hanno ancora ricevuto l'annunzio del Vangelo, oppure assistono le giovani Chiese e le portano avanti nel loro cammino. Ma dicevo, non è singolare la figura di questo prete che rimane in diocesi, prete radicato nella Chiesa locale, e intanto, guardando lontano, dà inizio a un'opera che mette radici e si diffonde — parlavamo dell'albero che porta tanti buoni frutti — oppure, secondo un'altra immagine del Vangelo, è come il granello di senapa che si sviluppa in un grande albero sul quale vanno poi a riposarsi gli uccelli dell'aria? Tutto questo mi pare interessante per valorizzare una concezione che oggi va facendosi strada forse meglio che Non è certamente da oggi che i cristiani di vecchia tradizione — più o meno cristiani — sentono l'impegno per le missioni, ma credo che non si possa andare molto in là nel costatare questo legame più vivo, più organico tra le Chiese locali e le missioni. Il discorso sul rapporto tra Chiese locali e istituti missionari è stato fatto in varie occasioni, e penso che su questo punto si debba andare ancora avanti. L'idea luminosa, espressa da Pio XII nella Fidei donum, con i sacerdoti diocesani che, pur rimanendo tali, portano un valido contributo, per un periodo più o meno lungo, all'opera missionaria, segna senza dubbio un gran passo in avanti. Anche i legami tra Chiese locali e missioni che si esprimono con i viaggi dei vescovi in visita ai loro preti e ai loro religiosi nei paesi di missione, con i gemellaggi fra parrocchie nostre e parrocchie di missione, rappresentano un ulteriore passo in avanti.
Ebbene, questo fu, a mio avviso, un carisma particolare di Giuseppe Allamano. Siccome io non conosco abbastanza i suoi scritti, non so se egli abbia teorizzato questa concezione, ma certo l'ha intuita e l'ha vissuta. Cioè, la missione non è una specie di appendice delle Chiese di antica tradizione cristiana, e nemmeno un'istituzione che la Chiesa locale deve appoggiare, ma è qualcosa che concresce, che cresce insieme con la Chiesa locale.
Riconosciamo, allora, che se la Chiesa locale è chiamata a portare un aiuto alle missioni — e mancherebbe a un preciso dovere se non lo facesse —, è anche vero che le nostre Chiese possono ricevere e ricevono molto dalle giovani Chiese: è un vero scambio quello che si fa giorno per giorno.
Ora sono proprio uomini come l'Allamano, aperti alla voce dello Spirito, che nel momento storico fissato dalla Provvidenza sanno interpretare il piano di Dio e rispondono, così al suo disegno di salvezza.
Io penso che possiamo interrompere qui la nostra conversazione. Ma, al termine di questi ricordi, vorrei farmi ancora una, domanda. A quale prezzo tutto questo? Quale prezzo ha pagato l'Allamano, quale prezzo hanno pagato i suoi missionari? Qualche cosa ho letto in quei vecchi diari, tante cose ho sentito a voce: quelle suore, quei missionari scomparsi nel fiore dell'età, quando arrivavano in missione senza conoscere la situazione, esposti ai pericoli dei viaggi, alle malattie che, alle volte, li stroncavano nei primi mesi di apostolato... E il Fondatore? Conosciamo le difficoltà degli inizi, le sofferenze, le delusioni che sembravano preannunziare la fine dei suoi tentativi. Ebbene, io penso che abbia meditato su quanto Paolo, il primo dei grandi missionari, scrive ai Tessalonicesi: « Voi stessi, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata vana. Ma dopo aver prima sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come ben sapete, abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il Vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. Voi ricordate, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio, lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno, vi abbiamo annunziato il vangelo di Dio » (1 Tess 2, 1-2. 9).
Ricordo il pensiero di Sant'Ignazio di Antiochia — un altro apostolo così vicino nel tempo a Paolo — alla comunità di Smirne. Egli elogia quei cristiani, dicendoli « perfetti in una fede incrollabile, inchiodati, corpo ed anima, alla croce del Signore Gesù Cristo e confermati nella carità dal sangue di Lui » (1, 1).
Mi pare che siamo giunti a quello che è veramente il cuore dell'opera dell'Allamano. È giusto guardare a ciò che appare, che può essere toccato con mano. Ma bisogna risalire al suo cuore, all'amore nel sangue di Cristo, per dirla con Sant'Ignazio. È questo amore che lo ha spinto nell'attività missionaria, che gli ha fatto portare generosamente la croce giorno per giorno. Come la salvezza del mondo si è operata attraverso la croce di Cristo, così coloro che son chiamati a lavorare più efficacemente per il regno di Cristo, sono quelli che partecipano più da vicino alla sua croce.
Il pensiero conclusivo ci porta alla Consolata. « Consolata Fathers - Consolata Sisters ». Vi confesso che quando nel cuore dell'Africa, o in America, vedevo questa targa sulle case dei missionari, provavo come un tuffo al cuore. Questi nostri fratelli e sorelle hanno portato lontano il nome della Consolata. È chiaro che non possiamo separare l'Allamano dalla Consolata. Se oggi ricordiamo che cento anni fa entrava come rettore nel suo santuario, noi non facciamo il ricordo di un episodio qualsiasi. In un certo senso commemoriamo l'inizio di un'era.
Quando, nei momenti di preghiera, rivedo le belle chiese dedicate alla Consolata, a San Paolo, a Mogadiscio, a Nairobi, a Iringa, io non posso non pensare che alla stupenda testimonianza di cattolicità che l'Allamano, intimamente unito a Maria mediatrice di grazia, continua a rendere a beneficio dei fratelli nel mondo del Signore.