
P. Francesco Bernardi IMC (1943-..... ), proveniente da Trevignano - Treviso, compì gli studi nei seminari dell'Istituto e fu ordinato sacerdote nel 1970. Missionario in Tanzania, venne ben presto richiamato in Italia per offrire la sua attività nella redazione della rivista “Missioni Consolata”, di cui fu direttore fino al 2002.
Svolse diversi servizi di responsabilità anche a livello di animazione missionaria. Successivamente, dal 2005 al 2010, fu parroco nella parrocchia “Regina delle Missioni” in Torino e, finalmente, nel 2011, poté ritornare in Tanzania.
Qui riportiamo una commemorazione che curò il 16 febbraio 1986, durante la quale intervistò due missionari e una missionaria che avevano conosciuto il Fondatore, ponendo loro tre domande uguali: come lo ricorda, quale influsso ha avuto nella propria vita e un fatterello personale.
Nel libro degli Atti degli Apostoli leggiamo: « Diventerete miei testimoni in Gerusalemme, in tutta la regione della Giudea e della Samaria e in tutto il mondo » (Atti 1, 8). Questa frase, pronunciata da Gesù prima di ritornare al Padre, qualifica l'atteggiamento dei discepoli verso il loro grande Maestro. E caratterizza pure il comportamento-impegno dei missionari e missionarie della Consolata verso il loro padre fondatore: Giuseppe Allamano. I nostri missionari, mentre testimoniano nel mondo la paternità, la fratellanza e la consolazione del Signore, evidenziano altresì la loro « allamanità »: termine lessicalmente poco elegante, ma significativo. Testimoni del padre, dunque: del suo stile, del suo insegnamento, della sua santità.
Stiamo per ascoltare tre testimoni diretti dell'Allamano. Parafrasando San Giovanni, un testimone del Risorto fra i più sublimi, anch'essi possono dire: « Colui che abbiamo visto con i nostri occhi, ascoltato con le nostre orecchie e toccato con le nostre mani, noi ve lo annunciamo (cfr. 1 Giovanni 1, 3), e testimoniamo che Giuseppe Allamano è...
Chi è I'Allamano e che cosa rappresenta per i nostri testimoni? A loro la parola. Ascolteremo:
SUOR VITTORIA LAZZERO: 90 anni suonati, torinese puro sangue, con sulle spalle e nel cuore 30 primavere d'Africa di cui 17 trascorse in Etiopia, 3 in Somalia e 10 in Kenya.
PADRE CARLO BALBO: nato a Garessio (Cuneo) nel 1905, lavorò 15 anni in Tanzania; fu poi consigliere generale dell'Istituto. Ha l'hobby della musica e l'attenzione per gli ammalati ed anziani.
PADRE GUIDO BARTORELLI: ha la stessa età di Padre Balbo; però è toscano, anche se nato a Civitavecchia. Trascoi 10 anni in Tanzania, fu cappellano militare durante gli anni infocati della seconda guerra mondiale. Ne spese altri 20 in Vaticano, presso la Segreteria di Stato. Il suo hobby? Le lingue.
Rivolgeremo agli intervistati una terna di domande: a tutti le stesse domande. Come ricordi il Fondatore?
Che cosa ha significato per te il suo insegnamento?
Ci puoi raccontare un « fatterello » riguardante te e il Padre?
Prima terna: Come ricordi il Fondatore?
Suor Vittoria Lazzero — Sono torinese e perciò, fin dalla mia giovinezza, andando sovente a pregare nel santuario della Consolata, avevo avuto occasione di vedere il Rettore G. Allamano e di apprezzarlo come un santo sacerdote. Quando poi diciannovenne, andai all'insaputa dei miei a chiedergli di volermi ammettere nel suo Istituto, fu per me come un inizio di vita nuova. Sentii la sua paternità squisita; sperimentai in lui il santo sacerdote di Dio.
Mi accolse cordialmente, chiese alcuni chiarimenti relativi alla mia domanda e, quando alla fine, venne ad accompagnarmi sino alla porta esterna, ossia nel corridoio dei quadri, mi chiese: «E quando pensi di entrare nell'Istituto? ».
Eravamo nel mese di febbraio 1915; gli risposi che pensavo di entrare nell'Istituto in autunno per poter trascorrere ancora una volta le vacanze estive con i miei. A questo punto, lui mi fissò con tenerezza e fiducia e mi suggerì: « Sei sicura che allora sentirai ancora così chiara la Sua chiamata ?».
Fu da quello stesso giorno che, parlando a casa della mia decisione, mi riferii a lui non più come a rettore del santuario, ma come al Padre della famiglia in cui stavo per entrare.
Infatti, dopo qualche giorno presi la decisione di entrare il 5 marzo seguente, giorno in cui cominciavano gli esercizi spirituali della comunità. Ma il Fondatore pensò: se questa giovane entra nel tempo in cui si osserva perfetto silenzio, le sarà difficile orientarsi nei primi passi della nuova vita. Ciò per me fu una prova della sua sensibilità paterna. Così anticipai di due giorni. Feci il mio ingresso il 3 marzo, in quel tempo caratteristico che precede l'inizio degli esercizi.
Padre Carlo Balbo — Come ricordo il Fondatore? La risposta, in sé tanto semplice, risulta un ,po' complessa a tradurla in parole. È un insieme di memorie e di impressioni che hanno formato e lasciato nell'animo un sentimento. Un po' come il sentimento filiale, così vivo e — vorrei dire — insieme così globale, che prende tutto e si presenta come una convinzione innata, anche quando ci sono molti motivi che lo rafforzano.
Posso forse spiegarmi meglio, dicendo del primo incontro diretto con il Padre Fondatore, un incontro di gruppo, assieme ai miei compagni di noviziato, nell'anno 1924-25.
Il nostro maestro di noviziato, P. Giuseppe Nepote, ci parlava sovente e con tanta devozione di lui. Questo aveva creato un presupposto di stima verso il Fondatore, anzi si formò in me — e certamente anche negli altri novizi — la persuasione che egli fosse un santo. Quando ci recammo tutti insieme da Pianezza (sede allora del noviziato) al santuario della Consolata per porgergli gli auguri di buon onomastico, mi ripetevo interiormente: « Come lo vedrò un santo per la prima volta? ». Non mi aspettavo qualche cosa di miracoloso, ma pensavo che ci sarebbe stato almeno qualche segno particolare, che indicava chiaramente la santità... « Cosa sarà vedere un santo? ».
L'impressione di aver visto un santo ci fu e resto ma per una via semplice e amabile. Ci fu nell'osservare quel sacerdote così semplice, così spontaneo, lieto come un papà tra i suoi figli, con nulla di artificiale, ma di una bontà che fluiva spontanea da tutto il suo essere, contegno, parole, dialogo... Si sentiva per lui rispetto, ma rispetto filiale, confidente, una venerazione che era un tutt'uno con l'amore nascente dalla piena fiducia che ispirava e dalla schietta bontà che emanava da tutta la persona.
Durante il ritorno, a metà percorso sul corso Francia, facemmo una breve sosta, profittando di uno scavo per la ghiaia e sabbia a lato della strada, per consumare una scatola di banane semi-candite, inviate dall'Africa al Fondatore. Lui le aveva regalate a noi: un tocco paterno che completò il quadro tanto goduto.
Un altro incontro personale lo ebbi al termine del noviziato. Tre di noi, per motivi familiari diversi, avevamo ritardato di alcuni giorni l'ingresso in noviziato. Così emettemmo i voti circa due settimane dopo gli altri. Lasciammo a piedi Sanfrè (la nuova sede del noviziato) e tornammo a Torino. Il giorno dopo facemmo visita, insieme, al Padre Fondatore nel suo studio presso il santuario della Consolata.
Ci accolse amorevolmente e lietamente. Con tutti i suoi impegni e nonostante che gli anni si facessero sentire, ci intrattenne per una buona ora in serena conversazione. Si interessò cordialmente di ciascuno di noi, non con fare inquisitorio, ma con affetto paterno. Fu una vera conversazione familiare, per nulla studiata, spontanea e schietta dalle due parti.
Riferendosi al nostro numero di novizi di quell'anno — oltre una trentina —, ci disse: « Non abbiate timore che vi manchi il lavoro! C'è tanto lavoro da fare in Africa! E poi ci sono ancora l'Asia e l'Oceania... ».
(Ripensandoci in seguito, notai che non aveva menzionato l'America. Forse perché allora non si era ancora posto in evidenza il problema dell'America centro-meridionale; forse perché si limitò a un accenno). Si sapeva bene che il suo zelo si allargava a tutto il mondo, come quello di S. Francesco Saverio, da lui tanto amato e indicato a noi come esemplare di missionari. Diede a ciascuno (o ci fece avere dopo, non ricordo) un'immaginetta con su scritta di suo pugno una frase programmatica, credo diversa per ognuno, che ci fu molto gradita e servì come a rinsaldare il ricordo di quell'incontro.
Padre Guido Bartorelli — Come lo ricordo: in due tempi ben distinti, dal 1918 al 1924 e nel periodo 1925 e primo mese del 1926. L'affetto fu immutato, forse più sofferto negli ultimi due anni.
Fui accettato nell'Istituto il l luglio 1918. Il Rettore — come lo si chiamava allora — non era ancora sotto il peso della morte prematura di don Umberto Costa, il quale, in completa dipendenza da lui, mandava avanti la comunità di Casamadre con perizia non comune.
Inoltre, parecchi membri della comunità erano ancora sotto le armi. Alla fine del 1918 cominciarono i ritorni. Due erano stati i morti; tre le defezioni, tra cui un sacerdote.
Il Rettore scrisse una pagina magnifica nella sua vita nel modo con cui seppe far ritrovare ai reduci il gusto della vita di comunità. Cosa non tanto facile perché la vita delle trincee o degli ospedali militari o dei magazzini non era la più adatta per mantenersi ad alto livello. Coadiuvato egregiamente dal padre Tommaso Gays, nostro direttore, diede loro ampia fiducia. Messi in impieghi di direzione, meritarono la stima loro concessa e aiutarono a rendere la vita in Casamadre più regolare, dato anche lo sviluppo delle vocazioni, cominciato nell'anno 1919-1920.
Il Rettore era al centro di tutto, circondato dal nostro affetto e dalla nostra venerazione. Nella seconda metà del 1924 le cose cambiarono. Il Rettore fu piuttosto accantonato.
Trovo però assolutamente falso lo scrivere che tra noi s'erano formati due gruppi. Parecchi di noi ammiravano il nuovo gerente per la sua travolgente attività. Ma per noi il Rettore era primo e sopra di tutti: era padre e madre. L'avremmo desiderato in mezzo a noi per anni e anni.
Così Dante diceva a Brunetto Latini, il suo maestro:
«Se fosse tutto pieno il mio dimando » rispuosi lui, « voi non sareste ancora dell'umana natura posto in bando; ché n'la mente m'è fitta e or m'accora, la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora m'insegnavate come l'uom s'etterna ».
Quando lui era morente, più d'uno di noi offrì al Signore la giovane vita in cambio della guarigione del Padre.
Seconda terna: Che cosa ha significato per te il suo insegnamento?
Suor Vittoria Lazzero - Il suo insegnamento ha significato per me il libro aperto nel quale leggevo la volontà di Dio in ordine alla mia santificazione religiosa e missionaria. Io non ho mai avuto bisogno di approfondimenti spirituali o direzioni particolari. Mi erano sufficienti le sue conferenze e insegnamenti pratici e la fedeltà nel metterli in pratica.
Allora la nostra comunità era attiva e molto impegnata, sempre serena e fiduciosa, in tutto, in Dio.
Padre Carlo Balbo - Le mie brevi, ma incisive esperienze non solo mi stamparono nell'anima la dolce figura del Fondatore, ma mi diedero anche modo di capire in seguito, come in tutti i Confratelli che lo conobbero e lo incontrarono — e tanto più se per lungo tempo — sia rimasto il ricordo e la sensazione di un padre. Un vero « papà », non solo di titolo, ma di animo, di tratto, di comprensione e di intuizione, come pure delle premure per cose particolari. A questo proposito, mi piace ricordare quanto appresi dal chierico Giovanni Bisio, lui pure di Garessio. Stando per recarsi in famiglia a trovare la mamma, ammalata, il Padre gli diede due bottiglie di vino buono, dicendogli: « Queste faranno bene alla mamma ».
Quanti confratelli di allora avevano episodi come questi da raccontare!
Padre Guido Bartorelli — Nel suo insegnamento io ho visto l'aspirazione alla santità più ancora che alla vita missionaria. In lui vedevo soprattutto l'uomo completamente assorto in Dio, la persona adatta e tutta intesa a formare dei missionari.
Il suo sistema era equilibrato: nulla di eccezionale se lo si paragona con gli scrittori di vita ascetica e di vita religiosa. Molta insistenza nel ripetere il detto del Cafasso: « Il bene va fatto bene, senza rumore ».
Soprattutto vedevo in lui l'esempio_ Pacate ma convinte le sue parole. Il brillio dei suoi occhi mi faceva comprendere quanto egli praticasse in pieno ciò che insegnava. Una domenica che ero di turno per scrivere quanto ci veniva esponendo nella conferenza, e quindi nella posizione più adatta per cogliere ogni sua parola, l'udii chiaramente dire al p. Domenico Ferrero, che gli sedeva vicino, che anch'egli, come S. Alfonso, aveva fatto il voto del « più perfetto ».
Indimenticabili i suoi occhi, quando parlava del mistero eucaristico. Ci parlava dell'Eucaristia con tale ardore da farci infiammare il cuore. Gli occhi gli si illuminavano; si sarebbe detto un poeta che declamava il suo amore. La sua Messa era per noi uno spettacolo sacro. Era tutto del Cristo, prima, durante e dopo la consacrazione. Gli occhi suoi parlavano apertamente di questo suo amore. Specialmente dopo la consacrazione i suoi occhi brillavano di luce.
Terza terna: Ci puoi raccontare un «fatterello» riguardante te e il Padre?
Suor Vittoria Lazzero — Ne avrei molti, ma ne cito uno assai semplice e significativo, che dimostra come egli ci volesse sue figlie e vere sorelle le une verso le altre.
Un pomeriggio venne da noi, come faceva sempre almeno una volta alla settimana, per trattare con la superiora dell'andamento della comunità. Quella volta si soffermò a parlare nel primo pianerottolo, davanti al quadro dove erano scritti i nomi di tutte le suore e i rispettivi tocchi di timpano per richiamare, in caso di necessità, ogni singola suora. (Eravamo, in tutto, una cinquantina tra postulanti, novizie e professe). Salì quindi al piano del laboratorio dove eravamo radunate. Si sedette e subito ci disse con una certa gravità:
« Adesso desidero sapere — ma dovete dirmi la verità —: chi ha scritto sconfitta sotto il nome di Suor Vittoria, nel quadro dei nomi? ».
Era scritto talmente minuscolo che forse nessuna l'aveva notato e tutte tacevano. Mi alzai io, dicendo che ero stata io e che gli avrei detto il motivo.
« Va bene — rispose. E poi continuò —: Volevo sapere come era avvenuto questo fatto, per dirvi che io non approvo neppure per scherzo queste cose, perché non alimentano la carità. Io desidero che vi amiate sinceramente e siate rispettose le une verso le altre come vere sorelle, sia qui e sia in Africa ».
Padre Carlo Balbo — Quando trasportammo il noviziato da Pianezza a Sanfrè, il Fondatore venne a trovarci anche nella nuova sede. Ci radunò in un ambiente del vecchio castello e ci parlò col cuore alla mano. Ricordo qui un solo particolare. Ci disse che aveva una predilzione speciale per i Fratelli Coadiutori, presenti in un certo numero. Ce ne disse anche il perché:
« Vedete, i Chierici, per quattro cujus che sanno, più facilmente possono credersi qualche cosa. Voi, fratelli, siete più umili; per questo siete i miei beniamini. I Sacerdoti e i Chierici avranno da rendere più conto a Dio ».
Padre Guido Bartorelli — Nel lontano luglio 1918, accompagnato da un ottimo sacerdote, Don Sismondo, mio direttore spirituale, professore e benefattore, fui presentato per la prima volta al Rettore della Consolata per l'accettazione.
Il mio mèntore, in verità, aveva provato a persuadermi di entrare tra i Tommasini del Cottolengo, dai quali egli stesso proveniva. Ma, nei mesi antecedenti, mi aveva parlato troppo a lungo del can. Allamano e delle Missioni della Consolata, perché esitassi nella scelta. Dovetti però fare la spola tra il Cottolengo e il santuario.
Al primo posto ricevetti un'ottima impressione e fui sul punto di cedere di fronte alla figura radiosa di Don Francesco Paleari. Ma, come mi ero proposto, volli vedere anche il can. Allamano. In lui trovai una copia fedele dell'uomo di Dio che avevo ammirato in Don Paleari. In più l'ideale dell'Africa, presente in me già nel seminario di Casale Monferrato. Inoltre, restai colpito dalla devozione sincera con cui Don Sismondo si prostrò ai piedi dell'Allamano. Non v'era solo un senso di disciplina dell'inferiore verso il superiore o, meglio, c'era, profondo, intimo, spontaneo, nel significato più alto. Nello sguardo di Don Sismondo lessi il riconoscimento pieno di chi s'inginocchiava ai piedi di un uomo veramente, completamente, eccezionalmente di Dio.
Io, tredicenne, amavo e stimavo assai il mio direttore e mi affidavo a lui con piena fiducia. Ma in quel momento compresi che egli mi lasciava e con la sua mano — quella mano che mi aveva guidato dall'Oratorio al Seminario di Casale — mi affidava a una mano più esperta e più sicura, a un'anima ancor più rifulgente di virtù.
Così divenni missionario della Consolata, guidato dalla quarta ginnasio alla quarta teologia dal Rettore che mi aiutò, più, tardi, in una crisi, nel settembre 1925. Pochi minuti di colloquio: role d'incoraggiamento, la promessa delle sue preghiere, la sua benedizione... e la pace.
Porto con me il ricordo di questa ultima conversazione, unito al ricordo dei suoi insegnamenti: darsi tutto allo spi[rito].
Conclusione
Un nesso unitario vincola le tre testimonianze. Giuseppe Allamano, oltre che Padre e Fondatore, è un santo. Testimoniare oggi la sua santità non significa forse dialogare e rispettare tutti, scegliere la povertà, battersi contro l'ingiustizia, coltivare una speranza coraggiosa, incarnare una fede profetica?