Originale autografo…, in AIMC
Torino 17 Aprile 1902
Ill.mo Sig. Cavaliere,
Ho ricevuto contemporaneamente e la sua lettera del 26 p. p. ed il foglio orario della ferrovia. Il piacere di ricevere ancor una sua lettera mi fu alquanto amareggiato dalle notizie della peste, della quale non ero ancora informato. Ad ogni modo i nostri ci andranno egualmente, e se c’è pericolo a Nairobi, si fermeranno altrove fino a quando occorrerà. La partenza è sempre fissa pel 10 maggio, e forse ne informerò V. S. prima ancor che le arrivi la presente.
Una notizia che farà piacere a V. S., (massime che il merito della cosa le è dovuto in gran parte per le troppo buone informazioni date sul nostro conto) si è che il Ministro della guerra ci ha concesso di prelevare dai magazzini militari di Torino quanto ci occorre in vettovaglie, medicinali, ferri chirurgici, armi e munizioni per la prima spedizione. La concessione ci fu anzi comunicata dai tre Ministri – Giolitti, Ponza e Prinetti (ai quali tutti ci eravamo raccomandati) con parole d’encomio e d’incoraggiamento che ci fecero molto piacere ed onore, ed anzi la concessione, perché chiesta in ritardo e un po’ da noi sollecitata, venne comunicata al Comando di Torino telegraficamente e con parole assai lusinghiere per noi. Le dico queste cose perché penso le facciano piacere, e poi perché ci paiono una dimostrazione data anche, e forse più, a V. S. per l’interessamento con cui promosse la nostra opera.
Ed ora una commissione un po’ delicata, per cui conto sul tatto singolare dimostrato da V. S. in quanto concerne il buon successo dell’Istituto.
Nella sua lettera ultima Ella dice che «S. E. Mons. Allegeyer, appena giunti i nostri, intende accompagnarli egli stesso a Kikuju e di là internarsi a scegliere un posto, che quindi ci occorrono tende e letti da campo ecc. ecc.». Quanto a queste provviste, esse son già fatte; però a noi pare che: per prima cosa internarsi oltre Kikuju, non sia il partito migliore. Sembraci invece, se non necessario, almeno convenientissimo impiantare una prima stazione o a Nairobi o a Kikuju; ivi fermarsi per due mesi circa onde imparare un poco le lingue Swahili e Kikuju, e frattanto organizzare una carovana con cui inoltrarsi. L’impianto d’una casa o stazione fissa in prossimità della ferrovia, e meglio ancora in una delle nuove città che si vanno erigendo sulle fermate ferroviarie, ci sembra indispensabile per le seguenti ragioni:
1° perché quella sia come la casa di procura dei nostri da cui possano comunicare con l’Europa da una parte e colle stazioni dell’interno dall’altra;
2° per farvi un deposito delle merci a misura che queste arrivano dall’Europa;
3° perché nel caso d’una sommossa o di persecuzioni da parte degli indigeni dell’interno, i nostri possano ivi ritirarsi sotto la protezione delle armi inglesi.
4° per esercitare ivi il ministero sacerdotale a favore dei cattolici europei o indiani, ed anche col tempo aprirvi scuole pei ragazzi ed impiantarvi altre istituzioni che fossero del caso.
5° Col tempo poi, ed anche non tanto tardi, potremmo mandarvi delle monache dipendenti dai nostri le quali attenderebbero a tutti i lavori di biancheria occorrenti ai missionarii dell’interno, vi dirigerebbero le scuole ecc. ecc.
6° Se la località si potrà scegliere con buoni criterii servirebbe di Sanatorium ove i nostri, che ne abbisognassero, dall’interno verrebbero a farvi delle soste più o men lunghe ed a ristorarvi le forze. Insomma, le ragioni della necessità d’una stazione fissa in luogo sano, sicuro, in contatto immediato con l’Europa per mezzo della ferrovia, sono tante e così evidenti che V. S. le comprende senza ulteriori spiegazioni.
Ora noi pensiamo che se i nostri, giunti lassù, mettessero fuori tal proposta al Vicario Ap., mentre egli fosse fisso nell’idea di internarli subito, potrebbero fargli non buona impressione, e quasi dargli il sospetto che questi vogliano soppiantare i suoi in Nairobi. Ad evitare, o meglio prevenire, tali malintesi sembraci che V. S. potrebbe metter fuori tale idea d’una casa ad uso di deposito delle merci e come di procura dei nostri in Najrobi o Kikuju, secondo parrà meglio. Se tal casa, od anche semplice tettoia, si trova a prendere in affitto, si affitterebbe, in tanto che si studia il luogo migliore per acquistare il terreno per un impianto definitivo. Se poi non si trova ad affittare, i nostri dormiranno sotto le loro tende alla meglio, affrettandosi per erigere un impianto provvisorio. L’idea di tale impianto definitivo sarà bene che V. S. la metta fuori come sua propria; e se essa incontra presso Monsignore, va benissimo: se invece vede che ciò non gli piace, V. S. ne avvertirà i nostri appena giunti lassù, acciò non mettano innanzi siffatto progetto, ed aspettino che Egli, giunto con loro al Kikuju, si convinca da sé di tale necessità. Potrebbe anche aggiungere con Monsignore che tale casa, fatta colle possibili comodità europee, sarebbe un luogo di villeggiatura che noi saremmo lieti di offrirgli (e s’intende anche per V. S.) ben onorati che accetti la nostra ospitalità. L’importanza di saper subito, prima di partire da Zanzibar per Mombasa, se ciò si farà o no, sarebbe anche per far già in Zanzibar delle provviste a quell’intento.
Mi son dilungato forse fin troppo nell’esporgli questo progetto, ma m’importava che ne comprendesse la necessità e lo propugnasse presso Monsignore, con quella prudenza già dimostrata nell’ottenerci l’andata al Kikuju. Sempre riconoscentissimi a quanto V. S. fa per noi, la riverisco a nome pure del Sig. C.co Allamano e le sono con ossequio
Dev.mo C. Camisassa
