Originale autografo…, in AIMC

Limuru 16 marzo 1911 N.4 con 7 fogli allegati inclusi

Ill.mo ed Amat.mo Sig. Rettore,

Non si stupisca se dal 27 febbr. in qua più non le scrissi, ciò fu perché sapevo non esservi più da allora in poi bastimenti in partenza da Mombasa per l’Europa, fuorché il 28 marzo, ed allora spero parta questa mia colle cartoline ai benefattori, che verranno impostate a Limuru soltanto il 24 corr.te, mentre io sarò già, come spero, nell’interno.

Or eccole brevemente il mio diario.

Il 27 febbr. visitammo il forte Gesù – l’antico portoghese e l’unica rarità di Mombasa – accoltivi gentilmente dal comandante inglese del forte, e serviti generosamente nella sua gran sala da pranzo di birra e viski (la delizia degli inglesi, ma al mio palato una porcheria… che però bevetti stoicamente, sforzandomi a nasconder le contrazioni irresistibili delle labbra…). Il forte è imponente nella sua rozzezza ed impronta di antichità: ora è ridotto a prigione governativa. Il 28 ci recammo a Mazeroy per visitarvi una fattoria modello del Governo, invitativi dal Direttore di essa. Una visita che a me fece molto male, perché, mentre ci era stato detto che dall’ultima stazione ferroviaria (che dista 8 km da Mombasa) eravi solo una passeggiata a piedi di un ¼ d’ora o 20 minuti, c’erano invece 11 chilometri, che, percorsi sotto un sollione africano, e mentre era ancor rotto dalle ultime giornate di mare, mi stancarono grandemente; sicché giunsi colà più morto che vivo, come si dice – Nel ritorno il treno partiva proprio da Mazeroy, e della stanchezza sofferta non risentii conseguenze. Essa però mi preparò assai male al viaggio di 30 ore di ferrovia del dì seguente: ma, ripeto, senza cattive conseguenze –

La sera del 28 dovetti andar a pranzo dal Direttore della Coloniale, il quale ci trattò sontuosamente, e colà ci intrattenemmo dalle 8 alle 11 di sera. Egli fa le funzioni di console italiano a Mombasa, e non rifiniva di narrarci i giudizi favorevoli da lui uditi riguardo all’opera nostra.

Il mattino seguente, 1 marzo, alle 11 partiamo col treno per Limuru, in un compartimento riservato. I sedili sono molto ampii per far da letto la notte – epperciò assai incomodi come sedili; 2 letti di cuoio sono appesi al soffitto, abbassabili per la notte. Dopo un trenta o 40 km. da Mombasa cessa man mano ogni traccia di coltivazione e comincia il così detto gran deserto che continua fino a Nairobi – Eravamo nell’epoca di una siccità eccezionale, che si fa sentire fin nel Kikuiu colla conseguente fame e carestia, e moria di bestiame per mancanza di pascoli, perciò al verde della regione costiera successe una regione secca e bruciata dal sole. La conformazione del terreno è tutta una successione di collinette; ma così ampie, basse ed appiattite che danno l’aspetto d’una immensa pianura leggermente ondulata (come un mare mosso) stendentesi a perdita d’occhio sino ai monti dell’Ukamba a nostra destra ed ai contrafforti del Kilimangiaro a sinistra. Il terreno, rossastro come quel di Mombasa e del Kikuiu, si scorge appena nelle trincee tagliate per la ferrovia, e nel franamento dei formichieri delle termiti, alzantisi qua e là come torricelle coniche – del resto è tutto coperto da erbacce secche e gramigna con cespugli ed alberelli contorti e senza foglie: in certi tratti molto radi, in altri frequenti così da formare boschetti impenetrabili a causa dei rovi e delle liane che tutto avviluppano e soffocano.

E fra essi corre il treno, a precipizio nelle discese e lento nelle salite; destando una corrente d’aria che sembra darci vita tra il caldo soffocante della giornata – Non un sentiero, né capanna né altra traccia d’anima vivente, fuorché nelle stazioni ferroviarie, assai rade, e consistenti nell’unica casetta di lastre zincate, salvo qualcuna più importante come Voi, Machakos ecc. ove c’è una mezza dozzina delle solite casette di lamiera – Tratto tratto ai lati della ferrovia eranvi gruppi di 50 ed anche 100 neri lavoranti al riattamento di essa, e fra loro discernemmo tosto molti tipi Kikuju e Kavirondo, non dal vestito poiché erano assolutamente nudi, ma dagli ornamenti alle orecchie ed alle braccia. Questi Kikuju van diventando rapidamente i girovaghi o dirò meglio i lavoratori per tutta l’Africa; ne scorsi moltissimi a Mombasa e poi su tutto il percorso della ferrovia… Saranno presto i Biellesi dell’Africa, essendo molto ricercati… Oh! Com’è necessario imbeverli presto d’idee cristiane, che conserveranno dapertutto colla tenacia con cui sono attaccati alle loro abitudini d’origine; e come fu ben indovinato il metodo d’evangelizzazione in massa adottato dai nostri.

Alle 8 di sera si giunge a Voi, ove in un albergo improvvisato facemmo un po’ di cena, all’africana e abbastanza scarsa. Poi il treno si rimise in moto per l’Africa… stavolta veramente tenebrosa… e noi ci stendem. sui sedili letti… dormendo saporitamente gli altri tre, ed io tra un continuo sonno-veglia causa lo sballottamento del treno massime nelle vertiginose discese. Un terzo della strada, 100 miglia inglesi, era stata percorsa da Mombasa a Voi; il 2° terzo si fece nella notte, svegliandoci nel mattino a Machakos Road = Restavano gli altri 100 miglia fino a Nairobi. Ai primi bagliori di luce scorgemmo che i cespugli eran quasi cessati; solo radi alberelli spinosi e stecchiti, e il solito mantello di erba secca sul solito terreno ampiamente ondulato… Quattro grandi giraffe a pochi passi dal treno, viste alle 6 del mattino, furono il primo indizio di animali viventi. Verso le 8 entrando nelle grandi piane di Athi River… il così detto paradiso dei cacciatori… cominciammo a veder congoni dapprima in piccoli attruppamenti poi a migliaia e migliaia, di specie o varietà diverse: da quelli grossi come una capra fino a quelli più grossi ed alti che un bel bue… poi gruppi di zebre a 20-50 assieme, poi i terribili bufali neri-grigi riuniti in mandre di 20-30… poi struzzi neri selvatici… tutti pascolavano liberamente e famigliarmente frammisti ed all’appressarsi del treno ora fuggivano spaventati ed ora degnavansi appena di voltargli la schiena allontanandosi lentamente ed anche stavan fermi a contemplarlo.

Col movimento del treno non si pensò neppure a celebrar Messa essendo impossibile. Facemmo colazione colle provviste portate da Mombasa ed a mezzodì arrivammo a Nairobi. Questa è la sola che possa chiamarsi una città, benché all’infuori dei grandi locali per riattamento e fabbrica di vagoni ferroviari, non sianvi ancora molte case… Il caldo era nuovamente soffocante, alleviato però da un venticello che spirava dal Kikuiu in direzione di Limuru. Scendemmo a far un po’ di pranzo al ristorante della stazione. Qui il P. Brashma di Mill Hill venne per trattar con Monsignore dell’affare delle scuole pubbliche (di Fort Holl e Nyere) che i Protestanti fan fuoco e fiamme per impedirci d’erigere; ma pare ormai assicurato che la Consolata vincerà.

Da Nairobi il treno s’arrampica tosto per le colline del Kikuiu, dico s’ar-rampica perché la salita è sì ripida, che si va quasi sempre soltanto come un uomo al trotto, e talvolta anche a passo d’uomo. Sono colline splendide a dolci pendii – ora però solo parzialmente verdeggianti, causa la detta siccità – con larghi tratti di coltivazioni or dei Settlers ora degli indigeni: in maggior parte però è ancor una fittissima brughiera di alti cespugli e non molti alberi d’alto fusto – i più essendo stati distrutti dagli Akikuiu – Alle 3½ raggiungiam quasi la sommità della catena collinosa separante la piana di Naivasha da quella di Nairobi e ci fermiamo a Limuru station, che è incassata in una valletta, che taglia come una spaccatura il dorso di quella catena collinosa. Con un sospirone, esclamiamo: finalmente siamo a casa nostra!

La stazione è dalla parte opposta a quella ove trovasi la Missione, e da questa parte trovansi gli indigeni venuti ad aspettarci. Scesi quindi da questo lato e sono tosto attorniato da una moltitudine di faccie nere che mi contemplano curiosamente mentre abbraccio P. Gamberutti e gli altri 5 partiti da Genova. A quell’atto mi riconoscono e con un sorriso di confidenza mi si serrano attorno sporgendo a gara la mano… inumidita come già lei sa… perché la stringa… ed io mi vi presto con ambe le mani scambiando continui orè muega? E, neh muega… così m’apro il passo fra quella folla – erano almeno 1000 perone (tante dice il capo stazione meravigliato non ne vide mai a Limuru) – e m’avvicino alla vetturetta americana che Mons. aveva comprata per 85 rupie appositamente per me. Il mio futuro palafreniere Karonga teneva il muletto per la briglia e 4 catechisti, venuti in rappresentanza degli altri da Mogoiri, stavano ai due lati del brèk – per nobilitar con questo nome il carroccio… – sul quale presi posto con P. Cagliero, e mentre Monsignore inforcato il suo muletto (feroce con tutti, ma tremante solo davanti a Monsignore) ci avviammo alla missione distante un quarto d’ora.

La gran turba composta quasi esclusivamente di giovanotti, ragazze e ragazzi, in parte ci precedeva, ed in parte ci seguiva, e per via intonarono i lor canti guerreschi gesticolando e saltellando come energumeni. Questi canti in cui predomina e s’alterna un grugnito speciale (è la sola parola esprimente il suono) e rabbioso – quale si fa da noi talvolta per aizzare i cani – ripetuto a cadenza da centinaia di voci, ha qualcosa di feroce e d’imponente, ed è intraducibile in note musicali, com’è indescrivibile a parole: produceva però in tutti un’esaltazione, che si rivelava nel tremito delle loro membra e nel fuoco dei loro sguardi… Poveretti! forse sognavano le ormai antiche e tramontate loro guerriglie… Così si giunse alla Missione dove ci attendevano in vari gruppi gli anziani (asuri) e le donne. A quelli fui presentato formalmente e li salutai ad uno ad uno stringendo cordialmente le umide lor mani, facendo nel frattempo distribuir loro grosse prese di tabacco, il regalo da essi più desiderato.

Passammo nella cappelletta a salutare il Padrone di casa e ringraziarlo brevemente del felice viaggio; e tornato fra la folla dovetti come passarli in rassegna lasciandomi stringer la mano da tutti grandi e piccoli… massime dai vecchi e vecchie – l’alta aristocrazia locale –; i ragazzi specialmente non potevo togliermeli dai piedi e s’aggrappavano alle mie mani ed al vestito, come ad un loro vecchio amico, felici di vedersi guardati con un sorriso, e ricambiati con continui muega, e siè oro – (bene, bene… e, sta bene) – La gente che gremiva i cortili erano un minimo di 1500 persone, tante che il gran capo indigeno di Limuru – egli pure presente – diceva non sapersi spie-gare come ci fosse tanta gente… a Limuru. Non eran però tutti di Limuru, perché molti eran venuti di lontano con più ore di viaggio per vedere il gran Patri munene di cui avean fatto correr voce come dell’arrivo di non so che cosa. Mi dimenticavo notarle che pel tratto dalla stazione fino all’ingresso della missione, passammo sotto parecchi archi trionfali di verdura e fiori – ad uno dei quali era applicata una grande iscrizione in latino, salutante il mio arrivo – iscrizione che spero mandarle se P. Gamberutti è di parola a darmene copia – Ai molti convenuti si distribuirono poscia numerose zucche di ngioi, regalate dalla Missione, e molti canestri (chiongo) di meliga arrostita provvista dalle stesse donne intervenute – E tutto il giorno fu festa con canti e balli svariati nel cortile centrale… fra una nuvola densa e continua di polvere rossa che acciecava sollevantasi dal terreno del cortile.

Alle 6½ cantammo in cappella un solenne Te Deum con Benediz.ne del SS –

Tutte le feste finiscono nell’immancabile pranzo, e così fu per noi verso notte, ché ne sentivam già gli stimoli, e che fu servito inappuntabilmente, quasi col lusso d’un pranzo delle grandi feste alla Consolata… compreso anche, una volta tanto, il vino per tutti i commensali ed anche il parmigiano, che avevam portato da Torino… con una coppata finale di Alicante, regalato alla Missione dal console di Zanzibar, stato qui un mese fa. Seguirono i brindisi di P. Gamberutti e compagnia, con varie letture di componimenti italiani e kikuiu dai 4 catechisti suddetti, e da altri catechisti di Limuru e di Vambogo – E così finì la giornata faticosa, ma piena di soavi, indescrivibili emozioni, al vederci fatti segno di tanta confidenza e quasi famigliarità da questi neri, che pur continuano a fuggire e treman davanti ad ogni altro bianco che non sia il missionario. Quanto cammino si è già fatto nei loro cuori! Una cosa che notai subito e che noto tuttodì: se prendo un aspetto non dico aggrottato, ma anche solo serio e tranquillo, stanno in gran soggezione e timorosi, mentre ad ogni sorriso rispondono con un loro sorriso così aperto e sincero che vi si scorge tutto il lor cuore semplice e affezionato = Si vede che han ragione quanti dicono che il nero ha sopratutto bisogno di sentirsi amato, per essere attratto, come vediam anche da noi coi bambini.

Ma è tempo di finire questa lungaggine… stiracchiata – e che naturalmente vieto di pubblicare essendo una brutta copia gettata giù d’un fiato – e torno al diario, tralasciando per ora fatti ed apprezzamenti sull’andamento della Missione.

Con Monsignore si trattò subito della partenza per l’interno. Avremmo voluto effettuarla quasi subito stante l’approssimarsi della stagion delle pioggie, ma mi premeva soprattutto che Monsignore potesse aver un’u-dienza dal governatore per l’affare del trans Sagana e tante altre questioni che si ha col Governo. Perciò dovemmo tardar la partenza per riuscire tuttavia ad un bel nulla come le dirò. Il dì del nostro arrivo a Nairobi, vi giungeva pure dal lago Vittoria il general Kitchener – il più grande stratega inglese, il vincitore del Madhi – venuto nell’East Africa a scopo, dicono, di studi strategici per l’avvenire – Speravamo stesse solo qui un giorno, due, restandone libero il Governatore (che l’aveva ospitato in casa sua): invece stette di più, ed in fine fu accompagnato a Mombasa dal Governatore – Questi poi giunse solo qui il giovedì seguente, recandosi tosto a Nakuru, ove inaugurò l’esposizione agricola fattasi colà – Poi, invece di tornar subito a Nairobi, si portò nell’interno, ed alla richiesta d’un’udienza fattagli pervenire da Monsignore rispose ieri che la darà, appena tornato a Nairobi il che sarà fra 12 o 15 – Così nella continua illusione di potergli parlare, protraemmo fino ad oggi, decidendo partire ad ogni costo dopo la festa di S. Giuseppe. Dall’in-terno poi Monsignore tornerà appositamente a Nairobi per tale udienza = È un nuovo strapazzo per lui, ma pure inevitabile e assolutamente necessario per l’andamento delle Missioni.

Frattanto noi, profittando della forzata permanenza qui, ci recammo giovedì scorso a Nakuru (distante 100 km) per ferrovia onde far acquisto di bestiame ad un grande incanto che tenevasi colà in occasione di quell’espo-sizione agricola. Prevedendo di non trovar alloggio ci portammo le tende da campo, che montammo colà fuori della città…? in un grande spianato, ove pure s’erano attendati 200 e più forestieri venuti per lo stesso nostro scopo. Io lo feci volentieri anche per provare la vita di carovana, o meglio la notte nelle tende, e non ne soffersi menomamente malgrado il caldo equatoriale del giorno e il freddo pure equatoriale della notte. Pel vitto dovemmo far tutto noi con Aquilino e Giacomino, e con provviste portateci da Limuru – Colà ci raggiunse P. Saroglia venuto da Niere (4 giorni di viaggio a piedi) con parecchi indigeni per condursi poi alla fattoria il bestiame che speravamo comprare. Il mercato però non ci fu guari favorevole, causa il soverchio numero dei compratori, che fe’ crescere oltremodo i prezzi. Comprammo tuttavia una trentina di capi di bestiame, che poi si inviò parte a Niere, parte a Limuru, che va diventando una fattoria secondaria specialmente con bestiame lattifero e orticoltura. Latte e legumi si vendono con profitto qui nei dintorni e massime – i legumi – a Nairobi. Nella coltivazione di questi Suor Opportuna è assai pratica, e sa anche comandar bene ai neri addetti a questi lavori.

Ora un po’ di diario spirituale. Venerdì 3 marzo battezzai due giovani catechisti sui 16 anni ed un uomo di 24, ammogliato, imponendo ai 2 primi i nomi di Consolato e di Giuseppe unendo assieme la Consolata e il titolare di questa stazione e il nome di V. S., il 3° lo chiamai Gabriele in memoria di mio padre. Nella solenne sua semplicità la funzione fu davvero commovente. Consolato e Giuseppe sono due giovani di buona indole e che promettono bene. Il dì dopo impartii la 1a comunione ai 3 neobattezzati, ad un vecchio e 2 vecchie decrepite, ad un fanciullino ed una ragazzina alti appena 80 centim. – ma che recitavano il catechismo da capo a fondo con una prontezza e facilità sorprendenti – Noto che il celebrante ha per ogni battesimo solenne e ogni 1a  comunione l’indulgenza plenaria: indulgenze che applicai particolarmente ai benefattori defunti delle Missioni = Domenica 5 comunione generale di tutti i sunnominati, dei catechisti di qui e d’altri cristiani, in tutto una trentina di persone. Durante la Messa, e dopo, i presenti cantarono lodi, il Magnificat e diverse preghiere in kikuiu con arie modulate un po’ sui loro canti nazionali, ma con espressione così patetica che strappava le lacrime – I canti sono quasi tutti in minore, secondo il gusto di questi neri, ed è anche per ciò che sono così commoventi – Nella sera della Domenica Vespro cantato, predica di D. Rossi (spiegazione del Vangelo) nella quale riuscì assai bene: poi benedii. del SS.: presenti sempre molti battezzati di qui = Nel mattino dalle 9 alle 11 si fece catechismo – all’aria aperta – ad un gruppo di vecchi, e ad altri di giovani, che l’uno dopo l’altro passarono poscia in Cappella a recitar la lezione imparata e varie preghiere – Ambedue le volte la Cappella, abbastanza ampia, era gremita – Nel pomeriggio catechismo idem alle donne (quasi tutte cariche dei loro marmocchi) e ragazze in tal numero che molte dovettero star fuori della cappella. Era consolante il sentire con quanta prontezza e precisione rispondevano in coro alle domande del catechista e poi come pregavano bene – chiaramente e con pause ritmiche, da emulare le preghiere che fanno i chierici e i giovani dell’Istituto = Oggi, 16, battezzai un bimbo moribondo portato qui per curarlo, chiamandolo

Giuseppe Peirone e spero scriverne un cenno al suo omonimo Convittore –

Della mia salute ella vorrà aver particolari precise notizie ed eccomi a dargliele – Anzitutto le osservo che il clima qui dalle 6 di sera alle 8 del mattino fa precisamente l’effetto di essere a Rivoli verso la fine d’ottobre, quando col calar della sera spira quel venticello freddo e si sente bisogno di vestirsi di più e d’esser ben coperti la notte. Ciò nelle notti serene, nelle nebbiose e piovose fa freddo come quando piove a Rivoli in ottobre. Dalle 8 del mattino alle 6 di sera è come si fosse a Sant’Ignazio in luglio: un sole ardente e che fa sudare se si sta al sole, mentre all’ombra ed in casa si gode una temperatura quasi fresca e si sta benissimo potendo attendere – anche vestiti – a qualunque lavoro manuale e mentale. Ciò nelle giornate belle, ché se è nuvoloso o piove, anche di giorno è fresco, come sarebbe in aprile o maggio a Torino. Noi qui avemmo quasi sempre giorni sereni, salvo 4, o 5 giorni in cui piovve a varie riprese dirottamente con 2 grandinate fitte ma a grani piccoli che non fecero alcun male alla verdura dell’orto. Questa pioggia fu accolta con gran festa dai neri, che la ritennero una speciale benedizione di Dio (non essendo ancor il tempo normale delle pioggie) e cominciaron tosto le lor semine – Con tale temperatura come potevo non star bene? Nel caldo di Mombasa ed in ferrovia non tenevo lana addosso, giunto qui continuai a farne senza per qualche giorno, ma poi mi trovai meglio a metter flanella e mutande lana. A tavola si ha pane (fatto qui dalle Suore) nerastro gniecc (come il pan integrale che piaceva a D. Luigi) ma lo si digerisce bene: la carne abbonda ed è ottima specialmente quella dei montoni e maiali – In casa si fa da tutti colazione alle 7½ con carne, e bevendo caffè-latte o granatina diluita – Io mi trovo meglio a far la solita colazione alle 8 con caffè-latte e torlo d’uovo – A pranzo bevo talvolta vino e talvolta caffè-latte caldo (come fan tutti) e quasi lo preferisco al vino. Se la vita del nostro kikuiu fosse dapertutto così, direi che si sta come in Italia per non dir che si sta meglio, per molti motivi – Dicono però che sarà ben diverso (a Moranga almeno o ad Iciagaki); ma anche là vedremo e proveremo – Ora si van preparando i colli con 50 portatori coi quali partiremo subito dopo S. Giuseppe: io potrò andar con quella vetturetta fino a 2 ore ½ da Kaiciangiru; queste 2 ore le farò o a piedi o inforcando il mio muletto, che cavalco un poco ogni giorno per assuefarmi alla dura sella – Per la prima tappa di qui a Kaiciangiru impiegherem 3 giorni, poi ½ giornata per arrivar a Iciagaki, poi altra ½ giornata fino a Fort Holl – Sempre solo sul muletto – E così di là a Mogoiri, Tusu, Vambogo, Karema, Niere Fattoria, ove contiamo di essere prima del 5 aprile, giorno in cui normalmente comincia le pioggie. Lascierem qui a Limuru D. Rossi, parendo più conveniente aver gli altri tre ai lavori manuali D. Cavallero e Umberto, e studiar swahili – per le suddette scuole – D.

Perrachon.

Ricevetti ieri da Fort Hall la carissima sua del 14 marzo; mi rincrebbe che sia stato in pena pel nostro viaggio, che, come le scrissi, fu ottimo. Da Fort Hall Le scriverò subito – spero il 23 – e così quella lettera le giungerà ancor con questa pel vapore del 28 corr.te. Mi saluti tanto i Superiori della Consolata, i cari alunni dell’Istituto e le missionarie; ed ella si abbia tutti i riguardi imaginabili[!] per la sua salute –

Suo aff.mo C. G. Camisassa

P. S.

19/3 – 911 – Di salute Monsignore e tutti optime come io[!].