Originale autografo…, in AIMC
Dalla Fattoria 11 Aprile 1911 N 5b
Amat.mo Sig. Rettore,
La faccenda del P. Bertagna è, a mio giudizio, più seria di quel che egli asserisca, ed ella può rilevarlo dall’acclusa lettera che gli scrissi oggi stesso, e da quanto sto per dirle.
Giunto a F. H. trassi il P. Bertagna in disparte e gli chiesi perché egli si ritenesse sciolto dai voti dopo 3 anni che li aveva rinnovati in perpetuo. Dapprima egli si schermì, ripetendomi soltanto che egli era pienamente in coscienza su tal decisione e sempre con parole vaghe ed evasive e con un far misterioso si rifiutò di dirmi i motivi di tale sua opinione. Allora io gli dissi chiaro che come Vice superiore non gli permettevo di partire e che avevo diritto di sapere il perché d’una opinione così strana sulla cessazione di un giuramento fatto con parole che suonano perpetuità. Allora con molte tergiversazioni (e anche asserzioni contradditorie[!]) disse che prima di rinnovar i voti avea udito dal P. Gays, da Monsignore e da altri (che non volle mai dire chi) che la perpetuità di tal giuramento era soltanto a parole, che in realtà i voti avrebbero solo durato tre anni, e che tal notizia aveva portato P. Gays come dettagli chiaramente da V. S. prima che egli ripartisse per le Missioni. Aggiunse poi, facendone un gran caso, che egli allora, agitato da quelle dicerie sulla durata dei voti e sulle variazioni che si dicevano introdotte nella formola del giuramento, chiese a Mons. ripetutamente di veder quella formola, ma non poté riuscirvi – perché pare che Mons. non desse importanza alla cosa e sempre si dimenticasse di dargliela, sicché, egli dice, io andai all’altare e solo allora la vidi!!...Monsignore, da me interrogato dice che allora gli aveva sempre detto che era quella stessa dei primi voti già da lui fatti, colla sola variante della perpetuità. Ed io osservai pure a P. Bertagna che tale difficoltà era ridicola dal punto che il giuramento primo lo conosceva, e la formola è stampata nelle stesse Regole…
Infine se egli non voleva accettarla, poteva ancor ritirarsi dall’altare… e se veramente avea dubbi serii doveva farlo, e non giurare con dubbii… Insomma da un discorso trascinato un’ora per cavar qualcosa di positivo e serio, io mi convinsi che a quell’epoca egli non aveva realmente dei dubbii, e che tutte queste sue ragioni furono inventate e arzigogolate più tardi … così soltanto dopo le due grandi disdette che egli ebbe… e cioè 1° il non esser stato trattenuto da lei in Italia e messo a capo del Collegio (come egli si aspettava e pare se l’aspettasse fin da quando fu chiamato in Italia) 2° l’esser stato tolto da Limuru… o almeno l’esser stato destinato a Moranga, dove mi disse che egli non vuol assolutamente restare. Monsignore aggiunsemi che P. Bert. vista la sua ferma volontà di non più mandarlo a Limuru, vorrebbe ora andar a Kaiciangiru la missione ove c’è ogni ben di Dio (latte, banani ecc.) e dove c’è il personale più numeroso, al quale egli si sente fatto per comandare e far egli poco… A Moranga poi egli dice di voler, ora il solo magazzino, non la Missione; ora la sola Missione non il magazzino, ora il solo Collegio (che sta per aprirsi pei figli dei capi) e niente altro. Insomma ogni giorno cambia idea e non sa neppur lui cosa voglia.
Dopo tutti questi discorsi – nei quali, le ripeto, cadeva in continue contraddizioni – io conclusi 1° che coram Ecclesia il suo giuramento è indubbiamente perpetuo, e si mettesse una mano sulla coscienza, perché andarsene senza dispensa formale, assolutamente non poteva; e glie lo dissi più come moralista che come Superiore: 2°– che avrei scritto spiegando la cosa a V. S. e chiedendo istruzioni; ma insistetti perché scrivesse egli pure, esponendo le cose precise. Ed aggiunsi che se portava, nel chieder la dispensa, la sola ragione di quei dubbi, avrebbe fatto ridere a Roma, e che gli avrebbero risposto senz’altro che doveva appurarli in tempo e prima di far quel passo: si ricordasse ancora che a Roma avrebbero richiesto l’attestazione di P. Gays, di Mons. e d’altri, e siccome io queste sapevo sarebber contrarie alle sue asserzioni, egli si sarebbe doppiamente fatto rider dietro… e, solo per questo, ottenuto niente.
Ed ora ecco quel che abbiam pensato con Monsignore dopo considerate tutte le circostanze presenti. La questione di iniziar le scuole ai figli dei capi nel nuovo grandioso fabbricato eretto ad hoc a Fort Hall è di grande urgenza e importantissimo per l’avvenire delle Missioni. I Protestanti, tutti con-cordi, si opposero con un’ostinazione degna di miglior causa; ci concedevano d’aprire scuole industriali, ma le altre le volevano essi. La questione dipendeva tutta da una specie di Consiglio Scolastico nel quale ogni setta ha un rappresentante: noi cattolici ne abbiamo uno solo eletto dai Padri di Mill Hill e da noi. Avremmo potuto averne due, ma i Padri dello Sp. S. non vollero unirsi a noi nell’elezione. Questo Consiglio ha un Presidente eletto dal Governo, il qual Governo poi si rimette pienamente alle decisioni del Consiglio. Questo Presidente – protestante di carattere onesto e imparziale – si recò appositamente da Nairobi a Fort Hall per veder il nostro nuovo collegio ad hoc. Alla presenza di un fabbricato tutto in legno, a 2 piani, lungo metri 18, largo 6 con grandi finestre, invetriate ecc., pavimenti (al pian terreno) in asfalto restò meravigliato. (Veramente lo sono anch’io, dopo che ho visto che cosa sono i fabbricati in Africa) e divenne nostro fautore. Si tennero varie adunanze da quel Consiglio nel tempo del mio viaggio di mare e l’adunanza decisiva ebbe luogo il 2 marzo p. p. – Il nostro Rappresentante P. Brashma di Mill Hill, abbordò ad uno ad uno i membri – protestanti – che parevan più imparziali, e per 1 voto o due riuscì a vincere; cioè, che fosser affidati a noi il collegio di Fort Hall e di Niere. A condizione però che quel di F. H. si aprisse subito, e quel di Niere al più presto. Quest’ultimo si sta ora costruendo qui alla Fattoria da P. Cagliero; non sarà un fabbricato in legno, ma solo in rami e terra per ora… stante l’urgenza.
Titolare del 1° collegio fu dato ufficialmente a P. Bertagna, pel 2° sarà P. Rosso che sta studiando ad hoc lo swahili. Cambiar il titolare del primo, per adesso, è impossibile, ché per farne accettar un altro bisogna riconvocar quel Consiglio, colla quasi certezza che il Collegio andrà a monte, perché se Bertagna fu accettato senza esami, il suo sostituto dovrebbe subir l’esame, e per adesso non abbiamo neppur uno (all’infuori di Bertagna) che sappia lo swahili. In questi giorni P. Gays va girando il Kikuiu per raccogliere da ciascun capo uno o due figli pel Collegio; questi giovanetti (sui 10, o 12 anni) se li conduce nel Collegio dei catechisti a Mogoiri e là convivendo coi catechisti più formati, cominceranno senza accorgersi un po’ di vita di collegio. Tra parentesi, i capi pagano, obbligati dal Governo, una pensione di varie rupie al mese pei loro figli al collegio. A questi si può solo insegnar il kikuiu e lo swahili (non l’inglese o altra lingua), il leggere e scrivere coi primi elementi di… un po’ di tutto per la vita pratica. La religione la faremo entrar loro senza che s’accorgano, anzi il Governo vuole che s’insegni loro la religione di quelli (sian protestanti, sian cattolici) che sono alla direzione del collegio. Si sa che i figli dei capi saran forse futuri poligami, perché troppo ricchi… ma la religione inoculata loro la conserveranno… almeno pel punto di morte e per essere… in vita nostri amici e favoreggiatori delle Missioni. Con questi 2 collegi noi avrem tutto il Kikuiu… o meglio tutti i capi del Kikuiu in mano nostra… ed è indubitato che questo passo ha un’importanza capitale. Non per nulla il demonio vi suscitò contro tutte le difficoltà prevedibili e imprevedibili nel campo politico, morale e materiale. È una storia che darebbe materia ad un intiero libro… ma infine la Consolata ha trionfato… L’ultima delle difficoltà suscitate pare questa di P. Bertagna, la cui presenza qui al Collegio è affatto indispensabile per circa un anno od almen finché il Collegio sia avviato bene. Egli è il solo ora, che sappia un po’ di swahili, e fu accettato a titolare senza esame grazie a molti sotterfugi usati da Monsignore. Fra un anno, ma non prima, P. Rosso e P. Perrachon (che studiano disperatamente) potran prender l’esame di swahili, e allora saremo a posto. Ma per adesso c’è proprio nessuno che possa sostituir P. Bertagna.
Ecco, pare, perché il diavolo ha cercato di togliercelo. Per adesso adunque io ritengo teologicamente che egli è vincolato in perpetuo, e ci vorrà una vera dispensa da Roma per scioglierlo: egli ha morso il freno quando io gli intimai ciò chiaramente, e che non lo lasciavo partire; vorrebbe però almen partir da Moranga, ma neppur questo glie lo permettiam per ora. Dunque io crederei, che per ora, conviene menar il can per l’aia; V. S. potrebbe ripetergli 1° che ci vuole una vera dispensa da Roma; 2° che egli rediga un memoriale a Propaganda (ma da passarsi a V. S. che deve pure necessariamente esporre i suoi motivi come Superiore gen.le) in cui esponga tutti i motivi per cui vuol uscir dell’Istituto; 3° Ella in seguito scriverà a P. Gays e a Monsig. per saper se è vero che dissero, i voti allora fatti, valer solo 3 anni, e su questo essi devono dar una risposta formale… la qual risposta io so che sarà negativa. Sicché infine, se V. S. vorrà ottener la dispensa a Bertagna, dovrà appoggiarla lei, come d’un individuo per salute o per carattere non conveniente all’Istituto. E solo allora la dispensa forse verrà. Ma tutto questo dovrà trascinarsi quasi un anno, recapitando sempre a me le sue lettere aperte, per evitar che Bertagna mi dica che V. S. gli scrisse cose, che invece non furono scritte… del che egli è capace, non per malvagità, ma perché dallo studio che ho fatto di lui mi pare un po’ squilibrato e che vede nero dov’è bianchissimo.
In sostanza si trascinerà la cosa quasi un anno e frattanto, bene o male, qui lo faremo andare avanti. Ella poi, sia certa che egli in questo tempo non nuocerà all’Istituto né ad altri Padri, perché da tempo si è messo in un isolamento volontario, non cerca né ottiene famigliarità con alcuno, considerandosi come uno su cui gli altri ridono (così crede egli) perché non fu promosso a Direttore del Collegio di Torino… S’immagini che a tutte le feste fatte pel mio arrivo a Moranga egli non volle mai servire alle Funzioni, e neppur intervenne alla grande Accademia data in mio onore; benché Monsignore l’abbia ripetutamente invitato: Si scusava col dire che aveva da tener d’occhio la casa… mentre non ce n’era bisogno. Gli altri Padri, erano una dozzina coi fratelli colà accorsi, non ne fecero caso… Egli crede che tutti lo vedan male, perché teneva un po’ fermo – dico un poco – quand’era distributore al magazzino di Limuru. Dissi che spero si possa trascinar la cosa bene o male… benché Monsig. sia di parere che egli può far qualche colpo di testa. Ad ogni modo vedremo.
Questo il mio piano, che qui sul luogo vedo proprio indispensabile per quanto desideri che questo Padre se ne vada, se così è destino. Egli però è fermissimo nel volersene andare, ed io non credo probabile che sia per dare indietro, se noi non cederemo col metterlo a capo della stazione più importante del Kikuiu, che ora par Kaigiangiru: ed io son fermo di non cedere.
C. G. Camisassa
