Originale autografo…, in AIMC

Gilgil 23 Nov.bre 1911 N 34

Ill.mo ed Amat.mo Sig. Rettore,

Conto che la presente le giungerà la vigilia od antivigilia di Natale, ed è questa la prima volta, in 31 anno, che non sarò unito – di corpo almeno – agli altri della Consolata per farle gli augurii. Però se non sarò presente di corpo lo sarò tanto più col cuore, ed ella sa… senza ch’io spenda tante parole, quanto vorrei dirle in quella cara circostanza. La nostalgia era forse uno degli affetti umani che avevo presentito poco in vita mia: ci voleva questa lontananza perché lo capissi bene, e quanto sia forte in certi momenti il bisogno del cuore di trattenersi e conversare – almen in ispirito – colle persone più care là in patria – cioè quella patria d’adozione ove si passò quasi tutta la vita virile. E questo bisogno come lo sentii più forte nelle ricorrenze delle grandi feste solite di costì, così si fa più vivo all’appressarsi del S. Natale, la festa della poesia del cuore. Ciò che voglio augurarle si compendia in una parola, che è quella della preghiera che facciamo ogni giorno tutti uniti per lei: Che il Signore ce la conservi … per molti anni alla formazione di santi missionari, ripieni di Spirito apostolico ecc. Questa è ormai l’unica aspirazione della vita di Lei, ed io ne sento tanto più la sublimità, dopo che ho veduto da vicino la vita di Missione e il gran bene che si fa qui, e qual corona di gloria le si va qui intrecciando pel suo arrivo in Paradiso… e per tutta l’eternità.

Creda che le soddisfazioni e consolazioni provate nei grandiosi ricevimenti della mia prima visita alle missioni furon di molto superate dalla seconda visita, fatta nella quiete della vita di missione. Partecipando io pure alle visite dei villaggi e vedendo quanto eravamo ben accolti dapertutto e come s’interessavano tutti, grandi e piccoli, alla Kerera… poi come si confidavano di ogni lor pena di famiglia colle Suore e m.ri. Sorgeva evidente che il loro cuore era tutto pei nostri, molto più di quanto succeda tra certe popolazioni ancor semplici dei nostri paesi verso il migliore dei parroci. Quante volte ho rimpianto che non sia venuta lei in vece mia, massime che son certo non ne avrebbe sofferto, giacché la vita qui – salvo qualche giornata di più strapazzo per viaggi – è comoda quanto in Italia, e il clima quasi sempre preferibile all’estate dei nostri paesi.

L’ordinamento delle missioni poi è tale che missionari e suore hanno in casa tutto il confortable, quanto ad abitazione, vitto, vestito ecc. ecc.  come in paesi civili. Ella avrebbe quindi resistito benissimo al par di me, e ne avrebbe forse guadagnato in salute… come penso di poter constatar a mio riguardo dopo il ritorno.

 + Contemporaneamente a questa lettera spedisco altra al Cardinale, spiegandogli le ragioni del mio ritardo… mando pure una cartolina d’augurio a tutti i Canonici effettivi ed onorari della Metropolitana, ed ella se saprà che qualcuno non la ricevette, gli dica pure che fu smarrita o rubata per via. Oltre queste, non mandai che poche cartoline e lettere a conoscenze personali.  + Monsignore è pressoché guarito completamente della sua gamba; cammina, un po’ stentato per ora, ma senza bastone e spero si rimetterà bene.

 + Colla presente, o poco dopo, riceverà un ordine di pagamento di £ [cancellato] al nome di Monsignore sulla Banca Commerciale per la Banca South Africa pei motivi di cui già le scrissi. Converrà metter presto altre somme, e perciò mi dica fino a che punto può disporre, [cancellate due righe]. Me lo faccia sapere scrivendomi subito dopo ricevuta questa lettera.

 + Potendo preveder che le lettere che V. S. mi scriverà d’or innanzi tardino, e che quindi arrivino qui dopo la mia partenza, io, per sua norma lascio facoltà a Monsig. di aprirle tutte: ella quindi si regoli riguardo a quel che scriverà.

 + Le lettere che V. S. mi scriverà dopo il 15 gennaio 1912, me le indirizzi tutte a Limuru; ché io dal 1° febbraio non sarò più nell’interno del Kikuiu e mi saran più facilmente recapitate dove sarò.

 + Non abbiam ancora riposta riguardo alla partenza del bastimento italiano il 1° Dic.bre da Mombasa, ma vedendo pubblicata tale partenza nello Standard di ieri, riteniamo per certo che si effettuerà. Con quello partirà P. Bertagna, del quale non abbiam più notizie dacché partì 10 giorni fa da Fort Hall per Limuru. Qui non si sa ancora che partirà p. Torino, ma lo dubitano.  + Una cosa che da tempo voglio scriverle, e che ella mi permetterà di dirle liberamente, si è che a mio parere ella non dovrebbe più legger all’Istituto le lettere scritte da quelli che son qui, e tanto meno fare apprezzamenti su questi ultimi né in bene né in male. Meglio assai un assoluto silenzio. Creda che le spedizioni successive giungendo qui (e in questo fu caratteristica quella di P. Savio e compagni) si fanno un vanto di chiosare e metter in burla quelle lettere – cioè che qualche espressione che loro non andava – e prendere in giro gli scrittori… fino al punto di irritarli ed offenderli… e farne materia di critiche ogni volta che si trovavan varii assieme… poi tacciarli di bugiardi quando essi giudicano avessero scritto diverso dalla verità delle cose qui… insomma son tutte cose che udii ancora colle mie orecchie… Stuzzicandoli, per ridere, a contar il loro passato. Il peggio poi si è che 1° blateravano ai 4 venti che il Rettore pensa così del tale e tale missionario, che non approva il suo modo di fare… 2° che il tale altro scrive solo cose belle e successi per vanto e per entrar nella maniche del R. 3° tutti poi restan genati quando le scrivono, e più che fissarsi di dir la verità delle cose, si preoccupano degli apprezzamenti che i buontemponi dell’Istituto faranno delle lor parole e come le riferiranno e burleranno poi giunti qui; 4° Ciò spiega anche quanto siano restii molti a scriverle, tanto che Monsig. deve sempre ammonirli di tale obbligo… e come poi invece di aprirsi ex corde, le scrivano lettere superficiali che dicon niente (come io vedo leggendole qui prima di spedirle) e ciò avendo io fatto osservare in qualche crocchio agli Esercizi, tutti mi risposero che dicon niente, per paura di dir cose che siano poi burlate all’Istituto; e benché io abbia soggiunto che V. S. era prudente… se ne persuasero poco, citando le burle fatte da essi stessi alle lettere di precedenti missionarii. Riguardo agli apprezzamenti sui fatti di qualche missionario qui, la cosa è ancor più delicata… All’udirli i più pensan subito all’hodie mihi cras tibi, epperciò si fanno ancor più chiusi e diffidenti… poi ella ricordi la burletta di tutta la Diocesi di Torino su quel metodo che aveva il C.o Soldati di parlar sovente di certi parroci: quel certi parroci era la parola di burla in tutti i ritrovi di preti (segnando con 4 r quel cerrrrti che il C.o Soldati pronunziava male per difetto di loquela) e tutti dicevan che fin dal Seminario sapevan chi era quel certo parroco… e si finiva col criticar non più quel parroco ma quell’utopista come lo chiamavano sovente il C. Soldati. Una cosa ch’io vedo di cui ognuno è estremamente geloso, e su cui vuole il segreto, è l’apprezzamento del Superiore a suo riguardo, e niente lo rende più diffidente che il saper o sospettare che quegli lo manifesti ad altri… Insomma per non tirarla troppo in lungo io sarei di parere che il metodo del silenzio sia il migliore… e che non si accenni mai – anche non nominandolo – che qualcuno può aver fatto così e così qui in missione… ella non può immaginarsi quanto fantasticano su quel qualcuno, e che sbagli facciano nell’applicarlo a questo o quell’altro, portando poi qui rotture quando in un momento di loquacità… manifestano tali cose.

 + Altra cosa su cui volevo da tempo scriverle è la discussione che facemmo sovente con Monsig. se sian meglio per l’Istituto i voti perpetui, dopo il quinquennio, oppure proceder sempre con voti quinquennali o decennali. Questo secondo metodo pare più secondo lo spirito moderno della Chiesa riguardo alle Suore, giacché ella sa che omai furono adottati solo voti triennali e anche annuali a molte Congregaz. nuove togliendo perfin la perpetuità alle Giuseppine. Perciò questo punto della perpetuità è meglio non più pubblicarlo nel regolam. delle suore sul periodico. Poi anche pei missionari Mons. tiene che ciò allontani le vocazioni… mentre forse l’impegno temporaneo li attirerebbe… d’altra parte i miss.ri dello Sp. S. non han voti, i PP. Bianchi giuramento ma ad tempus, così quei di Mill Hill… di Milano ecc.… Insomma è un punto ancor da studiare questo. E la difficoltà per le Ordinazioni titulo ecc. non si risolverebbe col giuramento di vincolarsi solo alle Missioni in genere? Certo che un soggetto buono e produttivo non andrà mai via; e quei che voglion andare, come P. Bert., è meglio se ne vadano… poi si potrebbero anche mandare quelli nocivi o inutili. Certo che il tenerli sospesi in questo li rende più ubbidienti e operanti saltem ob timorem. Lo vedo perfin qui che lo diventano di più all’avvicinarsi della scadenza dei primi voti, se han timore di non esser riammessi. Poi il principio dei Gesuiti che li tengono così sospesi per 16 anni… dà molto a pensare. A Roma poi Mons. Tecchi dicevami che non vedeva bene questa perpetuità di voti all’uso dei frati veri. Per lo meno non si potrebbe lasciar libero a loro (ed a noi di ammetterli) a vincolarsi o in perpetuum o solo a decennii o a quinquennii… e se ci fosse stata questa mezza misura.[una riga cancellata]… di cui fui molto dubbioso [mezza riga cancellata] – per mancanza di testa almeno – sistematicamente incurante di qualunque ordine, direzione o norma ricevuta, per non dirlo disubbidiente; [mezza riga cancellata] per eccellenza… epperciò poco men che inutile. Ma in fondo [una riga cancellata] non dissolvente negli altri, perciò tiene un posto. È tutto quel che di bene si può sperar e dire di lui.

 + Nelle lettere a D. Luigi raccomandai che si metta un fratello o un chierico a esercitarsi nei lavori di cemento, che abbiam ora risoluto di adottare, massime perché ci risparmiano un po’ d’opera dei nostri… che è invece soverchia in lavori a pietra, rubandola alle missioni. Nigra credo gli insegnerebbe.

Termino col finir della pagina… e mi creda di V. S. aff.

C. G. Camisassa

P. S.

M’importerebbe molto di saper dai Vigetti o da Nigra se e come si possa far aderire la terra cruda al cemento fresco cioè mentre si fan i blocchi, senza che essa vi eserciti il solito potere dissolvente e disgregante: chi sa che vi farebbe una bagnata al blocco d’acqua di colla od altro prima di gettarvi a contatto la terra. E anche alla facciata del muro fatta con soli mattoni crudi che cosa dare perché non sia igrometrica né assorbente, ma liscia e dura?