MISSIONARI E MISSIONARIE DELLA CONSOLATA
P. Francesco Pavese IMCRiflettiamo sul tema “Cammini di comunione MC e IMC - Collaborazione e Autonomia nello stile consolatino”. Non c’è dubbio che si tratta di un tema che risale alle origini dei Missionari e della Missionarie della Consolata, preso in seria considerazione dalle stesso Fondatore, e che merita grande attenzione ancora oggi.
Il fatto che l’Allamano abbia fondato due Istituti, uno maschile e uno femminile, con lo scopo di collaborare nella missione, è un dato storico incontrovertibile. Che lui dicesse di non avere la vocazione di fondare le suore, non significa che non credesse all’importanza della loro opera in missione. Basta pensare all’attività delle Suore Vincenzine del Cottolengo in Kenya.
Attraverso le vicende e per le ragioni che conosciamo, l’Allamano, dunque, ha fondato le Missionarie della Consolata nel 1910. Con grande impegno ha subito iniziato a trasmettere il proprio carisma alle figlie, come lo stava infondendo nei figli, perché, sulla base della prima esperienza, era convinto della necessità dell’azione apostolica congiunta degli uomini e delle donne. Tra i suoi due Istituti voleva piena comunione (all’inizio si parlava di “Istituto” al singolare) e capacità di collaborazione, ma anche una giusta distinzione sia nelle strutture, che nelle responsabilità e nella vita concreta. Non c’è dubbio che si sentisse “padre” allo stesso modo dei missionari che delle missionarie, e per essi usava lo stesso significativo nume di “figli” e “figlie”, indicando così che erano “fratelli” e “sorelle”.
CHIAMATI CON LO STESSO NOME
Propongo alcune riflessioni sia sulla comunione e collaborazione tra i due Istituti e sia sulla loro autonomia, in collegamento con il carisma. Incomincio ora sottolineando un aspetto, al quale spesso non badiamo, ma che è molto indicativo del pensiero del nostro Padre: ci ha dato lo stesso nome! Mentre in altre congregazioni, antiche e moderne, i due Istituti fratelli all’inizio sono chiamati con appellativi diversi (per esempio: Società Salesiana – Figlie di Maria Ausiliatrice; Missionari del Cuore di Gesù – Pie Madri della Nigrizia, ecc.), l’Allamano, quando ha fondato le suore, non si è preoccupato di inventare un altro nome, ma ha solo messo al femminile lo stesso nome che, dieci anni prima, aveva scelto per i suoi missionari.
Il nome indica l’identità di chi lo porta. Del nostro nome il Fondatore ha parlato più volte, specialmente quando, spiegando le Costituzioni, si soffermava sul titolo ufficiale dell’Istituto. Faceva notare che i nostri due Istituti hanno preso il nome sia dalla Consolata, la vera Fondatrice, che dal loro scopo apostolico specifico, la missione. Ascoltiamo una delle sue numerose spiegazioni. Dopo aver detto che le congregazioni religiose generalmente prendono il nome dalle feste o del Signore, o della Madonna, o dei santi; oppure dal loro fine apostolico, prosegue: «noi più golosi li abbiamo tutti due: Istituto Consolata per le Missioni estere»; e conclude: «Possiamo gloriarci di avere due titoli; quello […] della Madonna e quello del fine [missione], ciascuno dei quali basterebbe»[1].
È interessante questo «ciascuno dei quali basterebbe». Che cosa significa? Il Fondatore lo ha spiegato, utilizzando i concetti della scolastica, in diverse occasioni. Per lui: “Istituto della Consolata” è il “genere”, mentre che “missioni” è la “differenza specifica”. Verso gli ultimi anni di vita lo spiegava così alle suore: «Il nostro Istituto si chiama: “Istituto Missionarie della Consolata”. Questo è il nostro titolo. […]. Il genere del nostro Istituto è :”Istituto della Consolata”, cioè noi siamo della Consolata, e tra quelli della Consolata noi siamo i Missionari. Il titolo di Missionari è quello che determina il nostro Istituto».[2]
Tutto ciò può sembrare quasi un gioco di parole. Nella mente del Fondatore, però, il pensiero è chiaro e vuole significare che noi, in quanto appartenenti alla Consolata, siamo necessariamente anche missionari, perché ne annunziamo la gloria alle genti. In quanto missionari siamo necessariamente legati alla Consolata, perché è da essa che i nostri Istituti hanno avuto origine. Questa è la nostra identità. Il Fondatore lo ha dichiarato con evidente compiacenza: «Ne portiamo il titolo come nome e cognome».[3] Più di così!
Il nome che portiamo ci dà una speciale responsabilità. C’è un’espressione del Fondatore spesso citata, che suona così: «Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere». Queste parole sono state pronunciate il 23 giugno 1921, in una breve conferenza alle suore, mentre commentava l’ottima riuscita della festa della Consolata di quell’anno. Per comprendere esattamente il senso di questa frase, rileggiamola nel suo contesto: «Quest’anno avete fatto una bella festa della Consolata; avete anche avuto Monsignore nella vostra cappella a rendere più bella e solenne la funzione. Quanta grazia di Dio. La festa della Consolata quest’anno fu consolante davvero. Il Santuario fu sempre gremito di gente, si son fatte molte confessioni e comunioni. C’è da ringraziare il Signore. […]. Voi dovete essere santamente superbe di essere sotto la protezione della Consolata: il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere… Se voi aveste altri titoli, come Suore Giuseppine, ecc., ecc., dovreste essere devote del santo di cui portate il nome; così voi dovete portare bene il vostro ed avere un’alta devozione alla Madonna. Il vostro nome deve eccitarvi ad aumentare in voi la devozione alla Madonna».[4]
Non c’è dubbio che queste parole, a partire dalla stessa considerazione e per le stesse ragioni, possono essere rivolte anche ai missionari. Tutti sono “della Consolata” e, di conseguenza, tutti sono qualificati da un nome che li spinge a divenire missionari e missionarie mariani.
Ancora una precisazione. L’inciso «ciò che dovete essere», per il Fondatore quel giorno indicava sicuramente l’amore alla Consolata.. Non è fuori posto, però, allargarne il senso, aggiungendo il secondo elemento del nostro nome, quella missionario. Ne consegue, perciò, che il nome che portiamo ci dà una precisa responsabilità: essere e operare come missionari e missionarie, con spiccato timbro “consolatino”.
Il nostro nome è un distintivo che attira. C’è ancora un aspetto che vorrei brevemente sottolineare. Lo colgo da queste parole del Fondatore, pronunciate all’inizio della novena della Consolata il 10 giugno 1923: «E quanti ci vogliono bene perché ci chiamiamo Missionari della Consolata». Appare evidente che il Fondatore ritiene che il nostro apostolato viene favorito dal fatto che portiamo un nome che ricollega alla Madonna.
Un’altra espressione del Fondatore, con la quale mi piace concludere, è ancora più esplicita al riguardo. La riprendo dal volume “Così vi voglio”, perché in esso viene riferita a tutte due gli Istituti : «Quando uscite, la gente non dice: “sono i missionari o le missionarie”, ma dice:“sono i
Missionari o le Missionarie della Consolata” Non possono nominare voi, senza nominare la Madonna».[5] Dunque, la gente quando tratta con noi, anche senza accorgersene, è come obbligata a riferirsi alla Consolata. Il nostro nome è un veicolo obbligato verso la Madonna. Per il Fondatore questo è molto bello, e vuole che ne siamo consci!
STESSA FORMAZIONE AI FIGLI E ALLE FIGLIE
Come sappiamo il Fondatore ha formato le suore, seguendo una pedagogia assai simile a quella usata per i missionari, sia come contenuti che come metodo. Nella sue conferenze, trattava abitualmente gli stessi temi, il medesimo giorno, usando uno schema manoscritto unico. Possiamo dire che i nostri “primi” e “prime” sono stati formati come avviene per i figli di una famiglia, anche se vivevano distinti, in case separate. Ovviamente, il Fondatore, in certe situazioni, ha usato linguaggi differenti per gli allievi missionari e per le aspiranti missionarie, come è logico che sia avendo di fronte persone con psicologie proprie. Questo era il metodo pedagogico del Fondatore, che suppongo gli riusciva spontaneo, precisamente perché si sentiva ugualmente “padre” e, quindi, “educatore” di entrambe le comunità. Essendo la sostanza delle proposte educative la stessa, ne consegue che noi oggi possiamo usare tranquillamente, fatte alcune eccezioni, per entrambi gli Istituti, ciò che il Fondatore ha detto separatamente ai missionari e alle suore. Del resto, così ha fatto il P. L. Sales nel comporre il testi di “La Vita Spirituale”.
Per renderci esattamente conto di questo metodo pedagogico del Fondatore, basta esaminare le sue conferenze domenicali. Partendo dal manoscritto, che lui usava quasi sempre identico per parlare alle diverse comunità, è possibile constatare quanto diceva di simile e quanto di diverso. L’impressione globale che si ricava è che il Fondatore si ripetesse, dicendo a tutti gli stessi concetti e proponendo i medesimi valori, adattandoli però, in qualche particolare, all’assemblea che aveva davanti: se giovani seminaristi o sacerdoti, se ragazzi, se novizi o novizie, se suore. Inoltre, parlando a braccio, non seguiva strettamente lo stesso ordine dei pensieri. Però ciò che gli stava a cuore, non si dimenticava di farlo notare a tutti, come risulta dal fatto che si trova puntualmente in entrambe le trascrizioni riprese dai missionari e dalle missionarie.
Per spiegarmi meglio, porto, come esempio,il commento al “bene omnia fecit” Si tratta della conferenza fatta su questo argomento il 3 settembre 1916 alle due comunità, prima a quella dei missionari, con la presenza anche dei ragazzi, e poi a quella delle missionarie.
“Bene omnia fecit”. Il manoscritto, valorizzato per i due interventi, è uno solo e, per la parte che ci interessa, suona così: «Nel Vangelo della domenica passata si racconta il miracolo di N.S.G.C. della guarigione di un sordo-muto. A questo fatto le turbe meravigliate…, esclamarono: bene omnia fecit – fece tutte le cose bene. Pare che come conseguenza dell’accaduto, dovessero dire: fece cose grandi,miracolose. No, ma: bene omnia fecit. […]. Del nostro Venerabile è detto che fu straordinario nell’ordinario, cioè fece tante cose ordinarie in modo perfetto, ed operò tutte le cose in modo perfetto. Lo stesso venerabile ci suggerisce alcuni pensieri che ci aiuteranno a fare tutte le cose bene. Dice per passare bene la giornata; ma passata una bene, proporremo di passare bene la seconda, e così via tutte le giornate del mese, dell’anno, della nostra vita. (Vedi foglietto)».[6]
Dopo un inizio improvvisato diverso per le due comunità, il Fondatore fa capire che l’argomento che intende trattare è importante e pratico, tanto più che in quella domenica si faceva il ritiro mensile. Ai missionari lo spiega così: «Vedete, domenica passata non ho potuto venire perché non stavo bene, per qualche miseriuccia: non ho potuto celebrare la Messa… […]. Così non ho potuto dirvi quello che volevo dirvi: temo che sia il demonio che mi abbia impedito di venire per non lasciarmi dire quello che volevo; ma adesso io mi rivendico con dirvelo quest’oggi».[7] Alle missionarie: «Domenica avevo preparato un argomento, ma poi non potei venire (causa l’emicrania), però non voglio lasciarlo passare e, per quanto mi sembri che il demonio desideri impedirmelo, lo tratterò quest’oggi».8
Detto questo, il Fondatore passa a collegarsi con il testo di Mc 7,31-37 e lo spiega proponendo più o meno le medesime idee. Ciò che importa al Fondatore, però, è insegnare come fare tutte le cose bene. Così illustra l’insegnamento del Cafasso circa i quattro modi per passare bene la giornata, che sono: 1° - fare ogni cosa come la farebbe Gesù; 2° - fare le nostre azioni come vorremmo averle compiute quando ce ne sarà chiesto conto; 3° - fare ogni cosa come se fosse l’ultima della nostra vita; 4° - fare le cose come se non se ne avessero altre da fare. Ascoltiamolo.
Ai missionari: «E quali sono gli aiuti per fare bene per l’innanzi? […] Per questo basterebbe mettere in pratica i quattro suggerimenti che dà il nostro Ven. Cafasso per passare bene la giornata. Li avete tutti, neh, scritti? Lo avete tutti questo foglietto (presentando l’immagine del Ven. su cui sono stampati; e poi dandolo ad uno studente): leggi un po’ il primo numero; se si passa bene la giornata; questa compone il mese; il mese bene passato compone l’anno; l’anno bene passato compone la vita. Guardate lì».[8] E alle missionarie: «Qual è il modo, i mezzi per fare tutte le cose bene? Vediamo i pensieri del Ven. Cafasso per passare bene la giornata. E se si passa bene la giornata, si passano bene anche le settimane, i mesi, gli anni…».[9]
E così il Fondatore si sofferma a spiegare, uno per uno, questi quattro modi. È interessante constatare che dice pensieri pressoché simili ai missionari e alle missionarie, sia pure con qualche applicazione propria. Non essendo possibile, per ragioni di spazio, fare un esame completo, metto a confronto pochi pensieri, pizzicati qua e là, che si riferiscono al primo modo.
Ai missionari: «Fare ogni cosa come la farebbe lo stesso N.S. Gesù Cristo. Vi pare che faremmo sempre tutto bene se pensassimo a questo? Vedete, N. S. Gesù Cristo è venuto su questa terra non solo per redimerci, ma anche per essere nostro modello, nostra guida, nostro specchio. Noi bisogna che ci conformiamo a lui; bisogna proprio che ci diciamo: Voglio parlar di me, come diceva S. Paolo di se stesso: Non sono più io che vivo ma è Gesù che vive in me: Vivo ego jam non ego, vivit vero in me Christus. […]. Ma per poter dire così, bisogna che facciamo proprio come lo farebbe egli stesso; perché se dicessimo così e poi facessimo le cose male, gli faremmo fare cattiva figura, ed egli ci direbbe: Oh non sei la mia immagine, non sono io che vivo in te, io non farei le cose così male! […]. Così potremmo essere la vera immagine di N.S. come S. Francesco di Sales. Sapete neh che S. Francesco di Sales: Il Card…. [allo scrivano è sfuggito il nome del Cardinale De Bérulle]. Quando vedeva S. Francesco di Sales diceva che gli sembrava di vedere N.S.Gesù Cristo stesso: è così raccolto, così ilare, così mansueto: era l’immagine più bella che potesse avere N.S.».[10]
Alle missionarie: «Fare ogni cosa come la farebbe N.S.G.C.! Oh! Se pensassimo così! Quando lavo i bicchieri; come farebbe N.S.G.C.? Li laverebbe bene, non romperebbe tutto… Si tratta di scopare? N.S.G.C. guarderebbe ogni ragnatela, alzerebbe gli occhi un po’ in su… ecc. e tutto faceva bene per amor di Dio Ah?! Facendo le cose piccole bene, si è proposto come nostro modello: Ego sum via, veritas et vita: guarda a fa secondo il modello. […]. Il Card. De Brulle diceva che guardando S. Francesco di Sales si faceva l’idea di N. Signore. […]. Fare come S. Paolo che operava come se N. Signore fosse in lui: Vivo ego, jam non ego ecc. Ora, se N. Signore lavora, pensa, parla in me, per mezzo mio, bisogna che, per non fargli fare brutta figura, io parli e operi bene».[11]
Ad entrambi i gruppi, il Fondatore ha dato lo stesso consiglio, quasi un proposito. Ai missionari: «Interrogatevi ogni tanto: Se vi fosse N.S. Gesù Cristo a mio posto come farebbe? Ah se tenessimo sempre bene presente questo pensiero, come faremmo le cose bene!».[12] E alle missionarie: «Ora, facciamoci questa domanda: Ed io, ho sempre fatto tutto bene? Se non l’ho fatto, lo farò».[13]
Esempi come questo si possono moltiplicare. Risulta chiaro che il metodo educativo del Fondatore per le sue due famiglie missionarie era molto unitario. Lui era il vero punto di congiunzione. Questa sua funzione la possiamo ritenere valida anche oggi.
COMUNIONE – COLLABORAZIONE MC-IMC
Il titolo dell’argomento su cui siamo stati richiesti di riflettere, in preparazione alla Consulta/Intercapitolo, inizia con due parole strettamente congiunte: comunione e collaborazione tra MC-IMC. Poi continua con l’autonomia. Ora riporto alcune convinzioni del Fondatore sulla comunione e la collaborazione. Il prossimo mese ne proporrò altre sull’autonomia.
Comunione. Sappiamo che una della ragioni per cui Mons. F. Perlo spingeva il Fondatore a dare inizio ad un istituto di missionarie “sue” era la necessità di garantire una piena comunione tra missionari e missionarie, per quanto riguardava sia la vita che il metodo apostolico. Tale comunione sarebbe stata sicuramente favorita se entrambi i gruppi avessero avuto lo stesso spirito e il medesimo stile di azione. Il Fondatore si è convinto di questa necessità, che partiva da un’esperienza in loco, ed ecco perché ha tanto insistito sull’importanza della comunione tra i due
Istituti.
Oltre a quanto abbiamo già detto, nei mesi scorsi, sul significato dello “stesso nome” dato ai due Istituti e sul valore della “medesima formazione missionaria” impartita ai missionari e alle missionarie, è positivo risentire quanto il Fondatore diceva e faceva espressamente per promuovere la comunione. Ecco una sua espressione, non l’unica, molto significativa al riguardo, divenuta quasi classica nei nostri ambienti: «Le noci sono divise in due parti, ma formano una cosa sola che si chiama noce. Così dei Missionari e delle Missionarie che formano un corpo solo, benché divisi in due come il gheriglio della noce».[14]
La comunione, oltre che dagli insegnamenti, era favorita da iniziative concrete, che erano come dei segni che esprimevano le sue convinzioni. Una molto indicativa, credo tra quelle che favorivano maggiormente la comunione, era la seguente: durante le conferenze il Fondatore diverse volte dava notizie vicendevoli ai due gruppi, per tenerli non solo informati, ma spiritualmente uniti. Gli pareva logico che ogni gruppo crescesse in sintonia con il cammino che faceva l’altro. Per esempio, ai chierici missionari, il 18 maggio 1913, per spiegare il perché della nomina di sr. Margherita de
Maria a superiora al posto di sr. Celestina Bianco della Congregazione delle Giuseppine: «Alle Suore ho detto così: Tutte le cose devono cominciare, ma ora dovete vivere da voi, del vostro spirito. Gli altri possono darci il loro spirito, ma non il nostro. E questo è per mettervi al corrente, è come si fa in famiglia. Tutti insieme, anche colle Missionarie della Consolata».[15] E alle suore, il 28 gennaio 1917, parlando della collaborazione con l’I.M.C.: «Vedete (tira fuori di tasca una lettera e, con un bel sorriso di compiacenza, la depone sul tavolo) ci sono i nostri missionari che sono a fare il soldato, che vi scrivono una lettera (e con un’aria di soddisfazione la tira fuori dalla busta, la spiega con calma e poi, adattandosi gli occhiali sul naso, comincia a leggerla). [poi riporta i ringraziamenti dei soldati alle suore per i pacchi che avevano preparato quando erano partiti dopo la licenza e prosegue:] Finora nessuno è andato a combattere; adesso però sono due tra i combattenti… (Finisce di leggere la lettera e poi, con un sorriso:) Questo è l’affetto che vi deve essere tra fratelli e sorelle… Ciascuno dalla sua parte, ma… affetto di cuore».[16]
Come uomo di grande prudenza e realismo, come sappiamo, insisteva sul principio: «ciascuno dalla sua parte», intendendo sì l’aspetto giuridico, come vedremo, ma soprattutto quello del rispetto e della riservatezza che ci devono essere tra persone consacrate.
Proprio sul rispetto e sulla delicatezza del tratto il Fondatore era molto esigente. Al riguardo si conosce un intervento del Fondatore molto forte, fatto ai missionari nella conferenza dell’11 aprile 1915. Si era durante la guerra e ci si doveva accontentare, anche per il cibo. Al Fondatore era stato riferito che alcuni giovani avevano risposto sgarbatamente alle suore, perché non concedevano loro quanto chiedevano. Dopo un lungo preambolo sulla necessità di adattarsi alle ristrettezze imposte dalla guerra, il Fondatore entra nell’argomento e dice: «Non lamentarci per tutte le più piccole cose: e a questo proposito una cosa; : un’osservazione: qualche volta è capitato da qualcuno, in passato più che adesso, è avvenuto che si trattano male le suore, quasi fossero serventone; si trattano le suore con un po’ di disprezzo; […] alle volte c’è da aspettare un poco, e si fa subito osservazioni; si domanda ed esse hanno l’ordine di non dare e non voglio che… qui dentro c’è un poco questo… ; e ve lo provo storicamente».[17] Il discorso è lungo e contiene dei punti abbastanza forti. Il Fondatore si rende conto che le sue parole impressionano i giovani: «Basta, non ho mai fatto un discorso simile. Ebbene ho creduto bene di farvelo.[18] […]. E la conclusione di tutto questo sproloquio? Che ci pensiate».[19] Indubbiamente al Fondatore stava molto a cuore il rispetto vicendevole e la delicatezza del tratto, perché sono segno e l’effetto della vera comunione.
Collaborazione: La collaborazione tra i due Istituti, come la intendeva il Fondatore, va compresa bene. All’inizio alle suore era richiesto anche il servizio di assistenza ai missionari e la cura per l’andamento della casa e della missione. Ciò non era ritenuto come una collaborazione umiliante. Basta notare la nobiltà con cui il Fondatore parlava alle suore di questo loro servizio, paragonandole alle “madre di famiglia”[20] e addirittura alle “pie donne”, facendo ben notare quanto diceva.[21]
La vera e sostanziale collaborazione, però, era sul piano dell’azione missionaria specifica. Questo si desume dal fatto che il Fondatore insisteva molto sul ruolo apostolico proprio delle missionarie. Ci sono poi delle espressioni del Fondatore molto decise, che possono sorprendere, ma che vanno comprese tenendo presente il contesto in cui le ha pronunciate. Non c’è dubbio che esse indicano il suo pensiero di fondo riguardo l’impegno delle missionarie sul piano apostolico, accanto al missionario. Ne riporto una tra le più famose. Parlando della modestia, il 14 gennaio 1919, ad un certo punto disse: «Il Concilio di Trento dice che i chierici non devono far niente che non sia grave e pieno di venerazione. Così pure dev’essere la missionaria. Voi siete sacerdotesse; non date l’assoluzione, non dite Messa, ma il resto più o meno lo potete fare tutto; mettiamo diaconesse insomma». [22]
In particolare, ci sono due aspetti nei quali risulta bene il campo di collaborazione apostolica tra missionari e missionarie. Il primo è quello delle visite ai villaggi. Ovviamente alle suore era riservato soprattutto il contatto con le donne, ma le visite generalmente erano fatte insieme. Non meno importante era il ruolo delle missionarie nel fare il catechismo. Proprio per questo il Fondatore insisteva sulla necessità che anche le suore studiassero la teologia e la catechesi. Per incoraggiarle a studiare, soggiungeva: «Dovete dire: io sono apostola e voglio divenire un po’ professoressa… Sì sì, professoresse di catechismo, tutte…».[23] «Istruitevi nelle verità della fede, ché non andiamo poi a dire degli spropositi. In questo bisogna avere la capacità tutte.; chi non avesse questa capacità non sarebbe atta a farsi missionaria».[24]
Partendo da queste premesse, ha una sua logica la norma messa dal Fondatore nell’art. 1° delle Costituzioni delle missionarie del 1913, dove si afferma che esse hanno come scopo secondario [il primario è la santificazione]: «[…] l’evangelizzazione degli infedeli, nelle regioni assegnate dalla S. Congregazione di Propaganda Fide ai Missionari della Consolata». Anche l’Estratto del primo
Regolamento afferma all’art. 1°: «È istituito a Torino sotto la protezione della SS.ma Vergine Consolata […] un Istituto di Missionarie destinate a coadiuvare i missionari della Consolata nell’evangelizzazione degli infedeli, primieramente nell’Africa Orientale». Quindi, come principio generale, insieme e non separati nella missione. La Visita Apostolica aggiungerà qualche precisazione, come dirò un’altra volta.
(questo capoverso l’ho tolto nella redazione pubblicata). Su questo punto della collaborazione, dunque, lo spirito originario risulta piuttosto preciso: il Fondatore intendeva missionari e missionarie come un corpo solo dal punto dell’evangelizzazione: Uniti spiritualmente ed affettivamente come fratelli e sorelle; ciascuno dalla sua parte, ma in totale collaborazione nell’apostolato. Inoltre, all’inizio, alle suore era chiesto la cura della missione e del personale, come “buone madri di famiglia.
AUTONOMIA DEI DUE ISTITUTI DELL’ALLAMANO
Dopo avere riflettuto sulla comunione e collaborazione tra i due Istituti IMC-MC, siamo richiesti di riflettere anche sulla autonomia propria di ciascuno. Su questo punto, ritengo utile ricollegarmi ancora alla conferenza dell’11 aprile 1915 agli allievi missionari, ricordata il mese scorso. In quell’occasione il Fondatore, nel suo richiamo, ha pronunciato frasi forti anche riguardo l’autonomia. Per esempio: «[…] e non crediate che [le suore] siano obbligate a stare coi Missionari: sono suore Missionarie, e quando i Missionari non le trattassero bene, li salutano, e del luogo ne trovano. Ci sono già altri Missionari di… che me le hanno chiamate».[25] Oppure: «Vedete, anche quel lì [l’Istituto delle suore] è un ceto, approvato dal Vescovo, e che ha la sua personalità».27 «Credo che abbiamo capito: loro di tutto devono rendere conto ai superiori, e voi ai vostri, e ciascuno per la sua strada».28
Ammettiamo pure che queste espressioni siano quasi sfuggite dalle labbra del Fondatore nell’impeto del discorso, ma non possiamo nasconderci che esse indicano il suo pensiero di fondo riguardo il rapporto tra i suoi due Istituti missionari: uniti nello spirito e nel lavoro apostolico, ma autonomi giuridicamente e nella vita interna.
Autonomia giuridica. È risaputo che il Fondatore ha avuto in mente il progetto di giungere ad un’autonomia giuridica tra i suoi due Istituti. Per qualche resistenza da parte di alcuni e sconsigliato pure da qualche suora, non lo realizzato per allora e non lo ha più potuto attuare in seguito, pur volendolo. Riporto stralci di una lettera del Camisassa a mons. Perlo, del 20 febbraio 1918, dalla quale appare chiaro il progetto del Fondatore: «Se non era di questa guerra interminabile il Sig. Rett. avrebbe già iniziato l’attuazione di un progetto su cui da molto tempo studia, si consulta e prega – la separazione dei 2 Istituti. È cosa che bisogna ritener inevitabile e per non aspettar che ce la impongano come ai Salesiani. […]. Come noi qui nel far la casa nuova si lavorò sull’ideale della possibile separazione, anche tu nel disporre per la Procura in Nbi dovrai studiare per 2 fabbricati o non attigui od almeno ben separati per gli uni e le altre. […]. Poi anche pel patrimonio che c’è già costì dovrai studiare qual divisione si possa e convenga fare, poiché queste son figlie dello stesso Padre ed ei non intende diseredarle».[26]
Merita attenzione anche la testimonianza, rilasciata nel 1956, dalla prima superiora generale, sr. Margherita De Maria: «A me personalmente ripetè più volte questo pensiero [della divisione giuridica], con parole ed espressioni risolute […]. A dissuaderlo di realizzare questo suo progetto fummo noi stesse, ed io in modo particolare, nel timore di non potere né sapere affrontare questa posizione, né sostenerla, specialmente in Missione. Essendo noi ancora tanto giovani e con poca esperienza, non avremmo potuto, sole, in lontane Missioni, risolvere in modo buono e soddisfacente il grave problema […]. Il Padre Fondatore cedette per allora a questa difficoltà, ma non depose il pensiero, che però non gli fu possibile realizzare».[27]
Dunque, l’autonomia giuridica dei due Istituti era una necessità nella mente del Fondatore. Il fatto di non averla potuta realizzare ha relativa importanza. All’inizio questa autonomia di fatto non c’era, ma il Fondatore la voleva e, perciò, prima o poi doveva essere realizzata.
Al tempo della Visita Apostolica, con il decreto del 15 maggio 1930 che dichiara di “diritto pontificio” l’Istituto delle missionarie, e la quasi simultanea approvazione delle loro nuove Costituzioni, viene sanzionata la separazione giuridica, e ovviamente anche quella economica, dei due Istituti. Si noti che l’art. 1° delle nuove Costituzioni delle missionarie, frutto della Visita Apostolica, allarga il primitivo scopo apostolico dell’Istituto, quello messo dal Fondatore nelle Costituzioni del 1913 riguardo i territori, aggiungendo: «[…] e in quelle [regioni] a cui venissero chiamate dalla S. Congregazione di Propaganda Fide». Da questo momento l’autonomia giuridica dei due Istituti è sanzionata e nessuno la metterà più in dubbio. Non risulta che questa autonomia sia mai stata interpretata come “separazione”, tanto meno come rinnegamento delle ragioni che hanno portato l’Allamano alla fondazione delle Missionarie.
Autonomia organizzativa e di vita. L’autonomia riguardo l’organizzazione e la vita interna dei due gruppi è sempre stata garantita. Sia i missionari che le missionarie, infatti, in Italia e in Africa, avevano i propri superiori, le proprie regole, impegni apostolici autonomi, anche se per lo più realizzati di comune accordo.
C’è una direttiva chiara che il Fondatore dà a mons. F. Perlo nella lettera del 21 novembre 1921: «Affinché non si rinnovi poi per le nostre Suore la perdita come di quelle del Cottolengo, bisogna che esse siano trattate meglio che i missionarii, aiutate nel vivere da vere religiose secondo le proprie regole, sempre sotto la dipendenza e le direttive della V[ice] Superiora, conformandosi alle norme che ad esse sono date dal loro Superiore di Torino. Il cambiamento da una Stazione all’altra deve essere prima approvato dalla V. Superiora generale in Africa; l’elezione poi alle cariche di Assistenti per le Case dev’essere concordata col Superiore di Torino».31
Anche dalla corrispondenza con la “Vice Superiora” (allora non si denominava ancora “superiora generale”) in Kenya, sr. Margherita De Maria, emerge che le Suore avevano una loro autonomia organizzativa e di vita. Per esempio, nella lettera del 24 marzo 1920, il Fondatore specifica: «Per i singoli uffici bisogna avere di mira non l’anzianità, ma l’idoneità»; poi suggerisce di cambiare sovente di posto anche le Capo Stazioni e conclude: «È tale il tuo dovere, che comunicherai a Monsignore, spettando a te la disposizione delle Suore dietro gli ordini del Sup. Gen.».[28] Sappiamo che il Superiore Generale era lui stesso.
C’è anche una lettera del Camisassa a sr. Margherita De Maria del 30 maggio 1920, che più o meno ripete gli stessi criteri: «Padre ci tiene che nel metter a capo in ogni singola stazione tu non badi all’anzianità, ma che designi invece la più idonea, prudente, equilibrata, ubbidiente e di buon spirito e di più osservanza. […]. Nell’intenzione di Padre è che voi Consolatine siate una Comunità distinta da quella dei missionari ed indipendente dai medesimi. Questo il principio generale».
Gli eventi storici, dopo l’esperienza durante la vita del Fondatore e gli aggiustamenti fatti dalla Visita Apostolica, hanno segnato momenti brillanti e altri meno. L’attività missionaria dei nostri due Istituti, realizzata assieme o separatamente, con l’aiuto di Dio e della Consolata, ha prodotto i frutti che sono sotto gli occhi di tutti.
Siamo consapevoli che, nei nostri ambienti, molti sono stati sensibili a questo problema. Senza evidenziare i periodi meno positivi, che pure ci sono stati qua e là, merita sottolineare il fatto che diversi Capitoli Generali, sia dei Missionari che delle Missionarie, si sono preoccupati di offrire principi e dare direttive per potenziare la comunione e la collaborazione, tra i due Istituti, pur nella loro piena autonomia: E fa piacere notare che ciò è sempre stato fatto con diretto richiamo allo spirito impresso dal Fondatore all’inizio della nostra storia. Espressione esplicita di questo sforzo comune di ricupero e di crescita si ha nella “Dichiarazione di intenti” congiunta, fatta dai due Capitoli celebrati in Brasile nel 2005, che mi piace qui ricordare come conclusione delle riflessioni che ho fatto su questo tema, dall’inizio dell’anno fino ad ora. Essa inizia con queste parole molto esplicite: «Desideriamo confermare il nostro impegno a lavorare assieme con tale spirito e intraprendere anche comuni progetti missionari»;[29] e poi prosegue con diverse “Proposte operative” molto articolate, nelle quali, pur riconoscendo che permangono alcune difficoltà e resistenze, emerge la volontà di lavorare di più insieme nei diversi campi: culturale, carismatico, della formazione e delle varie attività missionarie.[30] Ciò che il Fondatore ha pensato e voluto lo sappiamo. Conosciamo pure la nostra storia. Lo stato attuale è quello espresso dai due ultimi Capitoli Generali dei nostri Istituti. Basta consolidarlo.
[1] .Conf. IMC, I, 619.
[2] Conf. MC, III, 13-14.
[3] Conf. IMC, I, 568.
[4] Conf. MC, III, 274-275.
[5] Così vi voglio, n. 158.
[6] Conf. IMC, II, 668-669; Conf. MC, I, 415-416.
[7] Conf. IMC, II, 671. 8 Conf. MC, I, 418.
[8] Conf. IMC, II, 674.
[9] Conf. MC, I, 419.
[10] Conf: IMC, II, 674-675.
[11] Conf. MC, I, 420.
[12] Conf. IMC, II, 675.
[13] Conf. MC, I, 418.
[14] Conf. MC, I, 28.
[15] Conf. IMC, I, 561.
[16] Conf. MC, II, 14-15.
[17] Conf. IMC, II, 250.
[18] Conf. IMC, II, 251.
[19] Conf. IMC, II, 252.
[20] Cfr. Conf. II, 143; III, 154, 337, 512.
[21] Cfr. Conf. MC, II, 14-15.
[22] Conf. MC, II, 696; cfr. anche III, 357.
[23] Cong. MC, I, 186.
[24] Conf. MC, III, 319.
[25] Conf. IMC, II, 250-251 27 Conf. IMC, II, 251-252. 28 Conf. IMC, II, 252.
[26] Lett. G. Camisassa, in Arch. Postulazione.
[27] Testimonianza di sr. Margherita de Maria, 23 novembre 1956, in SR. GIUSEPPINA BASSI, Cenni storici dell’Istituto Suore Missionarie della Consolata – pro manoscritto – Grugliasco 1982, vol. I, p. 30. 31 Lett., IX/1, 181
[28] Lett., VIII, 610
[29] Atti el Capitolo 2005, p. 53.
[30] Cfr. Atti del Capitolo 2005, pp. 54-55; 65.
