IDENTITÀ E APOSTOLICITÀ

CIÒ CHE SI CONSERVA E CIÒ CHE SI SVILUPPA

 

Introduzione

Diciamo qualche idea sulla “Teologia del carisma” in generale, solo per ambientare le riflessioni che faremo su ciò che è stabile, immutabile (e quindi da custodire) e su ciò che si rinnova, si adatta (e quindi da sviluppare) nel “nostro” carisma[2].

L’espressione “carisma del fondatore” è un neologismo apparso per la prima volta nell’Es. Ap. di Paolo VI ‘Evangelica Testificatio’, al n. 11. Nei documenti conciliari non viene usata. Riappare, invece, nel ‘Mutuae Relationes’ ai n. 11 e 23f. Nel C.I.C., can. 578 è sostituita dall’espressione “patrimonio dell’Istituto”, che comprende sia il carisma del fondatore che quello dell’Istituto, il quale, a sua volta, comprende ciò che ha trasmesso il fondatore e le sane tradizioni.

Il carisma del fondatore è visto come una “esperienza dello Spirito”3, che consiste in un’ispirazione “fondamentale” o “originaria”, che un fondatore ha la coscienza di avere ricevuto in un modo diretto (locuzione interiore, illuminazione, rivelazione) oppure indiretto (riflessione su di una necessità apostolica con chiamata a rispondervi attraverso l’istituzione di un’opera).

Il contenuto del carisma è doppio: anzitutto c’è un elemento fondamentale, che è la configurazione a Gesù Cristo, attraverso uno dei suoi misteri. Ogni fondatore ha un’identità “cristologia”, non solo in generale, ma configurata da un particolare mistero: Cristo che educa i bambini, Cristo che accoglie i poveri, Cristo che sana gli ammalati, Cristo mandato dal Padre, Cristo che insegna, ecc. Attorno a questa idea centrale, il fondatore costruisce l’identità del suo istituto: fine, natura, spiritualità, stile di vita, metodo apostolico, ecc.

Oltre all’elemento fondamentale, il fondatore manifesta delle particolari sensibilità, che emergono in certe sue insistenze, concernenti lo stile di vita e il metodo di lavoro dei discepoli. Questa insistenze, accolte e realizzate, diventano poi le caratteristiche dell’istituto.

Ispirazione fondamentale e caratteristiche sono il contenuto del carisma sia del fondatore che dell’istituto. In questo carisma troviamo elementi, che costituiscono l’identità (l’essere), che sono immutabili, e altri elementi, specialmente riguardati il modo di vivere e di realizzare l’apostolato (l’operare), che devono rinnovarsi e attualizzarsi conforme alle realtà mutevoli della storia.

Ora, applichiamo questo schema dottrinale al nostro ambiente, indicando i contenuti stabili e quelli attualizzabili del carisma dell’Allamano e nostro.

I. ORIGINE SOPRANNATURALE DEL CARISMA

Il primo elemento da sottolineare è la coscienza dell’Allamano che la sua ispirazione fondamentale, e quindi la fondazione dell’Istituto, è di origine divina, avuta in modo indiretto, riflettendo sulla realtà missionaria, specialmente dell’Etiopia, e sentendo di essere chiamato a porvi rimedio con un apporto concreto: «Non c’è da pensare neppure che vi siano state rivelazioni nella Messa, né questo o quello, che le rivelazioni non le desidero né le cerco»[3]

Di proprio, cosa quasi eccezionale, è che l’Allamano, ha avuto la convinzione che all’origine dell’Istituto c’è anche la Madonna. La Consolata è la vera “Fondatrice”[4] Il suo ruolo è di “strumento” (scherzosamente di “fonditore” dei denari, secondo la deposizione di P. D. Ferrero).

Tuttavia, egli ha anche rivendicato, senza mezzi termini la propria paternità nei confronti dell’Istituto. Da qui gli deriva una precisa responsabilità, che è la conseguenza logica dell’ispirazione originaria. Il Fondatore è convinto che Dio e la Consolata gli hanno affidato il compito di fondare l’Istituto e di crescerlo conforme al modello che è maturato nel suo animo. Tutti i suoi interventi riguardo al suo “spirito”, che avrebbe concesso solo a chi fosse rimasto unito a lui, devono essere letti in questa ottica[5]

La conseguenza di ciò è doppia. Prima: la certezza della stabilità dell’Istituto, perché è opera di Dio e della Madonna[6]. Seconda: il dovere di conservarne inalterata l’identità, che non è mutabile, assieme alla consapevolezza di doverlo mantenere attualizzato e, quindi, rinnovarlo sapientemente, svilupparlo e adattarlo alle necessità dei tempi, dei luoghi, culture e situazioni varianti[7]. Precisiamo che è più facile descrivere gli elementi stabili che quelli rinnovabili, i quali sono soggetti a continua crescita e, di conseguenza, meno adatti ad essere circoscritti in schemi predefiniti e precisi.

A questo punto ci domandiamo: quali sono gli elementi immutabili, che abbiamo il dovere di conservare inalterati, perché il nostro carisma rimanga genuino? E quali, invece, sono quelli che dobbiamo attualizzare, perché il nostro carisma non rimanga arretrato e meno adatto? Conservazione e sviluppo sono due atti necessari, perché l’Istituto conservi inalterata e piena la sua identità carismatica.

II. ELEMENTI IMMUTABILI DI IDENTITÀ

1. Identità missionaria “ad gentes”

Il primo di questi elementi stabili è il “nucleo centrale” dell’ispirazione originaria stessa, cioè la missionarietà. Più compiutamente: Cristo mandato dal Padre (Cristo primo missionario del Padre). Nell’Allamano questa dimensione cristologica, legata alla fondazione dei due Istituti, è evidente. Dunque, al centro c’è non un’opera da fare, ma una persona (Cristo mandato dal Padre, che manda i suoi) con cui vivere e collaborare. Vediamo più in particolare:

  1. Cristo: in senso generale, la cristologia dell’Allamano sul piano pedagogico, la troviamo in questi elementi: 1°. Cristo era il modello al quale ricorreva sempre per educare a vivere le virtù cristiane, religiose, sacerdotali e missionarie. Basta esaminare le sue conferenze per convincercene[8]. 2°. S. Paolo era portato spesso come modello, da imitare, di comunione piena con Cristo. Nelle lettere paoline, infatti, il nome di Gesù ricorre continuamente[9]. Se lo nominava così di frequente, significa che gli voleva veramente bene. 3°. La sua stima per il libro ‘De Imitatione Christi’, che conosceva, regalava, incoraggiava a leggere[10]
  2. Missionario del Padre: la cristologia dell’Allamano, in relazione alla missione “ad Gentes”, è una delle sue caratteristiche, che meriterebbero maggior rilievo. L’Allamano era convinto che lo stato di missionario è il più perfetto, perché imita più da vicino lo stato di vita che Gesù Cristo ha scelto per sé. I testi più caratteristici al riguardo sono nelle conferenze alle suore. Ecco il più famoso: «Non si dice per superbia, ma voi sapete che lo stato di missionaria è lo stato più perfetto che ci sia. Tant’è che N. Signore se avesse sulla terra trovato uno stato più perfetto l’avrebbe abbracciato […]. Ora lo stato che è più imitazione di Nostro Signore, che si avvicina di più a Lui, è il più perfetto»[11].

La Conclusione è che il/la missionario/a della Consolata deve avere un’identità cristologia marcata. Il primo e principale valore da salvare (conservare, approfondire, rinnovare nell’intensità) è il proprio rapporto con Cristo missionario del Padre. Ciò vale sia per l’essere (la propria vita) che l’operare (la propria attività)[12].

Questo contenuto centrale del nostro carisma concorda con quanto ci ha suggerito il Papa nel ‘Messaggio’ per il centenario dell’Istituto. Tra le prospettive per il futuro, come prima, indica quella di «riconfermare con vigore la vocazione missionaria “ad gentes”, che è la vostra principale ragione d’essere» (n. 2). E qui il Papa cita Gv 20,21: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».

2. Dimensione mariana del carisma

Come sappiamo, l’incidenza della Consolata nella dimensione missionaria dell’Istituto è antecedente alla fondazione stessa, in quanto l’Allamano ha maturato il suo Istituto Missionario sia come decisione di iniziarlo, sia come spirito da infondergli che come forma da dargli, proprio ai piedi di Maria, nel suo santuario. Lui stesso è testimone di questa esperienza mariana che accompagna l’Istituto.

  1. Il pensiero del Fondatore: oltre all’attribuzione, già ricordata, della fondazione alla Consolata, è veramente interessante riflettere sul perché nel nostro Istituto, a partire da lui, si sia imposto, soprattutto nel passato, il motto preso da Is 66,19: «Et annuntiabunt gloriam meam gentibus».

Per capire questo motto, bisogna anzitutto tenere conto che, per l’Allamano, l’identità del Missionario della Consolata è la sua integrale consacrazione «alla maggior gloria di Dio e per la salute delle anime»[13]. Lo scopo preciso della sua azione è «zelare la gloria di Dio colla salute delle anime»[14]. Nella salvezza realizzata attraverso la missione, oltre alla centralità di Cristo, l’Allamano coglie bene il ruolo subordinato di Maria.

Il motto di Isaia figura all’inizio del Regolamento del 1981, del Regolamento del 1901 e delle Costituzioni del 1909. Fu scelto, molto probabilmente, per il riferimento esplicito all’Africa, che, nell’idea del Fondatore, doveva essere il campo di apostolato dei Missionari della Consolata: «Dicit Dominus:…Mittam ex eis, qui salvati fuerint, ad gentes in mare, in Africam,…ad insulas longe, ad eos, qui non audierint de me, et non videbunt gloriam meam. Et annuntiabunt gloriam meam gentibus». Dopo il 1909, l’Allamano ha dovuto togliere questa citazione, perché non era più consentito per disposizione della Santa Sede, ma esso restò nel ricordo e nella sensibilità dell’Istituto[15].

 Nella mente del Fondatore, questo motto ha appunto una valenza soteriologica di carattere universale e un riferimento mariano, sia pure in senso devozionale: i Missionari della Consolata, nella sua convinzione, avrebbero dovuto impegnarsi per la gloria di Dio, congiuntamente e subordinatamente per la gloria di Maria, attraverso la  salvezza delle anime.

  1. L’oggi della “consolazione”: la riflessione più recente dell’Istituto ha approfondito teologicamente il rapporto Consolata-Missione ed ha sviluppato un dato molto interessante, che esprimo con le stesse parole del Papa nel Messaggio per il centenario: «Con l’aiuto della Consolata, carissimi Fratelli, diffondete la vera “consolazione”, la salvezza cioè che è Cristo Gesù, Salvatore dell’uomo» (n. 5).

La dimensione mariana del nostro carisma è originaria e qualificante. Non è solo una caratteristica dell’Istituto, ma un elemento costitutivo.

3. Missione nella santità della vita

Un terzo elemento immutabile del carisma lo troviamo nel binomio missione-santità. Per l’Allamano la santità non è solo la condizione per fare meglio la missione, ma prima ancora la condizione indispensabile per essere missionario.

  1. La santità premessa necessaria: l’Allamano voleva gente di “prima qualità”. Questo era il suo sogno. Lo ha manifestato fin dal 1901, quando ha scritto agli allievi alla Consolatina: «Riserbandomi poco a poco di dirvi a voce o per scritto, tante altre cose, che vi ajutino a perfezionarvi, ed a prepararvi alla grand’opera dell’apostolato […]»[16]. L’Allamano aveva la convinzione di dover aiutare i suoi figli e figlie a santificarsi: «[…] ed io ho il ministero di santificare le vostre anime»18.I testi che esprimono questa sua convinzione sarebbero moltissimi. Mi limito ad uno: «[…] prima dobbiamo santificare noi… e fatti santi in poco tempo potremo compiere la nostra missione fra le genti e con gran frutto[17].
  2. Una graduatoria logica ed esplicita: tuttavia, l’Allamano ha espresso in modo chiaro il suo pensiero, dicendo esplicitamente che la santità precede per importanza l’azione missionaria. C’è un “prima” e un “poi” logici: prima santi, poi missionari. Prima l’essere, poi l’operare. Anche su questo aspetto i suoi interventi sono i più numerosi e, forse, i più famosi: «Prima cosa farci santi, seconda cosa salvare i neri»20. «Io prego ogni giorno il Signore perché tutti vivano costantemente quali degni missionarii, e lavorino prima alla propria santificazione, e poi alla conversione di cotesti cari neri»[18]. «Siete qui per farvi sante: Non dite: ‘Io sono qui per farmi missionaria’, no, prima santa e poi missionaria»[19].
  3. Variante della vita religiosa: talvolta l’Allamano ha espresso questa convinzione usando espressioni diverse. Una su tutte merita di essere tenuta in conto, perché tocca la sostanza della nostra identità di missionari della Consolata, ed è la “consacrazione religiosa”. L’Allamano ha scelto la forma religiosa per i nostri Istituti per diversi motivi, primo tra i quali è la “maggior perfezione”. Per cui il binomio diventa: “prima religiosi, poi missionari”.[20] Tra tutte le possibili, riporto una citazione esplicita: «Se volete essere poi missionari in regola bisogna prima che siate ottimi religiosi; prima di convertire gli altri, bisogna che siamo santi noi»[21]:

Conferma: c’è un episodio curioso, riportato dalle Suore, che fa capire il pensiero del Fondatore circa il rapporto tra “numero” e “qualità”, in quanto lo sviluppo delle opere esige un aumento di missionari (si era aperta la Prefettura dell’Iringa): «Voi dovreste essere 500 almeno. Voi mi avete detto che non guardo il numero ma la santità; ma più grosso è il numero dei santi e meglio è…»[22]

4. Identità caratterizzata

  1. Identificati con le nostre “caratteristiche specifiche”: un elemento della nostra identità carismatica, che non è mutabile nella sostanza, è costituito dalle “caratteristiche specifiche” dell’Istituto. Per vivere e operare come “Missionari/e della Consolata”, non basta identificarci con la natura missionaria dell’Istituto (cioè essere missionari “ad gentes”, mariani, nella santità della vita), ma anche con il suo modo di realizzarla, cioè con le sue caratteristiche, che fanno parte del carisma. Quando parliamo di “caratteristiche specifiche” che cosa intendiamo? Nel Fondatore dobbiamo saper cogliere altre al nucleo centrale della sua ispirazione originaria, anche i vari elementi che lo specificano ed arricchiscono. Questi elementi emergono dalle cose che stanno molto a cuore al Fondatore e sulle quali egli insiste in modo particolare. Sono cose che possono riguardare sia le persone (stile di vita, certe devozioni, preghiera, impegni particolari, forma di consacrazione, ecc.), sia il metodo apostolico della comunità, e sia anche l’aspetto organizzativo e strutturale. Precisamente da questi elementi si caratterizzano gli Istituti che concordano attorno allo stesso nucleo centrale (per esempio, i vari Istituti missionari).

Ne deriva che occorre mettere speciale attenzione per sottolineare nel Fondatore, senza sbagliare, proprio queste insistenze, se vogliamo essere “Missionari/e della Consolata” senza confonderci con altri missionari o diventare generici. Lui è stato attento su questo aspetto. Specialmente riguardo alle suore risulta evidente questa sua sensibilità. Conosciamo le vicende che lo hanno indotto a fondare l’Istituto delle suore. Evidentemente non si trattò solo di questione di numero, dato che il Cottolengo non era più in grado di rispondere alle richieste, ma di “identità” delle missionarie. L’Allamano, ad un certo punto, ha dovuto e voluto decidersi a preparare personalmente le sue missionarie, valorizzando l’esperienza che aveva maturato nella preparazione dei suoi missionari. Non per nulla i principi di formazione sono stati gli stessi. Basti pensare alle conferenze domenicali fatte sugli stessi schemi, quasi sempre addirittura negli stessi giorni. Se non fosse stato questo l’obiettivo del Fondatore, non sarebbe stato necessario fondare un nuovo istituto di missionarie, come lui stesso ha affermato[23]. Nei nostri Istituti è capitato quanto avviene nelle famiglie: i genitori formano figli e figlie allo stesso modo, nello stesso tempo, per cui si vede che derivano dallo stesso ceppo.

Come sintesi di queste affermazioni risentiamo alcune interessanti parole del Fondatore: «[…] ognuno deve farsi santo secondo le regole che sono in questo istituto. Comunemente si dice che la santità è multiforme, e se voi foste certosini, o passionisti, certamente si farebbero altre cose che si fanno qui. […] dobbiamo farci santi secondo le norme che ci danno i superiori, secondo le regole; secondo lo spirito dell’Istituto. Il Signore ha ispirato e non ci deve essere nessun  altro che ci possa decidere; nessun esterno che ci possa venir a dire: “Ma voi pregate troppo, o troppo poco. Perché non fate questo o quello, ecc.”»[24] «È la volontà di Dio che siate sante, ma in che modo? A mio capriccio? […] Quelle missionarie che volessero farsi sante secondo le loro vedute, la sbaglierebbero…Ciascuna deve farsi santa, non a suo capriccio, a suo modo…[…] Bisogna che si faccia santa come Missionaria, con i mezzi che ci son qui, con le Regole, costituzioni, preghiere, occupazioni quotidiane ecc. che ci sono qui»[25].

 L’Allamano, senza dubbio, ha insistito con chiarezza su alcuni punti che sono complementari al nucleo centrale del carisma, indicandoli come importanti ed irrinunciabili. I nostri Istituti, in ogni periodo della loro storia, si sono impegnati ad essere fedeli a queste caratteristiche. L’ultimo momento significativo è stato quello del rinnovamento delle Costituzioni, che hanno indicato un elenco di caratteristiche, partendo dalla coscienza comunitaria[26]. In concreto, le caratteristiche sono quelle che conosciamo bene: vita eucaristica, pietà mariana (consolatina), senso ecclesiale (papalino), amore alla liturgia, spirito di famiglia (e di corpo), laboriosità.

  1. Missionarietà delle “caratteristiche specifiche”: mettiamo in evidenza che queste caratteristiche il Fondatore le ha pensate per dei missionari. Ne deriva che per noi è importante viverle, oltre che come sacerdoti e religiosi, anche e direi soprattutto, come missionari. Vediamo come:
  • Caratteristica eucaristica: certo che qui valgono tutti gli insegnamenti del Fondatore sulla vita eucaristica, fino alla sintesi del “sacramentini/e”. Però, non è sufficiente essere “sacramentini/e”, ma occorre tendere a divenire “missionari eucaristici”, capaci di fare dell’Eucaristia il punto di partenza e di arrivo di tutta l’evangelizzazione. Proprio perché siamo scelti per annunziare il mistero della morte e risurrezione del Signore, dobbiamo impegnarci a dare un posto preminente alla celebrazione quotidiana dell’Eucaristia.
  • Caratteristica mariana: sappiamo quanto e come il Fondatore abbia trasmesso della sua esperienza e spiritualità mariana, chiarendo che la sua opera è “della Consolata”. Quindi, anche la nostra spiritualità deve contrassegnarsi come “mariana”. Però, non basta l’amore filiale alla Consolata, ma dobbiamo essere idonei e pronti ad “annunziare” la sua gloria alle genti. Per cui la Madonna è per noi, in modo speciale ed originario, la “Stella dell’Evangelizzazione”.
  • Caratteristica ecclesiale: il Fondatore si è fortemente schierato con il Papa per essere schierato con la Chiesa, in un momento particolare dal punto di vista teologico (modernismo) e sociale (anticlericalismo). Il nostro coinvolgimento in tutto ciò che riguarda la Chiesa è, dunque, originario e deve apparire. Però, per noi non è sufficiente parlare di amore, fedeltà, adesione alla Chiesa ed al Romano Pontefice. Come missionari, ci sentiamo in modo speciale “servi” della Chiesa, perché da essa mandati a nome di Cristo. Emerge qui anche la comunione e collaborazione ecclesiale e l’ubbidienza ai Pastori che ci devono caratterizzare, per costruire “comunità ecclesiali”, che facciano crescere il “Corpo di Cristo”.
  • Caratteristica liturgica: l’amore alla Liturgia, eredità lasciataci dal Fondatore, che in ciò vuole riconoscerci dal Paradiso come suoi figli[27], fa parte della nostra identità e si esprime nella fede e nella dignità con cui celebriamo le azioni del culto divino e nella sensibilità che dimostriamo verso la preghiera liturgica. Tuttavia, ciò non basta. Come missionari, occorre anche che ci impegniamo a divenire “voce” di Cristo che supplica il Padre per la salvezza del mondo, ed a costruire comunità radunate nella fede per celebrare il “memoriale” della salvezza universale.
  • Caratteristica della famiglia: su questa caratteristica abbiamo meditato in modo particolare. Sappiamo quanto il Fondatore ci tenesse allo “spirito di corpo” ed allo “spirito di famiglia”. Per lui la realizzazione di questo binomio era una delle principali garanzie per l’autenticità dei suoi Istituti.
  • Caratteristica della laboriosità: lavorare come modo di vivere la “povertà” evangelica, di condividere la condizione della gente comune che lavora per mantenersi. Sul lavoro il Fondatore è stato forte, al punto che riteneva inidonei per i suoi Istituti quanti non erano disposti a lavorare.[28]. Il vero modello su questo punto, per l’Allamano, era S. Paolo. Come missionari, però, lo spirito di laboriosità è anche una forma di “promozione umana”, che è parte integrante dell’evangelizzazione. Infine, oggi, la nostra sintonia con la laboriosità diventa anche più immediata partecipazione alla situazione dei “nuovi poveri” ai quali ci sentiamo particolarmente vicini.

5. Salvezza integrale

Un quarto punto fermo nel carisma è il contenuto che il “Cristo missionario del Padre” offre, attraverso di noi, cioè la “salvezza integrale” dell’uomo. Quando si parla di salvezza “integrale”, si intende precisare che la salvezza cristiana in sé stessa è una, perché l’uomo è “unico” nella sua identità. Siccome, però, da salvare è “tutto” l’uomo, corpo e anima, ne consegue che la salvezza ha due dimensioni: “terrena” e “soprannaturale”. È pure importante precisare il rapporto tra queste due dimensioni dell’unica salvezza

  1. Salvezza trascendente: per importanza, si deve si deve iniziare dalla salvezza

“soprannaturale”, “trascendente”. È un “prima” logico, non cronologico. Come “collaboratori della Redenzione”[29], dobbiamo seguire i criteri di Gesù: «Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Mt 16,26)[30].

Il modo con cui il Fondatore esprimeva questa dimensione della salvezza era conforme alla cultura teologica del suo tempo: «Salvare le anime»[31]; specialmente «quelle anime che nessuno vuol salvare, a cui nessuno pensa»[32]

  1. Salvezza immanente: qui si inserisce il discorso sulla “promozione umana”. La Chiesa vive e collabora da sempre alla promozione dell’uomo già su questa terra. Ultimamente, attraverso il Magistero, ma non solo, essa ha fatto una profonda riflessione circa il rapporto tra evangelizzazione e promozione umana, giungendo alla conclusione, ovvia, che la promozione è “parte integrante” dell’evangelizzazione. Già Paolo VI aveva precisato che tra i due termini esiste un triplice legame necessario, di ordine antropologico, teologico ed evangelico[33].

L’esperienza dell’Istituto, su questo terreno, risale al Fondatore. Sappiamo che è un’esperienza sofferta, discussa e radicata. Il momento culmine del problema si è espresso quando l’Allamano ha comunicato il ‘Decretum Laudis’ del 28 dicembre 1909, nel quale si approvava il metodo di evangelizzare dell’Istituto. Dalle parole che l’Allamano scrive ai missionari, risulta evidente che non si tratta solo di “metodo” apostolico, anche se lui adopera questa parola, ma anche di contenuto che l’apostolato offre. Quindi, la nostra missione offre una salvezza integrale e la promozione umana fa parte sicuramente del carisma originario, come elemento immutabile[34].

6. Corpo apostolico

 “Spirito di Corpo” applicato all’Istituto è un concetto derivato dall’Allamano stesso, fin dall’inizio. In esso, il Fondatore intravedeva l’unità di vita e soprattutto di azione dei suoi missionari. Immaginare l’Istituto come un “corpo” appartiene, dunque, al criterio della fondazione e fa parte del carisma. Questo elemento viene poi rafforzato dal fatto che siamo anche religiosi, per cui la vita comune favorisce lo spirito di corpo.[35].

Sulla bocca dell’Allamano, in linea generale, la locuzione “spirito di corpo” ha una connotazione spiccatamente operativo-apostolica, mentre “spirito di famiglia” si riferisce piuttosto alla vita interna della comunità. Le spiegazioni che l’Allamano dà della sua idea di un Istituto pensato come un “corpo” sono molte e variegate. A volte lo spiega usando le categorie del corpo fisico[36]. Altre volte, quelle del corpo morale[37]. L’idea del “corpo mistico” può essere stata di ispirazione, se pensiamo che il Fondatore, parlando di questo argomento, ha valorizzato volentieri i testi paolini che si riferiscono appunto al corpo mistico.[38]

C’è, inoltre, uno stretto legame tra “spirito di corpo” e “ubbidienza apostolica”, come appare dalla famosa lettera circolare del 2 ottobre 1910: «Altro carattere del lavoro di missione è la concordia. L’unione di mente e di cuore mentre rende leggera la fatica, fa la forza ed ottiene la vittoria. Guai al missionario che tenace del proprio giudizio non sa rinunziare alle proprie viste per accettare cordialmente quelle della maggioranza dei compagni e più ancora quelle dei superiori»42.

La conseguenza è che fa parte del carisma l’idea di unità applicata alla vita e al lavoro, per cui, nell’Istituto, non si concepisce un/a missionario/a che si muova isolatamente. L’unità tra noi e con la Chiesa è una caratteristica originaria.

III. ELEMENTI DEL CARISMA DA SVILUPPARE

La Chiesa ci chiede di essere sempre “attuali”. Il contenuto del nostro carisma, oltre che custodirlo, dobbiamo svilupparlo. Sviluppo, qui, non significa cambiamento o modifica, ma crescita a attualizzazione, della stessa identità.

Lo sviluppo del carisma può essere considerato su tre piani. 1°. Il piano di quegli elementi che abbiamo definito come immutabili nella sostanza. 2°. Il piano, poi, di altri elementi, che erano presenti fin dall’inizio, ma solo in forma embrionale. 3°. Il piano, infine, di alcuni elementi nuovi, legati a realtà che prima non esistevano nella forma attuale.

Su molte situazioni che si verificano come conseguenza di questi mutamenti, non possiamo chiedere chiarificazioni e indirizzi operativi dal nostro carisma originario, se non, per alcuni casi, solo come lontana ispirazione. Il pensiero del Fondatore, perciò, non è abbondante su questo piano, o non esiste affatto. Quando ci riferiamo al Fondatore, lo facciamo solo come spinta iniziale e globale, nel senso che lui ci voleva “di prima qualità”, cioè sempre al massimo dell’idoneità missionaria. Se siamo radicati nel suo spirito, è facile rinnovarci su tutto e sempre, senza correre il rischio di perdere la genuinità carismatica.

1. Nuovi modi di essere missionari

Alcuni aspetti di quegli elementi del carisma che abbiamo definito stabili e immutabili hanno subito dei cambiamenti concreti, per ragioni diverse. In questi casi, il contenuto centrale del carisma rimane immutato, mentre il modo di viverlo e attuarlo subisce un rinnovamento. Tra i casi più evidenti, recensisco questi:

  1. Confini della missione: già l’AG, al n. 6, volendo descrivere l’attività missionaria, afferma che essa si svolge «per lo più in determinati territori, riconosciuti dalla santa sede». A sua volta, la RMi, al n. 37, parlando degli “ambiti della missione ad gentes”, spiega: «Pertanto, il criterio geografico, anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale ancora per indicare le frontiere verso cui deve svolgersi l’attività missionaria». Tuttavia prospetta un’ampia serie di “mondi e fenomeni sociali nuovi” e “aree culturali e areopaghi moderni” che devono costituire sempre più il campo della missione e che non sono determinati da confini geografici.

Dalla fine degli anni ’90 ad oggi, i confini territoriali della missione si sono ulteriormente sgretolati, soprattutto a causa delle migrazioni, per cui oggi un certo problema si pone: missione “ad gentes” sì, ma dove? Che cosa significa “partire”?

Recentemente, la C.E.P. (Propaganda Fide), in un documento sulla “cooperazione missionaria”, ha messo in guardia soprattutto le Chiese particolari di antica tradizione, dove il cristianesimo è maggioritario, con parole forti riguardo al dovere di prima evangelizzazione in favore degli immigrati di altre religioni e di quei locali che non sono stati battezzati[39]. Quindi è missione “ad gentes” entro confini geografici prima impensati.

  1. Missione, responsabilità di Chiesa: non affronto il problema organizzativo del rapporto tra diocesi e istituti missionari, ma quello più vasto, che possiamo così impostare: dove si trova la “radice” della responsabilità missionaria? Al tempo del Fondatore, in forza del C.I.C. del 1917, c 1350, § 2, la missione universale era riservata esclusivamente al Romano Pontefice, il quale, attraverso Propaganda Fide valorizzava gli istituti missionari, affidando loro la cosiddetta “commissio”. L’istituto, in pratica, veniva investito di una responsabilità ampia per evangelizzare un popolo entro un territorio determinato, ma solo ed esclusivamente in dipendenza da Propaganda. In questo contesto si capiscono certe espressioni forti del nostro Fondatore, il quale rivendica la dipendenza da Propaganda anche come protezione e garanzia del lavoro dei suoi missionari[40].

Dal Concilio in poi, soprattutto in forza delle affermazioni dell’AG, cap. III, è stata evidenziata la responsabilità missionaria “nativa” anche delle Chiese particolari. Ne deriva che i missionari devono tenersi sempre più in rapporto di comunione e dipendenza pastorale con i Pastori locali ed entrare sempre più nella pastorale d’insieme.

A chiarire e difendere il ruolo universale e perenne dei missionari “ad gentes” appartenenti agli istituti, ci ha pensato la RMi, al n. 66, definendo la loro vocazione addirittura come «il paradigma dell’impegno missionario della chiesa». Questo non toglie, però, che un punto di perenne rinnovamento, per noi, sia l’ubbidienza apostolica al Vescovo e l’inserimento nella pastorale d’insieme della Chiesa particolare, anche e proprio sul piano della prima evangelizzazione.

In questo contesto possiamo anche inserire il concetto di missione o missionari di frontiera, che nel nostro ambiente ha preso piede, soprattutto negli ultimi anni. Lo stesso Santo Padre ce lo ricorda nel messaggio per il centenario, al n. 2. Essere “missionari di frontiera”può significare almeno due cose: 1°. Abbandonare Chiese già sufficientemente costituite e scegliere popoli o gruppi umani non o solo parzialmente raggiunti dal Vangelo, dove la Chiesa praticamente non c’è, indipendentemente dalla loro situazione sociale, economica e religiosa. 2°. Oppure anche scegliere popolazioni, gruppi, situazioni, individui “ai margini”. È ovvio che per queste scelte si tratta di fare opera “in comune” tra di noi e con la Chiesa particolare.

c. Vita religiosa e missione: ci sono dei valori che rendono inscindibile, per noi, l’unità tra consacrazione religiosa e missione. Questo risale al Fondatore e qualsiasi polemica al riguardo sarebbe arbitraria. Il fulcro di questa unità inscindibile sta nella “totalità” propria sia della consacrazione che della missione , che può essere espressa con l’«ad vitam» dell’AG, 23[41].

Tenuto conto di ciò, si deve pur dire che l’impegno di rinnovamento della vita consacrata, lanciato dal Concilio con la LG, cap. VI e il PC, rimane sempre valido e comporta un cammino continuo. È una sfida, per noi, il saper rinnovare congiuntamente, senza fare dicotomie, gli impegni derivanti dalla consacrazione religiosa dalla missione. In questo impegno, per non cadere in contraffazioni, probabilmente può esserci utile fare nostre le motivazioni che hanno convinto e guidato il Fondatore, quando, per l’Istituto dei missionari, ha deciso di scegliere la forma religiosa. In pratica ha voluto salvaguardare i vantaggi di “maggior perfezione” e quelli di “protezione” che un istituto può offrire ai suoi membri, senza, però, assumere tutti gli obblighi di una forma religiosa di tipo monastico[42].

2. Embrioni che devono maturare

All’inizio della nostra tradizione troviamo elementi legati alla missione, ma solo a livello embrionale, piuttosto confusi, che via via si sono chiariti e sviluppati, specialmente dal Concilio in poi. Anche il Papa, nel messaggio per il centenario, ce lo ha ricordato, riaffermando che «l’attività missionaria è solo agli inizi (RMi, n. 33)» e che attualmente «sembra destinata ad avere orizzonti ancora più vasti (RMi, n. 35)»[43]. In concreto, si tratta dei seguenti ambiti di impegno missionario: inculturazione del messaggio cristiano, dialogo interreligioso ed ecumenismo. Non presentiamo questi ambiti in sé stessi (sarebbe un discorso lungo), ma solo nel loro rapporto con il carisma.

  1. Inculturazione del messaggio cristiano[44]: Il processo dell’inculturazione del Vangelo ha accompagnato la Chiesa fin dalle origini, ma ora è sentito in un modo particolarmente acuto. E’ un processo che richiede tempi lunghi, in quanto non si tratta di semplice adattamento, poiché l’inculturazione «significa l’intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture»49.

Il Concilio ha più volte espresso la volontà della Chiesa di accogliere i valori delle varie culture, anche se intende purificare ciò che non è conforme al Vangelo. Una trattazione esauriente la troviamo nella RMi, sotto il titolo “Incarnare il Vangelo nelle varie culture[45].Nella TMI, il Papa ritorna sul tema, forte dell’esperienza del Giubileo[46].

Come si nota, i pronunciamenti ufficiali riguardo l’inculturazione sono piuttosto di principio. Ciò è comunque molto utile all’attività missionaria, perché la strada viene aperta. Prendo lo spunto da questo atteggiamento mentale per proporre le seguenti linee di riflessione: - non possiamo pretendere di descrivere oggi il futuro della Chiesa, perché il processo d’inculturazione ci riserverà felici sorprese, che richiedono apertura; - si tenga presente che l’inculturazione non si limita solo ad espressioni esterne, come sono quelle liturgiche, ma deve toccare anche concezioni teologiche ed organizzative; - quindi, l’inculturazione è una realtà da abbracciare e vivere, ma assieme alla comunità e ai Pastori, per non correre invano e fuori strada in un terreno così delicato.

  1. Dialogo interreligioso: la riaffermazione che il Concilio ha solennemente fatto della presenza di valori autentici nelle altre religioni ha favorito la convinzione della necessità del “dialogo interreligioso”.[47]

La Chiesa parla del “dialogo di salvezza”, di cui Paolo VI è stato il primo grande teorico nella Lett. Enc. ’Ecclesiam Suam’, come pure Giovanni Paolo II, soprattutto con gli incontri ecumenici ad Assisi e altrove, il tenace artefice, a volte persino poco condiviso in alcuni ambienti ecclesiali.

Oggi, rimane ancora valido e punto di riferimento il documento ‘Dialogo e Annuncio’ redatto congiuntamente dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il 19.03.199153.La RMi ha approfondito il tema ai nn. 55-57 Ma è soprattutto nella NMI, ai nn. 55-56 che il Papa precisa i termini del dialogo54 , e indica un atteggiamento operativo apostolico di fondo. :55.

Sul “dialogo di salvezza” si può avere l’impressione che la Chiesa da una parte lo voglia e dall’altra lo tema. Rimane, però, innegabile che il dialogo precede, accompagna e segue l’evangelizzazione. Anche riguardo al dialogo, come per l’inculturazione, non è facile prevedere il futuro in tutti i suoi contorni. Il futuro non riserverà un relativismo religioso, ma sicuramente qualche scoperta di più profonda fratellanza sul piano religioso. Anche in questo campo, ovviamente, il lavoro congiunto, a livello di Chiesa e di Istituto, è indispensabile.

  1. Ecumenismo e missione: lo scandalo della divisione tra i cristiani, che danneggia gravemente la diffusione del Vangelo, era già stato denunciato dal Concilio, con parole molto forti56. La RMi, al n. 36, recensisce «le divisioni passate e presenti tra i cristiani» tra le gravi difficoltà interne al Popolo di Dio, che sono le più dolorose. Una forte spinta all’impegno ecumenico l’ha data la NMI, al n. 48, ammettendo con tristezza che «le tristi realtà del passato ci seguono ancora oltre la soglia del nuovo millennio».

Nella nostra tradizione, purtroppo, troviamo l’eco delle forti opposizioni che si vivevano in quel periodo. Anche se l’attività ecumenica, specialmente in certe zone, può essere di peso ai missionari, è nostro preciso impegno inserirci con decisione nella corrente attuale, sostenuta e

provvidenza possono costituire in qualche caso un avviamento pedagogicamente valido verso il vero Dio o una preparazione al Vangelo». Questa dottrina di alcuni Padri della Chiesa (Eusebio di Cesarea, Ireneo e altri) è stata molto valorizzata nel periodo postconciliare ed ha così facilitato l’approccio con le altre religioni.

  • Si tratta di un documento molto articolato, diviso in tre parti: prima si spiega in che cosa consiste il dialogo, poi in che cosa consiste l’annuncio e, infine, il rapporto tra i due. Ovviamente, anche in questo documento si scorge la forza della fede nel Cristo unico Salvatore da annunciare e donare al mondo, come pure la certezza che si deve dialogare ad ogni costo con tutti gli uomini e con le loro credenze religiose. Mi limito a riportarne un breve brano su “Gesù nostro modello”: «E’ in questo clima di attesa e di ascolto che la chiesa e i cristiani proseguono l’annuncio e il dialogo interreligioso con un vero spirito evangelico. Sono coscienti che ‘tutto concorre al bene di coloro che amano Dio’ (Rm 8,28). La grazia fa loro conoscere che egli è il Padre di tutti, che si è rivelato in Gesù Cristo. Gesù non è forse per loro il modello e la guida nell’impegno sia per l’annuncio che per il dialogo? Non è forse il solo che, ancor oggi, può dire ad una persona sinceramente religiosa: ‘Non sei lontano dal regno di Dio’ (Mc 12,34)?» (n. 85).
  • Sotto il Titolo “Dialogo e missione”, il Papa afferma che l’annuncio su Cristo salvatore «non può essere oggetto di una sorta di trattativa dialogica, quasi fosse una semplice opinione”» (n. 56). Tra la RMi e la NMI è stato emanato un solido documento della Congregazione per la Dottrina della Fede dal titolo ‘Dominus Jesus’ (06.08.2000). Questo intervento della Santa Sede cerca opportunamente di fare chiarezza sulle ‘Cristologie’ correnti (cf. n. 9) e sul tema dibattuto della “Unicità e universalità del mistero salvifico di Gesù Cristo” (nn. 13-15). La difficoltà con cui questo documento è stato accolto dimostra la sua incidenza nel vivo della questione.
  • «Il dovere missionario, d’altra parte, non ci impedisce di andare al dialogo ‘intimamente disposti all’ascolto’. Sappiamo infatti che, di fronte al mistero di grazia infinitamente ricco di dimensioni e di implicazioni per la vita e la storia dell’uomo, la Chiesa stessa non finirà mai di indagare, contando sull’aiuto del Paraclito, lo Spirito di verità (cfr Gv 14,17), al quale appunto compete di portarla alla ‘pienezza della verità’ (cfr Gv 16,13)”»: n. 56. 56 AG, 6, 36; UR,1.

promossa, senza ambiguità, dal Papa, perché l’ecumenismo è via necessaria, come il dialogo interreligioso, alla missione.

3. Nuove sfide

Di certi temi, all’origine del nostro carisma, non si parlava affatto o si parlava in altro modo. Essi, però, non sono alieni dal nostro carisma, ma vi devono essere inseriti con “sapienza”.Mi riferisco soprattutto a questi temi, che sono sfide reali anche per la missione: le nuove povertà, la globalizzazione economica e le migrazioni di massa.

  1. I nuovi poveri: oggi, il numero dei veri poveri, a livello mondiale, è cresciuto al punto che non è più sufficiente, né realistico parlare di “terzo mondo”, ma siamo stati obbligati ad inventare il termine di “quarto mondo”. Se non si interrompe questa tendenza perversa, fra poco si dovrà dire “quinto mondo”! Oggi, però, si preferisce parlare di “Nord” e “Sud” del globo, per indicare le due zone, quella ricca (nord) e quella povera (sud). Siamo sul piano della “giustizia” a livello mondiale.

Nell’Enciclica ‘Centesimus Annus’, Giovanni Paolo II aveva affermato: “Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli al margine dello sviluppo, assicurare a tutti – individui e Nazioni – le condizioni di base, che consentono di partecipare allo sviluppo. Occorre che le Nazioni più forti sappiano offrire a quelle più deboli occasioni di inserimento nella vita internazionale, e che quelle più deboli sappiano cogliere tali occasioni, facendo gli sforzi e i sacrifici necessari” (n. 35). Conosciamo, inoltre, gli interventi del Magistero sulla necessità della riduzione del “debito estero” dei paesi in via di sviluppo[48].

Per noi, soprattutto se viviamo e operiamo in paesi poveri, è indispensabile avere uno “spirito” e un “atteggiamento” di attenzione, sensibilità, condivisione delle problematiche e coinvolgimento in attività concrete. Non possiamo tirarci indietro, riservando a noi solo la parte spirituale, convinti che i nostri gesti non hanno mai solo valore terreno. Anche il Fondatore «non dubitava che gli uomini avrebbero amato ‘una religione che, oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra’»[49]

  1. Mondializzazione dell’economia: tra le cause della povertà crescente, una è sicuramente la mondializzazione dell’economia o, come si suole chiamare comunemente, la “globalizzazione”. E’ un fenomeno relativamente recente, almeno nei termini in cui lo conosciamo[50].

Questo fenomeno, che di per sé non dovrebbe essere negativo, spesso lo è a motivo dell’applicazione, nella quale la forza dei paesi ricchi schiaccia quelli poveri, per cui il divario tra le due sponde si allarga e si approfondisce. Data la situazione reale dei vari Paesi, si può capire perché oggi ci sono due atteggiamenti contrapposti riguardo la globalizzazione economica: chi la difende per i vantaggi e le potenzialità, e chi la osteggia a motivo della perversa applicazione.

La dottrina della Chiesa, alla quale possiamo riferirci per fare fronte comune, può essere espressa con le parole della “Centesimus Annus”: «Oggi è in atto la cosiddetta ‘mondializzazione dell’economia’, fenomeno, questo, che non va deprecato, perché può creare straordinarie occasioni di maggior benessere. Sempre più sentito, però, è il bisogno che a questa crescente internazionalizzazione dell’economia corrispondano Organi internazionali di controllo e di guida, che indirizzino l’economia al bene comune […]. Occorre anche che essi […] tengano conto di quei popoli e Paesi che hanno scarso peso sul mercato internazionale, ma concentrano i bisogni più vivi e dolenti e necessitano di maggior sostegno per il loro sviluppo. Indubbiamente, in questo campo rimane molto da fare» (n. 58)[51]. Collateralmente, si noti che la globalizzazione non è solo economica. C’è pure quella “culturale”, che non è meno incisiva sulla vita dell’umanità. Anche qui si registrano vantaggi di mutua conoscenza, di partecipazione e solidarietà, come pure effetti negativi, così denunciati in ‘Ecclesia in America’: «Essi impongono dappertutto nuove scale di valori, sovente arbitrari e nel fondo materialistici, di fronte ai quali è difficile mantenere viva l’adesione ai valori del Vangelo» (n. 20).

  1. Migrazioni selvagge: nell’ottica della globalizzazione si inserisce il fenomeno delle migrazioni, la cui attualità e crudezza è davanti agli occhi di tutti. Si possono distinguere due serie di cause strettamente intrecciate: cause di “espulsione” (povertà, persecuzioni etniche, politiche o religiose, ecc.) e di “attrazione” (benessere, facilità di lavoro, libertà, ecc.). Non si deve dimenticare che questo fenomeno, oggi, è in larga misura controllato dalla malavita, che sfrutta sia i migranti che gli Stati dove essi approdano.

La Chiesa segue da vicino il movimento migratorio, soprattutto attraverso il “Pont. Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti”. Il pensiero del Magistero lo possiamo trovare nel Messaggio che il Papa ha rivolto ai partecipanti del “IV Congresso Mondiale della Pastorale dei Migranti e Rifugiati”, celebrato a Roma dal 4 al 9 ottobre 1998. In esso si ribadisce il diritto di ogni uomo a vivere nella propria patria. Ci sono, però, cause vere e gravi che spingono gruppi sempre più numerosi a migrare. Per cui occorrono interventi internazionali: - per difendere la dignità dell’uomo e promuoverne lo sviluppo; - per sostenere il valore della solidarietà contro la ricerca egoistica del profitto; - per promuovere la stabilità politica e la pace. La posta in gioco è la costruzione di un mondo nuovo.

Le migrazioni pongono anche un problema di carattere religioso, in quanto i migranti sono sia cristiani e sia, in numero maggiore, non cristiani. La Chiesa non può rimanere indifferente. Occorre curare la vita religiosa dei cristiani cattolici migranti e l’evangelizzazione dei non cristiani[52].

In conclusione, tutte le situazioni di povertà gridano verso la missione e i missionari. Da sempre siamo abituati a farci carico dell’aiuto ai poveri, in forza del preciso impulso dato dal Fondatore. Oggi, però, occorre una mentalità non generica, ma mirata, che deve avere i suoi influssi concreti sia nella preparazione dei missionari/e e sia nella scelta delle zone, gruppi umani, iniziative dove impegnarci. La nostra spiritualità consolatina ci aiuta in questo spirito, perché siamo fatti per portare “consolazione”, quella vera che è la salvezza in Cristo, come pure quella integrale, che è saperlo vedere e soccorrere nei “più” piccoli dei suoi, cioè nei “nuovi poveri”.

[1] Trattiamo assieme i due elementi “carisma” e “profezia”, entrambi “doni dello Spirito”. Nel carisma vediamo di più l’azione dello Spirito che rende pronto e idoneo un soggetto per iniziare e compiere un’opera in favore della comunità. Nella profezia vediamo di più l’azione dello Spirito che apre al futuro e rinnova, di modo che le persone e l’opera siano sempre attualizzate.

[2]  La bibliografia al riguardo rimane quella classica: LOZANO Juan Manuel, El Fundador y su Famiglia Religiosa, Madrid 1978; CIARDI Fabio, I Fondatori uomini dello Spirito, Per una teologia del carisma di fondatore, Città Nuova, Roma 1982; ID., In ascolto dello Spirito, Città Nuova, Roma 1996; ROMANO Antonio, I Fondatori avanguardie storiche dello Spirito, Teresianum, Roma 1986; ID, I Fondatori profezia della storia, ed. ancora, Milano 1989. 3 ‘Mature Relationes’, n.11.

[3] P CHIOMIO Giovanni, Memorie e Ricordi, vol. 4, p. 69.

[4] Conf. MC, II, 442: «Ecco questa casa l’ha posseduta nostro Signore fin da principio, ed è proprio sua come un campo è del proprietario; quindi non dite bugie col dire che il tale o il tal altro l’ha fondata. No, no, è la Madonna che l’ha fondata ed il principio è venuto da nostro Signore”. Cf. anche Conf. IMC, I, 250; III, 128. P.G. Chiomio, depone che l’Allamano, il 19 marzo 1912, rispondendo agli auguri per l’onomastico, ebbe a dire: Ma non dite più Fondatore, questo è uno sproposito: Fondatrice è la Madonna”.

[5] Cf. Conf. MC, III, 278; Conf. IMC, I, 15, 136-137; 273; II, 210-211; ecc.

[6] Il 2 settembre 1908, l’Allamano scriveva al Fr. Benedetto Falda: «No, la nostra Missione andrà innanzi e prospererà, perché è opera di Dio e di Maria Ss. Consolata. Passeranno gli uomini […], ma l’albero benedetto dal S. Padre prospererà e verrà albero gigantesco; io ne ho prove prodigiose in mano”: Lett, V, 94.

[7] Il ‘Mutuae Relationes’ (14 maggio 1978), al n. 11, parlando del carisma dei fondatori, dice appunto che esso è «un’esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita».

[8] Si confronti l’indice analitico, al nome “Gesù Cristo” dei volumi delle conferenze.

[9] È curioso vedere come l’Allamano, nel suo entusiasmo, attribuisca a S. Paolo un numero diverso di citazioni del nome di Gesù: «un 243 volte»: Conf. IMC, I, 244; «più di 500 volte»: Conf. IMC, I, 434; «almeno 300 volte»: Conf. IMC, I, 575; «espressamente 243 volte»: Conf. IMC, II, 33.

[10] Conf. IMC, II, 529: «ah questo (libro)! Bisogna leggerlo, rileggerlo in latino, in italiano, e anche in altre lingue; e uno si forma un corredo, non solo per la mente ma anche per il cuore». Un’accurata diagnosi dell’influsso di questa opera sulla spiritualità dell’Allamano si ha in TUBALDO I., Giuseppe Allamano, Il suo tempo – La sua vita – La sua opera, vol. I, 81-89.

[11] Conf. MC, I, 428. L’Allamano è tornato più volte su questo tema: cf. anche Conf. IMC, I, 553; III, 337; III, 347, 349; Conf. MC, II, 666; III, 527.

[12] Conf. IMC, III, 16: «Così pure voi, non solo dovete avere lo spirito di N. signore; ma dovete avere i pensieri, le parole, le azioni di N. signore. Voi dovete essere missionari nella testa, nella bocca e nel cuore. Pensateci!», cf. anche: la bella conferenza a questo riguardo in: Conf. IMC, II, 671-673.

[13] Conf. IMC, I,30.

[14] Conf. IMC, III,461.

[15] Cf. I. TUBALDO, Il Regolamento…, in ‘Documentazione IMC’, Roma, N.1,1979,9.

[16] Cf. Lett., III, 106 18 Conf. IMC, I, 385.

[17] Conf. IMC, I, 27. Cf. anche: «Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre, battezzare, salvare anime: no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà”»: Conf. IMC, I, 249-250. «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»: Conf. IMC, I, 279. «Soprattutto prosegui nel buono spirito, procurando di avanzarti ogni dì più nella perfezione, per mezzo della quale solamente potrai convertire le anime altrui» (prima del 7 dicembre 1908, a don Giovanni Balbo): Lett., V, 149. «E perché siete venuti? Tutti rispondete: per farmi Missionario: e se qualcuno avesse altro scopo, sbaglierebbe: l’aria qui è buona solo per quelli che vogliono farsi Missionari […]. Ma perciò bisogna farsi santi. Se no il Signore non si serve di regola per convertire che di quelli che sono santi: prima cosa adunque santificare noi stessi, se no andremo là e invece di convertire pervertiremo. Dunque farci santi»: Conf. IMC, II, 82. 20 Conf. IMC, II, 540.

[18] Lett., VI, 421-422. Cf. anche: «Primo: Siamo per farci santi in questa Casa: non per farci Missionari, ma per farci santi e poi Missionari»: Conf. IMC, I, 619; «E’ questo il fine primario del nostro Istituto. Non siete qui venuti per…; ma per farvi santi; allora e solamente allora adempirete bene il secondo fine di…»: Conf. IMC, III, 258 (suo manoscritto); “Sempre coraggio in Domino, conservando e propagando il buon spirito fra i confratelli. Prima santi voi, poi bene ai neri: in tutto N S Gesù Cristo…” (26 dicembre 1920, a p. Giovanni Chiomio): Lett., VIII, 731.

[19] Conf. MC, III, 290.

[20] La conferenza più diffusa ed esplicita al riguardo è quella del 19 ottobre 1919: cf. Conf. IMC, III, 336-342.

[21] Conf. IMC, III, 342. Cf. anche: «Siete nell’Istituto per attendere a due formazioni: religiosa e missionaria. Sono tutte due per voi necessarie, ma è prima la religiosa, come dicono le Costituzioni parlando dei fini dell’Istituto: fine primario è la propria santificazione; e secondario, l’evangelizzazione degli infedeli. Prima bisogna formarsi buoni e santi religiosi; poscia missionari»: Conf. IMC, III, 436; «Voglio dirvi una cosa riguardo ai S. Voti. Ditemi un po’: noi siamo prima missionari o religiosi? Prima religiosi. Va bene. Il primo fine del nostro Istituto è la propria santificazione. Ora, la nostra santificazione si ottiene per mezzo delle virtù religiose e dei santi voti. Se qualcuna di voi morisse senza andare in Africa non fa niente, purché sia stata una vera, una buona religiosa, purché abbia osservato bene i voti. Ecco il principale per voi. Dopo viene la salute degli infedeli, perché voi siete prima religiose e poi missionarie»: Conf. MC, III, 98.

[22] Conf. MC, III, 349

[23] «Per non aver nulla di diverso dalle altre potevate andar tutte in altre case religiose e non fabbricarne una nuova. Bisogna che si distingua questa dalle altre Comunità»: Conf. MC, II, 340.

[24] Conf. IMC, II, 210 – 211.

[25] Conf. MC, II, 33.

[26] Gli articoli sulle nostre “caratteristiche” sono: per l’IMC, artt. 10-16; per l’MC, art. 6. Gli elenchi contenuti in questi articoli rispecchiano la coscienza attuale dei due Istituti. Nessuno vieta che, in seguito, possano essere arricchiti a motivo del progresso nella comprensione del carisma.

[27] Cf. IMC, I, 77.

[28] Gli insegnamenti del Fondatore su questo tema sono molti e conosciuti. Per esempio: «Colui che non fa le cose bene, sia riguardo alle arti e mestieri, sia riguardo alla cucina, scopare…, non è fatto per quest’Istituto»: Conf. IMC, I, 166. Mi piace riportare una frase della lettera del 6 dicembre 1908 al teol. F. Cagliero, per incoraggiarlo a tenere duro sul lavoro. Don G. B. Savio, destinato alla segheria, rimpiangeva l’apostolato diretto, che aveva dovuto lasciare, ed il Cagliero lo aveva riferito al Fondatore. Ecco il suggerimento: «Fagli capire specialmente che è opera di vero missionario il lavoro materiale. Tanto più ha bisogno di ciò Don Balbo [anche lui poco felice di essere alla segheria]. Questo punto l’abbiamo sempre ribattuto in casa e sempre lo batteremo»: Lett., V, 144.

[29] Conf. IMC, I, 650: «Il missionario è chiamato a cooperare con Dio alla salvezza di quelle anime, che ancora non lo conoscono […]. È questa quindi un’opera essenzialmente divina. Dei adiutores sumus (S.P. a Tim)» (il testo è di 1Cor 3,9; cf. anche 2Cor 6,1; 1Ts 3,2).

[30] Il Magistero è esplicito al riguardo. Già il Concilio si era così espresso, parlando dell’aiuto che la Chiesa intende dare alla società umana: «Certo, la missione propria, che Cristo ha affidato alla sua Chiesa, non è di ordine politico, economico e sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è di ordine religioso»: GS, n. 42. Nella Lett. Ap. ‘Novo millennio ineunte’, al cap. III, intitolato “Ripartire da Cristo”, Giovanni Paolo II scrive:«Non è una formula che ci salverà, ma una Persona […]. Non si tratta, dunque, di inventare un ‘nuovo programma’. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste» (n.29).

[31] Cf. Conf. IMC, I,24,96,306,423,476,481,483; II,19,184,403,690,695; III,161,188,230,370,461,528,660-662.

[32] Conf: IMC,III,661. In questo contesto, si comprende perché l’Allamano abbia così spesso citato la celebre frase di S. Francesco di Sales: «Da mihi animas, coetera tolle», che gli serviva per spiegare la necessità che un missionario ha di sentire la «sete delle anime»: Conf. IMC,I,279. Altri modi di esprimersi sono: «Evangelizzare tutti i popoli»: Conf. IMC,I65,128,298; II,323,474,693; III,370,373,392,469,662) e «Dilatare il Regno di Dio”»: Conf. IMC,I,184,424.

[33] Cf. Es. Ap. ‘Evangelii Nuntiandi’, n. 31.

[34] Come l’Allamano abbia vissuto questa esperienza lo si percepisce dalla sua lettera circolare ai missionari del Kenya del 2.10.1910: «Il decreto della S. Sede nell’approvazione del nostro Istituto, le attestazioni della S. Propaganda e le stesse parole del Papa dichiarano il metodo del nostro Apostolato. Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani: mostrare loro i benefici della civiltà per trarli all’amore della fede: ameranno una religione che oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra»: Lett., V,410. Pare che l’Allamano abbia dovuto tenere fermo su questo punto anche dopo il 1910. Conosciamo suoi interventi successivi, che insistono sulla necessità del lavoro  in vista della promozione, come via di evangelizzazione. Addirittura ancora nella circolare del 10.06 1923, con la quale presenta le costituzioni, si ricollega a quel periodo e scrive: «[…] e nel 1909 […] ci fu dato il Decretum Laudis dell’Istituto, il quale, fra l’altro, approvava – e mi piace qui ricordarvelo – il nostro metodo di evangelizzazione con le seguenti parole […]», e riporta il testo del decreto: Lett., IX/2,120.

[35] Regolamento 1901, Parte I, art. 4: il progetto iniziale di un Istituto regionale aveva lo scopo «di accrescere fra i missionari quello spirito di unione e quel vicendevole incoraggiamento che in lontane terre, più facilmente si verifica tra quelli che hanno in comune la patria»; ID., Parte III, art. 17: “«Questa unione di intendimenti e di sforzi è come l’anima e la vita dell’Opera; da essa dipende in gran parte la conservazione del buon spirito dell’Istituzione, ed in essa principalmente troveranno i singoli membri l’aiuto e incoraggiamento vicendevoli che tanto giovano a mantenersi saldi nella vocazione».

[36] Cf. Conf. IMC, III, 390. Le citazioni possono essere molte, per esempio: Conf. IMC, I, 162, 612; III, 156, 580 e 584, 655.

[37] Cf. Conf. IMC, 330 e 332; Conf. MC, I, 25-26.

[38] Il Fondatore valorizza: Ef 4,1-7; Rm 12,4; 1Cor 12,12ss. 42 Lett., V, 410.

[39] C.E.P., ‘Cooperatio missionalis’, 1.10.1998, n. 19d: «Nei paesi di antica cristianità, molto spesso si formano  gruppi di non cristiani, non facilmente individuabili e quantificabili, per i quali, oltre ad un’opera di accoglienza e di promozione umana, si impone una prima evangelizzazione. […] Oltre a questi immigrati non cristiani, nelle chiese antiche si trovano anche degli adulti locali non battezzati, i quali non possono essere trascurati dalla prima evangelizzazione. Queste situazioni sono complesse, costituiscono una sfida per molte chiese e modificano i confini della missione “ad gentes”, come pure quelli della cooperazione missionaria».

[40] Cf., per esempio, la citata lettera del Fondatore del 2 ottobre 1910 ai missionari del Kenya: Lett., VI, 410; cf. anche: Lett., IX/2, 120.

[41] Riguardo al carisma su questo particolare punto, si possono fare le seguenti considerazioni: anzitutto, non disgiungere mai le due realtà,consacrazione religiosa e missione, che in noi praticamente sono “una”. In una breve omelia, in occasione del rinnovo dei voti di una suora, il12.03.1920, il Fondatore diceva: «Sono voti di missionarie, perciò ci vogliono grazie adatte alle missionarie. Quando fate o rinnovate i voti bisogna anche pensare alle anime»: Conf. MC, III,41. Inoltre, evidenziare il fatto che i nostri voti sono perpetui e corrispondono esattamente al valore dello”ad vitam”, che il Concilio sottolinea per la vocazione missionaria speciale. Il Fondatore ha più volte evidenziato il valore della “totalità” insisto nella consacrazione: «Chi è religioso non dà a Dio soltanto l’opera, ma gli dà l’albero, la radice di tutte le opere»: Conf. IMC, III,340; «Chi fa il voto si obbliga a star fermo […], offre ancora la libertà di far diverso; dà a Dio non solo il frutto, ma anche la pianta»: Conf. MC, III,91. Ancora, non sottovalutare che i voti “liberano”, non “legano” e rendono il missionario disponibile ad essere “di frontiera”. In particolare, l’obbedienza apostolica fa sì che il missionario non scelga, ma vada dove la Chiesa lo manda

[42]  Le motivazioni del Fondatore le possiamo trovare nella famosa conferenza del 19 ottobre 1919 in: Conf. IMC, III, 336-342.

[43] ‘Messaggio per il centenario’, n. 2: «L’inculturazione del Vangelo  è questione quanto mai urgente e irrinunciabile, anche se di complessa soluzione. Il dialogo interreligioso costituisce un elemento integrante della missione».

[44] Nel nostro ambiente, a riguardo dell’inculturazione, si usa citare il famoso intervento scritto del Fondatore sui ‘goma’ (cf. Lett., IV, 80). Anche se un certo significato di sensibilità si può dare a questo intervento, è praticamente inutile cercare nella nostra primissima tradizione direttive in questo campo 49Assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi, Relazione finale, 1985.

[45] .Ricollegandosi all’EN, n. 20, l’Enciclica missionaria afferma che la Chiesa «trasmette ad esse [le culture] i propri valori, assumendo ciò che di buono c’è in esse e rinnovandole dall’interno» (n. 52). La RMi ha una parola specifica per i missionari ai quali chiede di «inserirsi nel mondo socio-culturale di coloro ai quali sono mandati, superando i condizionamenti del proprio ambiente d’origine. Così devono imparare la lingua della regione in cui lavorano, conoscere le espressioni più significative di quella cultura, scoprendone i valori per diretta esperienza» (n. 53).

[46] «Il cristianesimo del terzo millennio dovrà rispondere sempre meglio a questa ‘esigenza di inculturazione’. Restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato. Della bellezza di questo volto pluriforme della Chiesa abbiamo particolarmente goduto nell’Anno giubilare. E’ forse solo un inizio, un’icona appena abbozzata del futuro che lo Spirito di Dio ci prepara» (n. 40).

[47] Ci riferiamo alla dottrina  sulla “preparazione evangelica” e sui “semi del Verbo”, di cui il Concilio si fa portavoce nella  NAe, LG, n. 16 e nell’AG, n. 3, dove si afferma che certe iniziative religiose «per disposizione della divina

[48] Vorrei far notare un punto di vista su cui la Chiesa insiste: essa è convinta di avere un contributo da offrire per sanare il divario sempre crescente tra Nord-Sud del mondo. E’ un contributo di sviluppo integrale, che interessa sia il Sud «per combattervi la miseria e il sottosviluppo» e sia il Nord, «che è esposto alla miseria morale e spirituale causata dal supersviluppo» (RMi, n. 59). La Chiesa non accetta di venire tagliata fuori da questo processo in favore della perequazione dei beni e, quindi, dell’impegno per la giustizia e la pace.

[49] ‘Messaggio per il centenario’, n. 4.

[50] . Con la caduta del socialismo reale e, prima ancora, con il crescente sviluppo delle comunicazioni, alcuni paesi si sono integrati nell’economia mondiale, sviluppando la propria. Ne sono chiaro esempio, oltre ai casi dell’America del Nord, Australia, parte dell’Europa e del Giappone, quelli dei così detti “quattro draghi”: Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Singapore, senza tralasciare la Cina con le sue potenzialità. Ne risultò un mondo senza frontiere, ma disuguale, in cui alcuni Paesi, specialmente del Sud, o non si sono potuti inserire o si sono inseriti in modo negativo.

[51] . Riporto un brano dell’Esortazione Post-Sinodale, ‘Ecclesia in America’, dove il Papa, assieme ai Vescovi, denuncia come fenomeni negativi attuali della globalizzazione economica  «l’attribuzione di un valore assoluto all’economia, la disoccupazione, la diminuzione e il deterioramento di alcuni servizi pubblici, la distruzione dell’ambiente e della natura, l’aumento delle differenze tra ricchi e poveri, la concorrenza ingiusta che pone le nazioni povere in una situazione di inferiorità sempre più marcata» (n. 20).

[52] Anche questo aspetto è stato preso in serio esame durante il IV Congresso citato, che ha individuato i seguenti settori di intervento: «una maggior attenzione ai bisogni primari delle persone migranti; maggior impegno nel dialogo religioso; ricupero dell’originale dimensione missionaria; valorizzazione dell’etnico e del particolare nella cattolicità; passaggio dalla territorializzazione delle strutture pastorali ad una certa personalizzazione delle stesse; ricupero del senso dell’itineranza della Chiesa nella storia, in rapporto alla sua proiezione escatologica»: in O.R., 10,10,1998, p.8.