Per parlare della “Salvezza” nella nostra esperienza carismatica di Missionari della Consolata, occorre necessariamente iniziare meditando sull’esperienza del carisma personale dell’Allamano come fondatore di un Istituto Missionario. Da questa operazione preliminare dipende la retta comprensione di tutto il discorso sulla salvezza nel nostro carisma.

Per svolgere il tema affidatomi, seguirò questo schema: presenterò la salvezza com’è compresa e proposta dal Fondatore in forza della sua ispirazione originaria; questa parte è necessariamente la più sviluppata, perché basilare; poi passerò a considerare il ruolo del sacerdote missionario collaboratore della salvezza universale, secondo il nostro carisma; infine considerò in breve la coerenza e la fedeltà dell’Istituto al suo carisma di salvezza. Ovviamente tutto ciò suppone un discorso sulla teologia del carisma, che non faccio[1].

I.  LA “SALVEZZA” NELL’ISPIRAZIONE ORIGINARIA DELL’ALLAMANO

1. SALVEZZA SOPRANNATURALE. L’Allamano fonda l’Istituto convinto, anzitutto, della necessità di contribuire alla redenzione dell’uomo e, quindi, di offrire ai non cristiani la salvezza soprannaturale, trascendente, portata da Cristo. Credo che precisamente questo sia il nucleo centrale della sua prima intuizione. Cerco di spiegarmi con ordine, usando il suo stesso linguaggio:

  1. Collaboratori della Redenzione: il primo compito del missionario è di collaborare con Dio per la salvezza soprannaturale di quanti non fanno parte della Chiesa. La missione viene così concepita come “cooperazione alla Redenzione universale”[2]. Per illustrare questa idea l’Allamano ricorre al testo paolino di 1 Cor 3,9: “Dei enim adiutores sumus”[3] che riguarda precisamente l’adesione alla fede cristiana in forza della grazia. Inoltre valorizza, con formulazioni diverse, la massima attribuita al cosiddetto Dionigi Areopagita: “Omnium divinorum divinissimum est cooperatori Deo in salutem animarum”[4].

L’Allamano concepisce la missione dei suoi come continuazione dell’opera di Gesù, ma attraverso la meditazione della Chiesa[5]. Gesù Salvatore rimane l’attore fondamentale della salvezza, in ogni tempo, anche quando sono i missionari ad operare. C’è un collegamento vitale tra Gesù e i missionari fortemente sottolineato dall’Allamano, per il fatto che la salvezza soprannaturale non può essere operata con forza umana: “la conversione delle anime è tutta cosa soprannaturale”[6].

  1. Nesso: Gloria di Dio-Salvezza e Gloria della Consolata-salvezza: mi pare che questi due binomi abbiano una certa connessione nel pensiero dell’Allamano precisamente in riferimento alla salvezza. L’elemento unificatore è gloria (di Dio e di Maria) conseguita attraverso la salvezza dell’uomo.

Anzitutto, l’identità del missionario è la sua integrale consacrazione “alla maggior gloria di Dio e per la salute delle anime”[7]. Lo scopo preciso della sua azione apostolica è “zelare la gloria di Dio colla salute delle anime”[8]. Per l’Allamano, la gloria di Dio è l’uomo salvato dalla grazia e, di conseguenza, l’attività missionaria realizza una perenne glorificazione del Padre in quanto prolunga la missione redentrice del Figlio[9].

Nella salvezza realizzata attraverso la missione, oltre alla centralità di Cristo, l’Allamano sa cogliere bene il ruolo di Maria. Trovo che questa intuizione è chiara fin dall’inizio, in quanto l’Allamano scorge una speciale partecipazione della Consolata nella fondazione dell’Istituto. Alla Consolata il Fondatore attribuisce sia il titolo di “Patrona” che di “Fondatrice”[10]. Possiamo affermare che la Consolata “forma” dei collaboratori alla Redenzione operata da Gesù.

Non è senza significato il fatto che l’Allamano abbia legato il nome della Consolata al titolo ufficiale dell’Istituto. Il suo commento è: “Ne portiamo il titolo come nome e cognome”[11]. La salvezza cristiana viene quindi ad assumere anche una dimensione mariana, di cui l’Istituto non può non tenere conto.

Lo stesso motto: “Annuntiabunt gioriam meam gentibus” conferma la riflessione appena fatta. Nel pensiero del Fondatore questo motto, desunto da Is.66,19, ha una connotazione soteriologica e un riferimento mariano, anche se in senso devozionale[12].

Senza dubbio la Consolata, collegata alla missione e quindi alla salvezza dei non cristiani, è presente in modo essenziale nell’ispirazione originale dell’Allamano e ed è parte irrinunciabile del nostro carisma.

c. Diversi modi di illustrare la salvezza: l’Allamano spiega il cosiddetto fine secondario

dell’Istituto, cioè l’evangelizzazione dei non cristiani “che ne forma la caratteristica e la sua sola ragione di essere”[13], usando diverse espressioni. Sottolinea che tutte sono ricollegate alla finalità soprannaturale della missione. Ecco le più significative:

  • Salvare le anime (degli infedeli, dei pagani): questa dizione, classica e popolare allo stesso tempo, trova alcune variazioni efficaci, come: ”convertire le anime”, “santificare le anime”, “mandare in paradiso le anime”. Per l’Allamano si tratta di “quelle anime che nessuno vuol salvare, a cui nessuno pensa”[14].

In questo contesto è logico inserire l’abbondante ricorso dell’Allamano alla celebre frase di S. Francesco di Sales: “Da mihi animas, coetera tolle”, che gli serve per spiegare la necessità che un missionario senta la “sete delle anime”[15], “pro quibus Christus mortuus est”[16].

  • Evangelizzare tutti i popoli: questa dizione, che è ufficiale e precisa il fine apostolico (cosiddetto “secondario”) dell’Istituto[17], trova nell’Allamano sfumature differenti, tutte comunque collegate con la diffusione universale della “buona notizia”: predicare il Vangelo a tutte le creature, spargere sui popoli i tesori della grazia, predicare la fede, portare la fede, dilatare la fede, far conoscere la verità, preparare la strada a Gesù, fa conoscere N.Signore [18].
  • Dilatare il Regno di Dio: anche questa espressione appare nel pensiero del Fondatore, ma in modo meno frequente[19].

Sintetizzando, credo che si possa affermare che la prima proposta dell’Allamano ai suoi missionari è di impegnarsi per collaborare con Gesù e con Maria alla Redenzione, cioè alla salvezza soprannaturale dei non cristiani. Questo è il nucleo centrale del carisma del Fondatore trasmesso all’Istituto, evidente fin dalle origini e mai modificato durante tutta la sua vita: “Noi siamo per convertire gli infedeli: teniamo duro sul nostro scopo” [20]. L’Istituto così lo ha accolto, conservato e trasmesso.

2. SALVEZZA INTEGRALE. Fin qui ho affermato con una certa enfasi che il nucleo centrale del carisma del Fondatore (e nostro) è di collaboratore alla salvezza trascendente (soprannaturale) realizzata da Cristo per tutti gli uomini. Se il discorso si fermasse a questo punto, sarebbe limitato. Occorre completarlo.

  1. Precisazione dottrinale: dopo il Concilio, si è sviluppato nella Chiesa una riflessione

approfondita sul rapporto tra evangelizzazione e promozione umana (liberazione, sviluppo). Di questo argomento si sono interessate addirittura due Assemblee Generali del Sinodo dei vescovi, quelle del 1971 e del 1974. L’aspetto dottrinale ha avuto un chiarimento, praticamente mai superato, nell’Esortazione Post-Sinodale di Paolo VI “Evangelii Nuntiandi” dell’8 dicembre 1975, trovando che tra evangelizzazione e promozione umana esiste un triplice “legame necessario” di ordine antropologico, teologico ed evangelico (n.31).

La discussione teologica si è orientata ad affermare che la promozione umana è “parte integrante” (non costitutiva) dell’evangelizzazione. In concreto: quale uomo salva Cristo, attraverso la missione della Chiesa? La risposta quasi unanime é: tutto l’uomo nell’integrità del suo essere (anima e corpo), delle sue dimensioni (temporale e spirituale, terrena e immortale) e dei suoi rapporti (con Dio, con gli altri, con il mondo): tutto l’uomo, tutti gli uomini e tutta la loro storia[21].

  1. Le prime direttive dell’istituto: senza entrare in nessuna problematica, il Fondatore esprime bene le sue convinzioni fin dal primo Regolamento del 1901. La regola 19 per i luoghi di missione invita i missionari ad iniziare delle colture e piantagioni per assicurarsi il sostentamento; poi continua: “ il che […] sarà pure una buona scuola per far apprezzare agli indigeni i benefizi di una vita laboriosa e stabile, trarli alla religione e alla civiltà, consolidando i frutti di conversione”[22].

Le prime Costituzioni del 1909 ripropongono lo stesso testo con una variante significativa, all’art.27: “[…]specialmente (sott.mia) per formare una buona scuola”. Altrettanto le Costituzioni del 1923, vivente ancora il Fondatore, all’art.53[23].

Come si nota nelle prime regole c’è una direzione operativa positiva (non polemica), che trova una motivazione anche d’ordine apostolico, all’impegno per la promozione. Ovviamente un’ombra di proselitismo appare, che però non intacca la ragione di fondo che può essere così espressa: la promozione umana è una premessa logica e necessaria alla conversione che non va separata dall’evangelizzazione.

Quanto affermato trova una conferma nella programmazione apostolica che si sono data i missionari, con l’esplicita approvazione del Fondatore. Mi riferisco soprattutto alla prima conferenza di Murang’a del 1904, che su questo aspetto viene considerata emblematica. Il primo paragrafo delle “Conclusioni” così recita: “Dato il carattere degli Akikuyu, i mezzi migliori per iniziare le nostre relazioni con essi pare si possano ridurre ai seguenti: catechismi, scuole, visite ai villaggi, ambulatori alla Missione, formazione d’ambiente”[24].

  1. Un intervento decisivo: in data 28 dicembre 1909, la Congregazione dei Religiosi emanava il “Decretum Laudis”, con il quale l’Istituto diventava di “diritto pontificio”. E’ interessante notare che questo decreto approva il metodo apostolico dell’Istituto di abbinare all’azione evangelizzatrice propriamente detta quella di promozione umana25.

Ciò che più mi sembra da sottolineare è la reazione positiva del Fondatore, che però lascia supporre una qualche titubanza precedente, sia pure di lieve entità. Giova leggere il passaggio pertinente nella circolare ai missionari del Kenya del 2 ottobre 1910: “Il decreto della S. Sede nell’approvazione del nostro Istituto, le attestazioni della S. Propaganda e le stesse parole del Papa dichiarano il metodo del nostro Apostolato. Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani: mostrare loro i benefici della civiltà per trarli all’amore della fede: ameranno una religione che oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra”[25].

Continuando la lettura della circolare si percepisce che questo metodo non era da tutti totalmente condiviso: alcune obiezioni dall’ambiente ecclesiastico torinese e, forse, alcuni dubbi in lui stesso e anche tra i missionari. Sta di fatto che l’Allamano valorizza sia il decreto che i suoi colloqui a Roma per rassicurare tutti[26].

Pare che l’Allamano abbia dovuto tenere fermo su questo punto anche dopo il 1910.

Conosciamo suoi interventi anteriori e successivi che insistono sulla necessità del lavoro (promozione) come via di evangelizzazione[27]. Addirittura ancora nella circolare del 10 giugno 1923, che presenta le sue ultime Costituzioni del 1923, si ricollega a quel periodo e scrive: “ e nel 1909 […] ci fu dato il Decretum Laudis dell’Istituto, il quale, fra l’altro, approvava – e mi piace qui ricordarvelo (sott.mia) – il nostro metodo di evangelizzazione con le seguenti parole […]”; e qui riporta il testo del decreto precedentemente citato[28].

25 Il testo del Decretum Laudis è: “Caratteristica di queste Missioni si è che i Missionari non si limitano a introdurre la religione, amministrare i sacramenti, raccogliere bambini abbandonati nelle selve ed averne cura nell’Orfanotrofio, ma con lo spendore della fede portano a quei popoli la luce della civiltà, ammaestrandoli nell’agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali, trasportando per questo dall’Eurapa macchine ed utensili di ultima invenzione”: traduzione italiana in SALES L. Il Servo di Dio Canoico Giuseppe Allamano, Fondatore delle Missioni della Consolata,  ed Istituto Missioni Consolata, Torino 1944, 196 - 198; così pure in GALLEA G., Istituto Missioni Consolata, Fondazione e Primi Sviluppi, I, Torino 1973, 243. Il testo originale in latino in AIMC, IV, 280.

d. Azione comune: probabilmente le obiezioni e i dubbi circa il metodo di evangelizzazione provenivano dal timore che alcuni missionari fossero troppo occupati in attività materiali e quindi, in certo senso, “sprecati”. Nel pensiero dell’Allamano, documentato proprio all’origine della sua intuizione, c’è un rimedio a questa possibile deficienza. Mi riferisco alla sua concezione dell’Istituto come corpo unitario (spirito di corpo), nel quale ognuno fa la propria parte, ma in unità di intenti. E’ l’Istituto che evangelizza e collabora alla salvezza integrale dell’uomo, come insieme, anche se alcuni missionari sono più dediti all’annuncio, alla catechesi e alla sacramentalizzazione, mentre altri più occupati in iniziative di promozione umana. Ciò che conta è non creare divisioni o inutili polemiche, ma considerare tutte le attività in senso unitario e, soprattutto mantenere la proporzione dei valori[29].

  1. SALVEZZA OPERATA CON ZELO IN SANTITA’ DI VITA. Accenno che a questo punto si dovrebbe inserire il discorso sullo zelo del missionario, che nasce dalla fede e dalla carità e induce ad impegnarsi per la salvezza dell’uomo fino al sacrificio. Per l’Allamano è questione di “santità”.

La stessa consacrazione religiosa, nel pensiero dell’Allamano, si ricollega con l’ideale di santità: “Se volete essere poi missionari in regola, bisogna prima che siate ottimi religiosi; prima di convertire gli altri, bisogna che siamo santi noi”[30]. Il binomio missionario - religioso è sinonimo di missionario - santo [31].

In definitiva, è più che legittimo ritenere che la vocazione del missionario immaginato dell’Allamano richiede la “totalità”. Pur senza conoscere la dizione conciliare “ad vitam”, l’Allamano ne propone integralmente il contenuto: totalità di tempo, cioè per tutta la vita (anche se all’inizio il legame giuridico era temporale) e totalità di vita, cioè con santità straordinaria, eroica, fino al martirio.

Questa identità complessiva del missionario quale collaboratore della redenzione universale, è insita nel carisma originario e non può essere modificata.

  1. PREMESSE PER FUTURI SVILUPPI DEL CARISMA. Credo utile precisare che l’Allamano non è giunto a proporre certi temi che oggi riteniamo importanti, quali: la scelta dei poveri, l’inculturazione, il dialogo interreligioso. Tuttavia, nel carisma originario, si possono intravedere elementi importanti e suscettibili di legittimi sviluppi.

Così, la condivisione e la scelta dei poveri, come campo privilegiato della missione, può essere ritenuto uno sviluppo logico del carisma originario. Indirettamente il Fondatore ha posto le premesse per questo sviluppo, educando i suoi allo spirito della vera povertà del missionario, come : ad “accontentarsi del necessario”, ad avere il “coraggio di provare gli effetti” della povertà reale, a sapersi “distaccare dalle comodità”, a “risparmiare per mandare” in missione, ecc. [32].

Riguardo l’inculturazione, il discorso è delicato. Secondo la concezione corrente al tempo dell’Allamano, la conversione consisteva nel passaggio dal regno del male, cioè di satana (che comprendeva usi e costumi, culture religiose, ecc.) a quello del bene, cioè di Cristo (Battesimo, vita cristiana, civiltà, benessere, ecc.)[33].

L’Allamano vive questo ambiente e se ne trovano segni evidenti nel suo insegnamento[34]. Tuttavia in certo senso ne prende le distanze. Si pensi alla sua concezione del mondo pagano, che non considera come una “massa dannata”; alla sua opposizione contro il rigorismo moralistico verso certi usi locali; all’attenzione di evidenziare i pregi dei nativi, in campo etico e religioso; alla sua convinzione che Dio aiuta i pagani attraverso l’assistenza dei loro Angeli Custodi, perché vuole tutti salvi; e specialmente al freno che mette alla “smania” di partire, perché è necessario prima formarsi bene, mentre i pagani possono attendere[35].

Ovviamente il discorso sull’inculturazione, al tempo del Fondatore, era solo embrionale, per cui non si può trovare all’origine del carisma né una convinzione chiara e né una direttiva precisa. C’è una sua frase, “farsi kikuyu coi kikuyu” che, pur riferendosi alla necessità di adattarsi ai cibi locali, indica bene lo spirito e la mentalità che il Fondatore intende infondere.

E si deve riconoscere che questo clima si è respirato fin dai primi anni in missione, almeno a sentire le reazioni dei primi confratelli[36].

Circa il dialogo interreligioso ed ecumenico come vie di evangelizzazione, è pressoché inutile cercare nel pensiero del Fondatore tracce, specialmente nei termini impostati dal Vaticano II. Anzi, ci sono elementi piuttosto negativi38. E non c’è da stupirsi, perché questo era il clima al tempo dell’Allamano. Tuttavia, tenuto conto di quanto detto sopra specialmente circa la concezione serena che l’Allamano aveva del mondo pagano, ritengo che anche su questo punto si possa affermare che nelle nostre origini esistono potenzialità ed elementi di crescita.

L’Istituto, oggi, può quindi ritenere collegato al suo carisma l’impegno di valorizzare, in modo corretto e dove occorre, il dialogo interreligioso ed ecumenico per facilitare l’incontro con Cristo, presentato sempre come Redentore unico ed universale.

II.   IL MISSIONARIO SACERDOTE MINISTRO DI SALVEZZA

Diciamo subito che il carisma del Fondatore è essenzialmente “missionario” e “unitario” e, come tale, si trasmette integralmente all’Istituto, senza sostanziali distinzioni tra sacerdoti e fratelli (analogamente ciò vale per le suore). Tanto è vero che gli schemi degli interventi formativi, che servivano al Fondatore per comunicare il suo carisma, generalmente sono gli stessi per sacerdoti, fratelli e suore.

Tuttavia, almeno una distinzione si può indicare: i sacerdoti sono impegnati prevalentemente in attività di evangelizzazione propriamente detta, i fratelli di più in quelle di promozione umana. Tale distinzione non è esclusiva e, quindi, va presa con le dovute precauzioni[37].

Tento di enucleare alcuni elementi più specifici dei sacerdoti, che sono come le vie ordinarie per operare la salvezza in collaborazione con Cristo, missionario del Padre e sommo ed sterno sacerdote.

  1. IL SACERDOTE È MISSIONARIO “DI NATURA SUA”. Giova anticipare questa convinzione dell’Allamano, che cioè tra vocazione sacerdotale e vocazione missionaria non c’è distinzione essenziale, perché ogni sacerdote è “missionario di natura sua”.

“La vocazione alle Missioni è essenzialmente la vocazione di ogni santo sacerdote. Essa non è altro che un più grande amore a N.S.G.C., per cui uno si sente spinto a farlo conoscere ed amare da quanti non lo conoscono ed amano ancora. Essa è un più vivo spirito di fede e di carità, per cui si viene a compiangere lo stato di tanti poveri infedeli e per conseguenza si brama vivamente di muovere in loro soccorso”[38].

Come si nota, la forza di tale convinzione poggia su un principio di teologia spirituale: dallo zelo per salvare le anime promana necessariamente l’impegno missionario, perché, ogni santo sacerdote “vuole condurre tutti il Paradiso…non è contento di quelli che ha attorno, ma vuole salvare anche gli altri” [39].

  1. MINISTERO PER LA SALVEZZA. Ecco i principali ministeri che il sacerdote Missionario della Consolata, in forza del suo carisma, è chiamato ad offrire per collaborare alla salvezza dei non cristiani.
  2. Ministero della Parola: non c’è dubbio che per l’Allamano l’annuncio della verità rivelata è la prima via perché la salvezza meritata da Cristo possa raggiungere gli uomini. Ovviamente in quest’opera il sacerdote ha una responsabilità propria, collegata con la funzione di “pastore”, che però condivide ordinatamente con gli altri operatori della missione. Il fondatore sottolinea con forza l’Euntes Docete e si ricollega pure con il testo di Rm 10, 14-15, dove Paolo esprime la convinzione che l’annuncio è condizione essenziale per giungere alla fede [40].

Tuttavia, secondo il metodo approvato dallo stesso Allamano, all’inizio l’annuncio era necessariamente limitato ad una presenza dinamica per creare un ambiente che favorisse la conversione. In seguito sarebbe subentrata una catechesi più strutturata e anche la predicazione. Ancora nel 1910, infatti, l’Allamano scrive ai missionari: “Voi ben comprenderete che sarebbe per ora inutile una vera predicazione, che bisogna seminare la Parola di Dio, in modo più piano e quasi casuale […]. La vostra kerera intanto si sparge nei villaggi, e voi troverete a poco a poco in tutta cotesta gente penetrate le verità della nostra santa Religione, e colla grazia di Dio preparate a ricevere il Battesimo” [41].

  1. Ministero dei sacramenti: l’amministrazione del Battesimo è, per eccellenza, l’obiettivo di ogni missionario, non necessariamente solo del sacerdote. La prima esperienza nell’Istituto è molto eloquente al riguardo. Mi pare che il Fondatore colleghi il compito della sacramentalizzazione, proprio del sacerdote, piuttosto all’Eucarestia.

La vita eucaristica è una di quelle insistenze dell’Allamano che arricchiscono e fanno parte del carisma, diventando caratteristica del Missionario della Consolata: l’Eucarestia in vista dell’identità del missionario e in relazione alla sua azione di evangelizzatore [42].

Per il sacerdote c’è qualcosa di particolare: a lui, infatti è affidato il compito di “celebrare” l’Eucarestia come “Redenzione” – “si rinnova la Passione”45 – che salva, come pure quello di “moltiplicare i tabernacoli”. Quest’ultima espressione, molto cara all’Allamano, di per sé sottolinea la “presenza reale”. Il Fondatore, però, sa trovare in questa presenza un valore di salvezza, perché i tabernacoli, in missione, sono “focolari di amore per noi e di misericordia per gli infedeli” [43]. L’Allamano è felice quando si apre un nuovo tabernacolo, attorno al quale si raduna una comunità di battezzati e, di conseguenza, gradatamente nasce e cresce la Chiesa particolare.

  1. Per la fondazione della Chiesa: non trovo nella dottrina del Fondatore l’espressione esplicita “fondare la Chiesa”, ma essa è implicita in questo contesto nel quale l’Eucarestia occupa un posto centrale, proprio in relazione alla salvezza [44].

Inoltre, bisogna tener presente l’impegno intelligente e constante che i primi missionari, sotto l’impulso dell’Allamano, hanno avuto per trovare e formare, fin dall’inizio, collaboratori, prima laici, per la catechesi, e poi anche candidati al sacerdozio e, più tardi, alla vita consacrata [45].

Questi ministeri e carismi sono segni che la comunità cristiana sta crescendo verso la sua maturità di Chiesa locale, diventando così luogo ordinario e privilegiato di salvezza.

III.  COERENZA E FEDELTA’ AL CARISMA DELLA SALVEZZA

Sarebbe riduttivo fare la storia delle nostre fedeltà e infedeltà all’impegno per la salvezza dei non cristiani. Basta esaminare l’origine e lo sviluppo delle varie circoscrizioni missionarie, per costatare come il cammino compiuto sia stato sostanzialmente positivo e coerente [46]. Momenti critici, come quelli che hanno occasionato la Visita Apostolica, visti oggi, non possono aver intaccato la purezza della nostra missione, svolta sicuramente nel solco tracciato dall’Allamano[47].

Per valutare lo spessore della nostra attuale coerenza al carisma originario, nella fedeltà dinamica, mi piace indicare tre momenti significativi: il rinnovamento post-conciliare, le Costituzioni rinnovate, l’ultimo Capitolo Generale.

  1. RINNOVAMENTO POST-CONCILIARE. Lo trovo efficacemente rispecchiato nei

Documenti Capitolari del 1969, che sono una fonte inesauribile (sia pure un po’ prolissa) di precise convinzioni e proposte. In essi la missione, nel contesto del carisma originario, è vista come la “ragione d’essere” dell’Istituto e il “punto di partenza di ogni sua opera” (nn. 32-34). Essa comporta l’annuncio del Vangelo, la conversione personale, l’iniziazione cristiana, fino all’inserimento nella comunità ecclesiale (nn. 115ss.). Comporta, inoltre, la promozione umana, sulla linea dell’insegnamento del Fondatore, secondo il quale la formazione cristiana si innesta su una promozione integrale (nn. 103ss.). Viene garantita la proporzione tra i due aspetti dell’evangelizzazione, perché il compito prioritario e più diretto del missionario è l’annuncio del Vangelo e, quindi, il ministero (n.189). La riflessione e le proposte operative sull’inculturazione (nn.92ss.) e sul dialogo interreligioso ed ecumenico (nn. 190ss.) sono collegate con il rinnovamento conciliare e valorizzano la vocazione del missionario. Si nota un chiaro sforzo di integrare nel carisma la collaborazione con le giovani Chiese, fino alla loro maturazione (nn. 140ss.).

Il rinnovamento post-conciliare, promosso dal Capitolo del 1969 appare come un singolare momento di grazia, che ha segnato in profondità la vita dell’Istituto, perché è stato sia una puntuale riconferma del carisma di origine e sia una coraggiosa attenzione alle nuove richieste della missione (fedeltà dinamica).

  1. COSTITUZIONI RINNOVATE. In esse, sotto forma normativa (e quindi sintetica ed essenziale) converge tutta l’esperienza della nostra storia: viene confermata la volontà di coerenza e fedeltà al carisma (art. 3); l’identità missionaria e religiosa, nella santità della vita, è collegata all’intuizione del Fondatore (artt. 4-5); il servizio missionario, in forza dell’ispirazione del Fondatore, è regolato in relazione alla salvezza integrale con l’annuncio del Vangelo (artt. 69ss.) e la promozione umana (artt. 3, 16, 76); il dialogo interreligioso ed ecumenico viene sostenuto e incoraggiato (artt. 77-78), come pure l’impegno di inculturazione (artt. 6, 77; 77.1).

Penso che il Fondatore, che ha curato con amore i Regolamenti del 1891 e del 1901, come pure le Costituzioni del 1909 e del 1923, si sente a suo agio anche in queste ultime, perché rispecchiano esattamente il suo “cuore” e il “senso” della Chiesa.

  1. CAPITOLO GENERALE DEL 1999. E’ il presente dell’Istituto, che ogni missionario conosce e condivide. Non è il caso, quindi, di commentare gli Atti del X Capitolo Generale (Sagana 1999). Mi limito ad esprimere il più sincero compiacimento di Missionario della Consolata, perché, percorrendo le pagine del volumetto, trovo che l’ideale missionario e l’impegno di evangelizzazione, scaturiti dal Fondatore e salvaguardati dai nostri confratelli, risultano evidenti e prioritari, con l’integrazione della promozione umana. E’ un impegno a tutto campo, senza chiusure, verso nuove frontiere, nella fedeltà alla Chiesa e ai suoi Pastori.

Non dubito che il fondatore ci riconosce, anche oggi, come suoi veri figli.

CONCLUSIONE

Come conclusione mi piace manifestare la mia impressione positiva sulla nostra esperienza carismatica riguardo il mistero della salvezza. Proprio la forza della spinta impressa dal Fondatore, l’impegno comune si è concentrato sulla salvezza integrale dell’uomo, cioè trascendente e immanente. Nonostante ovvie perplessità iniziali, ha preso piede la certezza che tra salvezza trascendente e immanente non c’è contraddizione, ma solo progresso unitario, in quanto la promozione umana è parte integrante dell’evangelizzazione. L’impegno per la salvezza ha dimensione cristologica, mariana ed ecclesiale, perché viene svolto in nome e per mandato di Cristo, con spirito mariano, in comunione con la Chiesa e in obbedienza ai Pastori.

Questo contenuto essenziale del carisma è identico per tutti i figli e le figlie dell’Allamano, perché riguarda la missione, che è vocazione comune. Solo alcuni servizi alla missione si differenziano, soprattutto quelli che sono collegati con l’ordine sacro.

Grazie a Dio, l’Istituto nel suo insieme è stato ed è coerente a questo carisma. Non importa se ci sono stati e, anche oggi, ci possono essere alcuni che, sia pure in buona fede, accentuano una dimensione della salvezza a scapito di altre. Purché la nostra famiglia missionaria, come corpo unitario, abbia le idee chiare e voglia vivere e operare nella fedeltà dinamica alla sua eredità carismatica.

[1] Per la teologia del carisma di Fondatore cf.: CIARDI F., I fondatori uomini dello spirito. Per una teologia del carisma di Fondatore, Città Nuova, Roma 1982; ID., In ascolto dello Spirito, Ermeneutica del carisma dei Fondatori, ed. Città Nuova, Roma 1996; ROMANO A., I Fondatori Avanguardie storiche dello Spirito, La figura e il carisma dei Fondatori nella riflessione teologica contemporanea, Romae 1986 (Pont. Facultas Theologica, Institutm Spiritualitatis Theresianum); ID., I Fondatori profezia della storia, ed, Àncora, Milano 1989; AA.VV., Come rileggere oggi il carisma fondazionale, ed, Rogate, Roma 1995; PAVESE F., La teologia su carisma del Fondatore riletta nell’identità dell’Allamano  dell’I.M.C., Documentazione IMC, N.3, maggio 1986.

[2] Le Conferenze Spirituali del Servo di Dio Giuseppe Allamano ( d’ora in poi: Conf.Sp)., I, 650.

[3] Conf.Sp., I, 481, 650; III, 660.

[4] L’Allamano prese la frase di Dionigi da un’opera di GIORDANO F., Istituzioni sacerdotali e chiericali dette né Spirituali Esercizi, Torino 1888, 625. Cf. TUBALDO I., Spiritualità missionaria alla luce del P. Fondatore (dattiloscritto), Certosa di Pesio, 2 sett. 1981, 15, nota 1. Circa le fonti cui si ispira il Fondatore e la formulazione originale del testo, cf. BONA C., Quasi un vita…,ed. Missioni Consolata, Torino 1995,V, 198, nota 3. Vorrei sottolineare che l’Allamano ricorre a questa massima fin dal 1902, durante il triduo per le promesse dei componenti la prima spedizione: cf. Conf.Sp., I, 43; inoltre cf.Conf.Sp., I, 481, 621; III, 660.

[5] Un testo esplicito e molto bello si ha in occasione della consegna dei crocifissi a due partenti: “In questo momento vi ho dato il comando, la missione di N.S.Gesù Cristo:’ Sicut misit me Pater, et ego mitto vos:euntes ergo docete omnes gentes’[…]. Questa non è una missione ordinaria, secondaria. L’Eterno Padre ha mandato il Figliolo, il Figliolo ha mandato la Chiesa, e la Chiesa per mezzo mio manda voi. […] E vi manda a far che cosa? A predicare il vangelo omni creaturae. Quindi il vostro zelo non deve avere limiti, vi manda per tutta la terra, in ogni luogo; dovete procurare la conversione di tutto il mondo: in universum mundum, omni craturae…!”: Conf.Sp., III, 469; cf.anche:, I, 83, 128, 264, 363, 608; II, 19; III,101, 247, 625.

[6] Conf.Sp., I, 621; cf anche I, 129. Nella lettera circolare del 1910 così scriveva: “ La vocazione del missionario è subblime, perchè è la continuazione della stessa missione di N.S. Gesù Cristo, di aquella degli Apostoli e dei santi missionari che vi precedettero”: in BONA C., o.c., V, 408.

[7] Conf.Sp., 1, 30.

[8] Conf.Sp., III, 461; cf. anche Le Lettere, III, ed.Istituto Missioni Consolata, Torino 1946, 179.

[9] Cf. VOLTOLINI A., Criteri metodologici di evangelizzazione indicati dal Fondatore Giuseppe Allamano alle Suore Missionarie della Consolata, Tesi di Licenza, Auxilium, Roma 1988-1989, 115-119; BALDASSO E., Noi siamo per gli infedeli. Missione e missionario in Giuseppe Allamno, Tesi di Licenza, Univsersità Urbaniana, Roma 1982-1983, 56-60.

[10] “Varie volte nelle sue conferenze ebbe a dirci: ‘Ci sono alcuni che mi chiamano fondatore dell’Istituto. Fondatrice di questo Istituto è la Consolata” (Deposizione di P.Ferraro D.); “Non dite più Fondatore, questo è uno sproposito; Fondatrice è la Madonna” (Deposizione di P.Chiomio G.); cf. inoltre:Conf.Sp. alle Suore, II, 442.

[11] Conf.Sp., I,568; altra affermazione caratteristica è: “Possiamo gloriarci di avere due titoli, quello […] della Madonna e quello del fine, ciascuno dei quali basterebbe”: Conf. Sp., I, 619.

[12] Questa citazione di Isaia è posta dal Fondatore all’inizio del Regolamento del 1901 e delle Costituzioni del 1909; dopo dovette ometterla per ragioni canoniche. Per un approfondimento del significato teologico in riferimento alla salvezza e a Maria, cf. TUBALDO I., il Regolamento e le Costituzioni dell’Istituto Missioni Consolata, in Documentazione IMC, N.1, Roma 1979, 9.

[13] Conf.Sp., I, 622.

[14] Conf.Sp., III, 661; di seguito riporto diverse citazioni dai volumi delle conferenze domenicali, con l’obiettivo di sottolineare questa convinzione prevalente nell’Allamano: salvare le anime: I, 24, 96, 306, 423, 476,481,483; II,19, 184, 403, 690, 695; III, 161,188, 230, 370, 461, 528, 660, 661, 662; convertire le anime: I, 84, 95, 225, 290, 368, 377; II, 619, 690; III, 16,101,469, 530, 625, 664, 676;  santificare le anime: I, 43, 302; III, 69.

[15] Conf.Sp., I, 279.

[16] Conf.Sp., I, 627; altri riferimenti; I, 481, 575, 576, 624; III, 17, 43, 660.

[17] “L’evangelizzazione degli infedeli” figura come fine del nuovo istituto missionario nel Regolamento del 1891, in quello del 1901, nelle Costituzioni del 1909 e nel Decreto di Erezione del 29 gennaio 1901.

[18] Cf.: Conf.Sp., I, 65,128, 298; II, 323, 474, 693; III, 370, 373, 392, 469, 662.

[19] Cf. Conf.Sp., I,184, 424; questa dizione si trova pure nel primo art. del Regolamento del 1891 e in quello del 1901.

[20] Conf.Sp., III, 295.

[21] Su questo tema la bibliografia è abbondante. Mi limito a citare: GPIC, Cieli e Terra Nuova, Manuale per animatori di giustizia, pace e integrità del creato, EMI, Bologna 1999; inoltre: PAVESE F., Pastorale della Promozione Umana e dello Sviluppo, (dispense delle lezioni all’Università Urbaniana), Roma 2000, che riportano la più recente bibliografia. Faccio notare che Giovani Paolo II, parlando di questo tema, non si lega a nessuna particolare dizione e si esprime con libertà, ma sempre con coerenza; ed es.: “la missione evangelizzatrice ha come parte indispensabile l’impegno per la giustizia e per la promozione dell’uomo” (Documenti di Puebla, 26); “la promozione umana deve essere la conseguenza logica dell’evangelizzazione” (Discorso di apertura alla Conferenza di Santo

Domingo); “La sollecitudine del sociale fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa” (Sollecitudo Rei Socialis, 41); “parte essenziale del messaggio cristiano” (Centesimus Annus, 5); “Il problema della promozione umana non può essere considerato al di fuori del rapporto dell’uomo con Dio” (Santo Domingo, 12).

[22] Cf. AIMC, III, 1-1; anche il Regolamento del 1891, alla regola 18, riporta le stesse parole: in BONA C., o.c., I, 347.

[23] Cf. AIMC, III, 1-2; 1-3. Pure le Costituzioni del 1940 mantengono questa dizione, che però poi cade da quelle del 1950 in poi.

[24] TREVISIOL A., I primi missionari della Consolata nel Kenya, 1902-1905 (tesi di laurea), ed. Università Gregoriana, Roma 1983, 259; in particolare sulla formazione ed elevazione dell’ambiente cf. 265ss.

[25] In BONA C., o.c., V. 410.

[26] Per questa parte cf. BONA C., o.c., 410-415, specie alle note 16,17 dove sono riportate le parole del Papa Poi X e parte dell’articolo apparso su “La Consolata” 12(1919)19, che spiega ai benefattori l’importanza del decreto;

TUBALDO I., Giuseppe Allamano, Il suo tempo – La sua vita – La sua opera, III, ed,  Missioni Consolata, Torino 1984, 488 – 499; SALES L., o.c., 198 – 199.

[27] Mi limito a riportare due testi significativi: uno del 24 ottobre 1909: “[…] la scienza propriamente detta e quella delle arti e mestieri, perché tutte e due sono necessarie per salvare le anime”: Conf. Sp., I, 306; un altro del 7 dicembre 1913: “ I restii ad apprendere i mestieri anche più bassi, dimostrerebbero perciò solo di non essere fatti per le nostre Missioni, dove ciò è mezzo necessario od utile alla propria sostentazione od ad incivilire e convertire gli infedeli (Cost. N.26,27) ”: Conf. Sp., I, 623.

[28] Cf. Le Lettere, III, ed. Istituto Missioni Consolata, Torino 1946, 181. Il pensiero dell’Allamano sulla necessità della promozione umana è stato abbondamente studiato. Fra tutti cito: BARSOTTI D., Primato della santità, EMI, Bologna 1976, 65-68. Fra l’altro, l’A. afferma: “Padre dei missionari, egli fu padre anche degli africani […] . Voleva la loro salvezza, ma pensava anche alla loro educazione, al loro progresso civile. L’apostolato missionario non doveva lasciar nulla di intentato perché gli indigeni, col beneficio della fede, dovessero anche ricevere i benefici di un progresso civile” (p.65). Più avanti osserva: “Religione e cultura non si identificano e tuttavia non è possibile la religione cristiana che in un mondo di cultura. La promozione umana di queste popolazioni fu preoccupazione costante dell’Allamano” (p.66). Aggiungo una brillante osservazione del compianto BONZANINO G., Un uomo per l’Africa, EMI, Bologna 1977, 106: “L’Allamano, pur non sgarrando di un millimetro dal fine dell’evangelizzazione, non era propugnatore d’un catechismo allo stato puro. Voleva che il processo evangelico fosse come quello creativo. Dio impastò il corpo e poi vi soffiò dentro l’anima. Lo stesso dovevano fare i suoi missionari. In un corpo d’uomo ben fatto si sarebbe operata la seconda creazione, che è la redenzione”.

[29] Paolo VI, nell’Es. Ap. post-sinodale Evangelii Nuntiandi, al n.27 si preoccupò di precisare la giusta proporzione dei valori circa la salvezza che l’evangelizzazione offre: “L’evangelizzazione conterrà sempre […] una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risuscitato, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso. E non già una salvezza immanente, a misura dei bisogni materiali o anche spirituali che si esauriscono nel quadro dell’esistenza temporale e si identificano totalmente con i desideri, le speranze, le occupazioni, le lotte temporali, ma altresì una salvezza che oltrepassa tutti questi limiti per attuarsi in una comunione con l’unico Assoluto, quello di Dio: salvezza trascendente, escatologica, che ha certamente il suo inizio in questa vita, ma che si compie nell’eternità”. A questo punto diventa più che mai pertinente il testo di Mt 16,26: “Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?”.

[30] Conf.Sp., III, 342; la conferenza più esplicita al riguardo è quella del 19 ottobre 1919: III, 336-342; per l’Allamano, che ritorna sul tema in altre occasioni (cf. I, 623, 626; III, 436-437), la consacrazione con i voti garantisce totalità e stabilità: cf.  III, 340.

[31] Credo utile risentire il testo forse più esplicito al riguardo: “Noi andiamo ad essere Missionari per amore di Dio, non per capriccio. Questo zelo è effetto dell’amore: vediamo Gesù languire per le anime e vogliamo soddisfarlo. ‘Zelus est effectus amoris’ (Sant’Agostino). ‘Ex magno amore oritur zelus’ (S.Agostino). Tutti debbon averlo, ma specialmente i sacerdoti, cui Gesù ha affidato le anime”: Conf.Sp., III, 660. Circa lo zelo l’insegnamento del Fondatore è ricchissimo. Mi limito a citare due conferenze che considero fondamentali: I, 481-483; III, 660-661. Altrettanto ricca è la sua spinta alla santità missionaria. Il classico “prima santi e poi missionari” è proposto in mille versioni, sia quando spiega i due fini dell’Istituto e sia in ogni altra occasione propizia. Dalla santità promana necessariamente la missione e perciò la possibilità della salvezza: “prima dobbiamo santificare noi… e fatti santi in poco tempo potremo compiere la nostra missione fra le genti  e con gran frutto”: Conf.Sp., I, 27; “Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi”: Conf.Sp., I, 279.

[32] Cf. Conf.Sp., I, 266 - 267, 517-523; II, 252; III, 154. Nella conferenza del 7 dicembre 1913 (schema) c’è una frase illuminante come criterio generale: “l’evangelizzazione può e deve abbracciare tutte le opere e tutti i mezzi che sono necessari ed utili a questo fine secondo le circostanze dei luoghi e dei tempi, ed approvati dalla S. Sede”: III, 623.

[33] Cf. BALDASSO E., o.c.,  69ss., dove si trova pure un’interessante bibliografia.

[34] Un esempio: nella citata lettera del 24 dicembre 1907, l’Allamano insite sullo studio delle lingue locali “per ben conoscere le idee false dei neri e confutarle, e così catechizzarli efficacemente”: in BONA C., o.c., IV, 771.

[35] Cf. Conf.Sp., I, 26-27; 131-133; II, 18-23, 30, 32-33; III, 311.

[36] Cf. TREVISIOL A., o.c., 261, dove sono riportati alcuni appunti del Perlo in preparazione alla Conferenze di Murang’a: “[con gli indigeni] tollerare, lasciare, non irridere nei Kikuyu tutto ciò che non è contro la religione e morale…benché contro nostri usi e costumi e forse idee di pulizia, educazione e civiltà”; cf. pure la testimonianza significativa al riguardo del Diario di P. Barlassina G.: in ID., o.c., 332. 38 Cf. Conf.Sp., III, 419.

[37] Si veda l’insegnamento del Fondatore sulla necessità del lavoro sia per i sacerdoti che, soprattutto, per i

fratelli; cf. per esempio: Conf.Sp., 1, 274, 306; II, 89, 90; III, 650-651, 715.

[38] Conf.Sp., I, 650; cf anche III, 370. Per queste idee l’Allamano dipende dal testo di MANNA P., Operaii autem pauci, La vocazione alle Missioni Estere, ed. PIME, Milano 1909. Negli schemi delle sue conferenze su questo punto cita più volte il Manna e alcuni passaggi, come quello riportato, sono presi alla lettera.

[39] Conf.Sp., III, 530; cf. anche III, 370: “Ogni sacerdote è un vero missionario quando ha vero spirito, amore di Dio e della salute delle anime. L’apostolato è un grado superlativo del sacerdozio. Uno zelante sacerdote è un missionario”.

[40] Cf. Conf.Sp., I, 264, 483, 497, 501, 608; II, 19; III, 285, 625.

[41] In BONA C., o.c., V, 411; alla nota 20 di pag. 415, l’A. spiega i vari significati del termine “kerera” e conclude che qui ha il valore di insegnamento cristiano, catechesi.

[42] Cf. GARZIA R., Missionario dell’Eucarestia, ed. IMC, Torino 1981 (prima edizione del 1960 dal titolo: Attorno al tabernacolo): TUBALDO I., L’Eucarestia nella vita e nell’insegnamento dell’Allamano, in Documentazione IMC, N.2, 1980; Conf.Sp., I, 96, 129, 191, 284, 293, 424, 473, 564; II, 34, 311, 314, 609; III, 97, 372, 374, 470. 45 Conf.Sp., III, 671.

[43] Conf.Sp., I, 293.

[44] “Io credo, anzi è certo, che essi [ i tabernacoli] debbono attirare le grazie su quelle terre…Potessimo moltiplicarli quei luoghi”: Conf.Sp., I, 284; circa le numerose testimonianze dei primi missionari su questo punto, cf. TUBALDO I., o.c., 29-31.

[45] Già nel Regolamento del 1901, IV, art.18, si legge: “Ad ottenere che il frutto delle loro fatiche sia durevole, i missionari volgeranno di preferenza le loro cure alla gioventù, […] nell’intento di formarsene coaditori nell’avvenire”: AIMC, III, 1-1. Circa i catechisti in particolare, già il 24 dicembre 1907 l’Allamano scrive: “Venendo ai mezzi più idonei per la conversione di coteste popolazioni, […] stimo mezzo importantissimo, anzi necessario, l’opera dei catechisti. […] E’ un fatto, e lo constato dai vostri rendiconti trimestrali, che le stazioni vanno bene e producono dove i catechisti vanno bene e lavorano; coi medesimi restano come moltiplicati i missionari”: in BONA C., o.c., IV, 771. Circa la vocazione al sacerdozio, l’Allamano segue con attenzione lo sforzo che Mons. F. Perlo compie per il nuovo seminario. Al P. Cagnolo, Rettore del seminario, scrive il 28 agosto 1915: “Le notizie del seminario mi consolano grandemente. Invero, quest’opera è di somma importanza per l’avvenire del Vicariato e dev’essere la pupilla dei nostri occhi. , […] Ricordati sempre essere meglio pochi ma buoni”: in BONA C., o.c., VII, 174., cf. SALES L., o.c., 256; Conf.Sp., II, 253, 256.

[46] Fortunatamente possediamo diversi studi storici che illustrano il nostro percorso di attività missionaria nelle varie circoscrizioni: cf. TREVISIOL A., Uscirono per dissodare il campo. Pagine di storia dei Missionari della Consolata in Kenya: 1902-1981, ed. Missioni Consolata, Torino 1989; ID., Innestati su un albero secolare. Pagine di storia dei Missionari della Consolata in Brasile: 1937-1969, ed Missioni Consolata, Torino 1991; ID., Amarono una terra dagli orizzonti infiniti. Pagine di storia dei Missionari della Consolata in Argentina, ed. Missioni Consolata, Torino 1997; CRIPPA G., I Missionari della Consolata in Etiopia. Dalla Prefettura del Kaffa al Vicariato di Gimma (1913-1942), ed. Missioni Consolata, Torino 1998; Di MARTINO A., Quel tanto di lievito del Regno. I Missionari della Consolata in Tanganyika-Tanzania, 1936-1964, ed. Missioni Consolata, Torino 1995; TEBALDI G., I Missionari della Consolata in cammino con i popoli, EMI, Bologna 1999.

[47] Cf. BONA C., Nell’occhio del ciclone. Appunti per la storia dell’Istituto Missioni Consolata durante la reggenza di Mons. Perlo, ed. Missioni Consolata, Torino 1976; TUBALDO I., Giuseppe Allamano. Il suo tempo – La sua vita – La sua opera, cit..IV, 601ss.; GALLEA G., o.c. III, 195ss.