Come l’Allamano vive, partecipa e conforta

in occasione della moprte di una persona cara

  

Non poche volte, durante la propria vita, l’Allamano ha dovuto sostenere il peso della morte di persone care. Ciò avvenne sia nella propria famiglia e parentela, che nei suoi due Istituti missionari, come pure nella cerchia di persone alle quali era particolarmente legato. In particolare, ha dovuto vivere la morte del Can. Giacomo Camisassa, che ha costituito uno dei momenti più dolorosi e difficili della propria esistenza.

È interessante constatare come l’Allamano è stato in grado di immedesimarsi questi eventi luttuosi, a livello umano e di fede, e anche come ha saputo essere in intima comunione con le persone più direttamente colpite.[1] Dalle sue parole e dal modo di comportarsi si nota una spontanea partecipazione al dolore. Ogni morte lo colpisce profondamente e lo fa soffrire, fino alle lacrime. La morte della mamma ha addirittura influito sulla sua salute. La sua partecipazione umana è sempre stata molto intensa, sempre però arricchita e sostenuta da un forte senso di fede nella vita soprannaturale.

II.       LUTTI NELL’ISTITUTO

L’Allamano ha dovuto soffrire diversi lutti nei suoi due Istituti missionari. A cominciare dalle due suore Vincenzine del Cottolengo, le quali collaboravano con i Missionari della Consolata in Kenya fin dal 1903 e quindi anch’esse erano considerate come “figlie”, l’Allamano, durante la sua vita, ha perso molto presto: tre sacerdoti (uno in Kenya e due in Italia), e poi due chierici sotto le armi, tre coadiutori (tutti in Africa) e anche un ragazzo del seminario minore; in più due suore missionarie della Consolata (in Italia) e una postulante. Tutte le categorie dei suoi figli e figlie erano state segnate da lutti. Se poi si aggiunge la morte del Camisassa, il quadro diventa davvero pesante.

Quando la morte coglieva qualche membro degli Istituti, il coinvolgimento dell’Allamano era certamente speciale. Cresceva in lui la consapevolezza che, in Paradiso, si stava ricomponendo la stessa famiglia, ma in una stato infinitamente superiore. Siccome i defunti degli Istituti erano sempre giovani, l’Allamano ha saputo trovare consolazione, non solo con la piena adesione alla volontà di Dio, ma anche nella certezza che Dio chiamava a sé coloro che morivano perché erano maturi per il Cielo e che l’Istituto avrebbe così acquistato speciali protettori. Lassù, la sua famiglia missionaria sarebbe stata più forte nell’intercessione presso Dio e la Consolata, in favore dei loro fratelli e sorelle che continuava a lavorare nelle missioni. Inoltre, pur nella più grande sofferenza, l’Allamano non ha mai perso la padronanza di sé, ma è sempre stato in grado di guidare, con razionalità e calma, ogni situazione, rimanendo il punto di riferimento per tutti gli altri, anche a livello umano.[2]

Iniziamo dai due casi di morte avvenuti tra le Suore Vincenzine del Cottlengo,

Sr. Editta Vivori, Vincenzina. Morì il 9 ottobre 1903 a Muranj’a, per “malaria fulminante”, dopo pochi mesi dall’arrivo in missione, all’età di 41 anni. A Sr. Clotaria Arduino, che guidò come superiora il primo gruppo di Suore Vincenzine in Kenya, l’Allamano, il 30 ottobre 1903, scrisse una lettera molto cordiale e piena di fede, nella quale tra l’altro si legge: «S’immagini V.R. e le care Suore la parte che noi abbiamo presa al loro dolore per la dipartita dell’ottima Sr. Editta. Nelle nostre viste umane non pareva che così presto il Signore dovesse provarci, e togliere dalle Missioni una Suora tanto buona in salute. Ma questo non fu il giudizio di Dio, che volle tosto premiare nella cara compagna il sacrificio fatto da tutte coll’abbandonare ogni cosa per salvare anime; e procurarci presto, come mi disse il nostro Cardinale, una protettrice in cielo. […].

V.R. si faccia tanto coraggio nel Signore, e conforti a nome mio le buone Suore, animandole a sempre più godere della grazia della vocazione all’apostolato. […] Coraggio dunque in Domino e l’occhio al Paradiso dove la cara Suor Editta intercede per le missionarie e pei missionari».[3]

Sr. Giordana Sopegno, Vincenzina. Il 30 novembre 1903, a Tuthu, per “epatite suppurativa”, anche Sr. Giordana lasciò questa terra.[4] Il telegramma di P. F. Perlo di sospendere la partenza di altre suore, a Torino, non è ben compreso. Diventa chiaro quando giunge la lettera dello stesso P. Parlo, al quale il Fondatore, in data 22 gennaio 1904, risponde: «L’ultima sua lettera ci portò la dolorosa notizia della morte di Suor Giordana. Il Signore ci prova con queste morti premature; sarà però tutto pel bene delle nostre missioni. Abbiamo bisogno di protettori in Paradiso, ed il Signore si elegge le migliori; ed ha compassione del nascente istituto, a cui non osa per ora togliere alcun membro.

Ne recai la notizia al Padre (Can. G. Ferrero), il quale, stupito della persona, mentre se lo sarebbe aspettato di altre, con tranquillità disse il fiat voluntas Dei. A quest’ora forse, io penso, vi sarà qualche altra spina; ma spero di non essere profeta; ad ogni modo non dobbiamo volere che ciò che vuole Iddio, che ogni cosa ordina al bene di questi infelici popoli. Si procurerà di far profitto dell’esperienza per l’avvenire. […] Ciò che mi preme al presente si è che il morale delle suore e più dei missionari non scemi, né alcun si scoraggisca per coteste morti. Per noi e anche alla P. Casa ciò non successe; procuri che anche costì tutte siano in animo coi principi che la fede c’insegna.

[…] Faccia tanto animo alla Superiora e alle Suore tutte, assicurandole che preghiamo per loro e per le compagne defunte. La Consolata in quest’anno le aiuterà perché lavorando molti anni abbiano poi una bella corona in Paradiso. Tante cose a tutti i miei cari missionari, pei quali soli ormai vivo su questa terra».[5]

P. Enrico Manzon, IMC. Da circa due anni in Kenya, è morto improvvisamente di peritonite, il 20 maggio 1912, all’età di 25 anni.[6] È il primo defunto tra i membri dell’Istituto.[7] Il Fondatore, nella circolare del 21 luglio 1912 ai missionari del Kenya, tra l’altro scrive: «[…] E già mi disponeva a scrivervi (dopo aver sentito le buone notizie riferite dal Camisassa ritornato dal viaggio in Kenya) per rallegrarmi con voi ed insieme per farvi le esortazioni che parevamo più necessarie od almeno opportune, quando mi giunse fulminea la dolorosa notizia della perdita del caro P. Manzon.

Vi lascio immaginare quanto fummo tutti costernati al triste annunzio, che segnava una ben dura prova pel nostro Istituto. L’E.mo Card. Arcivescovo si degnò consolarci col riflesso che il Buon Dio domandandoci una vittima nel più giovane fra i missionari, ci avrebbe ripagata questa privazione con più copiose benedizioni e grazie a tutti noi ed ai nostri neri, pei quali il caro Padre fu chiamato ad intercedere in Cielo».

Dopo aver ringraziato il P. Dal Canton per le dettagliate notizie circa questo evento, si dichiara consolato per la reazione positiva dei missionari che non si sono scoraggiati, attribuendo questo atteggiamento all’intercessione del defunto. E continua: «Altri frutti che io vorrei si ritraessero da questa morte prematura sono: una seria riflessione sulla fugacità della vita, anche per quelli che sono più in salute e più robusti di lui, che da quella tomba ci ripete l’hodie mihi, cras tibi…e lo dovete meditar seriamente massime nel ritiro mensile. E così dovete fissarvi sulla nullità di tutte le soddisfazioni che può offrirci questa vita, anche delle stesse sante consolazioni della vostra vita di missione […]».[8]

P. Lorenzo Meineri, IMC. Morì giovane il 28 ottobre 1915, all’età di 24 anni e 4 mesi, mentre era economo della casa madre.[9] Questa seconda perdita di un membro dell’Istituto è stata un grande colpo per il Fondatore, il quale lo ha commemorato nella conferenza agli allievi del 29 ottobre, dopo la sepoltura. Sono belle le parole del manoscritto, come pure quelle che realmente ha pronunciato, riprese dal P. Albertone.

Il manoscritto inizia così: «Stamattina nella S. Messa avete udite le parole che S. Paolo rivolgeva ai cristiani di Tessalonica; parole che la Chiesa ripete a noi. Fratelli, non contristatevi per la morte del vostro confratello, non fate come coloro che non hanno fede e speranza nella vita futura. È giusto il vostro dolore, ma mitigatelo nel pensiero che egli andò in Paradiso, dove andrete anche voi un giorno; et sic semper cum Dominus erimus.

Piuttosto che parlarvi mi sentirei di tacere e piangere con voi, miei cari figli; ma già ci siamo addolorati, ed abbiamo pregato molto. Consoliamoci nella speranza di averlo protettore in Paradiso. I giudizi di Dio sono imperscrutabili, ma sempre a nostro maggior bene. Come un giorno il Signore chiamò a sé in Africa il più giovane dei nostri missionari, P. Manzon, così ora chiamò da Torino il più giovane sacerdote della casa; quegli perché fosse rappresentante presso il trono di Dio per il Kenia; questi del Kaffa. E veramente il caro D. Meineri sin dal principio della sua malattia si offrì vittima pel Kaffa, affinché i nostri missionari vi possano penetrare e farvi del bene stabilmente».

Il Fondatore continua ad approfondire il concetto che i due defunti sono protettori e rappresentano l’Istituto presso il trono di Dio. Anche le parole realmente pronunciate sono intense. Sentiamone solo un passaggio, che esprime tutta la carica umana e cristiana del Fondatore: «Ci ha fatto gran pena che ci è scomparso il nostro bravo D. Meineri, un po’ in fretta, e quasi non abbiamo avuto il tempo a prepararci; si era alzato solo il dì prima…giudizio di Dio! Fa quello che ha decretato da tutta l’eternità per il bene di tutti. Ci deve far pena! Era un sacerdote allevato qui. […] E adesso incominciava a interessarsi direttamente di tutta la comunità, adorno di tutte le virtù, pareva che il Signore non dovesse prendercelo. […] Considerando bassamente le cose è una disgrazia, ma non bisogna che ragioniamo così, bisogna che alziamo gli occhi al cielo nelle viste di Dio. […] Un bel giorno verrà anche l’ora nostra; il più giovane missionario in Africa ed il più giovane sacerdote qui, sono andati in Paradiso, la morte non guarda l’età, alle volte è un vecchio, alle volte è un giovane. […] Questa è una lezione per noi che ci manteniamo sempre con volontà perfetta, che ci scuotiamo per amor di Dio, unicamente per questo».[10]

Sr. Granero Giulia, MC. Morì di tubercolosi il 19 aprile 1916, a Torino, assistita spiritualmente da P. Costa, dietro incarico del Fondatore. In quel periodo, l’Allamano era alla ricerca di miracoli per la beatificazione del Cafasso. Per lo stato in cui si trovava la suora, una guarigione sarebbe stata certamente prodigiosa. L’Allamano, nella conferenza alle suore del 17 aprile 1916, ebbe a dire: «Preghiamo per la nostra cara sr. Giulia; il Ven. Cafasso non si fa sentire (alla sera si fanno preghiere speciali per ottenere ad intercessione del Venerabile la grazia della guarigione della suddetta suora). Preghiamo per lei affinché il Signore la purifichi sempre più…Ha anticipato il tempo della professione…Avremo una protettrice in Paradiso. Quando il Signore ce la prenderà, vada subito in Paradiso e nel posto che avrebbe una missionaria con sessant’anni di apostolato».[11]

Dopo la morte, il Fondatore ne improvvisa una bella commemorazione ai chierici, mentre sono in cortile, durante la ricreazione, il 19 aprile 1916. Tutto il tono del discorso è sereno,si direbbe sollevato. Tra l’altro dice: «Intanto sapete che la suora malata è andata in Paradiso: il Signore ha voluto prendersela con sé. Ha fatto proprio una bella morte; sempre tranquilla, sino alla fine; e soffriva molto; tuttavia ha sempre sopportato tutto pazientemente. Pregava il Signore che la facesse morir presto. Io le ho detto che chiamasse piuttosto un miracolo dal Vener. Cafasso di stare ancora su questa terra, e di partire per l’Africa. Ed essa ha risposto: “Se è per ubbidienza, sì, se no preferisco andare in Paradiso”. . […] Domani si farà la sepoltura; andrete anche voi. I piccolini non voglio neppur che sappiano che è morta, non conviene a quell’età lì…Questo ci dice che dobbiamo morire; però d’ora in poi non voglio più che muoia nessuno, se no, chi ci va ancora in Africa? Dite al Signore che chiuda la porta alla morte; adesso in Paradiso ci sono già tre rappresentanti dei nostri: P. Manzon in Africa; D. Meineri, e ora la Suora. Il Signore deve già essere contento: perciò d’ora in avanti siamo intesi: voglio che tutti possiate avere sessant’anni di apostolato, poi andate pure in Paradiso».[12]

Ch. Eugenio Valentino Baldi, IMC. Chierico soldato, morì il 14 giugno 1917, in un ospedaletto da campo, in seguito alle ferite riportate in battaglia, all’età di 22 anni e mezzo. La sua corrispondenza con il Fondatore è stata fitta, durante tutto il periodo della guerra, fino alla morte Conserviamo 9 lettere del Fondatore a lui indirizzate.[13] Con il suo permesso si era iscritto al corso di allievi ufficiali. Ai confratelli così si confidava in una lettera del febbraio 1917: «Fra 20 giorni, se sarò promosso, andrò in trincea!...Sto per affrontare la morte non solo, ma dovrò rispondere di 60 uomini a me affidati: 60 uomini che vogliono dire 60 famiglie il cui avvenire è riposto nelle mie mani…Pregate, carissimi, perché la Consolata mi assista».[14]L’Allamano dà notizia del grave ferimento del Baldi, dimostrandosi molto preoccupato, nella conferenza del 22 giugno 1917.[15]

Ecco come ne comunica la morte ai missionari nella lettera circolare del 28 giugno 1917: «Il Signore volle provare il nostro Istituto, come tante altre Comunità, con domandarci una vittima fra i chiamati alla milizia. Il caro chierico Baldi Eugenio, ferito gravemente combattendo sul Vodice il 14 corrente, è ora deceduto in un Ospedaletto. Nonostante varie ricerche non ho ancora potuto sapere le circostanze della malattia e della morte. La nostra SS. Consolata l’avrà certamente confortato nei suoi dolori, e quale Madre, ricevutane l’anima buona per condurla in Paradiso. Nella sua ultima lettera dal fronte mi diceva: “Non so se al giungerle questa mia sarò ancora vivo; in ginocchio le domando la sua santa benedizione”. E sì che la paterna benedizione l’ebbe in tutti i giorni, e più volte al giorno…

[…] È piuttosto nostro dolce dovere pregare per l’anima benedetta perché presto sia ricongiunta in Cielo ai cari D. Manzon e D. Meineri per essere nostri celesti protettori».

Dopo averi riportato altri brani edificanti di lettere del Baldi, il Fondatore conclude: «Ecco quanto ci dice il caro Baldi: defunctus adhuc loquitur. Ascoltatelo».[16]

P. Umberto Costa, IMC. Morì, quasi improvvisamente, all’età di 32 anni e mezzo, il 16 gennaio 1918, mentre esercitava il servizio di Prefetto nella casa madre. Il Fondatore ne rimase molto impressionato, anche perché faceva gran conto sulla collaborazione di questo giovane missionario, sia per la formazione che per la direzione.

C’è una bella conferenza spontanea fatta dal Fondatore agli allievi il 17 gennaio, nella quale già esprime il desiderio che si raccolgano notizie su P. Costa. Tra l’altro dice: «Pareva, dopo tutto questo che il Signore ce lo dovesse lasciare, eppure viae meae non viae vestrae! Il Signore ha un altro modo di ragionare, e noi non possiamo che dire: justum est judicium tuum! Bisogna che diciamo: io capisco niente, io so niente! Sono momenti in cui, altri perderebbero la testa, ma per noi che abbiamo fede, dobbiamo pensare che il Signore è lui che fa! Sapete la preghiera che vi ho detto: “Signore, che cosa mi accadrà quest’oggi? Non lo so, tutto quello che so è che non mi accadrà nulla che non sia stato ordinato da tutta l’eternità, ecc…”. Il Signore l’ha pigliato in Paradiso, non solo per coronare lui, perché avrebbe potuto anche coronarlo a 90 anni, quando fosse più carico di meriti, ma anche perché è veramente meglio per noi, ed ha visto che fa di più dal Paradiso. […] Ciascuno dica: voglio il frutto della morte del Sig. Prefetto, e ciascuno pensi che questo frutto deve essere realmente un nuovo spirito, un aumento di spirito, per imparare a fare tutte le cose bene».[17]

Il 18 gennaio, il Fondatore inviava una lettera circolare ai missionari e alle missionarie. Dopo aver narrato le fasi della breve malattia, continuava: «Colpito da congestione cerebrale […], spirò nelle mie braccia alle ore otto del mattino il 16 corrente. Contava appena 32 anni. […] Comprendete il nostro dolore!...Dopo tante prove cui piacque al Signore assoggettare l’Istituto in questi ultimi anni, specialmente l’allontanamento di tanti dei nostri per la milizia, non ci aspettavamo questa dolorosissima. Eppure: Justus es, Domine, et rectum iudicium tuum! L’Istituto è tutta opera di Dio, dal suo nascere e sempre, ed il Signore ha mostrato di prediligerlo con tante grazie anche singolari. Ci avrà voluto castigare con sì grave perdita per le nostre incorrispondenze? Non lo credo; anzi sono convinto di no. […] Venne trasportato in cielo, perché coi cari P. Monzon, Meineri e Ch. Baldi avessimo un altro potente protettore. […] Conscio della debolezza mia e del sig. V. Rettore a sostenere il grave peso, ci otterrà da Maria Ss. forza e grazia per non soccombere, e darà a tutti voi cor docile ad aiutarci nel disimpegno del nostro dovere».[18]

Il 2 settembre 1918, l’Allamano risponde a due lettera di P. Gays e inizia: «Ringrazio delle belle espressioni di condoglianze per la dipartita del caro P. Costa. Certamente l’Istituto ha fatto una gravissima perdita, tanto era necessario per la formazione dei giovani missionarii; per noi poi vecchi era un vero sostegno pel suo spirito tutto in armonia col nostro. Ma fiat voluntas Dei.: dal Paradiso per l’affetto che aveva all’istituto continuerà a proteggerlo, ed implorerà tante grazie perché compia la sua missione».[19]

Ch. Leinardi Costanzo, IMC. Chiamato sotto le armi, morì di “febbre spagnola”, all’ospedale di La Morra (Cuneo), all’età di 18 anni, nella notte tra il 19-20 settembre 1918. Il Fondatore ha scritto una lettera circolare ai missionari il 5 ottobre e ne ha parlato agli allievi in altre circostanze.

Nella circolare così iniziava: «Un nuovo lutto è venuto a colpire la nostra famiglia colla morte prematura e quasi subitanea del più giovane fra i suoi membri soldati, il carissimo nostro Ch. Leinardi Costanzo».

Dopo aver accennato all’improvvisa notizia della malattia, proseguiva: «[…] dal sacerdote che lo assistette e preparò alla morte mi venne riferito che durante la sua breve malattia egli parlò sovente e con trasporto delle Missioni, a cui dava a vedere di aspirare con tutto il fervore del suo cuore giovanile, la qual cosa traspariva anche sempre dalle sue care lettere, come quando scriveva: “Sempre il mio cuore e pensiero anela raggiungere e infilare la porta dell’Istituto”, - ed altra volta: “Grazie a Dio, sono rimasto tuttora forte, ed ho sempre il fermo proposito, salda la vocazione”. E noi, pur risentendoci intimamente di questa nuova perdita non abbiamo che a piegarci ancora più profondamente sotto la santa e paterna mano di Dio che ci prova».[20]

Nel fervorino fatto dopo la benedizione eucaristica, il 22 settembre 1918, il Fondatore aveva parlato della morte del Leinardi: «Il Signore ci ha domandato un altro sacrificio. Voi già sapete che nella notte dai 19 ai 20 settembre il nostro caro Ch. Leinardi è andato in Paradiso. L’anno scorso a questo tempo faceva gli esercizi spirituali, e lui solo alla fine vestiva il santo abito chiericale. Chi avrebbe mai detto allora che mentre lui solo aveva questa fortuna, l’avrebbe portato un sei mesi, poi l’avrebbe dovuto deporre per indossare quello militare, e dopo così poco tempo sarebbe morto?». Dopo aver raccontato le informazioni ricevute dal sacerdote che lo ha assistito, prosegue: «Intanto queste cose ci fanno dire “che bisogna morire”».[21]

Il 22 settembre 1918, l’Allamano iniziò così la conferenza alle suore: «Un nostro chierico che da sei mesi era soldato, è morto. È morto santamente, dice il sacerdote che l’ha assistito. Appena avuta la notizia, ho scritto una lettera a quella brava famiglia. Non era ancora partito per il fronte […]. Era un bravo giovane, l’avevamo allevato qui. Era ubbidiente, era proprio un bravo ragazzo. Un suo zio mi scrive: …e pensare che non sapeva parlare che delle Missioni…Che cos’è la vita!Dunque pregate per lui: è uno dei nostri, è un nostro membro, […] Si muore in fretta adesso: si va in carrozza all’eternità; si va in carrozza in Paradiso…in carrozza in Purgatorio…C’è proprio da pensarci sempre meglio. Farci santi, farci santi!».[22]

Coad. Gaidano Giacomo. Partito per il Kenya, ancora novizio, il 15 febbraio 1912, morì a Nyeri, stroncato da una “febbre spagnola” il 19 dicembre 1918 a 30 anni non ancora compiuti. L’Allamano, in una lettera “Ai missionari d’Italia”, pubblicata in apertura del ‘Da Casa Madre’, N. 11 del 17 febbraio 1919, dà ufficialmente annuncio della morte con queste semplici parole: «Con vivo dolore vengo a darvi nuovamente l’annuncio della dipartita pel Paradiso, di un caro Confratello, il Rev. Coad. Giacomo Gaidano, professo e da sette anni missionario nel Kenya.

Il più bell’elogio sono le parole che di lui scrive Mons. Perlo, che vi propongo a meditare e ricopiare in voi stessi».[23]

“Ai missionari d’Africa” il Fondatore scrisse il 4 marzo successivo una lettera più lunga e molto bella, in cui esprimeva la sua profonda stima per questo missionario: «Il buon Dio volle nuovamente tra di noi una vittima; e la scelse nel caro Coadiutore Giacomo Gaidano. Era un frutto maturo pel Paradiso […]. A comune edificazione vi riporto due tratti di sue lettere a me dirette, che dimostrano quanto operasse con spirito di fede».

Dopo aver riportato il primo brano circa il lavoro fatto per il Signore, continua: «Il 28 marzo 1916, riferendomi come pel Battesimo di Karoli egli era stato lasciato solo alla Missione di Gaturi, aggiungeva: “Ho detto che ero solo, ma ho detto un gran sproposito; perché nella Chiesa vi era il Ss. Sacramento e quindi altro che solo! Ero nientemeno che col Re dei re, ed io solo a corteggiarlo […].

Preghiamo per quell’anima bella, che confidiamo abbia già ricevuto la corone dell’Apostolato».[24]

In una conferenza del 9 febbraio 1919 alle suore, il Fondatore parla della morte di questo missionario e dice parole molto belle: «È andato in Paradiso un nostro Coadiutore. Vedete, il Signore ha preso una vittima in guerra, il chierico Baldi; una qui, il chierico Leynardi (che non era ancora partito per il fronte) ed una in Africa, il Coad. Giacomo Gaidano. Quando son tanto buoni rincresce, ma d’altra parte fa piacere. Vedete come fa il Signore?! Fa come dice S. Agostino: i cattivi li lascia qui, perché abbiano tempo a perfezionarsi, ed i buoni se li prende. Questo coadiutore era buono e se l’è preso. Pensate che era disposto a vivere 80 anni ed anche 120 come S. Romualdo. Fa piacere morire così, benedetto da tutti. Questo giovane aveva sempre delle buone parole, aveva sempre un sorriso. Tutti lo lodavano. Aveva tanta volontà.

[…] Nel nostro modo di vedere questa perdita pare una disgrazia, ma in realtà non lo è. Anche dal Paradiso aiutano. Il Signore ha voluto premiarlo; cosa farci? Il Signore è Padrone Lui. Adesso consoliamoci con un’altra cosa». Dopo aver fatto leggere ad alta voce una lettera di Mons. Perlo che raccontava di numerosi Battesimi, Comunioni, ecc., il Fondatore conclude: «Mettiamo tutto: dolori e gioie, nel Cuor di Gesù».[25]

Sr. Granero Amalia, MC. Morì il 1° luglio 1919, nell’ospedale del Cottolengo. Era cugina di Sr. Giulia Granero, morta nel 1916. Il Fondatore aveva indetto preghiere per ottenerne la guarigione, per intercessione del Cafasso (in vista del miracolo per la beatificazione).[26]

Il giorno stesso della morte, nella conferenza alle suore, l’Allamano la commemora lungamente e in un modo molto sereno. Così inizia: «Dunque, ne abbiamo una di più in Paradiso! Una protettrice di più! Fa piacere quando si vedono morire così. Questo fa pensare a noi: chi sa come morirò io? Bisogna anche pensare che cosa diranno gli altri dopo morte. Di questa non possiamo che dir bene: è una santina! Ha sempre cercato di fare il suo dovere. […] Si è proprio consumata in breve. Però consola quando partono così: ancora ieri gliel’ho detto: “Neh! Dritto in Paradiso!”. È morta con l’ubbidienza e l’ubbidienza vuole che vada dritto in Paradiso […].

Vedete un po’, ha voluto fare il voto del più perfetto; a suo riguardo non c’è che rallegrarsi; il Signore ha voluto premiarla. […] Certo che l’aveva il sospiro dell’Africa, l’aveva, l’aveva…; ed ora è più che certo che avremo una protettrice in più in Paradiso. Due ne abbiamo adesso e ci otterranno tante grazie».[27]

Postulante Buzzi Celeste, MC. Morì il 2 agosto 1920. Nella conferenza alle suore del 5 agosto, l’Allamano la ricorda con parole molto sentite: «Alla buona Celeste domandavo se voleva guarire e mi rispose che voleva fare “la volontà di Dio”. Era assorta in Dio. Ha dato una bella testimonianza. Guardate che fortuna d’essere stata in comunità! In una casa privata non avrebbe potuto fare tante Comunioni! […].

È meglio essere morta così che in altro modo: S. Paolo dice di non fare come quelli che non hanno la speranza. […] Le nostre suore, i nostri missionari defunti le saranno andati incontro. Questa morte ci deve scuotere».[28]

Coad. Arossa Umberto. Missionario in Kenya dal 1911, impiegato soprattutto nella fattoria di Nyeri, morì “per insulto apoplettico” il 23 novembre 1920, a Fort Hall, dove era stato trasferito per salute.[29] Il Fondatore lo commemorò nella conferenza agli allievi del 23 gennaio 1921. Notiamo in essa una certa improvvisazione nella forma, pur ritrovando tutti i concetti umani e di fede soliti nel Fondatore. C’è un elemento in più: Si scorge una certa consapevolezza, dopo tutti questi decessi, che la famiglia dell’Istituto si sta ricomponendo in Paradiso.

Ecco le parole del Fondatore: «Vedo una notizia che dai tetti in giù non è buona, ma è buona dai tetti in su; in Africa c’è morto il Coad. Umberto Rosso [Arossa]. Era già un po’ di tempo che non stava tanto bene, ed è morto che aveva 33 anni…Ogni tanto lo sorprendevano dei piccoli colpi apoplettici, finché ne ha avuto uno più forte, che però gli ha ancora lasciato il tempo di 24 ore per ricevere proprio tutti i Santi Sacramenti. […] E sì che stava bene di salute, anzi era persino un po’ pingue…Eppure…all’età di Nostro Signore. Era partito per l’Africa l’11 gennaio 1911.

Ebbene, dai tetti in su, dobbiamo godere: è andato a ricevere la corona. Sebbene io non voglio che moriate così presto…State tranquilli che la corona vi aspetta!...Ma sì, il Signore non domanda la licenza: è Lui il padrone e quando crede ci dà la corona…Certo per noi è un gran sacrificio: ma chi ragiona come si deve, si consola, perché adesso lui gode…»

Dopo aver detto altre parole di fede sul Paradiso dei missionari, continua: «Dobbiamo pensare che acquistiamo un protettore di più in cielo: se restano nostri protettori i benefattori, tanto più i membri vivi dell’Istituto. Adesso possiamo ancora contarli nelle mani…fra poco non potremo più… ma per carità! Adagio! Da vecchi poi!...Sì, si fa la volontà di Dio […] L’essenziale è morire con un bel fagotto preparato. Non c’è che da pregare per lui e unirvi il ricordo degli altri…Ma diciamo al Signore che abbia pazienza; perché siamo giovani e abbiamo bisogno di missionari!...».

E dopo aver aggiunto un breve commento all’epistola di S. Paolo del giorno, conclude: «Raccomandiamo al Signore questo nostro fratello…speriamo che sia già in Paradiso…Quando anche noi lasceremo questo mondo saremo contenti di aver praticato queste cose. Facciamo tutto ad majorem Dei gloriam. Io non son per le cose del mondo…tutto il resto è niente».[30]

Alla stessa data, prima di fare la solita conferenza domenicale, l’Allamano dà la notizia della morte di questo coadiutore anche alle suore. Così incomincia: «Ebbene…ho una notizia da darvi. È morto un nostro coadiutore in Africa, si chiamava Umberto, aveva 33 anni: Era un bravo giovane. Non aspettavamo che il Signore ce lo prendesse così presto, ma cosa mai…il Signore è padrone. È fortunato: è morto colla palma degli apostoli; chissà quanti battesimi ha dato! Insegnava, faceva anche scuola. Non c’è che da piegare la testa quando il Signore vuole così.

Ognuno dovrebbe sempre pensare: Se dovessi morire? E se doveste morire anche voi a trentatrè anni? Io non voglio, voglio che veniate di novant’anni, ma quando la morte viene non posso fermarla. Pregate che il signore, se non c’è già, lo prenda presto in gloria. Eh, sì, bisogna piegare la testa!».[31]

Alunno Marchino Pacifico. Il 15 marzo 1921, in famiglia a Cervarolo (Varallo Sesia), dove era stata mandato per curarsi meglio[32], morì l’alunno del piccolo seminario Pacifico Marchina. Era fratello del Coadiutore. Angelo, missionario in Kenya. L’Allamano fece celebrare per lui una S. Messa il 17 e nella conferenza del 19, giorno del suo onomastico, lo ricordò con queste parole: «Stamattina nella S. Messa vi ho ricordati tutti ed ho domandato tante cose al Signore per la vostra santificazione. Prima di tutto gli ho raccomandato tutti i vostri defunti, e poi i vivi. N. Signore ha già voluto prendere una rappresentanza di tutti i nostri Missionari: Sacerdoti in Africa e qui; Chierici e Coadiutori. Mancava ancora la rappresentanza degli studenti; e in questi giorni egli ha voluto prenderci anche uno Studente, quell’angelico giovane Marchina Pacifico. Era necessario che in Paradiso fossimo tutti rappresentati […].

Questo giovane aveva tanto affetto all’Istituto. Adesso che era a casa, sospirava tanto di tornare, quel caro Pacifico, e mi scriveva delle lettere così belle! Diceva: “Purché possa tornare, o almeno morire nell’Istituto, io sarei tranquillo”. N. Signore non ha voluto, ma è morto proprio bene, col sorriso sulle labbra, e pregando…».[33]

Parlando alle suore, lo stesso giorno, disse parole simili e ricordò questo studente, facendo questa riflessione: «[…] Finora non avevamo ancora dei ragazzi, adesso ne abbiamo anche uno (uno studente è morto a casa sua pochi giorni fa). Il Sig. Prefetto è là che organizza anche lui un po’ di Paradiso; ormai c’è la rappresentanza di tutti. Quelli là vanno dalla Madonna e dal Signore; perché mandino giù delle grazie e noi qui lavoriamo».[34]

Coad. Cavigliasso Michele. Missionario in Kenya dal 1906, addetto alla fattoria di Nyeri, morì il 21 agosto 1921, caduto con il mulo in uno stagno.[35] Il 15 ottobre 1921, l’Allamano scrisse una lunga lettera circolare “Ai missionari della Consolata”: «Un’altra grave prova colpì il nostro Istituto e le Missioni. Il Rev. Coadiutore Michele Cavigliasso ci ha lasciati pel Paradiso. Ma più ci addolora la di lui morte inaspettata, avvenuta senza poter essere assistito dai suoi Confratelli. Un telegramma e poi una lunga lettera del P. Fassino mi notificava che il caro fratello moriva il 21 Agosto per la caduta in uno stagno. […]

Dopo la perdita dei due Coadiutori: Giacomo ed Umberto, non ci aspettavamo quest’altra così presto; mentre il buon Michele era nella robustezza dei suoi 42 anni e tutto dedito alla grande opera della Fattoria.

Non ci resta che piegare il capo alla Santa Volontà di Dio, i cui decreti sono imperscrutabili, ma sempre pieni di misericordia. Il buon Dio volle premiare in Cielo i 14 ai di Missione del benedetto Coadiutore, e lasciare a noi una lezione sull’incertezza dell’ora e del modo della nostra morte. “Estote parati, quia qua hora non putatis, Filius hominis veniet”».

Dopo altre parole sul coadiutore, continuava: «Ma la morte repentina del caro coadiutore ci deve far pensare alla nostra. Quando e come morremo? Saremo in quel punto ben preparati, o non brameremo di avere ancora un po’ di tempo per meglio disporci al giudizio di Dio? […]. Viviamo, miei cari, di perfezione, per trovarci sempre disposti a morire». La lettera, dopo altri incoraggiamenti, conclude così: «Pensatemi a voi vicino e confortatevi. Coraggio dunque, sostenuti dalle nostre preghiere; avanti in Domino, giorno per giorno, ora per ora».[36]

MORTE DEL CAN. GIACOMO CAMISASSA

È nota l’intesa, durata ben 42 anni, tra l’Allamano e il Can. Giacomo Camisassa, suo più stretto collaboratore nella conduzione del Santuario della Consolata e nella fondazione dei due Istituti Missionari. L’Allamano stesso attesta: «Abbiamo promesso di dirci sempre la verità e l’abbiamo sempre fatto». Alla morte del Camisassa, avvenuta il 18 agosto del 1922, l’Allamano ha molto sofferto. Tutti, però, proprio perché si erano resi conto che all’Allamano, improvvisamente, era venuto a mancare non solo un amico fraterno, ma anche il più valido aiuto nei molteplici impegni apostolici, sono stati impressionati dalla sua fortezza d’animo e dal suo spirito di fede. L’Allamano stesso ha confessato che, con la morte del Camisassa, ha perduto «tutte due le braccia».

Per conoscere come l’Allamano abbia vissuto nel profondo del suo spirito questo evento luttuoso, iniziamo dalla testimonianza del Can. Nicola Baravalle, che lo ha conosciuto da vicino, vivendo al Santuario della Consolata: «In modo particolare dimostrò questa sua fortezza nella dolorosa occasione della morte del Can. Camisassa, che era l’esecutore fedele delle sue volontà e che aveva concentrato in sé tutto quanto riguardava la gestione materiale e anche intellettuale delle Missioni. Ricordo quella sera nella quale eravamo tutti addoloratissimi, sia per la perdita del grande Can. Camisassa, come per la ripercussione che tale dipartita avrebbe avuto sul Servo di Dio.

Assistette all’agonia ed alla morte senza una lacrima. E poi, portatosi in chiesa, appena inginocchiato proruppe in un pianto dirottissimo e restò parecchio assorto in Dio. Rialzatosi, prese le disposizioni del caso; restò per qualche tempo impressionato, ma non ebbe più una lacrima, e non ritornò più sul fatto. Solo si rese più appartato, dovendo supplire a quanto faceva il Camisassa»[37] È l’unica volta che viene ricordato un “pianto a dirotto” del nostro Fondatore. Ci fa piacere constatare che era un uomo sensibile. Anche Gesù ha pianto per la morte dell’amico Lazzaro.

Ecco il primo annuncio ufficiale dell’Allamano. La breve lettera del 19 agosto è indirizzata “Al Padre Maurizio Domenico Ferrero, ai missionari e alle missionarie in vacanza a Sant’Ignazio: «Caro P. Ferrero e figli tutti e figlie. Il nostro Ven.do V. Rettore è spirato jeri sera nel bacio del

Signore.[38]

Il Signore e la Ss. Consolata non credettero di esaudire le nostre preghiere, ma lo vollero coronare delle tante opere fatte nella sua vita.

Diciamo il Fiat nel dolore anche a di Lui suffragio. Pregate…avremo un protettore speciale in Paradiso. Stasera venite giù tutti e tutte chiudendo bene la casa e tutte le camere e ambienti. Probabilmente la sepoltura avrà luogo Lunedì mattina. Vi benedico».[39]

Un secondo ricordo del Camisassa, sia pure indiretto, ma molto sereno e di una straordinaria delicatezza e sensibilità, si ha in due lettere del 24 agosto, solo 6 giorni dopo la morte. La prima è indirizzata a P. Ferrero, procuratore dell’Istituto e vice superiore di casa madre, che era tornato a S. Ignazio: «[…] Sono contento che stiate tutti bene; ed è grazia di Dio per te di non soffrire più tanto; è il caro V. Rettore che ti ajuta; ti voleva tanto bene! Avanti spiritualmente: […] Ringrazio del miele che feci gustare ai cari dell’Istituto. Fate la novena e pregate. Ti benedico di gran cuore; viviamo di fede e di eternità! Io sto bene ad onta…».[40] La seconda lettera del 24 è indirizzata a al P. Gays, superiore di casa madre, lui pure ritornato con la comunità a S. Ignazio per volere del Fondatore: «Spero che costì [a S. Ignazio] tutto andrà bene, e che i cari chierici siano buoni. Il caro V. Rettore li benedica. Io sto bene e vivo rassegnato ed abbandonato in Dio e Maria Ss. Consolata. Avanti tutti nella propria santificazione».[41]

La lettera circolare “Ai missionari e alle missionarie”, che annuncia la morte del Camisassa, è del 26 agosto. È di una intensità unica e ci consente di leggere fino in fondo allo spirito del Fondatore, ricco di profonda umanità e di fede granitica. Merita di essere letta integralmente.

«Mi trema la mano, il cuore si gonfia e gli occhi versano amare lacrime nell’indirizzarvi questa breve lettera.

Il nostro caro Vice Rettore e Vice Superiore non è più fra noi e non lo rivedremo che in Paradiso. Spirò placidamente nel Signore la sera del 18 corrente, con tutti i conforti religiosi e le cure più affettuose. Quale perdita pel Santuario e più per l’Istituto delle Missioni! Vedevamo necessaria la Sua esistenza e pregammo la nostra Ss. Consolata a prolungargli per qualche tempo la vita. Molti, ed io pure, hanno offerta la propria vita perché fosse conservata quella del nostro caro. La Ss. Consolata non credette di esaudire le comuni preghiere…

Era maturo pel Cielo…Aveva compiuto la Sua santa e laboriosa giornata; e poteva dire con S. Paolo: Cursum consumavi…; in reliquo deposita est mihi corona justitiae. Pronunciate con me il fiat alla imperscrutabile volontà di Dio; e sia in suffragio della bell’anima.

In tanto dolore ci consolarono le prove di stima e di affetto che tutta Torino diede a Lui umile e da molti sconosciuto. La sepoltura fu un trionfo.

Egli viveva per voi e per le nostre Missioni, e l’ultimo giorno lo passò pensando e parlando dell’Istituto. Le sue ultime parole, che disse suo testamento, furono di unione fra i missionari e le missionarie.[42] Pregate per Lui ed anche per me desolatissimo, che nel nome della Ss. Consolata vi benedico».[43]

Subito dopo la morte del Camisassa, l’Allamano riprese i suoi impegni, anzi si può dire che li moltiplicò, proprio perché li doveva portare avanti tutti da solo.[44] Ma il Camisassa continuò ad essergli vicino con lo spirito, quale amico fedele e inseparabile collaboratore. Ad un anno dalla morte, in una lettera a P. D. Gillio, superire delegato dei missionari e delle missionarie del Kenya, esattamente il 18 agosto 1923, scrisse: «Avrete certamente oggi ricordato il caro V. Rettore».[45]

I missionari, anche quelli lontani, si sono resi conto della “via crucis” che ha dovuto percorrere l’Allamano e sono stati ammirati del suo comportamento. Il “Da Casa Madre”, riporta la notizia della morta giunta al gruppo che si trovava a S. Ignazio e aggiunge: «I discesi da S. Ignazio prendono tosto (ingrossando le squadre) il turno già cominciato dai rimasti a Torino, per vegliare la venerata salma. Vegliando il defunto, si desidera avvicinare il signor Rettore, con grande desiderio di confortarlo; ma si è muti alla sua presenza! Invece di recargli conforto, tutti ne ricevono, dovendo ammirarne l’eroica rassegnazione, anche negli occhi velati di pianto». E nella cronaca del giorno 21 agosto, dopo aver riportato in breve lo svolgimento del funerale del Camisassa, aggiunge: «Verso sera siam tutti di bel nuovo alla Consolata attorno al desolato Vegliardo, che ci trattiene con forza mirabile e bontà tutta speciale per oltre venti minuti, manifestandoci inoltre essere sua intenzione che si ritorni subito a S. Ignazio».[46]

A nome di tutti, Mons. F. Perlo dal Kenya, l’11 novembre 1922, mandandogli gli auguri per il Natale, scrisse: «Sentitamente ringraziandola per la sua carissima lettera, mi consola il constatare con quanta virtù la P. V. accolga la prova gravissima a cui il Signore ci volle sottoporre; e il suo buon esempio non può non apportare anche a noi conforto e incoraggiamento. Grazie anche per questo. […] E questi miei auguri, in unione a quelli di tutti i missionari del Kenya, voglia il Bambino Gesù farli riuscire, in modo speciale quest’anno, di conforto e di consolazione per Lei personalmente; e siano nello stesso tempo impetratori di grazie abbondanti per sostegno nel lavoro divenuto più arduo e nelle preoccupazioni e nei dolori fattisi più gravi, perché non più divisi».[47]

III.   LUTTI NELLE FAMIGLIE DEI MISSIONARI/E

Le parole del Padre ai figli e figlie che hanno perso i genitori o qualche famigliare sono sempre molto affettuose. Se vede che vive il dolore insieme con loro. Indubbiamente questi missionari giovani sentono che il Padre è vicino sia a loro che alla famiglia, e si sentono confortati umanamente e anche spiritualmente. Il Fondatore sa anche indirizzarli verso i valori soprannaturali e la vita eterna di coloro che lasciano questa terra. Le lettere del Fondatore non richiedono commenti. Basta leggerle per apprezzarne tutta la ricchezza umana e di fede.

Mamma dei fratelli Parlo Filippo, Gabriele e Luigi, IMC. Per la morte di questa generosa mamma sig.ra Anna Maria, sorella del Camisassa, , l’Allamano esprime tutta la sua vicinanza nel dolore e la partecipazione nella fede, in una breve lettera del 6 marzo 1903 indirizzata a P. Filippo: «V.S. potrà immaginarsi tutta la mia pena per la dipartita della cara mamma; pena tanto maggiore per riguardo a Lei ed al fratello Gabriele. Il Signore non credette bene di cedere alle straordinarie nostre preghiere,[48] e la volle con sé. Tutto però fu consolante in quest’occasione come meglio saprà dal caro V. Rettore. Fatevi coraggio. Il sacrificio fatto vi attirerà le benedizioni di Dio in Abbondanza. Con tutto l’affetto».[49]

Papà di P. Maurizio Domenico Ferrero, IMC. Mentre era novizio, il Ch. M. D. Ferrero ebbe da soffrire la perdita del papà, sig. Bartolomeo. Da casa egli stesso informa l’Allamano del lutto familiare e da lui riceve una lettera, datata 27 settembre 1908, molto delicata, che merita di essere letta integralmente.

«Già dal tuo Direttore D. Airaldi seppi jeri la notizia della grave malattia del tuo caro padre.

Apprendo ora da te che il medesimo è passato a miglior vita. Nella dura prova ammiriamo la Divina Provvidenza che ti condusse a tempo al letto del morente, e certamente la tua presenza avrà servito a prepararlo al grave passo. Stamane i sacerdoti, i chierici ed i fratelli fecero la S. Comunione per l’anima cara che sapevano solamente ammalata, d’ora in poi pregheremo pel di lei eterno riposo.

Fa coraggio alla buona mamma (sig.ra Marie Jacquard) ed a te stesso. Il Signore ha certamente tenuto gran conto a bene del padre dell’offerta fatta di te alle missioni. Fermati in famiglia per quel tempo che ti pare necessario a consolazione della mamma ed a disimpegno di ogni cosa. Adunque coraggio in Domino, ed io ti benedico»[50].

Papà di P. Giuseppe Perrachon, IMC. Missionario in Kenya dagli inizi del 1911, P. Perrachon dovette soffrire la morte del papà (sig. Giuseppe, vedovo della sig.ra Ernesta Faure) ad un anno e mezzo circa dal suo arrivo. L’Allamano gli comunicò la notizia per scritto il 7 giugno 1912. Nella lettera, oltre ad una straordinaria partecipazione paterna, il Fondatore manifesta un grande realismo ed assicura il suo interessamento per risolvere i problemi pratici connessi a questo lutto, specialmente in relazione alla giovane sorella rimasta orfana. Si notino anche le notizie particolareggiate sull’ultima malattia del padre, il che dimostra che l’Allamano è stato coinvolto molto personalmente in questo evento.

Ecco il testo integro della lettera, che si può definire un capolavoro dal punto di vista umano, spirituale e di praticità: «Vorrei che leggesse questa mia nella Cappelletta davanti a Gesù Sacramentato. Si tratta di una notizia che non mi pare ancora vera; eppure la realtà si è che il buon padre è partito per il Paradiso nella notte passata. V.S. dica in mezzo al suo dolore il fiat in suffragio di quell’anima benedetta. A soli 52 anni era maturo pel Cielo, dove avrà pure speciale gloria per aver di buon grado acconsentito alla sua vocazione…

Domenica, 26 maggio, venne a trovarmi; si confessò e comunicò nel Santuario, e poi nella giornata l’incolse una congestione cerebrale, che gli tolse parte della memoria. Ritornò tuttavia a Pinerolo, dove parve tranquillo e sano. Martedì venne di nuovo a Torino, dove il male lo incolse più gravemente, e fu necessario ricoverarlo nell’Ospedale Martini che si trova presso l’istituto. Si sperò sempre nella guarigione finché replicati piccoli colpi apoplettici lo ridussero in fin di vita e spirò colla Benedizione del nostro Cardinale e coi Santi Sacramenti..

Comprenderà il dolore della cara sorella (sig.na Maria Perrachon) in questi giorni. La zia di Torino l’assiste, e noi facciamo ogni nostro possibile. Il Teologo Gunetti (economo del santuario) si occupa del trasporto a Pinerolo, dove domani avrà sepoltura.

Quanto alla sorella e gl’interessi stia tranquilla; io le farò da padre, com’essa desidera; farò che i parenti non la inquietino. Essa è forte coi principi della fede, ed il Signore l’ajuterà. Terrò lei al corrente d’ogni cosa anche perché essa è minorenne. La SS. Consolata consoli V.S. e la renda forte come apostolo…Già ho ordinato Messe pel padre; V.S. ne celebri secondo regolamento. Coraggio in Domino; ed io la benedico».[51]

Fratello di Sr. Maddalena Audisio, MC. Il caporale Bernardo Audisio, fratello di Sr. Maddalena missionaria in Kenya dal dicembre 1914, cadde al passo delle Tre Croci, durante la sanguinosa battaglia del 12 giugno 1915. All’Allamano furono mandate notizie dettagliate di questo decesso dal sacerdote Teol. Bernardo Gay.[52]

Appena ricevuta la lettera, l’Allamano la spedì in Africa, il 13 luglio 1915, aggiungendovi in calce queste brevi parole di condoglianze: «Abbiamo pregato pel fratello. Tu fa coraggio e rassegnati alla volontà di Dio, il quale è padre ed anche in quell’ora avrà aiutato in modo straordinario il fratello».53

Papà di Sr. Lucia Monti, MC. Il sig. Giovanni Monti morì il 7 febbraio 1916, mentre la figlia Sr. Lucia era in Kenya dal 1913. L’Allamano le inviò, nello stesso mese di febbraio del 1916 una lettera di condoglianze, nella quale, come al solito, si nota la tenerezza paterna, la grande fede e la cura anche per le questioni economiche conseguenti al decesso. Nella lettera si noti l’estrema finezza dell’Allamano, che con la sua intenzione, fa anticipare alla figlia lontana e ignara della morte, i suffragi per il padre: «Giunta la triste notizia, tutta la Comunità ne ebbe dolore, e pregammo pel bravo padre. Feci subito celebrare una Messa per la cara anima. Tu anche prima d’ora l’hai suffragata secondo l’intenzione che io posi. Rispondi al fratello. Quanto agli averi lasciati dal padre, digli che si rivolga a me. Sta tranquilla che faremo le cose in buon modo e con pace.[53] Mi scriverai se la cifra lasciatati sembra la giusta. , se non c’è nulla della madre.[54]

Tu fa coraggio, ed alza gli occhi al Paradiso».[55]

Fratello di P. Luigi Rosso. Il militare Bernardo Rosso, fratello del P. Luigi, morì in un ospedale da campo il 18 dicembre 1915. L’Allamano, nel marzo 1916, inviò la lettera dei genitori al loro figlio, missionario in Kenya dal 1908, e aggiunse alcune parole di condoglianze, dalle quali si scorge ancora una tenue speranza che la notizia della morte non sia vera: «Il R. D. Pautasso venne in persona a portarmi la lettera; e pensa come fece pena pure a me ed alla Comunità. Pregammo pel caro fratello e pel padre. Tu fa coraggio in Domino, e rispondi al padre consolandolo, ed a D. Pautasso per ringraziarlo.

Volesse Iddio che la notizia fosse falsa, come successe ad altri nel paese stesso…; che fosse solo prigioniero. Perciò aspettò questa a partire qualche giorno… Quanto alle cose di famiglia per ora stando bene il padre, c’è nulla da provvedere; intanto parlerò a tuo padre, e vedremo. Coraggio…; ti benedico».[56]

Mamma di P. Vittorio Sandrone, IMC. La sig.ra Teresa Lanza, mamma del neo sacerdote P. Sandrone, nominato assistente del piccolo seminario S. Paolo, è morta il 14 aprile 1917. Il P. Gallea, economo di casa madre, avvisa il Fondatore, il quale aveva già pregato per questa mamma durante la malattia. Ecco la lettera, datata 15 aprile 1917, che il P. Sandrone riceve mentre è a casa: «Seppi subito da D. Gallea della dipartita della cara madre; e come aveva già pregato prima per la bell’anima, dopo la raccomandai alla SS. Consolata, e continuerò, anche perché sia tu consolato e la buona famiglia.

Fa coraggio a tutti e si confortino con le sante memorie della medesima. Dal Paradiso vi sarà ancora più madre…Anche nell’Istituto si prega. Fermati secondo il bisogno e la convenienza. Ti benedico».[57]

Mamma di P. Giuseppe Aimo Boot, IMC. Da 9 anni missionario in Kenya, il P. Aimo Boot, quando muore la mamma, la sig.ra Domenica Garbolino, riceve questa lettera del Fondatore, datata  1 maggio 1917: «Non le riuscirà nuova la dolorosa notizia della dipartita della cara madre. Era abitualmente malaticcia, e da qualche tempo, come seppi andava deperendo. Il Signore la preparava pel Paradiso. V.S. faccia coraggio, com’io già procurai di consolare la famiglia. Fin dall’annunzio io applicai suffragi, e pregammo nell’Istituto. Il sacrificio di V.S. avrà risparmiato il Purgatorio alla bell’anima. Coraggio. La nostra Ss. Consolata la conforti e benedica».[58]

Cognato di P. Giuseppe Perrachon. Il sig. Francesco Merlo, marito della sorella Maria di P.

Perrachon, morì a Pinerolo il 18 ottobre 1918 di “febbre spagnola”. L’Allamano ricevette una lettera dal cugino del defunto in cui, a nome della moglie ammalata, lo pregava di avvisare il cognato missionario in Africa.[59]

L’Allamano , il 4 novembre successivo, scrisse al P. Perrachon questa delicata lettera: «La dolorosa notizia non mi fu nuova, sapendo alcuni giorni prima ch’era ammalata tutta la famiglia e si raccomandava alla nostra Consolata. Dopo la morte del Cognato scrissi per consolare la sorella.61

Quante morti in guerra, e tante per l’epidemia; che ora pare diminuire. V. S. si faccia coraggio, e scriva parole di consolazione alla sorella…»[60].

Sorella del P. Francesco Gamberutti. Spirò di “polmonite doppia” a vent’anni, il 31 ottobre1918. Sul letto di morte, emise la professione religiosa nella Congregazione delle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret, prendendo il nome di sr. Amalia. Il P. Gamberutti aveva inviato all’Allamano una lettera da inoltrare alla sorella, la quale, però, non ebbe più la possibilità di leggerla. Ecco quanto il Fondatore scrisse al P. Gamberutti, dopo la morte della sorella: «Ricevuta la tua lettera alla sorella Sr. Amalia, la presentai alle Suore Bigie del Manicomio.[61] Esse mi dissero ch’era partita pel Paradiso, e mi scrissero quanto sopra. Il Signore la volle premiare anche in principio della sua vita religiosa. Preghiamo…».[62]

IV.   LUTTI NELLA FAMIGLIA DELL’ALLAMANO[63]

Certamente l’Allamano ha vissuto intensamente i lutti nella propria famiglia[64]. Ne ha certamente sofferto, ma ha anche saputo interpretare cristianamente questi eventi, con la luce e la forza della

fede. A prova della sua sensibilità verso i propri defunti, che non è mai venuta meno, si legga quanto ha scritto, il 29 novembre 1921, alla nipote Pia Clotilde, che aveva fatto celebrare la S. Messa di suffragio per i propri nonni materni e paterni (quelli paterni erano i genitori dell’Allamano): «Ti ringrazio della cura pei funerali dei nonni e dei miei cari genitori. Aspettava che qualcuno venisse a Torino per dare questo incarico. Continua così in avvenire. Il ricordo dei nostri cari è un dovere, e poi fa del bene a noi che ci aiutano dal Paradiso e ci fa sospirare di andarvi per rivederli, et sic sempre cum Domino erimus: così saremo sempre col Signore. Io sto abbastanza bene, abbandonato alla Santa Volontà di Dio in tutto…».[65]

La stessa nipote Pia Clotilde, nel 1943, ha rilasciato questa testimonianza, che conferma questo atteggiamento interiore dell’Allamano verso i propri famigliari defunti: «Nel 1925 nella ricorrenza delle festa dell’Addolorata, venuto a Castelnuovo per la benedizione dell’altare del Beato Cafasso in Parrocchia (alla cui costruzione contribuì largamente), trovandosi di mattino sul terrazzo di casa mia donde si gode, tra la magnifica vista, la visione del cimitero, il Can. Allamano, vedendolo, subito pensò ai morti e chiamandomi a sé mi disse che era contento di poter pregare pei cari parenti defunti che ci attendono in paradiso. Era seduto su un seggiolone. Si alzò e recitò in piedi a capo scoperto il De profundis e gli Oremus. Mentre io ero inginocchiata accanto, commossa per la rievocazione delle care memorie».[66]

Più di una volta, in occasione della morte dei famigliari o dei parenti, l’Allamano fa riferimenti alla necessità di prepararsi alla propria morte. Questo, però, in lui appare un sentimento sereno, illuminato dalla speranza cristiana.

Mamma Marianna Cafasso. Morì il 15 dicembre 1869[67], quando l’Allamano non aveva ancora 19 anni. Il figlio seminarista soffriva molto per la malattia della mamma. Secondo diverse testimonianze di famigliari e di suore, durante le vacanze le stava vicino lunghe ore, le faceva delle letture e quando, negli ultimi tempi, era diventata cieca, la imboccava durante i pasti.[68] L’Allamano confidò la sua sofferenza per la malattia della mamma, nella lettera del 18 dicembre 1968, all’amico chierico Pietro Cantarella, che aveva conosciuto durante il periodo trascorso con Don Bosco a Valdocco: «Mio caro, se non fosse far ingiuria al nostro buon Gesù, di quante tribolazioni, direi, non fui colmo, in questi tempi. Tu già ben sai il dolore mio per mia madre ammalata e che peggiora ognora diviene in uno stato di quasi affatto immobilità».[69]

In occasione della morte, l’Allamano ha dovuto subire anche l’ingiuria di non poterlo sapere a tempo, ma solo dopo otto giorni, per dimenticanza di chi doveva recpitargli la lettera dei parenti. Certamente l’Allamano patì molto per la morte della mamma, fino a subirne conseguenze nella salute. Lo confida lui stesso, oltre un anno dopo, all’amico Cantarella, nella lettera del 25 marzo 1871: «Caro mio, un sacrificio, a cui Dio andava a poco a poco disponendo, feci nella perdita della Carissima mia Madre, or fu un anno ai 15 dicembre scorso. Offrii a Dio l’amaro calice e lo pregai a darmi forza per tutta trangugiarlo; ma cosa vuoi dacciò e da tanti dispiaceri avuti andava a poco a poco scemando la mia salute».[70]

Che l’Allamano abbia avuto una profonda ferita per la morte della mamma, lo conferma anche il prof. Giulio Bellini, nella sua testimonianza del 16 agosto 1944. Assieme alla moglie, questo professore si recò dall’Allamano per avere una parola di conforto in occasione della morte di sua madre: «Ricordo che egli mi disse che non aveva più riveduto la mamma sua, quando gravemente inferma fu chiamata a Dio all’eternio riposo. La famiglia residente a Castelnuovo aveva allora scritto una lettera al Chierico Giuseppe Allamano, Seminarista, e aveva incaricato una persona di quel paese a imbucarla a Torino. Quell’uomo se ne dimenticò e la mamma spirò senza la presenza del figlio Sacerdote. Raccontandomi questa circostanza ricordo che il Canonico Allamano era vivamente commosso».[71]

Sr. Maria degli Angeli Vassallo, MC, depose durante il processo canonico, dopo aver riferito il fatto della lettera giunta in ritardo: «Ne soffrì grandemente, ma il suo direttore lo consigliò a fare un’offerta di quel sacrificio al Signore, assicurandolo che il Signore avrebbe tenuto lui le veci dei genitori. Ed egli ne prendeva occasione per esortarci al distacco dai parenti»[72].

Fratello Ottavio. Morì a Torino, di polmonite, il 26 gennaio 1880, all’età di 26 anni, lasciando la moglie Benedettina Turco e la figlioletta Pia Clotilde, di poco più di un anno. La reazione dell’Allamano a questa morte, la possiamo scorgere in due lettere. La prima è quella del 9 febbraio 1880, alla cognata e merita di essere letta integralmente tanto è ricca di affetto e di fede: «Le buone notizie avute della Tua salute mi consolarono molto e ne ringraziai il Signore. Iddio che si chiama Padre degli Orfani e Protettore delle Vedove Ti ha ricevuto sotto la Sua speciale assistenza e non mancherà di lenire i Tuoi dolori coll’abbondanza della Sue consolazioni. Io per me non voglio cercare altrove conforto che nel Cuore addolorato di Gesù e di Maria Santissima. Quivi solamente trovo quella pace che invano si spera di ottenere dagli uomini; questi possono dir belle parole, anche mescolare le loro alle nostre lacrime, ma solo Gesù sa mettere il dito sulla piaga che ci tormenta ed Egli solo ha il rimedio salutare che ci guarisce. Nel Cuore dolcissimo di Gesù v’è la spiegazione della catastrofe che ci colpì e che ad ogni tratto pare un’illusione; ma che pure è una realtà. Ne’ misteri di salute nascosti in Dio, misteri che penetreremo solo un dì nel bel Paradiso, troviamo ragioni per benedire la mano divina che si gravò sopra di noi, e quiete nei nostri dolori.

Cara Cognata, fatti coraggio in Dio, di cui puoi dire ora che sei tutta cosa Sua, e ricordati del Tuo aff.mo Cognato»[73].

La seconda lettera, in cui parla di questa morte, è all’amico Pietro Cantarella, in risposta alla sua di condoglianze. È datata 7 aprile 1880. Anche questa merita di essere letta integralmente, perché dalle sue righe traspare tutta la carica dell’umanità e lo spirito soprannaturale dell’Allamano: «La Tua lettera mi fu una delle più soavi consolazioni ne’ passati dolori. […] Ti ringrazio adunque di tutto cuore della parte che prendesti al mio dolore, di tanto me l’allevasti. Il Signore se ci strinse amici dal primo conoscerci è perché simili dovevamo avere le vicende di questa misera vita e quindi perché ci fossimo di comune conforto e sprone a percorrere la via spinosa che Egli ci aveva tracciata,

Il mio dolore, o caro, fu grande, più di quello che mi sarei creduto. Lasciar un fratello minore che mi considerava qual suo Padre, suo Consigliere anche nelle cose più delicate di coscienza,…che mi dava ad ogni occasione dimostrazioni di affetto e stima,…che mi volle durante la breve malattia continuamente ai suoi fianchi, non potendo soffrire che mi fossi dilungato per brevi istanti, mentre degli altri, tranne della giovane moglie, non si curava più che tanto;…che posò nelle mie mani l’anima bella perché l’offrissi a Dio…, pensa se non ferisse il mio cuore. – […]

Ora non mi resta che rassegnarmi alle disposizioni del Signore che mi concesse di assistere ad una morte veramente esemplare con particolari che contengono seco la certezza del Paradiso; basti il sapere che morì pronunziando con tutta speranza “voglio il Paradiso”.

Lo sfogo che il mio cuore ti avrebbe fatto a voce [74]se fosse stato a Te presente, non potè non farlo per iscritto; in questo non penso esservi debolezza, anche Gesù pianse su Lazzaro morto…»[75].

Che l’Allamano ricordasse con affetto questo suo fratello, anche dopo la morte, risulta dal fatto che, ogni anno, il 20 novembre, festa di S. Ottavio, si recava nella chiesa dei Santi Martiri, dove sono venerate le reliquie del Santo. Quando era anziano e non poteva più recarsi personalmente, mandava il domestico a recitare tre “Pater”.[76] C’è, inoltre, una lettera dell’Allamano alla cognata Benedettina Turco del 25 gennaio 1887, la vigilia del settimo anniversario della morte di Ottavio, che lo conferma: «In questo giorno doloroso sento il bisogno di unirmi a chi prega per l’’anima del nostro caro Ottavio. Domani dirò la S. Messa per l’anima di Lui; voi pregate e fate pregare».[77]

Fratello Giovanni. Era il primogenito della famiglia Allamano. Morì improvvisamente a

Castelnuovo, il 12 marzo 1896, a soli 55 anni. Possediamo la lettera dell’Allamano alla maestra Benedetta Savio, scritta il 6 aprile 1896, in ringraziamento per le condoglianze: «Finalmente compio al mio dovere di ringraziare V.S. della bella lettera inviatami in occasione della morte del mio caro fratello. Le sue parole furono balsamo al mio cuore e mi aiutarono a piegare perfettamente il capo sotto la mano di Dio e farne la sua Volontà. Il Signore La rimeriti delle fatte preghiere e continui a supplicarlo di dare anche a noi un dì il bel Paradiso dove ci uniremo per sempre ai nostri cari e non avremo più il timore di perdere l’amore di Dio coi nostri peccati.

Quanto si sente la nullità delle cose di questa terra quando si rimane ultimo della famiglia e dovemmo accompagnare alla tomba tutti i nostri cari. Prepariamoci alla prossima nostra chiamata, sicché possiamo alla prima voce di Dio rispondere colle ali spiegate per bel Paradiso».[78]

Cognata Giuseppina Cafasso. Moglie di Giovanni, il primogenito degli Allamano, morì il 20 luglio 1998, due anni e 4 mesi dopo il marito. Conosciamo un breve lettera dell’Allamano alla cognata Benedettina Turco, datata proprio il 20 luglio, nella quale comunica la notizia, esprimendo anche sentimenti di cristiana partecipazione: «Stamane venne il nipote Giacomo ad annunziarmi che stanotte spirò nel Signore la cognata Giuseppina. Nel timore che non abbia potuto venire da te, te ne partecipo la triste notizia. La volontà di Dio sia fatta in tutto e per sempre. Noi preghiamo e prepariamoci pel nostro turno».[79]

Cognata Benedettina Turco. Moglie del fratello Ottavio, rimasta vedova giovanissima, con una figlia piccola, Pia Clotilde. Morì il 1° agosto 1923. L’Allamano, durante gli ultimi momenti di vita, fu molto vicino al fratello Ottavio, a cui era particolarmente legato. In punto di morte, Ottavio affidò alle sue cure e protezione la sposa e la figlia, che divenne figlioccia dell’Allamano. Cosa che l’Allamano eseguì con attenzione e delicatezza.

È edificante vedere come l’Allamano si interessò sempre della cognata,[80] anche nell’ultimo periodo di vita, fino alla morte, che avvenne a Castelnuovo, all’età di 70 anni non ancora compiuti, quando egli era già indisposto e non poteva più muoversi facilmente. Ecco alcuni tratti della corrispondenza dell’Allamano con la nipote Pia Clotilde, che esprimono bene prima la sua sincera preoccupazioni per la malattia e poi il suo dolore per la morte della cognata, il tutto, però, arricchito da uno spirito di serenità e rassegnazione cristiana.

Il 29 novembre 1921, dopo aver ringraziato la nipote per aver fatto celebrare la S. Messa in suffragio dei nonni, così conclude: «Fa coraggio alla buona mamma, dille che stia tranquilla, e si ripari dal freddo quanto può».[81]

Il 29 marzo 1922: «Mi fece viva pena la notizia della grave malattia della buona tua Madre. Spero che verrà migliorando e che il Signore ci consolerà con la sua guarigione. Stamane la raccomandai alla nostra Consolata nella S. Messa e continuerò a pregare per lei. Anche il nostro Ven. Zio ci aiuterà. Tu fa tanto coraggio all’inferma, che benedico presso la Ss. Vergine».[82]

Il 30 luglio 1923: «Comprenderai la pena che provai alla notizia della grave malattia della mamma. Se fossi in salute, sarei venuto per confortarla e portarle la Benedizione della Consolata. Ma sono in uno stato da non potermi muovere di casa. Da lontano La benedico e prego per Lei. Tu fa coraggio nel Signore…»[83].

Tre giorni dopo, il 2 agosto 1923, appena giunta la notizia della morte della cognata: «Pur troppo dopo le ultime notizie c’era più poco da sperare sulla guarigione della cara mamma. Il Signore la chiamò a sé dopo aver fatto il suo purgatorio in tante pene sofferte durante la vita. Piega la testa alla S. volontà di Dio.; è questo il maggior atto di propiziazione per la cara anima. Fa coraggio nel

Signore»[84].

Ecco la bella testimonianza scritta della nipote Pia Clotilde, rilasciata dopo la morte dell’Allamano: «Partecipò cordialmente al mio lutto per la morte della mia direttissima mamma, ed ebbe per me parole di vera consolazione: “Tu ed io siamo rimasti soli. Procuriamo di farci dei meriti volgendo gli occhi al cielo dove i nostri cari già godono, pregandoli di tenerci preparato un bel posto presso di loro”».[85]

V.     LUTTI DI AMICI E CONOSCENTI

Papà di Pietro Cantarella. Solo per caso l’Allamano è venuto a sapere del grave lutto che ha colpito l’amico Cantarella, cioè la morte del padre, il Sig. Giovanni, avvenuta il 19 gennaio 1872. Conserviamo la lettera di condoglianze che l’Allamano ha scritto all’amico il 14 febbraio 1972. In essa si scorge una sensibilità umana molto accentuata. Sembra che l’Allamano non si decida a terminare la lettera, nello sforzo di stare vicino il più a lungo possibile e consolare l’amico. Si scorge una psicologia giovanile. Di fatto, quando l’Allamano scrive questa lettera ha appena 21 anni e il Cantarella 23. Inoltre, e ciò va sottolineato, da queste righe emergono già tutti gli elementi del conforto cristiano, che si fondano sulla fede e sulla speranza della vita eterna. In particolare, emerge un tratto caratteristico della sua spiritualità: quello di attingere coraggio, versando le proprie pene nel Cuore di Cristo.

Ecco i punti salienti della lettera: «Giunto a questo punto quale notizia mi si diede da un tuo Compatriota! Caro mio, la nostra amicizia non sembra fatta che per narrarci sventure e consolarci. Tu sai quanto amassi la mia buona mamma; eppure dovetti farne il sacrificio. Sento però al vivo il tuo dolore, e ne partecipo in molta parte. Ma con quali parole studierò io di consolarti; vorrei qui addurti tanti conforti, che per non essere inspirati che dal sentire del mondo, poco o niun effetto otterrebbero. Piuttosto ti esorto a gettarti sul Sacratissimo Cuore del Buon Gesù. Ivi troverai certamente quella consolazione, che invano io saprei e potrei darti. Gesù ci dice che tribolati a Lui veniamo, da Lui cerchiamo refrigerio nelle nostre amaritudini. Caro mio, inspirati alla fonte della consolazione per mezzo di Maria SS. Ella sa addolcire gli affanni e non abbandona chi a Lei ricorre.

Per parte mia credo che la miglior consolazione che possa darti, sia il pregare per l’anima di lui. Sì, ho già pregato, e non cesserò di farlo: ecco il vero balsamo dell’anima Cristiana. Oggi la chiamata al Cielo è per lui; domani forse sarà per me o per te. Rassegniamoci ai divini voleri; e anziché affliggerci oltremodo, lasciamo che ciò il facciano i mondani, cui è terribile il futuro destino. Per tuo padre, di cui ancora mi ricordo quando mi narravi la bontà; anzi ne ho ancor presente nella mente l’immagine tutta buona, confortati che la morte non gli sia che la porta al premio meritatosi.

Carissimo, io vorrei più dirti, ma per tema di annojarti, o staccarti dalla consolazione di Gesù, finirò con dirti che nell’afflizione ti porti a visitar Gesù in Sacramento. Ivi io e tu sperimentiamo la vera pace e conforto.

Fatti animo, confortati nella certezza che il tuo amico purtroppo da te lontano, partecipa moltissimo al tuo dolore, e per l’unica via che gli sia dato, quella della preghiera, ti porge pace e sollievo.

D’altra parte pensa a non rovinarti la tua salute, che tanto ti è necessaria.

Addio, Caro Pietro, il Dio della Consolazione sia con te e con la tua famiglia».[86]

Sorella della maestra Benedetta Savio. La sig.ra Clotilde Turco, sorella della maestra Benedetta Savio[87] e mamma di Benedetta Turco (cognata dell’Allamano), è morta il 19 giugno 1885, all’età di 53 anni, forse per un contagio di colera contratto assistendo un’ammalata. L’Allamano era legato di profonda riconoscenza alla sua maestra d’asilo. In tale occasione le scrisse una lettera di condoglianze molto sentita.

«Se tardi vengo a porgere a Lei ed a tutta la famiglia due parole di consolazione, non però ritardai dal momento dell’annunzio della grave prova che li colpì, di raccomandarli al Signore ed alla mia cara Consolata.

Il buo Dio è imperscrutabile ne’ suoi decreti, ed il chiamare a sé in modo a noi così doloroso la cara sorella, moglie e madre pare nelle nostre viste un torto alla virtù della medesima e sciagura irreparabile. Ma agli occhi della fede ci consola la certezza che più fu duro il sacrificio e più fu meritorio per noi e per la bell’anima della trapassata. Già io la credo in cielo non già solo tra le sante donne, ma tra i martiri. Per essere martire basta morire per amore di qualche virtù, orbene la cara Clotilde morì per la regina delle virtù, essendomi stato riferito che appunto per fare un po’ di carità si pose in quel pericolo. Essa dunque in cielo è tra le sante martiri colla palma nelle sue mani, e di là c’invita a rallegrarci seco, perché dopo poco dolore abbia ottenuto tanta gloria».

Dopo aver ricordato che la sorella è morta durante le celebrazioni della festa della Consolata, il che ha pure un suo significato spirituale, prosegue: «Consolisi V. S., ormai sola al mondomentre il Signore La va staccando da ogni affezione più cara; si consoli la famiglia nei sentimenti, che la fede c’insegna.

Io quando penso alla venerata memoria di mia madre mi consolo nel ricordo delle atroci pene, che ebbe per tanti anni da sostenere, e dico che per queste son certo essere dessa in Cielo. Così devesi fare nel caso vostro, e mentre fa rabbrividire il pensiero dell’atroce caso, deve consolare il purgatorio già fatto in questa vita ed il certo possesso, in cui è già in Cielo.

Io pregai tanto la cara Consolata, in questi giorni e proseguirò a pregarla più per loro che per la defunta: facciam cuore».[88]

Maestra Benedetta Savio. Educatrice nata, spiritualmente maturata all’ombra del Cafasso, Benedetta Savio (1825 – 1896) è stata la maestra per eccellenza, al tempo dell’Allamano, della scuola materna di Castelnuovo. Tra l’Allamano e la maestra Savio si è creata una bella intesa, come risulta dagli scritti che si sono scambiati. L’Allamano ha sempre conservato per la sua maestra una specie di rispettosa venerazione[89], spontaneamente contraccambiata.[90] Di lei l’Allamano si è abitualmente servito per far giungere offerte anonime a gente povera di Castelnuovo.[91]

Per comprendere il valore di questa donna, basti ricordare che Don Bosco aveva pensato a lei, come prima scelta, per iniziare la Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, cosa che non si è potuta realizzare per l’intervento indiretto del Cafasso.[92]

Quando, il 20 ottobre 1896 la Maestra Savio morì, l’Allamano, che mesi prima aveva perso il fratello maggiore Giovanni, scrisse una lettera breve, ma carica di sentimento, al teologo Domenico Turco, che della defunta era nipote materno: «La nostra buona Maestra è volata in Paradiso; il Signore la purificò colle croci di quest’anno, ed ora avrà già incontrato il suo caro D. Cafasso. Che vita è mai la nostra, in cui ad ogni passo conviene fare sacrificio di quanto più ci sta a cuore! Venga presto anche per noi il Paradiso!...

Fa coraggio e con te la Famiglia, adorando in tutto i Consigli divini.

Non ho cose particolari a dirti sui Funerali della zia, e poi non sarebbe più in tempo. Si devono alla medesima rendere tutti gli onori possibili, perché questi tutti si meritò colla sua lunga vita spesa pel bene del paese e della Famiglia.».[93]

Mons. Giovanni Vincenzo Tasso, Lazzarista, Vescovo di Aosta. Grande amico dell’Allamano, con il quale compì gli studi a Valdocco, e suo consigliere e sostenitore in occasione della fondazione. Morì il 26 agosto 1919.[94]

La notizia della morte di Mons. Tasso raggiunse l’Allamano al santuario di S. Ignazio. Al riguardo, possediamo soltanto questa testimonianza dal diario del Seminario Maggiore dell’Istituto: «Martedì 26. Giorno di quiete e di riposo. Dopo cena il Sig. Rettore ci annuncia la dolorosa morte di Mons. Tasso, insigne benefattore delle nostre Missioni: quindi domani S. Messa e Rosario in suffragio della sua anima».[95]

Ledóchowska Maria Teresa. Fondatrice del Sodalizio di San Pietro Claver, morì a Roma il 6 luglio 1922 e venne beatificata da Paolo VI, il 19 ottobre 1975. Ebbe una buona relazione con l’Istituto e nella sua visita a Torino, il 18 giugno 1901, fu presente all’inaugurazione della Consolatine.[96] L’Allamano la incontro più volte, le scrisse e ricevette da lei diverse lettere, soprattutto a motivo delle sue donazioni in favore delle missioni.[97]

In occasione della morte, le comunità dei due Istituti, il 21 luglio, parteciparono al solenne funerale celebrato a Torino nella Chiesa dei SS. Martiri.[98] Il 22, l’Allamano inviò una lunga lettera di condoglianze “Alla direzione del Sodalizio di San Pietro Claver”, nella quale esprime la partecipazione sua e dei missionari al grave lutto. Ecco alcuni passaggi significativi: «Ho appreso con profondo rammarico la notizia della morte dell’Ill.ma Signora Contessa Ledóchowska, Direttrice e Fondatrice di cotesto Sodalizio così benemerito per le Missioni Africane.

Tutti i membri del mio Istituto, per il quale la compianta Sig. Contessa ebbe tanta predilezione, partecipano al lutto che ha colpito il Sodalizio di S. Pietro Claver con la scomparsa della sua Fondatrice; e con le loro preghiere cercano di dimostrare davanti a Dio la riconoscenza dell’animo loro per i benefici che da lei hanno ricevuto le nostre Missioni. […]

Ho sollecitamente comunicata la notizia ai miei Missionari del Kenya, del Kaffa e dell’Iringa, ai quali non potrà fare a meno di riuscire ben dolorosa, perché nella compianta sig. Contessa vedono mancare come una madre provvidenziale che sapeva provvedere a tante necessità dello loro Missioni. […].

Unito al lutto che ha colpito così vivamente il loro benemerito Sodalizio, presento le mie sentite condoglianze in unione a quelle di tutti i miei Missionari dell’Istituto e delle Missioni. Pregando il signore e la Ss. Vergine Consolata a riempire il grande vuoto con le loro speciali benedizioni e consolazioni, con distinti ossequi ho il piacere di rimanere»[99].

[1] La sensibilità umana dell’Allamano di fronte alla morte risulta anche da come ha trattato l’argomento nella “Novena della Consolata”, al giorno ottavo. Sembra che porti la propria esperienza. Ecco come incomincia: «Perdere una persona a noi cara, ecco un pensiero che fa rabbrividire; son ore terribili quelle che seguono la perdita di una persona diletta. Come stornati dalla stanchezza per le veglie passate al capezzale degli ammalati e per le cure loro usate a sollevarli nelle loro agonie ed aiutarli a prepararsi pel viaggio dell’eternità, non proviamo subito la loro mancanza, ci pare ancora di possederli, di vederli e di sentirli a parlare. Ma viene la solitudine, nella quale come svegliati da profondo sonno ci scorgiamo soli; allora non è più la cara madre, non più il giovane consorte, l’unico figlio… O giorno, o notte terribile quella che tien dietro alla morte de’ nostri cari. – Al dolore immenso dello sparirci per sempre in questa vita quella persona, che faceva come parte di noi, soventi volte altre pene s’aggiungono, le quali sebbene non così gravi, tuttavia perché arrivano in tempo così inopportuno e perché sono frutto d’ingratitudine e di celata avarizia, quanto amareggiano il cuore ed aumentano il dolore principale. Tu mi capisci, che già ne fosti alle prove. – Maria Consolata è per voi […]»: Arch. Postulazione, Prediche Manoscritte, 1.

[2] Esempio tipico di questo atteggiamento di padronanza di sé, ma non è l’unico, si può scorgere nella prima lettera in cui annuncia la morte del Camisassa, ai missionari e alle suore di Casa Madre, nella quale, dopo averli invitati a recarsi tutti  alla Consolata, ricorda loro di chiudere bene le porte.

[3] Lett. III, 672 – 673. Alla nota 2 delle pp. 673 – 674, P. C. Bona fa una lunga presentazione della situazione di salute delle prime  Suore Vincenzine. Cf. Anche TUBALDO I., Giuseppe Allamano, Il suo tempo – La sua vita – La sua opera, III, 35, 39, 43, 111 – 115, 339, 374n. Una breve presentazione di Sr. Editta e della sua morte si trova in Sr.

GALLI G., Le suore “Vincenzine” del Cottolengo in Africa, 1902 – 1925, Torino 2003, 61.

[4] Per le vicende di questo secondo e ravvicinato decesso di una suora del Cottolengo, cf. Lett., III, 673 – 674, n. 2; Sr. GALLI G., o. c., 62 – 63.

[5] Lett., IV, 22 – 23.

[6] Notizie più dettagliate in Lett., VI, 172, n. 2; cf. TUBALDO I., o. c., III, 729, 731 – 732.

[7] Nel manoscritto della  conferenza del 29 ottobre 1915, ricordando questa morte, il Fondatore afferma che il Signore lo chiamò presso di sé «perché fosse rappresentante presso il trono di Dio del Kenia»: Conf. II, 391.

[8] Lett., VI, 168 – 169. Nel “Diario del Seminario”, Quad. 1911 – 1912, alla data 7 luglio 1912, si legge: «[ore] 6: si legge la relazione sulla morte del P. E. Manzon, poi la predica del Ven. Cafasso sulla morte del Sacerdote giusto»:

Arch. IMC.

[9] Il “Diario del Seminario”, Quad. 1915 – 1915, a p. 11, fa una lunga descrizione della morte di questo confratello e come si sono comportati in comunità. Le suore hanno fatto turni di preghiera per tutta la notte: Arch. IMC.

[10] Conf. IMC, II, 391 – 397.

[11] Conf. MC, I, 342; per le vicende della malatia, cf. TUBALDO I., o. c., III, 127 – 128.

[12] Conf. IMC, II, 548 – 549. Nel “Diario del Seminario”, Quad. 1915 – 1916, p. 35, al giorno 20 aprile Giovedì Santo, si legge: «Alle 2,30 i rev. Sacerdoti e Chierici in cotta vanno nel cortile-Seminario per la sepoltura, esequie, ect. Di Sr. Giulia, morta ieri dopo le 11 antim. Alle 3 è terminato e si parte per la visita ai Sepolcri»: Arch. IMC.

[13] Cf. l’elenco di queste lettere in Giuseppe Allamano, Lettere ai Missionari e alle Missionarie della Consolata, p. 524.

[14] Lett., VII, 544, n. 1.

[15] Conf. IMC, III, 113.

[16] Lett., VII, 566 – 567. Nel “Diario del Seminario Maggiore, 1917, 1° Semestre, pp. 62 – 67, c’è una lunga e commossa commemorazione del Baldi, in cui si descrive la sua vocazione, la sua personalità e specialmente degli ultimi giorni e della morte. Segue poi la corcolare del Fondatore che annuncia all’Istituto la morte.

[17] Conf. IMC, III, 194 – 195. Il “Diario del Seminario”, Quad. 1917 – 1918, pp. 13 – 14, ai giorni 15, 16, 17 gennaio 1918, sono descritte la malattia, la morte e la partecipazione al lutto. Dopo aver parlato della sepoltura, fatta al 17, a p. 14 si legge: «Verso le 18 il Sig. Rettore parla separatamente ai Chierici e agli Studenti, consolando e incoraggiando tutti, ed in particolare, ordinando ai Chierici di raccogliere su pochi fogli ciò che ciascuno personalmente sentiva e notava del carissimo estinto»: Arch. IMC.

[18] Lett., VIII, 29 – 31.

[19] Lett., VIII, 190. Su questa vicenda, cf. TUBALDO I., o. c., IV, 154 – 157; per la biografia, anche: II, 649 – 650.

[20] Lett., VIII, 206 – 207. Nel “Diario del Seminario”, Quad. 1917 – 1917, p. 38, si legge al giorno venerdì 20: «Un telegramma di ieri sera da La Morra annunzia: “Ch. Leinardi aggravatissimo”»; ed al giorno domenica 22: «Prima che esca la Messa delle 9, D. Gallea annunzia alla Comunità, a nome del sig. Rettore, la morte del caro Ch. Leinardi, avvenuta il 19 del corr., notte»: Arch. IMC.

[21] Conf. IMC, III, 237. Cf. TUBALDO I., o. c., IV, 159.

[22] Conf. MC, II, 347 – 348.

[23] Lett., VIII, 297; la lettera di Mons. Perlo è pubblicata in ‘Da Casa Madre’, N. 11 (edizione a cura di V. Sandrone, 137 – 138).

[24] Lett., VIII, 314 – 215.

[25] Conf. MC, II, 493 – 494. Nei volumi delle conferenze ai missionari c’è lo stesso manoscritto del Fondatore, che riporta più o meno il contenuto della circolare ai missionari d’Africa, compresi i due brani di lettere del coad. Gaidano, ma non c’è la trascrizione delle parole realmente dette: cf. Conf. IMC, III, 289.

[26] Cf. Conf. MC, II, 609.

[27] Conf. MC, II, 616 – 617. Sicuramente l’Allamano è stato impressionato in senso molto positivo da questa morte, soprattutto per la qualità spirituale della suora, tanto che un anno dopo, nella conferenza alle suore del 9 maggio 1920, parlando del B. Gabriele dell’Addolorata, ebbe a dire: «L’ho vista io Sr. Amalia: è una vera santa! Una santa da mettere sugli altari; è come un B. Gabriele: Con il suo soffrire chi sa quante anime ha salvate. Se una suora in Africa riesce a convertire un cuore duro, ne ha pure parte quell’altra suora che ha sofferto con pazienza i propri mali. Non è che io vi voglia ammalate, tutt’altro, ma se il Signore volesse qualche vittima, ebbene…Intanto io vi do per obbedienza di non morire adesso…(sorride)»: Conf. MC., III, 75. Nel “Diario del Seminario”, Quad. 1918 – 1919, p. 32, in data martedì 1 luglio, si legge: «Verso le 19 il Signor Rettore, anche lui in prossima partenza per S. Ignazio, desidera parlare a tutta la comunità: discorse della mortificazione della lingua e sulla povertà religiosa, con viva raccomandazione alle nostre preghiere. Ci annuncia dolorosamente la santa morte di una Suora Mission. Della Consol. Al Cottolemgo. Beati mortui qui in Domino moriuntur!»: Arch. IMC.

[28] Conf. MC, III, 108.

[29] Cf. Lett., V, 711, n. 38; TUBALDO I., o. c., IV, 225.

[30] Conf. IMC, III, 521 – 525.

[31] Conf. MC, III, 195 – 196.

[32] Circa la malattia del Marchina, cf. Lett., VIII, 668 – 669. L’Allamano rassicurava il fratello Coadiutore Angelo, nella lettera del 7 ottobre 1920, scrivendogli che lo aveva dovuto rimandare a casa per curarsi, concludendo: «Sta tranquillo su di lui perché mi è più che figlio»: ivi.

[33] Conf. IMC, III, 548; cf. Anche TUBALDO I., o.c., IV, 225.

[34] Conf. MC, III, 224.

[35] Cf. Lett., V, 732, n. 6.

[36] Lett., IX/1, 148 – 150.

[37] Processus Informativus, IV, 106.

[38] Nel “Da Casa Madre, N. % (1922), p. 36, si legge: «18 Agosto. – A tarda sera, dopo cena, i lavoratori restati a Torino, in seguito ad una telefonata, sono radunati in Cappella, dove una voce affannata, con strozzate parole, dice: “Il Ven.mo e tanto benemerito nostro Con fondatore non è più…or sono dieci minuti è spirato nelle braccia del Sig. Rettore”»: in Lett., IX/1, 436, n, 2.

[39] Lett., IX/1, 435 – 436.

[40] Lett., IX/1, 446.

[41] Lett., IX/1, 447.

[42] Una bella cronaca del fatto dei due crocifissi legati insieme dal Camisassa sul letto di morte, comew simbolo dell’unione tra i due Istituti, si ha in “Da Casa Madre”, N. 5, 1922, pp. 37 – 38.

[43] Lett., IX/1, 448 – 449.

[44] Il 2 settembre 1922, l’Allamano  al P. Ferrero scrisse: «Appena torni il R. Superiore, pregoti di tornare a Torino definitivamente. Ho bisogno di te per rivedere le carte del caro V. Rettore, e poi perché aiuti questo povero vecchio, cui il Signore aggiunge lavoro a lavoro»: Lett., IX/1, 455.

[45] Lett., IX/2, 169.

[46] “Da Casa Madre”, N. 5, 1922, p. 36.

[47] Lett., IX/1, 499- 500. Il giornale cattolico torinese Il Momento, il giorno 20 agosto, p. 3, a firma di b.c. (Bernardino Caselli, sacerdote giornalista, incoraggiato dall’Allamano nel suo impegno), riporta un lungo necrologio del Camisassa, descrivendone i meriti apostolici e di collaborazione con l’Allamano. Al termine, così si esprime: «Al can. Allamano che lo ebe per 42 anni collaboratore intelligente e prezioso, ed oggi lo piange come fratello carissimo […]: In Lett., IX/1, 440.

[48] Nella lettera del 12 dicembre 1902, l’Allamano, che, con il Camisassa, era perplesso circa l’opportunità della partenza di P. Gabriele, aveva scritto al P. Filippo: «Veramente la partenza del caro Gabriele mi sanguina il cuore perché la mamma è alquanto indisposta; ma egli ha dal Signore la grazia di fare il gran sacrificio, e ciò attirerà su tutta la famiglia. Il V. Rettore ed io non abbiam nulla sollecitato; anzi forse abbiamo fatto un po’ l’uffizio del diavolo; del resto il padre (sig. Antonio) è sempre contento»: Lett. III, 488. Il P. Gabriele Perlo ha voluto partire e nel suo diario, in data 15 dicembre 1902, scrisse: «Il buon Dio, vorrà certamente accettare questo mio sacrificio, sacrificio di abbandonare una madre senza poterla salutare, per tema d’accrescere il dolore di mia partenza, e rimunerarmi col farmi vero suo apostolo, fra le genti infedeli, per le quali vado, abbandonando del tutto, ciò che ho di più caro sulla terra»: Lett, III, 490, n. 3.

[49] Lett., III, 541 – 542.  

[50] Lett., V, 137.

[51] Lett., VI, 158 – 159.

[52] Cf. Lett., VII, 119 – 120. 53 Lett., VII, 121.

[53] Dalla lettera del Fondatore a Sr. Lucia del 15 luglio 1918 risulta che la questione economica è statra conclusa in modo positivo e senza liti: cf. Lett., VIII, 165.

[54] La mamma era deceduta prima che Sr. Lucia entrasse nell’Istituto.

[55] Lett., VII, 296. La lettera del fratello di Sr. Lucia, inerente alla questione economica, è riportata da P. C. Bona nella nota 3 di p. 297.

[56] Lett., VII, 308.

[57] Lett., VII, 543.  

[58] Lett., VII, 545.

[59] Il testo di questa lettera è riportato in: Lett., VIII, 219 – 220, n. 2.

[60] Lett., VIII, 219.

[61] Si tratta del “Regio Manicomio“ di via Giulio 22, nei pressi della Consolata, nel quale le “Suore Bigie” prestavano servizio.

[62] Lett., VIII, 217.

[63] L’Allamano si era già interessato della sorella quando era morto il loro papà, nel 1912, promettendo di proteggerla e, come lei desiderava, di farle da padre: cf. Lett., VI, 158 – 159. Purtroppo la lettera di consolazione, di cui il Fondatore parla, non la possediamo.

  • [64] Non conosciamo le reazioni dell’Allamano in occasione della morte di tanti parenti, ma non di tutti. Per esempio, non ci sono tracce, nei documenti, di quali sentimenti abbia espresso riguardo alla morte al Fratello Natale, deceduto a Torino, a 36 anni, nel 1886.

Riguardo alla sorella Orsola, vedova di Giovanni Marchisio, morta a Castelnuovo, il 19 settembre 1994 Si ha un cenno molto indiretto. In una lettera alla nipote Sr. Dorotea, figlia di Orsola, senza data, l’Allamano dice: «Ho io stesso incominciato la celebrazione di Sante Messe e ne ho già dette quattro». Secondo l’interpretazione del P. C. Bona, probabilmente si tratta delle “Messe gregoriane” in suffragio della sorella: cf. Lett., III, 722 e n. 2.

Del cognato Marchisio Giovanni, marito di Orsola, conosciamo solo un cenno fatto alle suore, mentre era grave, nell’improvvisato incontro avvenuto mentre erano in scuola il 16 novembre 1915: «[…] Ci raccomandò pure un suo cognato che è moribondo dicendoci di pregare per lui»: Conf. MC, I, 227. È in questa occasione che l’Allamano dice: «Da ben 15 anni non era più stato in Castelnuovo»: ivi.

Dello zio Don Allamano Giovanni, fratello del papà, parroco di Passerano, morto il 21 agosto 1876, abbiamo una ricca documentazione, che però riguarda quasi solo l’eredità, essendo  stato nominato lui stesso erede universale, con diversi obblighi da eseguire. Riguardo la morte dello zio si conoscono poche parole nella lettera del 21 agosto 1876 al Can. Giuseppe Maria Soldati, Rettore del Seminario, nella quale si scusa di non poter essere presente all’inaugurazione dell’anno scolastico, prevedendo di essere nominato Economo parrocchiale durante la sede vacante: «Stamattina spirava nel bacio del Signore il M. R. mio Zio colle più belle disposizioni. Fiat!»: Lett., I, 67.

Abbiamo ancora un riferimento indiretto riguardo la morte della cugina prima, da parte della mamma, Matta Maria Ursula, morta a Torino il 3 maggio 1924. L’Allamano, che sostenne le spese nella sepoltura, dopo due mesi dal decesso, richiese gli atti di nascita e di battesimo, ma non se ne conosce il motivo. Per queste vicende, cf. Lett., X, 93 – 95, e specialmente la n. 2.

[65] Lett., IX/1, 196.

[66] Arch. Postulazione, Testimonianze, 1, A; TUBALDO I., Giuseppe Allamano…, IV, 573.

[67] Cf. BONA C., La fede e le Opere, 109, n. 48, dove, sulla base dei registi parrocchiali, si corregge la data della morte che,a partire dalla biografia scritta da P. L. Sales, è sempre posta al 15 dicembre 1970.

[68] Cf. le varie testimonianze riportate in Arch. Postulazione, ‘Testimonianze’ riportate pure in ,TUBALDO I., Guseppe Allamano..., I, 111 – 112.

[69] Lett., I, 11.

[70] Lett., I, 18.

[71] Arch. Postulazione, ‘Testimonianze’; cf. TUBALDO I., o.c., 113; BONa C., La fede e le opere, 214. Che l’Allamano fosse stato segnato dalla morte della mamma lo dimostra anche il fatto che in diverse occasioni, dovendo consolare altre persone per i loro lutti, ricorreva al ricordo della sua sofferenza per la mamma, superata con la fede. Per esempio: morte del papà del Cantarella: Lett., I, 29; sorella della maestra Benedetta Savio: Lett., I, 200.

[72] Processus Informativus, IV, 170 – 171; cf. Conf. IMC, II, 648.

[73] Lett., I, 117.

[74] Lett., I, 121 – 122. 76 Lett., I, 121 – 122.

[75] Da una testimonianza della nipote Pia Clotilde: Arch. Postulazione, Testimonianze, 1, A.

[76] Da una testimonianza della nipote Pia Clotilde: Arch. Postulazione, Testimonianze, 1, A.

[77] Lett., I, 223.

[78] Lett. II, 135.

[79] Lett., II, 336.

[80] Per es. cf. Lett., I, 119 – 130.

[81] Lett., IX/1, 196.

[82] Lett., IX/1, 318.  

[83] Lett., IX/2, 158.

[84] Lett., IX/2, 160.

[85] Arch. Postulazione, Testimonianze, 1, A.

[86] Lett., I, 29 – 30.

[87] Per notizie sulla maestra Benedetta Savio, il suo rapporto con il Cafasso, con Don Bosco e con l’Allamano, cf. TUBALDO I., o. c., I, 489; Lett., I, 131, n. 1, con la bibliografia riportata.

[88] Lett., I, 199 – 200.

[89] Si legga la lettera che l’Allamano scrisse alla maestra, quando si ritirò dall’insegnamento: cf. Lett., I, 546.

[90] Si legga la lettera della Savio all’Allamano del 1895, nella quale lo chiama «prezioso tralcio» del Cafasso: Cf. Lett., I, 72 – 73.

[91] Cf. Lett., I, 162 – 163, 224 – 225, 246 – 247, 254, 261 – 262, 271.

[92] Nelle memorie della Savio, elaborate dalla nipote Benedetta Turco, si legge che gli inviati da Don Bosco, che l’avrebbe vista volentieri a capo del primo gruppo delle sue suore, la Savio avrebbe risposto : «Dicano a Don Bosco essere volontà di Dio che io faccia la monaca in casa, come ripetutamente mi ha assicurato il mio direttore spirituale Don Cafasso»: in TUBALDO, o. c., I, 11.

[93] Lett., II, 186 – 187.

[94] Cf. BONA C., La fede e le opere, 132, n. 2; TUBALDO I., o. c., II, 481; IV, 225.

[95] Arch. IMC, Diario del Seminario Maggiore, Quad. 1919, p. 5.

[96] Per queste notizie cf. Lett., III, 251, n. 1; BONA C., La fede e le opere, 385 – 392.

[97] Cf. Lett., II, 472; III, 250-251; IV, 650-651, 655-656; V, 26-27; 34-35; 160; 166-167; 197-198; 674; 700; VI, 314315; VII, 228-229; 245-246; 539-540; 608; 647; VIII, 348-349; 352; IX/1, 29-30.

[98] Nel “Da Casa Madre”, N. 5 (1922), 35, si legge: «Interveniamo ai SS. Martiri, al funerale della Contessa M. Teresa Ledóchowska, in cui viene riservato a noi il servizio minore e la parte musicale»: in Lett., IX/1, 404, n. 3.

[99] Lett., IX/1, 403 – 404.