RIFLESSIONI SULLA PATERNITÀ DEL FONDATORE E TESTI NEI QUALI EGLI SI DICE “PADRE”

 

Ripensando alla paternità del Fondatore. Ci siamo più volte richiamati alla paternità dell’Allamano nei nostri confronti. Qui la vogliamo ancora una volta evidenziare, però sotto la particolare angolatura del rapporto con noi, come missionari “insieme”. Ecco quanto si può affermare:

  • Il Fondatore è “Padre”, in quanto, fedele allo Spirito, ha dato vita alla nostra famiglia di missionari. Noi siamo stati chiamati ad appartenere a questa famiglia, che è garantita, anche oggi, da questa paternità coerente all’ispirazione originaria.
  • Il Fondatore è “Padre” perché, oltre a dare la vita, ha educato i figli, cioè ha trasmesso la particolare modalità di vivere la vocazione missionaria in comune, come famiglia. A noi spetta di essere coerenti a questa “cultura missionaria” insista nella nostra famiglia, che in concreto è l’educazione che abbiamo ricevuto.
  • Il Fondatore è “Padre” non soltanto nel momento iniziale, ma durante il percorso che la famiglia compie. Il padre è sempre padre! La famiglia è sempre famiglia, a condizione che non si discosti dal padre.
  • La forza generativa del Fondatore non è sua personale, ma l’ha ricevuta da Dio. Ne consegue che lui è padre in spirito di fede e noi siamo figli e famiglia nella fede. Ciò che ci lega è la sicurezza che Dio ci ha chiamati assieme e ci manda assieme, attraverso la mediazione del Fondatore e dell’Istituto.
  • La paternità del Fondatore ha una connotazione escatologica. Lui è glorificato in cielo, come capostipite della nostra famiglia. La famiglia si riunisce poco alla volta in cielo, dove figli e figlie, al termine della loro giornata lavorativa di operai della vigna, tornano a riposarsi per sempre.

In conclusione, più siamo legati al Fondatore e più siamo legati tra di noi, come fratelli/sorelle

«di una stessa vocazione, […] di una stessa speranza».[1]

TESTI IN CUI IL FONDATORE SI RICONOSCE “PADRE

«Vi conto tutto come un Padre di famiglia»2.

Il 27 gennaio 1905, in una lettera circolare ai missionari del Kenya, commentando le feste per l’ottavo centenario del santuario, assicura di averli rappresentati: «Se i chierici vostri confratelli furono giustamente orgogliosi di assumersi in quei giorni la rappresentanza di voi ai piedi della Consolata, io me ne feci un dovere specialissimo. Lasciai in certo modo da parte le altre mie attribuzioni per non ricordare che la mia qualità di padre di questa nuova famiglia, e come tale vi presentai tutti insieme, e ciascuno di voi in particolare, a questa buona Madre chiedendole instantantemente non tanto l’incremento materiale dell’Istituto, quanto la grazia che continuasse anzi crescesse in voi la volontà e l’impegno di santificare voi stessi, mentre zelate la conversione dei poveri infedeli»[2].

»[3]. Insistendo sull’obbligo da fare la relazione trimestrale, il 7 settembre 1908, così si esprime: «Del resto crederei di farvi un torto nell’insistere sull’obbligo di questa cosa, perché più che un obbligo dovrebbe essere un bisogno del cuore l’aprirsi sovente a chi vi ama tutti qual padre, e che sente da parte sua il bisogno di condividere le vostre gioje e le vostre pene, e di darvi quei consigli che gli suggeriscono l’esperienza propria e le grazie dell’ufficio»[4].

«Mentre come padre so compatire l’umana fragilità, non posso, né intendo che si vada avanti con questo spirito. […] Perdonatemi questo sfogo paterno, che stimai necessario per rimettere tutte in carreggiata»[5]

Alla comunità delle suore nel Kenya, a un anno dalla loro partenza, il 27 dicembre 1914, dopo averle richiamate su alcuni punti, addolcisce il tono con espressioni che dimostrano la nobiltà del suo affetto: «Mentre come padre so compatire l’umana fragilità, non posso, né intendo che si vada avanti con questo spirito. […] Perdonatemi questo sfogo paterno, che stimai necessario per rimettere tutte in carreggiata»[6]. E a Sr. Giuseppina Battaglia, per aiutarla a superare i frequenti dubbi sulla vocazione, non dubita di presentarsi come il suo vero sostegno: «Ascolta me, che sai che ti volli e ti voglio sempre bene di vero amore di padre»[7].

A Don G. Balbo, che si lamentava ingiustamente per certe cose, il Fondatore, il 29 marzo 1909, risponde con una lettera molto accorata, nella quale esprime un atteggiamento di fermezza con tanta comprensione: «La tua ultima lettera me la scrivesti certamente in un cattivo momento. Non mi aspettava da te certe espressioni, che spero ti siano cadute per isbaglio della penna. Leggi la mia lettera e vedrai ch’essa non ti dà ragione di rispondere a quel modo. […] Ti parlai con amore di padre, e tu accetta il mio scritto con buon animo. Ti benedico…»[8].

[1] Conf. IMC, III, 332. 2 Conf. IMC, II, 111.

[2] Lett., IV, 276-277.

[3] Lett., IV, 276-277.

[4] Lett., V, 101.

[5] Lett., VI, 683.

[6] Lett., VI, 683.

[7] Lett., X, 126.

[8] Lett., V, 207-208.