1938 SOLERO Silvio

 

Mons. Silvio Solero (1889 - 1968) nacque a Mondrone (TO), dove trascorse l'infanzia. Si preparò al sacerdozio nel seminario diocesano e fu ordinato nel 1913. Dopo alcuni anni di ministero come vicecurato nella parrocchia del Duomo, fu chiamato al servizio militare come cappellano. Questo servizio lo impegnò per molti anni, sia pure con interruzione tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando rientrò in diocesi. Lui stesso amava definirsi prete-soldato. Nel 1945, dopo la seconda guerra mondiale, si ritirò definitivamente dalla vita militare e dedicò il resto dei suoi anni all'attività di predicatore e scrittore, nominato canonico della Cattedrale.

Quando, il 12 ottobre 1939, avvenne la traslazione della salma dell'Allamano dal cimitero di Torino alla cappella delll'Istituto, Mons. Solero fu invitato a tenere la commemorazione ufficiale. L'allora superiore generale, P. Gaudenzio Barlassina, definì l'intervento del Solero un “magistrale discorso” e, per l'Epifania del 1938, lo volle pubblicare con questo giudizio:

«La cara figura del Fondatore ci è presentata al vivo, con quella profonda conoscenza, con quello stile incisivo e attraente, che distinguono il dotto e pio Oratore».

Riportiamo il testo integrale.

 

"Laudemus viros gloriosos
et parentes nostros in generatione sua...
Corpora ipsorum in pace sepulta sunt
et nomea eorum vivit in generationem et generationem"
(Eccli. XLIV, 1.14-15).

 

Eccellenze, Signori,

Confratelli e Consorelle in Gesù Cristo,

Parole divinamente ispirate, queste, che hanno la sublimità del pensiero e la perennità del bronzo. Difficilmente ne troveremmo altre che meglio possano esprimere la solennità di quest'ora e di questo rito.

Dodici anni sono passati dalla santa morte del Canonico Giuseppe Allamano: e oggi le sue ossa gloriose sono traslate in questa Casa Madre, che è il monumento della sua fede creativa e della sua pietà operante, per essere deposte in pace in mezzo alla moltitudine dei Figli, seme longevo cresciuto a dismisura, sotto l'impulso della sua grand'anima sacerdotale.

Io attribuisco puramente alla bontà del Rev.mo Superiore Generale l'onore di questo invito a commemorare il Venerato Fondatore delle Missioni Estere della Consolata. So troppo bene che innumerevoli altri Confratelli potrebbero assolvere assai meglio questo difficile compito. Bastino almeno i sentimenti di devota ed ammirata riconoscenza, da me fin da fanciullo sempre professati verso il Can. Allamano, per incoraggiarmi a delineare meglio che mi sia possibile, o Confratelli Missionari, la figura del vostro Venerato Fondatore, la cui vita è il migliore elogio e la più sicura promessa per la vostra giovane e fiorente Famiglia Missionaria.

 

“ Curriculum vitae “

Non so qual poeta abbia detto che« la terra — simili a sè gli abitator produce ».

Ciò è vero anche in senso figurato. E la configurazione spirituale del paese, da cui trasse origine il Can. Alla-mano, è data da quella splendida fioritura di preti apostolici e santi, per cui Castelnuovo d'Asti, in pieno secolo XIX e XX, potè essere chiamata « la Nuova Assisi », « l'Assisi del Piemonte .

« Joergensen incomincia la vita di Don Bosco così: « In principio era la madre... Un fanciullo sarà santo, se la sua madre è sulla via di Dio ».

E sulla via di Dio era la madre di Giuseppe Alla-mano, Anna Maria Cafasso, esempio della vera mater-familias cristiana. L'amore del nostro Canonico per sua madre durò quanto la vita. Essa era tutto per Lui, rimasto orfano di padre a tre anni.

All'età di sei anni il piccolo Giuseppe, in Castelnuovo, recavasi a baciar la mano e a ricevere la benedizione del santo suo zio Don Cafasso, venutovi da Torino. A undici entrava nel ginnasio di Valdocco, facendosi per quattro anni allievo e penitente di Don Bosco. L'incomparabile apostolo dei giovani' avrebbe voluto trattenerlo all'Oratorio: ma l'Allamano, ispirato da una diversa vocazione, entrò nel nostro Seminario Metropolitano.

Vi era Rettore un uomo di Dio, il Can. Soldati: e risiedeva, nel Seminario stesso (a causa del negatogli R. Exequatur) quel Mons Gastaldi, che fu — dai tempi di san Massimo fino al presente -- uno dei più vigorosi e magnanimi vescovi di Torino. Allamano fu il Chierico esemplare e perfetto.

Nel Santuario della Consolata, il vescovo Ressia di Mondovì commoveva l'aninia di noi giovani preti, quando nel 1923 commemorando il Giubileo Sacerdotale del nostro Canonico, diceva che in Seminario « Allamano era il primo del corso, non solo per lettera d'alfabeto, ma per merito di studio e di virtù ». Né altramente si esprimevano i suoi compagni di corso, un Andrea Fiore vescovo di Cuneo, un Mons. Pulciano arcivescovo di Genova, e via via... Gran corso quello dell'Allamano ! 11 20 settembre 1873, dalle mani di Mons. Gastaldi, il Nostro riceveva l'ordinazione sacerdotale e cantava nella sua terra la Prima Messa, intercalata dal discorso d'uso del suo parroco di Castelnuovo, Gio. Battista Rossi, poi vescovo di Pinerolo.

Eccolo poi al Convitto, alle lezioni del suo compatriotta Teol. Bertagna: quindi assistente in Seminario, per tre anni: e via via, Direttore Spirituale dei Chierici, Teologo Collegiato della ricostituita Facoltà Pontificia: e finalmente, nel 1880, Rettore del Santuario della Consolata, di quel Santuario che sarebbe stato per 46 anni il campo amato e benedetto delle sue sante e sempre più vaste iniziative sacerdotali e apostoliche.

Prima sua sollecitudine, là giunto, e sua prima vittoria, fu il ristabilimento del Convitto Ecclesiastico, che quattro anni prima era stato trasferito in Seminario... Molto fu detto e fu scritto su quelle vicende, non sempre secondo giustizia e storica verità. Quanto a me, preferisco attenermi al prudente e riservato giudizio dell'Allamano stesso, che, interrogato spesse volte a quel proposito, rispondeva :

« E' una cosa difficile farsi un'idea precisa di quei tempi ». E la sua prudenza e saggezza fu reputata tale, che l'arcivescovo non solo gli concedette di ristabilire il Convitto della Consolata, ma volle Lui, trentenne appena, capò delle conferenze di morale. Il giovane prete ne fu sbigottito, perché aveva poca salute e si credeva impreparato al grave ufficio. Volle schermirsene, pregò di poter almeno farsi sostituire per un anno dal Teol. Agostino Richelmy. Mons. Gastaldi fu irremovibile. L'Allamano, consigliatosi col suo santo confessore Padre Carpignano, accettò: e salì su quella cattedra che, 40 anni prima, era stata illustrata dalla scienza e dalla santità di suo zio, il Beato Cafasso.

Si ebbe un momento di pericolosa tensione quando il nuovo arcivescovo Card. Alimonda — giunto a Torino animato da uno zelo indiscutibilmente sincero, ma fondato su prevenzioni non altrettanto indiscutibili — credette bene di procedere a certe epurazioni nel suo Clero (e più dolorosa di tutte larimozione dell'incomparabile Can. Soldati dal Seminario, provvedimento di cui il Cardinale più tardi, e meglio illuminato, ebbe a pentirsi amaramente e ad averne una pena sincera fino alla morte). Ma l'Allamano, che pur era uno dei prevenuti per il suo indefettibile attaccamento a Mons. Gastaldi, godeva di così unanime reputazione, che parve insostituibile allo stesso Ali- monda : e fu lasciato al suo posto.

Fu una fortuna Io non narro cose che sappiamo tutti, quanti siamo stati formati ed edificati da Lui. Le riassumo piuttosto nel giudizio formulato da un sacerdote torinese, che noi tutti abbiamo ancora ed avremo sempre nella memoria e nel cuore. 11 Can. Boccardo rese all'Allamano questa precisa testimonianza: « Si dovrebbe ripetere di Lui, e quasi ad litteram, quanto fu scritto del di Lui Beato Zio ».

Fin'ora (aggiungendo appena ch'egli fu anche nominato Canonico del nostro Duomo, onorario nel 1888 da Mons. Lorenzo Gastaldi, effettivo nel 1897 da Mons. Davide Riccardi) io non ho che tracciato brevissimarnente il curriculum vitae di Giuseppe Allamano, senza investigare la natura intima dell'Uomo, le spirituali ricchezze del Cristiano e del Sacerdote.

 

L' Uomo

Mi restò impressa nella mente la sentenza udita un giorno da un vescovo, già mio maestro ed ora mio venerato Superiore, questa: « Bisogna costruire il cristiano sull'uomo e il prete sul cristiano: perché non v'è nulla di peggio d'un prete, il quale o non sia cristiano, o non sia uomo ». Giustissimo. La religione può correggere, arricchire, perfezionare la natura umana, ma non può crearla. Prima che sacerdote, cristiano, cittadino, l'uomo è uomo. La natura è la piattaforma su cui la grazia costruirà il suo mirabile disegno.

Il quesito antico è sempre nuovo: Hominem quaero I... e non è più facile trovarlo con la lampada elettrica che con la lanterna di Diogene.

Giuseppe Allamano fu prima di tutto un uomo. Ciò che più fa l'uomo non è tanto l'ingegno; ma il carattere, la volontà, la coscienza di sè. E l'Allamano — che pur aveva una intelligenza vivida, lucida, penetrante — fu sopratutto un uomo di carattere: un volitivo, che andava diritto allo scopo senza fronzoli e senza ondeggiamenti, per- ché la sua volontà era tenace e forte: direi la volontà, di un dominatore (e di fatto, dov'era Lui, dominava tutti). Ma era una volontà dominatrice, che scaturiva dall'intimo e reale valore dell'uomo, e forse a Lui stesso — umilissimo — sconosciuta. Quanto agli altri, la subivano quasi senza avvedersene, per l'ascendente spontaneo ch'Egli esercitava attorno a sè, e ch'era reso amabile dalle sue maniere urbane, educatissime, sempre compite e dignitose, senza sdolcinature e smancerie.

Con quella compostezza raccolta — propria degli uomini ricchi di vita interiore con quella distinzione di tutta la sua persona sempre pulitissima senza ricercatezze, con quel suo parlare cortese e schietto e conciso, a voce calma, piuttosto fievole e bassa, Egli pareva uscito da una famiglia di signori di razza e non da una famiglia di semplici cont4dini. Trattava con rispettosa dignità, ma senza servilismi, coi Sovrani, coi Princìpi del sangue e coi Principi della Chiesa, con aristocratici e prelati : e pochi ecclesiastici ebbero occasione di trattare con tanti alti personaggi, come l'Allamano, Rettore della Consolata, consigliere di vescovi, magistrati, alti ufficiali, confessore di tanta parte della nobiltà torinese...

Del resto, Egli non aveva due « galatei », uno di etichetta per le illustri personalità, l'altro de communi per i semplici preti e la plebe. Ne aveva uno solo per tutti, quello del gentiluomo sempre presente a se medesimo. Uno fra i tanti insegnamenti che più mi piace, anche perchè rivela la sua vera natura, è questo: « Le comunità che sono più educate sanno anche farsi amare di più ».

 

Il Cristiano

La grazia perfezionò la natura, v'innestò i carismi soprannaturali e i doni dello Spirito Santo, fece dell'uomo il vero cristiano che seppe e volle vivere il suo Battesimo; del quale festeggiava annualmente la data, considerando quel giorno come quello della sua vera nascita e rallegrandosi che i suoi Genitori (come soleva dire) non l'avessero lasciato ebreo nemmeno per 24 ore.

Dal suo Battesimo trasse tutte le incalcolabili conseguenze : con quella ordinata metodicità di vita che Egli —uomo — aveva nel suo temperamento, Egli — cristiano — collaborò con assidua vigilanza al lavoro della grazia divina. Così, sul terreno meravigliosamente preparato della natura, germogliarono, fiorirono, fruttificarono le virtù cristiane, le virtù teologali e cardinali: e quella sopra tutte che tutte le riassume, di tutte è l'esponente e il culmine, e da Gesù stesso fu dichiarata fondamentale e suprema: la carità, l'amar di Dio indivisibile da quello del prossimo. Espressamente dico « l'amar di Dio indivisibile da quello del prossimo », perchè è uno pseudo misticismo quello che nel tempo nostro affiora qua e là in trattatelli e conferenzieri ambulanti, dove son presentate con gargarismi mistici tutte le raffinate lautezze del divino amore, ma non si parla mai, mai della carità del prossimo così com'è perpetuamente codificata per esempio nel capo XXV di San Matteo. Non questa era la carità di Giuseppe Allamano. Si legga la copiosa documentata e brillante biografia del Can. Allamano scritta con intelligenza ed amore dal mio amico e condiscepolo Padre Lorenzo Sales. Io non elenco particolari ed episodi : basta' l'Istituto fondato da Lui. Le Missioni della Consolata, ecco l'imponente programma pratico del suo amore al prossimo e a Dio !

 

Il Sacerdote

Il sacerdozio sublimò le doti dell'uomo e le virtù del cristiano. Come la pianta buona prende dalla sua terra tutto l'alimento migliore, e succhia dall'atmosfera il suo respiro di vita e l'incanto de' suoi colori, così Giuseppe Allamano.

Si dice comunemente: Qualis pastor talis populus, perchè sarà sempre vero che « il pastore è la forma del gregge ». Ma si può anche dire : Qualis populus talis sacerdos, in quanto che è dal seno delle buone e religiose popolazioni che escono i buoni e santi sacerdoti.

Perchè mai nella Chiesa antica poteva accadere che dei semplici laici e perfino catecumeni — acclamati vescovi dalla sùbita voce dei fedeli, — si trasformassèro tosto in consumati pastori della Chiesa, come un Ambrogio, • un Martino, un Pier Crisologo ? Era l'alta temperatura spirituale dell'ambiente, era il consorzio dei grandi e santi uomini che rendeva possibile in quei secoli ciò che oggi agli occhi nostri apparisce un portento. In quei secoli d'oro la formazione dei preti veniva condotta dagli uomini più grandi che la Chiesa avesse, per dottrina e santità. Solo dai grandi uomini si possono formare altri grand'uomini.

E Giuseppe Allamano respirò ne' suoi giovani anni le aure di un'atmosfera spirituale eroica, pregna di santità sacerdotale. Egli si formò alla scuola e visse nel consorzio di grandi preti. Abbiamo nominato il Beato Cafasso, il Santo Don Bosco, il Can. Soldati, Mons. Gastaldi, il Padre Carpignano, Mons. Bertagna, Mons. Rossi, l'arcivescovo Richelmy... Poiremmo aggiungere quelli di un Cardinal Cagliero suo compatriotta, d'un Ven. Murialdo suo amico, d'un Don Reffo suo penitente, dei Superiori e condiscepoli del Seminario, di specchiati sant'uomini del Clero torinese e subalpino, allora così ricco di virtù sacerdotali.

Il Can. Allamano fa parte di questa fulgida costellazione ecclesiastica : in una generazione di santi, apostolici preti potè splendere di viva luce, emulandone i carismi migliori.

Il segreto della santità sacerdotale è tutto qui : corrispondere ai carismi divini, perfezionare la vocazione, attuare il miracolo della grazia. Ciò spiega perchè tanti sacerdoti siano lampade splendenti nel santuario, mentre invece altri sono le candele di sego che ne affumicano le pareti.

Ma anche qui le virtù del sacerdote assecondavano e sublimavano il dovizioso temperamento dell'uomo. In lui l'uomo aveva il senso della misura : il Sacerdote ebbe il sensus Christi. Nulla di artefatto, di eccentrico, nella sua persona: nessuna stravaganza ascetica o mistica mania nella sua pietà. L'ordine e la proprietà che componevansi nella sua persona, . regnarono nei suoi successivi uffici di direttore spirituale, di confessore, di consigliere, di Rettore, di Fondatore ed educatore di anime sacerdotali e missionarie.

Il decoro, la gravità, la finezza del tratto, che Io distinguevano nella sua vita di uomo socievole, Egli li recava negli uffici sacri, nel decoro del tempio, nella proprietà degli altari, nella ecclesiastica liturgia. La liturgia è il galateo del sacerdote nel trattare con Dio. Il Can. Alla-mano diceva: « Meglio una funzione ben fatta che diecì confessioni, perchè una funzione ben fatta edifica tutto un popolo ».

Quello zelo per la causa del Signore, che lo aveva indotto a farsi prete, lo spronò — salito al sacerdozio — ad allargare sempre più la sfera della sua attività in tutte le zone dove ci fossero anime da illuminare e da salvare.

L'Allamano non fu — come avrebbe voluto — predicatore: non ne aveva la stoffa, non aveva sufficiente salute, e del resto gli mancava anche la voce. Ma chi può calcolare i tesori di sapienza, di bontà, di direzione, di correzione, di consiglio che Egli versò senza stanchezze e per tanti anni, in quel suo confessionale, in quel suo parlatorio, in quel suo studio, su innumerevoli anime ? Fu il suo consiglio che decise l'erezione della monumentale Chiesa di Gesù Na77areno, fondata dal suo conterraneo P. Giacobbe. Egli che incoraggiò e protesse lo stabilimento dell'Istituto delle Cieche, oggi in Corso Napoli, il tanto benemerito « laboratorio della Consolata », l'Oratorio di San Felice, il Collegio Rosmini, le scuole elementari dei Fratelli : Egli che fiancheggiò — artefice silenzioso, ma illuminato — il consolante risveglio piemontese nei campi ancora albeggianti del nostro giornalismo quotidiano e dell'Azione Cattolica: e potrei testimoniare per esperienza personale quanto il suo criterio a quel riguardo, anche in difficili momenti, fosse sano, sensato, moderno, di larghe vedute, benchè sempre disciplinatissimo alle direttive dell'ecclesiastica Autorità.

 

Il Rettore

Ma fissiamo oramai il nostro sguardo sul Can. Alla-mano, Rettore della Consolata. La sua figura gracile, leggermente incurvata sull'omero sinistro, dal volto pallido, asimmetrico e fortemente stagliato — esprimente sì debolezza di prestanza fisica, ma compostezza pacata, serena limpidità di mente ed energia d'animo — la sua figura nella memoria del Clero torinese non può scompagnarsi dalla visione del nostro antico e prediletto Santuario cittadino.

La Consolata !... E' il palladio della nostra fede e speranza, l'arte sacra e patriottica della nostra terra, della nostra storia e della nostra gente. E' il monumento delle nostre tradizioni più care, che tutto canta con la voce delle pietre, con la voce dei secoli, con la voce degli uomini: dei nostri santi, dei nostri principi, del nostro popolo. Noi torinesi, e specialmente noi preti, ci sentiamo tratti come da un irresistibile istinto a varcare quelle soglie sacre nelle ore grigie e buie dello sconforto e del dolore. E giunti là, il senso del divino c'invade l'anima; sentiamo che là, da ogni pietra, da ogni marmo o metallo, trasuda il senso delle memorie, si riverbera l'eco millenaria di preghiere, di sospiri e singhiozzi. Perché là è il trono della Madre più vicina e soccorrevole a tutte le miserie umane, di Colei che — come cantò il nostro prossimo Silvio –

Degli avi nostri fu Consolatrice,
E il nostro umile pianto udì benigna!

Tutto questo è la Consolata per noi... Ma quando Giuseppe Allamano — giovane e sprovveduto di mezzi — vi andò Rettore, ben diverse si presentavano le condizioni interiori ed esterne del Santuario. Quattro vecchi religiosi, Minori osservanti, lo funzionavano alla meglio: le intemperie. di secoli, le guerre, l'incuria, le riparazioni di fortuna e Ie soprastrutture di più centenni ne deturpavano dentro e fuori la bellezza e il decoro. Tanto che i torinesi lo chiamavano: « La travà d'la ansolà ».

Il Can. Allamano s'accinse all'ardua impresa. Cominciò a farvi rifiorire la vita spirituale con i mezzi suggeriti dal suo sacerdotale fervore. Poi, animato da Monsignor Gastaldi (e fu questo quasi il testamento spirituale di quel grande nostro pastore) intraprese i restauri del Santuario.

Una pausa ai lavori la si ebbe quando per un momento, a causa di infondate diffidenze verso l'Allamano da parte del Card, Alimonda, sorse il pericolo — non solo che si troncassero i lavori — ma che il Rettore stesso rassegnasse le sue dimissioni. Noi dobbiamo essere grati alla santa memoria del P. Carpignano per aver intimato al nostro Canonico di restare alla Consolata: con Lui era assicurata « tutta la grand'opera dei restauri, il rifiorimento del culto alla Vergine e la fondazione dell'Istituto delle Missioni Estere » (SALES, op. cit., pag. 119).

Quale sia stata l'imponente mole dei restauri, noi lo miriamo con gli occhi nostri. Più che restauri, furono un rifacimento e una riedificazione: la liberazione della cupola guariniana, le quattro nuove cappelle con le graziose cupolette, la fusione delle due chiese (di Sant'Andrea e del Santuario) in un insieme organico, mistico, armonioso: i pregevoli marmi policromi che lastricano le pareti, le colonne, le tribune, gli stucchi, gli affreschi, le dorature, i bronzi, gli altari, gli arredi e i paramenti finissimi, l'oreficeria e le gemme che splendono nella taumaturgica immagine... Tutto, tutto rivela il fervore, lo zelo, la tenacia instancabile, il buon gusto artistico, sopratutto la pietà vivissima di questo grande divoto della Madonna che fu il Can. Allamano.

 

Il Fondatore

Eppure nulla abbiamo ancor detto, o Confratelli, di quell'opera che fu il capolavoro del nostro commemorato.

Un uomo del temperamento del Can. Allamano qualche cosa di straordinario doveva fare. E lo fece. Fra tanta mole di lavoro, che avrebbe messo a dura prova le forze d'un uomo valido e gagliardo (e che invece non fiaccò Lui, travagliato per tutta la sua vita da debolezza costituzionale e da terribili emicranie), Egli ventilò, per decenni un ardito disegno, e finalmente attuò quella che fu, ed è, la più grandiosa e durevole impresa della_ sua vita: l'Istituto delle Missioni Estere della Consolata.

L'ideale missionario aveva sedotto la sua anima innamorata di Dio fin dagli anni del chiericato. Solo la poca, salute gli aveva impedito di realizzarlo. Ma no, mi correggo subito: fu la volontà di Dio. Strumento della volontà di Dio era stato Don Cafasso, quando al giovane Don Bosco intimava : « Tornate in camera e disfate le valigie: il campo del vostro apostolato è qui: Dio lo vuole ! ». Lo stesso avvenne per l'Allamano, che anch'egli aveva già fatte le valigie per partire: ascoltò la voce de' suoi superiori, restò a Torino: il campo del suo lavoro missionaria era qui: così voleva Dio!

Era da tre anni appena Direttore del Convitto, quando, stabilì — nel 1885 — il primo progetto di fondazione: il progetto di raccogliere e formare in una casa giovani aspiranti missionari, a disposizione di Propaganda Fide. Roma approvò con sùbito e incondizionato favore: ma il buon Cardinale Alimonda, già ammalato e quasi in fin di vita, non potè occuparsi delle pratiche necessarie per l'approvazione. Peccato, perchè a lui sarebbe rimasta la gloria imperitura di legare il suo nome alla fondazione di un'opera grandiosa e santa.

Tre volte (e sempre con maggiore istanza) il Can. Allamano fu chiamato a Roma dal Card. Simeon Prefetto di Propaganda. Ma l'uomo prudente non si mosse: la prima, perchè non voleva disgustare il suo arcives-covo, le altre due perché non volle procedere innanzi mentre vacava la sede di Torino, per non impegnare col fatto compiuto 1' arcivescovo che doveva succedere ali' Ali- monda... Passarono gli anni.

Finalmente, scoccata l'ora di Dio, la Provvidenza apparecchiò al santo Canonico un arcivescovo che avrebbe abbracciata con entusiasmo la grande idea: e questo fu « il Cardinale della Consolata » Agostino Richelmy, amico, estimatore e compagno di Seminario delrAllamano. E preparò la prima casa madre ai futuri missionari mercé l'inopinata eredità lasciata da Mons. Demichelis.

Strana cosa, non infrequente negli uomini di Dio 1 Ora che tutte le vie erano appianate, incominciarono le titubanze del nostro Canonico, che pur non era l'uomo delle titubanze... Anzitutto lo turbava il titolo di Fondatore, poi la forma definitiva da dare all'Istituto. Allora rinfrescò il suo progetto primitivo, di stabilire solo una specie di succursale da aggregare a un Istituto già esistente: e optò per il « Seminario Pontificio dei Ss. Pietro e Paolo » di Roma. Anzi, in un suo viaggio romano, andò per conferirne col superiore... Non vi erano superiori in casa, ma solo un missionario tornato di fresco dalla Cina. L'Allamano parlò con questo. Ma il missionario : « No » — disse pronto e reciso « non aggreghi niente : faccia lei a Torino ! » — « Dunque, un nuovo Istituto!? » —

« Si, rispose quello, un Istituto indipendente da questo e da qualsiasi altro ! ». Il Can. Allamano uscì di là ormai sicuro di sè. Le parole di un missionario ignoto lo avevano deciso. Chi era quel missionario ? Era il P. Giovanni Bonzano, il futuro Nunzio e Cardinale, il futuro primo Cardinale Protettore delle Missioni della Consolata!

Il decreto dell'erezione canonica era firmato dall'arcivescovo Richelmy il 29 gennaio 1901, festa di S. Francesco di Sales: e il Cardinale eleggendo l'Allamano a Superiore, ne elogiava (parole testuali) « la pietà, la scienza, la prudenza, lo zelo per le anime ».

Nel giugno dello stesso anno era inaugurata e benedetta la cappella della prima Casa Madre, in Corso Duca di Genova. Nel maggio dell'anno seguente partivano da Torino i primi quattro missionari alla volta del continente nero. Così si iniziava la santa gesta di Dio, nel nome benedetto della Consolata!

 

Collaboratori potenti

Ora dovrei dire cose che tutti sappiamo: sullo sviluppa magnifico dell' opera, sulla successiva fondazione delle Suore Missionarie, sullo spirito sanamente paesano che le attirò fin da principio il favore dell'episcopato subalpino, di cleri e di popolazioni, e via via... Nulla dirò di tutto ciò: ogni opera vive dello spirito di chi l'ha fondata, e quando è questo lo spirito di Giuseppe Allamano l'opera stessa — finchè si conservi fedele alle sue origini prime — reca con sè le garanzie di una perenne vitalità.

Piuttosto io peccherei di ingiustizia se, tessendo la commemorazione di questo meraviglioso operaio evangelico, tacessi il nome di quelli che furono i più validi strumenti de' suoi disegni: e magnifici collaboratori, anzi — più che collaboratori — direi confondatori delle Missioni della Consolata, furono il Can. Giacomo Camisassa e Mons. Filippo Perla.

L'uno fu, dal primo all'ultimo giorno, per 42 anni, l'umilissimo ma sempre presente ed operante esecutore di tutte le sante iniziative sacerdotali ed apostoliche del Canonico Allamano, un esecutore intelligentissimo, rapido, pratico, risoluto, instancabile, avvezzo a piegar gli eventi a' suoi voleri così come, giovane fabbro, aveva imparato a piegare il ferro nell'officina di Caramagna: l'uomo che, fattosi prete per luminosa vocazione e per una struggente passione allo studio, prefetto in Seminario, professore al. Convitto, Teologo Collegiato alla Facoltà Pontificia, vera tempra di pensatore e di maestro, rinunciò sempre a tutto anche a un vescovato offertogli da Pio X — per darsi tutto al Can. Allamano, al Convitto, al Santuario, all'opera delle Missioni: e che, pur nella sua inarrivabile mo destia, poteva candidamente confessare di se stesso: « Sono contento di non avere fatto mai nulla per amor proprio, ma solo tutto per la gloria di Dio ». Allamano ne conosceva tanto il valore e ne aveva tanta stima, da esclamare: Se non avessi avuto al mio fianco un uomo della tempra dell'abilità del Camisassa, non mi sarei deciso al gran passo ».

L'altro, Mons. Filippo Perlo, nipote del Can. Carnisassa, fu l'ardito pioniere che, camminando all'avanguardia dei santi drappelli torinesi in terra d'Africa, primo aprì la via verso regioni ancora ignote, e dissodò il terreno, e approfondì l'aratro nel suolo per la seminagione evangelica, e ne raccolse le opime primizie. Noi tutti, della mia età, ricordiamo l'entusiasmo caldo, fervido, col quale

— ragazzi e giovani chierici — leggevamo le notizie missionarie, mandate dal Continente nero da Mons. Perlo. Quella lettura ci infiammava la mente, generava nobili emulazioni, faceva scoccare la scintilla di tante vocazioni missionarie, diffondeva l'ideale della santa causa e rendeva popolarissimo in poco tempo — specie nel nostro Piemonte l'Istituto delle Missioni della Consolata.

 

Presagio divinatore

Opera santa adunque quella di Giuseppe Allarnano: opera voluta da Dio e stabilita da un uomo di Dio: il quale, anche umanamente parlando, fu un grand'uomo, un organizzatore di genio, una tempra di legislatore e di conquistatore spirituale.

Ho parlato di genio e non mi ricredo, benchè conosca benissimo il valore assoluto di questo vocabolo. Lo spirito vigile e geniale di Giuseppe Allamano lo si riscontra in ogni suo insegnamento, in ogni sua regola di vita sacerdotale o missionaria, nella sua chiaroveggente previsione del futuro, in quella illuminata strategia che consiste nel saper aggirare gli ostacoli e arrivare per la via più sicura alla vittoria dell'idea. Un esempio. Quando il Can. Alla-mano concepì il suo primo piano missionario, aveva già la carta dell'Africa davanti a sé: già la sua mano segnava sicura un punto fisso di quella carta e ne tracciava esattamente i confini col gesto del condottiero in vedetta per la sua conquista spirituale. Quel punto era l'Etiopia, e più precisamente il paese dei Galla... Quella vasta terra, già bagnata dai sudori apostolici dell'eroico cappuccino Cardinal Massaia, a lui Giuseppe Allamano — conterraneo del Massaia e fin dalla giovinezza ,fervoroso terziario cappuccino — sfavillava nell'anima col fascino presago della conquista. Quello il campo d'apostolato ch'Egli chiedeva a Roma fin dal 1891: quello stesso richiedeva ancora nel 1900 alla vigilia della sua fondazione, fino a farne quasi una condizione della fondazione medesima: quello patrocinava fervidamente presso il Vicario apostolico dei Galla e poi faceva patrocinare presso il negus Menelik, e infine presso il Governatore del Benadir. E solo quando difficoltà di natura insuperabile si opposero alla esecuzione immediata del piano, il Can. Allamano mandò i suoi bianchi Missionari nella colonia inglese del Kenya, perché di là si poteva poi più facilmente salire nel paese dei Galla meridionali.

Ed invero, dopo decenni d'ansioso lavoro per piegare la diffidenza di Menelik e l'ostilità dei ras abissini, i Figli della Consolata poterono finalmente entrare, col Padre Barlassina, in Abissinia: nel Natale del 1916 erano ad Addis Abeba : e di là rifacendo a ritroso il viaggio già intrapreso dal Massaia travestito da mercante, penetravano fra i Galla per iniziarvi fra mille pericoli l'evangelica seminagione.

E solo quando il Can. Allamano seppe a Torino che là i Figli della Consolata avevano trovato le ultime gloriose reliquie dei preti indigeni consacrati dal grande Massaia, e ormai con le loro mani ravvivavano la sacra fiamma che stava per morire, solo allora Egli potè intonare il suo Nunc dimittis, reclinare il suo capo stanco fra le braccia materne della Consolatrice e proferire quell'ultima sua parola, già serenata dalla letizia di una beata speranza ormai vicina, imminente: « Andiamo alle nozze eterne ! ».

Così la sua terrena giornata tramontava nella gioia suprema della mietitura evangelica da Lui vaticinata. Oggi, o fratelli- e signori, la conquista apostolica avanza. Dai campi feraci del Ghekoio al territorio del Tanganika, dalla Missione del Niassa nel Mozambico a quelle della Somalia e del Girruna, già le messi biondeggiano opime.

E quella sacra fiamma, ravvivata per tempo nel cuore dell'Etiopia dai Figli della Consolata, presto diventerà un incendio che, consumati gli ultimi miserandi relitti dell'eresia e dell'idolatria, farà splendere la luce di Cristo su tutta l'Africa Orientale, ormai riscattata da un millenario assideramento perché si ravvivi al sole dell'Impero di Roma. Il segno della Croce e i segni delle medaglie al valore brillano d'una fiamma sola sul petto dei Missionari della Consolata: e in questo è la sicura promessa che quei popoli — per tanti secoli infelici — saranno rigenerati alla vita della vera fede e della civiltà cristiana e italiana.

A Lui — che ha tracciato con la sua mano sacerdotale il gesto divinatore della santa conquista: a Lui — che ha preveduta e preceduta con l'intuito geniale della carità la vittoria dei nostri soldati e dei nostri lavoratori — sale e sempre più salirà la riconoscenza della Religione e della Patria: le quali, presidiandosi a vicenda con feconda concordia, troveranno nelle Missioni Cattoliche il segreto infallibile della rigenerazione dei popoli e della loro vera grandezza spirituale e civile.

Eccellentissimi Presuli, Venerandi Confratelli Sacerdoti e Missionari, Fratelli e Sorelle in Gesù Cristo, Io ho compiuto — così come m'era consentito dalla brevità del tempo e dalle forze troppo sproporzionate all'argomento -- la mia modesta fatica. Voi, Missionari e Missionarie, venerate nel Canonico Giuseppe Allamano il vostro Fondatore e Padre: noi preti torinesi veneriamo in Lui il nostro modello, maestro e superiore: tutti poi, quanti siamo cristiani e cittadini, in Lui ammiriamo il sacerdote secondo il cuore di Dio e il cittadino benemerito della Patria.

Questo pensiero, che basta da solo a metterci nel cuore il debito d'una riconoscenza unanime, ci sprona del pari a levare a Dio ottimo massimo, la nostra cristiana preghiera di suffragio e di fraternità. Ma noi ben sentiamo, come un grido della nostra coscienza, come un intimo convincimento, che la preghiera di suffragio si trasforma e si sublima sul nostro labbro in preghiera d'intercessione: il nostro senso cristiano ci assicura che questo infaticabile sacerdote dell'Altissimo, agricola di Cristo e zelatore delle glorie di Maria, già vive la vera vita nel consorzio sempiterno di Dio, della Madre delle Consolazioni, de' suoi santi maestri e consanguinei già canonicamente esaltati dalla Chiesa.

Io non formulo voti, che del resto sono nell'animo di noi tutti. Dio può far miracoli per glorificare queste ossa venerate del suo servo fedele. Ma cos'è la vittoria sui microbi che devastano un polmone, che cos'è la guarigione insperata d'un morbò di Pott o di qualsiasi altro male fisico, in confronto d'un sacerdozio che fu collaborazione assidua ed eroica della Redenzione di Cristo, emanazione della luca divina che solca la tenebra della barbarie morale, e la rompe ?

Questo Seminario di apostoli: ecco la vera gloria del sacerdozio di Cristo, apostoli gloria Christi! Ecco il miracolo stupendo, che risponde al criterio di santità già precisato dal divin Salvatore quando disse: « La bontà dell'albero è resa manifesta dai frutti ».

Approdare su lidi lontani dalla Patria non per uccidere, ma per salvare, non per arricchire nei traffici, ma per comprare spiriti al vero, cuori alla virtù, anime a Dio: abbracciare con vaste e animose speranze tutto il genere umano e stendere i benefici influssi della fede fino agli ultimi confini della terra... Qual mente d'uomo può pensare un ideale più grande e più santo ? E non fu questo il più ardente desiderio del Salvatore stesso ? E non è questo il più eroico e stupendo frutto di una civiltà, che sia degna di tanto nome ? Qui è la vera gloria, se troppa parte del nostro mondo meglio intendesse la vera gloria e non avesse perduto insino il vero nome delle cose !

Ma noi — che una dottrina di verità e di vita avvezza a giudicare dei valori umani nella luce d'una idea eterna — noi laudemus virus gloriosos, diamo lode agli uomini gloriosi, ai maggiori nostri, dai quali siamo noi stati generati.- Multam gloriam fecit Dominus magnificentia sua, molta gloria si procurò per essi il Signore con la sua magnificenza. — Homines divites in virtute, pulchritudinis studium habentes, uomini ricchi di virtù, solleciti del decoro del santuario. — Hereditas sancta nepotes eorum, i loro nipoti sono una santa eredità. — Semen eorum et gloria eorum non derelinquetur, la loro discendenza e la gloria di essi non verranno meno mai. — Corpora ecrum in pace sepulta sunt, i loro corpi sono sepolti in pace, il loro nome vivrà nei secoli, sarà celebrato da molti popoli e ripetuto con lode nelle chiese. (Eccli. XLIV).